La prima domenica di Quaresima ci presenta Gesù condotto dallo Spirito nel deserto, dove, dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno, viene tentato dal diavolo. Il Vangelo mostra che Gesù non si sottrae al combattimento e che, nella sua vittoria sul maligno, anche noi riceviamo la certezza di poter resistere al male.
La Quaresima è un tempo di cammino, di progresso nella libertà, di lotta su se stessi e di liberazione dal male. È il tempo nel quale la Chiesa ci invita a ritornare alla nostra condizione di figli di Dio, nutrendoci della sua Parola, riconoscendo la nostra fragilità e orientando nuovamente la vita verso il bene.
La liturgia della prima domenica di Quaresima
La prima domenica di Quaresima dell’Anno A propone il racconto della tentazione di Gesù secondo Matteo, insieme alla narrazione della caduta dei progenitori nella Genesi e alla riflessione di san Paolo sul rapporto tra Adamo e Cristo. Le letture seguono un’unica grande linea: il peccato entra nel mondo attraverso la disobbedienza, ma in Cristo la grazia sovrabbonda e apre la strada della vita.
| Momento liturgico | Testo | Tema principale |
|---|---|---|
| Prima lettura | Gen 2,7-9; 3,1-7 | La creazione dei progenitori e il loro peccato |
| Salmo responsoriale | Sal 50 (51) | La richiesta di perdono e la domanda di un cuore puro |
| Seconda lettura | Rm 5,12-19 | Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia |
| Vangelo | Mt 4,1-11 | Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato |
Il cammino quaresimale come pellegrinaggio
Inizia il cammino quaresimale, che serve a liberarci dal male. La Chiesa ci guida in questo percorso proponendoci l’icona di Gesù che, guidato dallo Spirito, tentato dal demonio, per quaranta giorni digiunava nel deserto.
I Padri insegnano che la vita stessa è come una traversata del deserto. Quella antica dell’Israele di Dio, un esodo dall’Egitto della schiavitù, in cammino verso la terra della promessa, ne fu la “figura”, l’immagine simbolica.
Il Sacramento Pasquale, di cui queste settimane sono il preludio, anticipa nella vittoria di Gesù sul male e sulla morte la nostra stessa vittoria e dà efficacia al nostro impegno. Il cammino in questo mondo è finalizzato all’acquisto della libertà: la verità sull’uomo, su noi stessi ci farà liberi.
Dio ha voluto, nella sua provvidenza, che fossimo partecipi della libertà, che è la sua identità più vera: manifesta la sua sovranità sulle cose. Ha voluto che imparassimo nel percorso della vita a fare corretto uso delle cose.
Non è libertà fare quello che vuoi, ma decidere quello che vuoi fare. Ha voluto che questa identità che ci fa figli nel figlio venga maturata nella responsabilità e nel contrasto.
Si diventa grandi solo facendo nostre le esperienze migliori e scegliendo di preferire l’amore al meccanicismo delle cose. Dio ci chiede di imparare la libertà attraverso una costante educazione al bivio.
Ci manifesteremo come “figli nel Figlio”, imparando a preferire il buono, il giusto e il bello. Gli anni che ci sono dati sono per imparare a far nostra la libertà.
Gesù è andato in croce perché noi imparassimo a scegliere: siamo stati liberati. La Chiesa greca descrive la vita con l’icona delle due torri.
È un pellegrinaggio dalla torre di Babele della nostra sufficienza, del nostro orgoglio, della nostra presunzione, alla Gerusalemme del Cielo, la città di Dio.
L’esperienza del rapporto col mondo il Santo Padre Agostino la raffigura a quella del viaggiatore con la locanda dove prende alloggio: “Ama Dio… Usa del mondo senza diventarne schiavo. Ci sei venuto per compiere il tuo viaggio: ci sei entrato per uscirne, non per restarvi. Sei un viandante. Questa vita è soltanto una locanda. Serviti del danaro come il viandante si serve, alla locanda, della tavola, del bicchiere, del piatto, del letto, con animo distaccato da tutto”.
Il deserto come luogo della prova e della verità
La Quaresima è un tempo di cammino, di progresso nella libertà, di lotta su se stessi e di liberazione dal male: “La nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso se non è messo alla prova, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova”.
Il deserto è il luogo della tentazione, quando ti manca tutto, anche il necessario; quando ti rendi conto della difficoltà in cui sei, quando, nel silenzio, trovi il modo di scrutare la tua vita e non ti piace, quando ti senti deluso e inadeguato, bisognoso d’amore e terribilmente solo: il deserto indica il momento della prova.
Quando l’uomo è privato delle consolazioni sensibili o spirituali è esposto alla tentazione di dubitare dell’amore di Dio. È il momento in cui ti perdi di coraggio e ti chiedi se pure vale la pena di fidarti di Dio.
È il momento in cui sei tentato di lasciar andare le cose come vanno; è il momento della rassegnazione e della ribellione. Soprattutto quella interiore, per cui non ti lasci più mettere in discussione dalla speranza.
Ma il deserto - insegnano i Santi Padri - è anche il luogo della vittoria: “Luogo dell’astinenza, per cui la sensualità è sottomessa in tutto, con retto ordine alla ragione, perché la ragione turbata non sia più indotta a peccare”.
Il deserto è la ricerca della essenzialità delle cose e della semplicità della vita. Vi è un silenzio che non è l’assenza degli uomini, ma la presenza di Dio.
Allora “il deserto fiorirà”, come insegna la Scrittura. E i frutti di quel deserto sono la salvezza, il recupero di umanità nel tuo cuore e la conquista della verità su te stesso.
Il deserto può diventare la via della pace. Essere messi alla prova è l’esperienza dell’uomo, di ogni uomo.
Ma attraverso le prove della vita sperimenti la qualità del tuo cuore e migliori te stesso: è la via attraverso la quale acquisti dignità. Perché Gesù fu tentato? Sant’Agostino dice: “Per mostrarci che si può resistere alle tentazioni e vincere il maligno”: nessuno sa di essere di valore se non lo prova.
Le prove sono un modo attraverso il quale diventare punto di riferimento per gli altri e strumento attraverso il quale il Signore ci fa progredire nel percorso verso Gerusalemme.
La tentazione di Gesù e la nostra vita
Ogni anno, nella prima domenica di Quaresima, la Chiesa ci propone di meditare le tentazioni alle quali è stato sottoposto Gesù.
Forse la prima volta che abbiamo ascoltato questo racconto siamo rimasti sorpresi che lo stesso Dio fatto uomo fosse sottoposto a una prova del genere. Gesù lo accetta, fra gli altri motivi, perché anche noi, quando sentiamo una tentazione, possiamo essere sicuri che egli è con noi e ci comprende.
Gesù lotta dentro di noi, con noi e per noi. «Nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso» (Sal 91, 15), dice Dio con parole del salmista.
Che pace ci dà sapere che possiamo vivere nelle difficoltà insieme a Gesù! «Cristo era tentato dal diavolo e in Cristo eri tentato tu - scrive sant’Agostino -, perché Cristo ha preso la tua carne e ti ha dato la sua salvezza, ha preso la tua mortalità e ti ha dato la sua vita, ha preso da te le ingiurie e ti ha dato gli onori, e prende ora la tua tentazione per darti la vittoria».
Certe volte, quando pensiamo alla nostra debolezza, diventiamo molto tristi. Tuttavia Cristo, che era perfetto Dio e perfetto uomo, ha voluto subire anche lui le tentazioni; ha voluto attraversare quella soglia per stare con noi.
Il Signore è il nostro modello e pertanto, pur essendo Dio, permise che lo tentassero, perché ci riempissimo di coraggio, perché potessimo essere certi, con Lui, di uscirne vittoriosi.
In questa esperienza di Gesù si riflette l’esperienza della Chiesa e di ciascuno di noi, chiamati a vivere il nostro pellegrinaggio terreno, fra le interne afflizioni e le consolazioni di Dio.
Il racconto evangelico secondo Matteo
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane».
Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai».
Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
La struttura del racconto della tentazione
Il racconto della tentazione è l’ultima scena del trittico, comune ai tre vangeli sinottici. Nell’ordine viene prima la presentazione di Giovanni Battista e della sua opera, segue poi la narrazione del battesimo di Gesù e, infine, si conclude con la prova a cui è sottoposto dal tentatore.
Il terzo pannello narrativo è strutturato in tre scene con una introduzione, in cui si presentano gli attori del dramma, Gesù, lo Spirito e il diavolo, e una conclusione che accenna alla partenza del tentatore e al contestuale arrivo degli angeli per servirlo.
L’introduzione mette in evidenza l’azione dello Spirito e quella del diavolo. L’uno guida Gesù, l’altro lo tenta.
Il deserto è il luogo che Gesù attraversa ma è anche la situazione nella quale il diavolo lo mette alla prova. Il lettore si trova di fronte non ad una cronaca ma ad un midrash, ovvero ad un racconto che da una parte aiuta a comprendere il dramma della croce di Gesù e dall’altra aiuta il credente a dare un senso a quello della propria vita.
La narrazione ha un valore ermeneutico sia per cogliere la sapienza della Croce, sia per attualizzarla nella vita. Il racconto delle tentazioni, richiamando l’esperienza dell’Esodo di Israele, il passaggio del Mar Rosso, il cammino del deserto e l’ingresso nella Terra promessa attraversando il Giordano, e la Pasqua di Gesù, passione, morte e risurrezione, offre al lettore la chiave di lettura della propria vita affinché abbia consapevolezza di essere in cammino pasquale.
Il digiuno e il primato della Parola
Il verbo tentare designa l’azione del diavolo che induce l’uomo a peccare ovvero ad allontanarsi da Dio o ad allontanarlo.
Il digiuno di 40 giorni e 40 notti richiama Es 34, 28 e Dt 9,9 in cui si fa riferimento a Mosè che non mangiò pane e non bevve acqua.
La Parola di Dio è il nutrimento dello spirito che ha il primato su quello del corpo, senza escluderlo. Il digiuno di Gesù nel deserto indica il primato che egli ha dato alla relazione con il Padre: si è nutrito della Sua Parola, scrivendola nel suo cuore.
Questo naturalmente non fa venir meno le esigenze del corpo, rappresentate dalla fame. Essa è indice della debolezza che caratterizza il corpo, anche se lo spirito è pronto.
Per costruire la nostra libertà è necessario nutrire l’anima con la Parola di Dio: “Non di solo pane vivrà l’uomo”. Così ci insegna il Vangelo; così la Chiesa ritiene contemplando l’icona di Gesù tentato nel deserto.
Il pane della Parola non trasforma le durezze della vita in comodità ma cambia il cuore dell’uomo perché il suo corpo sia pane da mangiare e la sua vita sia dono che dà gioia.
La prima tentazione: trasformare le pietre in pane
Il tentatore si avvicina presentandosi come un amico che si fa prossimo nel bisogno offrendogli un suggerimento.
Gesù è il figlio di Dio, come il Padre stesso aveva attestato nel Battesimo. Come tale si è nutrito della sua Parola.
Il ragionamento del Diavolo è il seguente: se hai acquisito la sapienza di Dio la tua parola è diventata certamente autorevole. La tua parola è efficace perché quello che dice si realizza.
Ora tu sei nel bisogno come gli uomini che vuoi aiutare con la tua parola, allora usala per soddisfare anche le tue esigenze.
Usare la parola per trasformare le pietre in pane significa voler impiegare la propria autorità per eliminare ogni forma di durezza della vita al fine di crearsene una comoda ma artificiale.
Gesù replica al demonio citando Dt 8, 3 e affermando che dalla bocca di Dio esce il pane e la Parola.
La Parola di Dio, che a volte può sembrare dura come la pietra, è morbida e commestibile come il pane. Per costruire la nostra libertà è necessario nutrire l’anima con la Parola di Dio.
La prima tentazione riguarda il modo di affrontare il bisogno. Il problema non è il pane, né il corpo, né la fame, ma il tentativo di ridurre tutta la vita alla soddisfazione immediata dei bisogni.
Il demonio cerca di far dimenticare che l’uomo vive anche della relazione con Dio, della fiducia, dell’ascolto e dell’obbedienza. Gesù risponde mostrando che la fame del corpo non esaurisce la fame dell’uomo.
La seconda tentazione: mettere Dio alla prova
Nel secondo e nel terzo tentativo il demonio conduce Gesù prima nella Città santa, ponendolo sul punto più alto del Santuario, e poi su un monte molto alto.
I luoghi nei quali il diavolo conduce Gesù richiamano gli eventi della morte e della risurrezione. Infatti, il pinnacolo del Santuario evoca la croce sulla quale viene innalzato il Messia e il monte ritorna alla fine del Vangelo dove Gesù in Galilea raduna i suoi discepoli.
La seconda tentazione è ambientata nel cuore di Gerusalemme, che è il Santuario, e nel suo punto più alto. La Città è santa perché Dio vi ha posto la sua dimora che è la casa della preghiera, nella quale s’incontra il Signore e con lui s’instaura una relazione di fiducia.
Nei momenti di pericolo la supplica può assumere quasi il tono della sfida con la quale si esige una “prova” della fedeltà di Dio, ma riducendo la preghiera a scambio di favori.
Citandogli il Salmo 91 il diavolo presenta Dio come colui che si prenderebbe cura della sua creatura proteggendolo da ogni pericolo o dolore.
L’amore paterno/materno di Dio è presentato come protettivo e garanzia di assenza di ogni forma di turbamento e sofferenza.
Il Dio che presenta satana non è conforme all’idea che si fa l’uomo che imposta con il Signore un rapporto di scarsa fiducia, perché chiede continue conferme.
Non è un rapporto di amore vero quello che mette continuamente sotto esame l’altro affinché dimostri la veridicità delle sue intenzioni.
Gesù rinuncia a piegare Dio ai propri bisogni per lasciarsi innalzare a Lui. Rispondendo ancora una volta con il Libro del Deuteronomio, attesta la sua piena fiducia nel Padre al quale non chiede di essere soddisfatto ma si dichiara pronto a compiere la sua volontà fino alla fine.
La Parola del Vangelo, la parola stessa di Gesù ci aiuta a fermarci di fronte al male: “Non tenterai il Signore Dio tuo”.
La terza tentazione: il potere e l’adorazione
In cima alla congerie delle tentazioni o, per dirlo con termini che ci sono più vicini, alla lotta a cui ogni persona è tenuta per essere davvero uomo, sta la prova dell’avarizia o dell’ambizione del potere.
S. Ambrogio insegna che “il mondo è in mano al maligno… il potere viene da Dio ma l’ambizione del potere viene dal maligno”.
Ciascuno di noi sappia ancora scegliere per il Dio vivente e rifiutare tutti i falsi Dei: l’Olimpo e il Parnaso.
Questa nostra civiltà è segnata da una sottile avarizia che è idolatria. Questa tentazione del sublime si presenta come doverosa considerazione di se stessi.
L’egoismo si maschera di dignità, si nutre di paure del futuro, si afferma nel mito di sé. Ancora la Parola è luce ai nostri passi per resistere al male.
Gesù, anche a te che mi ascolti, ripete: “solo al Signore tuo Dio ti prostrerai, lui solo adorerai”.
La terza tentazione porta allo scoperto la radice delle altre: il desiderio di possedere tutto, di dominare, di essere riconosciuti e di sostituire Dio con se stessi.
Il potere può diventare idolatria quando non è più servizio, ma ricerca di dominio. Gesù rifiuta di ricevere i regni del mondo al prezzo dell’adorazione del maligno e proclama che soltanto Dio merita il culto.
Le tentazioni mettono in discussione la filiazione divina
«Se tu sei Figlio di Dio»: così il diavolo tenta Gesù, due volte. Con le stesse parole lo insultavano quelli che lo portarono alla croce.
Queste tentazioni sono collegate con la filiazione divina, vogliono farla traballare, metterla in dubbio. Il demonio attacca dove può fare più danno, mette in discussione le cose più profonde.
Ovviamente, alcune tentazioni ci invitano alla pigrizia, all’ira, alla comodità. Ma dietro a queste cose da poco, è messa in discussione la nostra condizione di figli di Dio.
«Schiavitù o filiazione divina: questo è il dilemma della nostra vita. O figli di Dio o schiavi della superbia, della sensualità, dell’egoismo angoscioso».
Il rimedio, dunque, è ritornare nuovamente alla nostra condizione di figli. La nostra consolazione è la fiducia in ciò che può fare Dio che, come ogni buon Padre, per noi vuole il meglio.
Agli occhi di un figlio le difficoltà non sono altro che quei momenti nei quali è chiaro chi è il padre. Certamente, potranno esserci dei momenti meno piacevoli, ma il figlio sa che si tratta di qualcosa di passeggero, è sicuro che arriverà la pace.
In realtà, le tentazioni possono aiutarci a tenere presente che abbiamo bisogno di Dio, che non siamo autosufficienti e che abbiamo bisogno di gridare al Signore che ci liberi dal male.
In tal modo, per chi ricorre all’aiuto di Dio, «le tentazioni e gli ostacoli che frappone il demonio l’aiutano di più; perché è Sua Maestà che combatte al suo posto».
Adamo e Cristo: la disobbedienza e l’obbedienza
L’uomo razionale prima che dare risposte si pone delle domande che sono suscitate dall’esperienza. Quelle spiacevoli che arrecano turbamento fanno nascere l’interrogativo sul perché ci sia il male e cosa sia nella realtà perché sono tante le forme in cui si presenta.
Sono domande che accompagnano l’uomo di sempre il quale cerca di dare delle risposte. I racconti biblici sono espressione di questo cammino di ricerca di senso, compiuto all’interno dell’esperienza di fede, nel quale nasce e si sviluppa il rapporto personale con Dio.
La testimonianza biblica usa il linguaggio narrativo, non quello della cronaca fredda e precisa, ma il genere letterario del racconto mitologico.
Il mito, infatti, è un racconto inventato dall’autore per comunicare una verità storica che si può rintracciare con la ragione illuminata dalla fede.
Tale è la narrazione della tentazione che accomuna il “Adamo” e il “secondo Adamo”, Gesù Cristo. La cronaca è come una fotografia, il mito invece è come un quadro nel quale il lettore può immedesimarsi perché racconta la sua vita e aiuta a interpretarla.
L’albero della vita e quello della conoscenza del bene e del male stanno ad indicare le prerogative di Dio. Solo a Lui appartiene il potere di mettere nel corpo il soffio vitale e di toglierlo.
Dio è il Sapiente perché è la fonte della Sapienza, Lui che opera il bene e limita il male. La sapienza di Dio è l’amore: dove c’è la carità c’è anche il bene, dove è assente c’è il male.
La creazione è la relazione tra Dio e l’uomo, l’Amante e l’Amato, nella quale il primo dona tutto, perché è la sorgente della vita e della sapienza, e il secondo tutto riceve.
La fede è l’esperienza fatta gradualmente e per tappe per giungere alla pienezza dell’amore e della vita. La fede matura di pari passo con la speranza, ovvero con l’attesa che è propria del povero in spirito.
Egli, consapevole della sua condizione precaria e insufficiente attende da Dio l’aiuto necessario e apre il proprio cuore ad accoglierlo. Si pone in una condizione di accoglienza del dono.
Tuttavia, quando l’attesa diventa pretesa cambia anche l’orientamento del cuore che, invece di disporsi a ricevere con gratitudine, si getta su ciò che vuole possedere per afferrarle.
L’uomo cerca la felicità perché Dio stesso gli ha messo nel cuore tale desiderio. L’uomo infatti è stato creato per vivere.
Cosa è dunque il peccato? Tendere alla felicità escludendo dalla propria vita Dio, che ne è la fonte, l’unico che può permetterci di raggiungerla.
La nudità, la fragilità e la perdita della fiducia
La nudità è la condizione creaturale dell’uomo. Essere nudi vuol dire essere poveri, spogli, fragili e delicati come un bambino appena nato o una persona anziana che si consuma fino alla morte.
Quando l’uomo vive il suo limite naturale nell’ambito della fede, grazie alla quale si dispone a ricevere l’aiuto di Dio che si prende cura delle sue creature, vi è pace e serenità.
L’equilibrio s’incrina nel momento in cui alla fiducia subentra la diffidenza per cui Dio e il compagno/la compagna non sono più l’altro da accogliere e verso cui andare ma l’estraneo da cui allontanarsi e il nemico da cui difendersi.
Il peccato non è soltanto la trasgressione di una regola, ma la rottura di una relazione. L’uomo smette di ricevere il dono e pretende di appropriarsi della felicità senza Dio, fonte della vita.
La lotta interiore
Il nemico ha molte facce: anzi questa è la malizia con cui tenta l’uomo.
Vi sono difficoltà che provengono dalla vita e dalla cattiveria degli altri: la miseria, il lavoro che manca, la malattia, il tradimento degli affetti più cari, come quando scoppia un matrimonio o si perde l’amicizia di una persona cara.
Sono prove dure, ma estranee al tuo cuore. Vi sono poi delle difficoltà che nascono dentro di te: quando ti ripieghi su te stesso, quando scorgi la cattiveria che hai dentro, l’ira, la menzogna con cui pasticci tutte le tue cose, l’odio per qualcuno, la incapacità di dominare te stesso che ti fa schiavo dei sensi.
Vi è un combattimento interiore che è ben più grande di quello che appare. Vi è un nemico invidioso e subdolo.
Noi sappiamo che l’angelo ribelle si è fatto tentatore dell’uomo: a volte si manifesta nella sua nequizia e ci atterrisce; altre volte, più insidioso, si nasconde.
Vi sono dei mali che appaiono chiaramente superiori alle forze dell’uomo. Di fronte a tanta cattiveria ci sentiamo impari, incapaci di resistere con le nostre sole forze.
«Come un generale competente che assedia un fortino, il demonio studia i punti deboli dell’uomo che vuole mandare in rovina».
La tentazione è quella situazione lungo il cammino della vita nella quale ci si trova in una particolare condizione di debolezza e vulnerabilità nella quale si potrebbe cadere oppure uscirne più forti.
Tutto dipende da quale logica ispira le nostre scelte. Non è Dio che tenta ma è il Diavolo perché cerca di far cadere l’uomo allontanandolo da Lui.
Il discernimento nella Quaresima
Come per Gesù nei quaranta giorni di deserto, anche per noi il tempo della Quaresima deve essere il tempo del discernimento: «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male».
Quaresima è il tempo della scelta tra la «bestia selvatica», che c’è in noi e che ci tenta, e l’angelo di servizio che, al contrario, ci sprona e ci conforta per il bene.
La vita cristiana è sempre chiamata a questo discernimento, che ci svela la nostra verità.
Questo, però, sarà impossibile senza quell’habitare secum del quale scriveva san Gregorio magno riguardo a san Benedetto: se ne stava nella solitudine e abitava solo con se stesso sotto lo sguardo di Colui che dall’alto tutto scruta.
Se avremo il coraggio di viverlo così, ritirandoci magari per qualche momento una volta al giorno dal clamore e dalle chiacchere pubbliche per rientrare in noi stessi, allora quello della Quaresima potrà essere per noi tempo della verità.
La cosa più difficile della nostra vita, ma anche la più necessaria, è smettere di guardare gli altri e di misurarci nel confronto con loro, per accettare di stare faccia a faccia con noi stessi: senza finzioni, senza inventare perifrasi, ma dicendoci le cose come sono e senza trucchi.
In Quaresima non è lecito barare e cambiare le carte. Sfuggire da se stessi, cercando sempre di colpevolizzare gli altri; individuare ogni volta persecutori e avversari, piangendosi addosso; architettare progetti di cambiamenti per gli altri, mai immaginando un cambiamento di se stessi vuol dire condannare se stessi all’infelicità e gli altri alla noia.
Se davvero, al contrario, io voglio cambiare le situazioni fuori di me, debbo cominciare col cambiare me stesso, lavorando dentro il mio «io».
È una lotta con noi stessi che dobbiamo affrontare e che possiamo vincere come Gesù, perché «se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo».
La grazia sovrabbonda sul peccato
Paolo nella Lettera ai Romani istituisce un paragone tra la disobbedienza di Adamo e l’obbedienza di Gesù Cristo, tra il peccato che ha aperto la porta alla morte e il dono di grazia che invece ha inaugurato la strada della vita, tra la colpa che ha fatto ricadere il giudizio di condanna su tutti gli uomini, rendendoli peccatori, e l’opera di giustizia che ha giustificato tutti i figli di Dio facendoli santi.
In Cristo è la nostra speranza. Con il suo sacrificio si è reso solidale con ogni uomo peccatore perché tutti possano conformarsi a Lui che è l’uomo pienamente realizzato secondo la volontà di Dio.
Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.
Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita.
Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
Il salmo penitenziale
Il Salmo responsoriale accompagna la prima domenica di Quaresima con la supplica: “Perdonaci, Signore: abbiamo peccato”.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.
Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.
Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.
Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode.
Il salmo non si limita a riconoscere la colpa, ma chiede una trasformazione interiore. Il peccatore domanda a Dio un cuore nuovo, uno spirito saldo, la gioia della salvezza e la possibilità di tornare a lodare.
La Quaresima come tempo di conversione
Il Signore non ci abbandona, e dopo che siamo “morti” con il peccato ci offre la vita con il suo perdono, ma noi restiamo liberi, per cui come liberamente ci siamo allontanati da Dio, così liberamente dobbiamo ritornare a lui.
Il Signore ci chiede cioè un piccolo sforzo: sostituire al desiderio cattivo che ci ha portati al male un desiderio buono che ci riporti al bene.
Anche il peggiore peccatore può tornare a desiderare Dio, e se questo desiderio è vero e sincero, Dio subito perdona e dà una nuova possibilità.
È ciò che noi chiamiamo conversione, cioè cambiare direzione alla nostra vita indirizzandola nuovamente verso il bene.
La Quaresima diventa allora proprio un tempo che la chiesa ci offre per convertirci e tornare a desiderare la Sua presenza nella nostra vita.
La Quaresima è anche un tempo di penitenza, preghiera, elemosina e riconciliazione. Nel cammino quaresimale lo Spirito ci allontani dal peccato che ci umilia e ci alleni alla vera libertà.
Il mistero della vicinanza di Dio
«Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto»: l’azione dello Spirito precede e accompagna la prova. Gesù non entra nel deserto abbandonato, ma guidato dallo Spirito e unito al Padre.
Nel racconto di Marco l’evento è collocato tra la scena del Battesimo, dove la voce del Padre dichiara l’identità di Gesù: «Tu sei il Figlio mio, l’amato», e l’inizio della proclamazione del Vangelo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Si tratta, dunque, di due annunci di «vicinanza»: quella del Padre a Gesù e la prossimità salvifica di Dio a noi: il regno è vicino!
Nel mezzo c’è la drammatica solitudine di Gesù, che è collocato nel deserto. Lì lo Spirito lo spinge e lì, per quaranta giorni, Gesù rimase.
Tra l’esperienza dell’intimità con il Padre e l’avvio della predicazione missionaria Gesù ha bisogno di vivere questa esperienza «eremitica»: nella lingua greca del vangelo il deserto è, difatti, chiamato éremos.
Prima di immergersi nell’apostolato e prima di chiamare attorno a sé dei discepoli Gesù deve vivere la solitudine inquietante del deserto; una solitudine che ben presto la tentazione popolerà di bestie selvatiche e di angeli.
È il dramma che santi come Antonio abate, Caterina da Siena, Gemma Galgani e tanti altri proveranno: sentire forte l’assalto del diavolo, che circuisce come leone ruggente in cerca di chi divorare e al contempo, al termine del combattimento sperimentare, la consolazione di Dio.
Anch’egli fu collocato tra bestie selvatiche e angeli: lottò contro satana, ma sperimentò la vicinanza di Dio ed è così anche per la Chiesa e per ciascuno di noi, chiamati a vivere il nostro pellegrinaggio terreno, fra le interne afflizioni e le consolazioni di Dio.
La vittoria di Cristo nella vita del credente
Perché Gesù fu tentato? Sant’Agostino dice: “Per mostrarci che si può resistere alle tentazioni e vincere il maligno”: nessuno sa di essere di valore se non lo prova.
Vi è anche un’altra ragione per capire perché Gesù fu tentato nel deserto: volle confondere il diavolo con le sue stesse armi.
“Cristo permise pazientemente al diavolo di tentarlo perché il nemico cadesse lui stesso vittima della propria insidia e fosse imprigionato lì dove pensava di imprigionare, e venisse così consegnato vinto da Cristo ai cristiani”.
Gesù non vince la tentazione con una manifestazione spettacolare della sua potenza divina, ma con un rimedio accessibile a tutti: l’obbedienza alla Parola, la fiducia nel Padre e il rifiuto dell’idolatria.
Secondo l’insegnamento dei Santi Padri è necessario, invece, essere radicali nel rifiutare fin dall’inizio la tentazione: “Non devi far niente per secondare il diavolo”.
“Per vincerlo egli non impiega la sua potenza divina - di quale vantaggio sarebbe stato per me? - ma in quanto uomo si procura un rimedio accessibile a tutti”.
Gesù, si lasciò guidare dallo Spirito: per trovar forza contro il male ti è chiesto di essere docile allo Spirito di Dio, pronto a imparare dal Maestro interiore, e avrai assicurata la vittoria.
“Impara dunque anche tu a vincere il diavolo. Lo Spirito ti conduce, segui lo Spirito. Non ti trascini l’attrattiva della carne: ricolmo di Spirito non cercare i piaceri del corpo; digiuna se vuoi vincere”.
La fede provata è preziosa agli occhi di Dio
Dall’Apostolo Paolo abbiamo imparato che il Signore custodisce chi gli rimane fedele: chiunque crede in Lui non sarà deluso.
La Parola evangelica fa riecheggiare la poesia di Isaia profeta, che descrive come storia d’amore il rapporto tra Dio e ciascuno di noi: un amore provvido, concreto, efficace fino alla salvezza.
All’uomo, capolavoro del creato, Dio dona il domino sulle cose e pone al suo servizio le creature del cielo e della terra. Resistere alla prova allontana il maligno e ti fa servito dagli angeli.
L’offerta pasquale delle primizie nel Deuteronomio è il segno durevole della vittoria che ogni cristiano può conseguire: ci è chiesto di essere anche noi agnelli immolati, come Gesù.
Offerta gradita al Signore è ancora un “cuore affranto e umiliato, che Dio mai disprezza”.
La carità alla quale informiamo la nostra esistenza è il segno della sua vittoria, il sigillo di Dio sulla nostra vita di figli nel Figlio.
Il cammino verso la Pasqua
La Quaresima è il tempo nel quale la Chiesa conduce i fedeli verso la Pasqua. Il tempo che precede la Pasqua è un tempo di conversione, tempo di pentimento, che identifica la nostra vita come un movimento continuo teso all’incontro con il Signore risorto che viene, ora e sempre.
Coloro che si avviano alla fede durante il cammino catecumenale, coloro che si sono allontanati dalla comunità di fede e cercano la riconciliazione, coloro che cercano perdono e comunione, sanno che il tempo che precede la Pasqua è un tempo di conversione, tempo di pentimento.
La via dei cristiani non si ferma al Battesimo, ma comincia da lì. E non impressionatevi se non si tratta di una strada sempre agevole.
Ricordatevi sì che Cristo fu tentato, ma considerate pure che se non si fosse lasciato tentare non ci avrebbe insegnato a vincere, quando siamo tentati.
In Cristo è la nostra speranza. Con il suo sacrificio si è reso solidale con ogni uomo peccatore perché tutti possano conformarsi a Lui che è l’uomo pienamente realizzato secondo la volontà di Dio.
Indicazioni per vivere la prima domenica di Quaresima
La prima domenica di Quaresima può essere vissuta come un momento di ascolto, di silenzio e di rinnovamento interiore. Il Vangelo invita a riconoscere le tentazioni senza scoraggiamento, perché Gesù ha attraversato la prova e rimane vicino a chi combatte.
- Ascoltare la Parola di Dio, lasciando che illumini le scelte concrete.
- Riconoscere le forme di fame, ambizione, possesso e potere che possono dominare il cuore.
- Rientrare in se stessi nel silenzio, senza nascondere la propria verità.
- Chiedere perdono con un cuore sincero e desiderare una nuova conversione.
- Affidarsi allo Spirito di Dio nei momenti di vulnerabilità.
- Ricordare che la tentazione non è ancora il peccato e che la libertà può scegliere il bene.
- Vivere la penitenza come un cammino verso la libertà, non come una semplice rinuncia esteriore.
- Orientare la propria vita alla carità, che è il segno della vittoria di Cristo.
Una preghiera per la prima domenica di Quaresima
O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.
O Dio, che conosci la fragilità della natura umana ferita dal peccato, concedi al tuo popolo di intraprendere con la forza della tua parola il cammino quaresimale, per vincere le seduzioni del maligno e giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito.
Gesù Cristo ha vinto il male e la morte. Supplichiamo nostro Redentore, perché nella sua misericordia estenda la sua vittoria su noi e sul mondo intero.
Abbi pietà di noi, Signore.
Preghiamo per la santa Chiesa di Dio, la sua unità, la sua pace, la forza del suo annuncio di libertà e di salvezza a tutti gli uomini: perché ovunque il Vangelo porti la vittoria di Cristo sul male.
Preghiamo per i catecumeni che si preparano al Battesimo nelle prossime feste pasquali, e per quanti il Signore invita a riscoprire la fede cristiana che hanno abbandonato: la voce dello Spirito attiri tutti al Padre, come ad una sorgente fresca di sollievo e di vita.
Preghiamo per noi peccatori, perché il cammino quaresimale ci conduca ad un profondo rinnovamento spirituale: nel sacramento della riconciliazione, nella penitenza, nella preghiera, nell’elemosina lo Spirito ci allontani dal peccato che ci umilia e ci alleni alla vera libertà.
Preghiamo per tutti i malati, per coloro che nella loro tribolazione si sentono soli, dimenticati: perché lo Spirito Santo offra loro consolazione, forza e guarigione.
Preghiamo per i nostri defunti: perché, completata la redenzione che li ha resi conformi all’immagine del Figlio di Dio, ne condividano la beatitudine e la vita, insieme con Maria Santissima e con tutti i santi nel paradiso.
