La vita è sogno è un dramma filosofico-teologico in tre atti, scritto in versi da Pedro Calderón de la Barca intorno al 1635, nel pieno dell’età barocca. Al centro dell’opera si trova Sigismondo, principe di Polonia rinchiuso dal padre Basilio in una torre a causa di una profezia astrale che lo annuncia come futuro tiranno.
Il dramma mette in scena il conflitto tra predestinazione e libero arbitrio, tra realtà e sogno, tra natura e ragione, mostrando come l’uomo, anche quando è sottoposto a condizioni avverse, possa scegliere il bene, dominare le proprie passioni e modificare il corso apparentemente già stabilito della propria esistenza.
Pedro Calderón de la Barca e il teatro barocco
Pedro Calderón de la Barca, drammaturgo e religioso spagnolo, nasce a Madrid il giorno 17 gennaio 1600. Studiò presso i Gesuiti e poi alle Università di Alcalá e Salamanca, ma, più che alla carriera ecclesiastica cui avrebbero dovuto prepararlo gli studi, si interessò alla letteratura e al teatro.
Si fece presto notare anche a corte, dove nel 1623 si rappresentò la sua prima opera, Amor, honor y poder: tre temi che avrebbero caratterizzato tutto il suo teatro. Della giovinezza turbolenta restano tracce in alcuni documenti dell’epoca, e, forse, nei protagonisti di varie opere giovanili del drammaturgo, tra le quali si colloca al primo posto La vita è un sogno.
La sua produzione teatrale conta più di centodieci lavori: pubblica quattro Partes negli anni tra il 1636 e il 1674, mentre la quinta, del 1677, non otterrà la sua approvazione. Nello stesso 1677 vede la luce un volume che contiene dodici «autos sacramentales».
Calderón però non parlò mai di sé, della sua vita, dei suoi amori, come aveva fatto Lope de Vega. Il suo teatro tende invece a trasformare i problemi individuali in questioni universali, affidando alla parola poetica, alla costruzione allegorica e al conflitto drammatico l’esplorazione della condizione umana.
La trama di La vita è sogno
In una Polonia immaginaria liberamente creata dall’autore, il dottissimo Re astrologo Basilio alla nascita di suo figlio Sigismondo aveva letto negli astri che questi sarebbe stato un terribile tiranno. Per evitare l’oscuro vaticinio lo aveva fatto rinchiudere in una torre sperduta tra le montagne dove fu cresciuto e istruito alle arti da Clotaldo, Ministro del Re e unica sua relazione con gli esseri umani.
A Basilio re di Polonia hanno profetizzato che un giorno il figlio Sigismondo si impadronirà con la violenza del trono. Basilio rinchiude Sigismondo in una torre impedendogli così ogni rapporto, ogni contatto con la realtà.
La prigionia di Sigismondo non è soltanto una misura politica: è anche una condizione di isolamento esistenziale. Il giovane cresce senza conoscere il mondo, senza rapporti umani autentici e senza comprendere la colpa per cui è stato privato della libertà.
Che sventurato ed infelice son io! Sapere, cieli, vi chiedo, visto il male che mi è dato, quali colpe ho mai commesso contro di voi nel nascere, se anche proprio nel nascere so che stanno le mie colpe.
La prova del principe
Il giorno che Basilio, ormai invecchiato, deve decidere la sua successione tenta un’ultima prova per vedere se l’uomo può prevalere sulle profezie delle stelle: narcotizza Sigismondo e lo fa condurre a Corte dove al risveglio viene salutato, riverito e servito come sovrano.
Si vuole dunque dare a Sigismondo una possibilità, nel caso in cui si dimostrasse un buon sovrano allora il regno sarà suo, altrimenti tornerà nella torre dove ha vissuto come prigioniero per l’intera sua esistenza.
Ma come si potrebbe ricondurlo alla prigionia, se scoprisse le sue regali origini? Non si ribellerebbe forse con violenza? Ed ecco qui lo stratagemma: se dovesse comportarsi da tiranno, gli verrà somministrato un narcotico e gli si farà credere di aver vissuto in un sogno la vita fuori dalla torre.
Sigismondo non crede ai suoi occhi e non si spiega come mai chi prima lo maltrattava adesso lo rispetti. Clotaldo gli narra la verità e Sigismondo infuriato disfrena i suoi istinti violenti e per tanti anni repressi; ciò che si temeva sembra realizzarsi e riaddormentato viene ricondotto alla torre e al nuovo risveglio si convince di essere stato vittima di un meraviglioso sogno di libertà e potenza e che tutta la vita è un sogno.
Attraverso questo espediente Sigismondo uscirà dalla torre che l’ha imbarbarito e reso selvaggio, e verrà a contatto con il mondo: una peregrinatio vitae a tutti gli effetti, che richiama fortemente anche il platonico mito della caverna.
Il sogno, la realtà e lo scetticismo
Il confine tra verità e menzogna non esiste più e Sigismondo approda al più assoluto scetticismo. In seguito all’esperimento, il protagonista si farà molte domande sulla natura dei sogni e della vita reale.
Quante volte ci è capitato di destarci proprio nel momento più bello del sogno? E quante volte è successo nella vita reale di potersi godere le cose belle solo per poco tempo, prima che qualcosa le corrompa?
La felicità e i bei momenti sono inafferrabili, non ci appartengono mai realmente, e possono svanire da un momento all’altro con la stessa indelicata e brusca velocità con cui ci si desta da un sogno. Dopotutto, davvero la vita è un sogno che termina con la morte.
Il sogno è quindi una figura ambivalente. Da una parte indica l’incertezza della percezione e la fragilità di ogni potere terreno; dall’altra diventa lo strumento attraverso cui Sigismondo impara a comportarsi rettamente anche quando non può stabilire con certezza se ciò che vive sia reale oppure illusorio.
La rivolta e il ritorno al trono
A questo punto una rivoluzione di popolo motivata dal desiderio di vedere al trono il legittimo successore del regno di Polonia strappa Sigismondo al suo carcere. Libero e alla testa di un esercito riconquista il trono muovendo la guerra contro il padre che gli si sottomette sconfitto.
La storia mostra così il passaggio dalla profezia alla scelta. Sigismondo potrebbe ripetere la violenza che gli è stata attribuita fin dalla nascita, ma l’esperienza della corte, della caduta e del ritorno nella torre modifica la sua coscienza.
Gli eventi precipitano e l’atmosfera diviene man mano più cupa e greve, il destino sta per compiersi con il parricidio di Re Basilio, ma Sigismondo decide categoricamente di impiegare nel bene il suo breve transito terrestre inaugurando il suo regno di saggezza e di giustizia.
In nome della ragion di stato, infine, sposerà la cugina Estrella, rinunciando all’amata Rosaura.
Sigismondo e il libero arbitrio
L’esperienza vissuta nella torre, a corte e nuovamente nella torre conduce Sigismondo a una maturazione interiore. Egli impara che il destino può condizionare l’uomo, ma non lo determina completamente.
Sigismondo è riuscito a correggere con il libero arbitrio quanto gli era predestinato grazie all’insegnamento di cui ha fatto tesoro, alle esperienze vissute passando dalle tenebre alla luce e poi nuovamente nelle tenebre.
Liberato nuovamente da una rivolta popolare e messo sul trono che gli spetta di diritto, farà tesoro della precedente esperienza: avendo appreso che persino quando si sogna è bene agire in modo retto, si comporterà saggiamente, senza cercare vendetta, ma perdonando il re e riportando pace e giustizia nel regno.
Grazie al dubbio che lo ha tenuto in bilico tra vita e sogno, Sigismondo matura interiormente, apprende l’arte della prudenza, impara a dominare istinti e passioni sottomettendoli al governo della ragione; egli può così recuperare identità e ruolo, ripristinare l’ordine sul caos, dimostrare che il libero arbitrio, la capacità di scegliere tra il bene e il male, è più forte di ogni predestinazione e contribuisce alla salvezza dell’uomo.
Il monologo sulla vita come sogno
La riflessione più celebre del dramma nasce dalla trasformazione morale di Sigismondo. Dopo aver sperimentato il potere e la prigionia, il principe comprende che ogni condizione umana è transitoria e che proprio questa precarietà rende necessaria una condotta giusta.
«Reprimiamo» - dice Sigismondo - «questa indole selvaggia, questa furia, questa superbiose ci avvenisse di sognare ancora. E così faremo poiché tanto singolare è il mondo, che vivere è soltanto sognare e l’esperienza m’insegna che l’uomo, vivendo sogna quel che è finché si sveglia.
Sogna il re d’esser re e in quest’inganno vive, comanda, dispone, governa; e gli onori che riceve in prestito li scrive sul vento e, sventura, li converte in cenere la morte. E chi vorrà regnare sapendo che deve pur svegliarsi nel sonno della morte?
Sogna il ricco, tra le sue ricchezze che gli dan tanti crucci; sogna il povero che patisce miseria e povertà; sogna chi comincia a prosperare, sogna chi brama e s’affanna, sogna chi fa oltraggio e ingiuria e nel mondo tutti in conclusione sognano quel che sono anche se nessuno lo comprende.
Sogno io che sono qui oppresso in questo carcere; e sognai di vedermi in più lusinghiera condizione. Cos’è la vita? Un delirio. Cos’è la vita? Finzione, ombra, illusione. E il più gran bene è niente; ché tutta la vita è un sogno; e sogno sono i sogni».
Una formulazione analoga riassume il nucleo filosofico dell’opera: «Che è la vita? Una follia. Che è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione, ed è piccolo il più gran bene, perché tutta la vita è un sogno ed i sogni sono un sogno.»
La dimensione cristiana e teologica
Sebbene la formula «la vita è sogno» possa sembrare esprimere un assoluto relativismo, nel dramma essa non conduce alla passività. Se la vita è una fantasmagoria e un trucco divino occorre impiegarla bene in attesa del risveglio e della rivelazione dell’unico vero: l’Eterno.
Il risveglio al libero arbitrio, il passaggio sconvolgente della grazia, la necessità della caduta originaria, infine la violenza imposta per natura dal cielo all’uomo, paradossalmente equilibrata dalla violenza compiuta dall’uomo contro il cielo, nel breve intervallo di sogno fra le analoghe oscurità della nascita e della morte, questi sono i segni centrali della Vita è sogno.
Il dramma non presenta dunque il sogno soltanto come un’immagine della falsità del mondo, ma come una condizione pedagogica. Sigismondo deve attraversare l’incertezza per comprendere la responsabilità delle proprie azioni; il dubbio non cancella la morale, ma la rende più consapevole.
La disputa tra predestinazione e libertà
Il padre ritiene che, dopotutto, un uomo possa domare il suo destino, che sì, gli astri influiscano sugli uomini, ma non li determinino, e che quindi si possa dare a Sigismondo una possibilità.
Qui l’autore prende posizione su un dibattito allora scottante tra domenicani, che attribuivano all’uomo poche possibilità di cambiare il proprio destino, e tra gesuiti, che invece tenevano in gran considerazione il libero arbitrio.
Quindi è evidente che ci si distacca completamente dalla morale della tragedia di Edipo, e se ne propone una diametralmente opposta: l’uomo, per quanto si trovi in avverse situazioni, può sempre fare qualcosa per migliorare la propria posizione.
La profezia, pertanto, non viene semplicemente negata. Essa rappresenta una minaccia reale, ma la sua realizzazione dipende anche dalle decisioni degli uomini. La violenza di Sigismondo nella prima esperienza a corte sembra confermare le stelle; la sua condotta successiva dimostra invece che il carattere può essere educato e che la libertà può intervenire sul destino.
Il rapporto con il mito di Edipo e il mito della caverna
Il protagonista, Sigismondo, è una sorta di rivisitazione spagnola e barocca dell’Edipo classico greco: come lui viene allontanato dalla sua nobile famiglia di origine, perché grava sulla sua testa un terribile fato.
Viene cresciuto in catene in una torre, e soffre perché non riesce a capire quale peccato abbia commesso per meritarsi una così dura pena. Tuttavia il destino ha in serbo per lui una sorpresa: il padre ritiene che, dopotutto, un uomo possa domare il suo destino.
La differenza decisiva rispetto alla tragedia di Edipo consiste nella possibilità di apprendere dall’esperienza. Sigismondo non è condannato a scoprire soltanto la verità del proprio passato: è chiamato a scegliere il modo in cui vivere dopo aver compreso la propria condizione.
Attraverso questo espediente Sigismondo uscirà dalla torre che l’ha imbarbarito e reso selvaggio, e verrà a contatto con il mondo: una peregrinatio vitae a tutti gli effetti, che richiama fortemente anche il platonico mito della caverna.
La torre può essere letta come uno spazio di ignoranza e di deformazione, mentre la corte rappresenta una luce ambigua, non ancora capace di garantire la verità. Sigismondo deve attraversare entrambe le condizioni per arrivare a una conoscenza più profonda, fondata non sulla certezza delle apparenze, ma sulla responsabilità delle scelte.
La simbologia dei personaggi e degli spazi
Una strada percorribile è l’interpretazione dei singoli presenti nella dinamica dei tre atti: l’Ippogrifo che sbalza di sella Rosaura all’esordio del primo atto potrebbe rappresentare il Caos primordiale degli elementi cosmici non ancora composti nella Creazione.
La prigionia di Sigismondo lo stato di colpa in cui era caduta l’umanità prima della Redenzione, la condizione stessa di Sigismondo il conflitto tra Terra e Cielo, tra Natura e Ragione.
Il nome scelto da Rosaura per celare la sua identità è Atrea, dea della Giustizia, e infatti Rosaura vuole vendicare il tradimento subito e l’onore offeso dal comportamento di Astolfo.
Questi elementi fanno della vicenda una struttura simbolica complessa, nella quale la trama d’avventura, gli equivoci dell’identità e i conflitti amorosi si intrecciano a una rappresentazione più ampia della caduta, dell’errore, della redenzione e dell’ordine.
Rosaura, Astolfo e la vicenda di cappa e spada
A fare da corollario a tutto ciò v’è la vicenda di cappa e spada, interna e funzionale alla storia, di Rosaura e Astolfo, che accomuna Sigismondo e Rosaura entrambi alla ricerca della verità e della giustizia per i torti subiti.
Rosaura non è soltanto un personaggio subordinato alla parabola di Sigismondo. La sua ricerca dell’onore e della verità crea un secondo percorso di conoscenza, nel quale la dimensione amorosa e quella politica si sovrappongono.
Il destino di Rosaura si intreccia con la ragion di stato, con il comportamento di Astolfo e con la necessità di ristabilire un ordine pubblico e dinastico. La sua vicenda amplia così il tema della giustizia, collegandolo alla dignità personale, all’identità e alla riparazione del torto.
La parola poetica e la forma teatrale
Segni soverchianti e intrattabili, che sembrerebbero impedire quella plasticità e individuazione nel particolare che sarebbero più tardi diventate il metro della invenzione teatrale. Eppure il dramma si articola con rapidità, irrimediabile, fra barbagli di immagini, nella cornice incantata di rupi e corti remote.
Abbandonando ogni rigido schematismo allegorico, Calderón si serve della teologia come della suprema macchina teatrale, l’unica che gli può permettere di congiungere nella concettosità labirintica una vicenda irripetibile e irriducibile con un modello universale e atemporale legando cioè il puro teatro a una sorta di liturgia cosmica.
Egli arriva a creare questo portentoso ibrido attraverso un uso «talismanico» della parola, che in lui ci appare sempre, secondo la definizione di Walter Benjamin, come un continuo «potenziamento romantico del discorso».
Così un’apparenza poetica inscalfibile, preziosa, suggella La vita è sogno, lo espone intatto da secoli a nuove letture e scoperte, forse come l’unico dramma che accetti e vinca la sfida di rappresentare in una sola immagine comprensiva l’intera estensione dell’esistenza.
Barocco e modernità
La vita è sogno fu scritto da Calderón de la Barca intorno al 1635 in piena età barocca. Da ciò si potrebbe pensare che questo dramma presenti tutti i pregi e tutti i difetti della sua epoca, come un eccessivo amore per l’ornamento della parola o un esagerato utilizzo di quella spaventosa figura retorica che molti chiamano “allegoria”.
Ebbene non ci si lasci ingannare da questi elementi perché la verità è che La vita è sogno è un’opera teatrale straordinariamente ricca e terribilmente moderna che non a caso fu oggetto di culto da parte dei romantici tedeschi.
La storia che viene raccontata è sostanzialmente una favola drammatica dai contorni sfumati in cui umano e divino, realtà e sogno, assoluto e relativo si compongono e si confondono.
Tuttavia il messaggio essenziale che ci viene fornito da questo “esistenzialista cristiano” del ’600 è da ricercarsi nella tensione tra livelli di realtà, nella ricerca del vero senza ombre di dubbi e nell’urto delle passioni che deve compiersi sino in fondo per poter lasciare spazio a una più matura consapevolezza.
Sigismondo, eroe pensoso
Sigismondo è il più grande eroe “pensoso” dopo Amleto, si leggano con attenzione le sue invettive per rendersi conto dello spessore esistenziale di un personaggio sempre sull’orlo del nichilismo e della rinuncia a qualsiasi riscatto, che non sia quello della vendetta contro il proprio destino.
Eppure qualcosa cambia e l’inganno subito diventa mezzo per la crescita e la comprensione di Sigismondo che alla fine del secondo atto dice: “Che è la vita? Una follia. Che è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione, ed è piccolo il più gran bene, perché tutta la vita è un sogno ed i sogni sono un sogno.”
La sua grandezza non consiste nell’assenza di passioni, ma nella capacità di riconoscerle e governarle. La prudenza nasce da un’esperienza dolorosa: Sigismondo non diventa saggio perché è naturalmente buono, ma perché comprende che ogni gesto può ricadere su di lui e sugli altri, anche in un mondo percepito come instabile e illusorio.
Gli auto sacramentales
Nello stesso 1677 vede la luce un volume che contiene dodici «autos sacramentales». L’auto sacramental è una forma teatrale allegorica legata alla riflessione religiosa e alla rappresentazione dei misteri della fede.
Nel libro, la presenza dell’Auto sacramental accanto a La vita è sogno arricchisce la comprensione dell’autore e permette di osservare più chiaramente il rapporto tra teatro, teologia, allegoria e liturgia.
La teologia, infatti, non è un elemento accessorio della scrittura calderoniana, ma una vera struttura drammatica. Essa consente di rappresentare la caduta e la grazia, la colpa e la redenzione, la violenza e il perdono, trasformando una vicenda individuale in un modello universale.
La versione di Luisa Orioli comprende il dramma e l’«Auto sacramental», presentando una traduzione capace di mantenere la fedeltà al testo e alla sua musicalità.
Il rapporto tra dramma e auto sacramental
Il dramma si concentra sulla storia di un principe, sulla crisi della successione, sulla profezia e sulla formazione morale di un individuo. L’auto sacramental amplia invece il campo allegorico e teologico, rendendo più evidente il legame tra vicenda terrena e ordine spirituale.
La presenza dell’atto arricchisce il testo per una comprensione migliore se non globale dell’autore. La piccola rappresentazione di Calderon de la Barca, infatti, nasconde dietro la concettosità tipica del Seicento importanti quesiti esistenziali e teologici.
Il dramma e l’auto sacramental condividono l’idea che l’esperienza umana sia attraversata da una dimensione invisibile, nella quale le azioni individuali assumono un significato più ampio. La rappresentazione teatrale diventa così una forma di conoscenza, capace di esibire sulla scena il conflitto tra apparenza e verità.
La traduzione di Luisa Orioli
Pur nella puntigliosa fedeltà al testo e alla sua musicalità, la versione di Luisa Orioli riesce, come raramente accade, a essere di per sé opera di poesia.
La traduzione deve affrontare una scrittura caratterizzata da concettosità, densità metaforica, ritmo versificato e frequenti passaggi tra il linguaggio filosofico, quello religioso e quello teatrale.
Capolavoro di Calderòn de la Barca, si tratta di un’opera teatrale estremamente affascinante e poetica, ma allo stesso tempo caratterizzato da geniale ironia. L’edizione presenta il testo a fronte ed una piccola sezione con delle note al testo.
Inoltre è composto da due parti: una prima parte con il dramma “La vita è sogno” ed una seconda parte con l’ “Auto sacramental”.
La struttura dell’edizione
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Titolo | La vita è sogno. Il dramma e l’«Auto sacramental» |
| Autore | Pedro Calderón de la Barca |
| Traduzione | Luisa Orioli |
| Cura dell’edizione | Luisa Orioli |
| Editore | Adelphi |
| Collana | Piccola biblioteca Adelphi |
| Data di pubblicazione | 17 settembre 1990 |
| Formato | brossura |
| ISBN | 8845907740 |
L’edizione propone quindi un percorso unitario attraverso due forme della scrittura calderoniana: da una parte il dramma filosofico incentrato sulla crescita di Sigismondo, dall’altra l’auto sacramental, nel quale l’allegoria religiosa rende più esplicita la dimensione teologica del teatro.
La trasmissione radiofonica del dramma
Nel gennaio del 1973 va in onda sul canale Nazionale della radiofonia la commedia in tre atti con la regia di Giorgio Pressburger. Ne proponiamo l’ascolto in nove parti.
La versione radiofonica valorizza la natura fortemente sonora dell’opera, affidando alla voce degli interpreti la costruzione delle immagini, dei contrasti e dei passaggi tra torre, corte, prigionia e libertà.
La vita è sogno RIASSUNTO Punto alla trama
Personaggi e interpreti della trasmissione radiofonica
| Personaggio | Interprete |
|---|---|
| Basilio, re di Polonia | Antonio Battistella |
| Sigismondo, principe ereditario | Roberto Herlitzka |
| Astolfo, duca di Moscovia | Cesare Gelli |
| Clotaldo, vecchio | Carlo Tamberlani |
| Clarino, buffone | Silvio Anselmo |
| Stella, infanta | Anna Maria Gherardi |
| Rosaura, dama | Gabriella Zamparini |
| Regia | Giorgio Pressburger |
Perché leggere oggi La vita è sogno
Questo piccolo libro di teatro lascia stupiti, vuoi per la bellezza della traduzione, vuoi per l’intima complessità della materia trattata: la piccola rappresentazione di Calderon de la Barca, infatti, nasconde dietro la concettosità tipica del Seicento importanti quesiti esistenziali e teologici.
Un libro a suo modo sorprendente, che dopo un inizio piano, lentamente si innalza fino a vette meravigliose di poesie coscienza umana.
La modernità del dramma nasce dalla sua capacità di interrogare la realtà senza ridurla a una risposta univoca. La vita può essere sogno, illusione, passaggio e prova; ma proprio per questo ogni scelta conserva un peso morale.
La questione non è stabilire in modo definitivo se la vita sia reale o sognata. La questione è comprendere come agire quando ogni certezza appare fragile, quando il potere è provvisorio e quando il risveglio può coincidere con la morte.
