Suor Teresilla è ricordata come la «suora dei misteri» del caso Moro, ma intorno a lei «non ce n'erano», come testimonia Valerio Morucci, tra i fondatori della colonna romana delle Brigate Rosse e uno degli autori della strage di via Fani. Era una religiosa, infermiera e mediatrice che frequentava terroristi e familiari delle loro vittime, convinta che ogni vita potesse in qualche modo riscattarsi da qualsiasi ferita.
Aveva preso sul serio il Vangelo della guarigione e della riconciliazione e aveva deciso di essere strumento di questa rivoluzione della misericordia. Negli anni di piombo cercò di favorire il dialogo tra persone divise dalla violenza politica, portando avanti con tenacia l’idea del perdono, della redenzione e di una soluzione politica capace di chiudere quella stagione.
Chi era suor Teresilla
Nata a Bagaladi, in provincia di Reggio Calabria, il primo agosto del 1943, Teresilla è morta a Roma, la notte tra il 22 e il 23 ottobre, investita da un’auto mentre si recava in pellegrinaggio, a piedi, al Santuario del Divino Amore.
Suora tenace, aveva trovato il suo senso e il suo scopo nella missione delle Serve di Maria Riparatrici, tra le quali aveva emesso la sua Professione Perpetua a 23 anni. Era una persona capace di portare su di sé la sofferenza di quanti incontrava e una caparbia sostenitrice della possibilità di riscatto del genere umano.
«Il pellegrinaggio del sabato sera», appunta la stessa Teresilla in uno dei suoi tanti quaderni, «è la preghiera nella notte fonda con le stelle e la luna che sembra che camminano con noi. Questa preghiera ci carica di una forza nuova e ci aiuta ad affrontare le inevitabili difficoltà che ogni giorno incontriamo».
«Ad ogni pellegrinaggio, per me chiedo la grazia di farmi santa, è la difficoltà più grande di una religiosa. Poi, vivendo nel sociale, porto con me ogni notte tutte le sofferenze fisiche e morali dei detenuti che in carcere pagano il loro debito con la società, le sofferenze fisiche cariche di solitudine dei malati che assisto quotidianamente e alla Madonna del Divino Amore affido gli uni e gli altri».

L’infermiera accanto ai malati
Suor Teresilla aveva conseguito il diploma di infermiera presso l’ospedale San Giovanni-Addolorata, dove era rimasta come semplice infermiera, anche se gli studi le avrebbero consentito di diventare caposala, per stare vicina alla gente comune.
Per lei non c’erano poveri o ricchi, persone simpatiche o meno simpatiche: chiunque si affidasse alle sue cure poteva essere certo di avere una compagna di viaggio affidabile e attenta nella propria malattia. Questo lo sapevano bene i malati e anche i colleghi, con i quali divideva con generosità e senza mai lamentarsi i turni in corsia.
L’ospedale è stato il punto di partenza per arrivare al carcere, dove fin da novizia aveva chiesto di poter prestare servizio. Le malattie fisiche e spirituali stavano sullo stesso piano per lei. Portava il carcere in ospedale e l’ospedale in carcere.
Dove c’era sofferenza cercava di porre rimedio. Le sue giornate, con il nuovo impegno del carcere, iniziano così a diventare interminabilmente lunghe e, nonostante il lavoro in ospedale le occupasse molte ore della giornata, riusciva sempre a trovare il tempo per i «suoi» detenuti.
La «suora dei misteri» del caso Moro
Per la maggior parte delle persone, suor Teresilla resterà per sempre la «suora dei misteri» del caso Moro, come l’hanno chiamata i giornalisti negli anni Novanta a proposito del memoriale di Morucci consegnato all’allora presidente della Repubblica sulla ricostruzione del caso del politico.
Pare strano che a parlare della vita di suor Teresilla sia un brigatista, ma queste sono le persone che l’hanno conosciuta bene e che lei frequentava «per vocazione», come gli ex presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Francesco Cossiga, Valerio Fioravanti, fondatore dei Nuclei Armati Rivoluzionari, monsignor Guerino Di Tora, direttore della Caritas di Roma, e molti altri.
Era stata amica e confidente, con estremo riserbo, di terroristi e, contemporaneamente, dei familiari delle loro vittime. Per questo la sua figura è rimasta legata anche alla complessa memoria del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro.
Il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro
Il caso Moro si colloca nel 1978, durante una stagione storica segnata dal terrore delle Brigate Rosse. Aldo Moro era presidente della Democrazia Cristiana e principale sostenitore dell’alleanza con il Partito Comunista Italiano, un’alleanza che per la prima volta avrebbe instaurato un governo di sinistra in un paese occidentale.
Dopo il brutale rapimento e l’uccisione della scorta di Moro, il presidente viene tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni, quasi due mesi di trattative, fallimenti, speranze e paure.
Alla fine, il corpo di Moro viene rinvenuto in un’auto nel centro di Roma il 9 maggio 1978, in via Caetani, a metà strada tra la sede della DC e quella del PCI.

La testimonianza del ritrovamento del corpo
Bruno Martinello è un ex sottoufficiale che ha prestato servizio come volontario nella Marina Militare. Imbarcato prima sulla fregata Canopo e successivamente sulla Castore, una volta congedato ha lavorato come informatore scientifico del farmaco.
In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche di Esterno Notte di Marco Bellocchio, è riaffiorato il ricordo di un’esperienza che lo ha segnato per tutta la vita, a distanza di tanti anni da quel tragico evento accaduto a Roma il 9 maggio del 1978.
«Fui richiamato in servizio attivo dal Comando generale della Marina Militare, nel periodo in cui era stato sequestrato Aldo Moro, e destinato a Mari Dip per Maritele Roma con funzioni nel Servizio di telecomunicazioni radiotelegrafista».
«Quel giorno non potrò mai dimenticarlo. Terminato il turno insieme ad altri miei tre colleghi, eravamo sull’auto di servizio per rientrare al nostro alloggio quando alla radio di bordo ci venne comunicato il ritrovamento di Moro».
«Io chiesi all’autista di portarci immediatamente in via Caetani. Arrivati sul luogo, una volta sceso dall’auto, vidi intorno a me nella piazza uomini, alcuni dei quali erano anche armati».
«Io mi avvicinai alla Renault rossa con molta apprensione e angoscia e la scena che vidi fu straziante. Il corpo di Moro era riverso nel portabagagli in posizione fetale. Lo toccai ed era freddo».
«Provai immediatamente un senso di pietà e di profonda solitudine, di dolore e di irreparabile ingiustizia per quello che gli era stato fatto. Il suo viso era mesto come se fosse rassegnato».
«Non potevo credere che ero di fronte ad un uomo che per tutti noi aveva rappresentato un simbolo di onestà e lealtà alla nazione. In Marina il presidente Moro era molto stimato per la sua statura morale quando era presidente del Consiglio».
«Spesso si parlava di lui e i marinai pugliesi, imbarcati sulla mia nave Castore, erano orgogliosi di essere originari della stessa Regione. Non potevo credere che fosse stato assassinato. Una scena surreale».
Una missione tra carcere, perdono e memoria
Negli anni di piombo suor Teresilla si trovò a contatto con i protagonisti di una stagione particolarmente buia della storia d’Italia. Per lei, però, queste persone, autrici di stragi e omicidi, erano solo delle vittime.
Tenacemente iniziò il suo lavoro di riconciliazione tra i familiari delle vittime e i loro carnefici. Una vera ossessione la sua. Come credente era profondamente convinta dell’importanza del perdono e della redenzione e iniziò a farsi carico delle sofferenze fisiche e morali dei detenuti, come dei malati e degli ultimi.
Testardamente iniziò a pressare gli uomini politici che conosceva in nome delle battaglie che portava avanti, tra cui indulto e amnistia, con la fede di sempre e convinta della necessità di una soluzione politica per chiudere la stagione degli anni di piombo.
Grazie a questo suo spirito riuscì a promuovere e facilitare l’incontro tra terroristi di destra e di sinistra e familiari delle vittime, in un periodo in cui ci voleva davvero molto coraggio anche solo per entrare attraverso il cancello d’ingresso di un carcere e sentirselo chiudere alle spalle.
Gli incontri con terroristi e familiari delle vittime
Suor Teresilla era amica e confidente di persone collocate su fronti opposti della violenza politica. Tra coloro che la frequentavano vi erano Valerio Morucci, Valerio Fioravanti, familiari delle vittime, uomini politici e rappresentanti della Chiesa.
La sua presenza non si basava sulla giustificazione dei delitti, ma sulla convinzione che anche chi aveva commesso crimini potesse intraprendere un percorso di responsabilità e di cambiamento. La sua azione mirava a creare uno spazio umano nel quale la sofferenza potesse essere riconosciuta senza cancellare la gravità delle colpe.
Il suo «progetto di redenzione» ha dato vita a veri e propri miracoli dentro e fuori le mura del carcere. Ancora oggi, con il ricordo vivo del suo esempio, suor Teresilla continua a essere «porta di misericordia», indicando con fermezza il sentiero da seguire per vivere in pienezza la propria vita cristiana.
Suor Teresilla e la rappresentazione del caso Moro
La figura della religiosa è riemersa anche nel dibattito suscitato da Esterno Notte, la miniserie di Marco Bellocchio che ricostruisce il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.
La serie racconta i fatti di cronaca accaduti durante il 1978 e affronta la prigionia del presidente della Democrazia Cristiana attraverso diversi punti di vista: quello di Moro, dei brigatisti, di Francesco Cossiga, di papa Paolo VI e di Eleonora Moro.
In una delle sequenze più visionarie, Moro vaga in un incubo con una croce sulle spalle durante la processione del Venerdì Santo, sulla musica terrificante del magnifico Requiem di Verdi.
La narrazione di Bellocchio presenta Roma come un grande manicomio a cielo aperto, con tanti reparti: dal Parlamento al Vaticano, dai tribunali alle case borghesi dove regnano l’infelicità e l’incomunicabilità.
Il rapporto tra storia, documento e finzione
La vicenda Moro continua a essere raccontata sul fronte giornalistico, storico e cinematografico. Esterno Notte ha cercato di attualizzare e riattualizzare un avvenimento, o un trauma, della storia collettiva italiana e di tenerlo vivo a distanza di più di quarant’anni.
Il rapporto fra documento e finzione è una delle questioni centrali dei film sul caso Moro. La serie di Bellocchio ricorre ampiamente a materiale d’epoca e a sequenze visionarie, distribuendo la dimensione immaginativa tra diversi personaggi.
La vistosa estensione dei personaggi trasforma la serie in una narrazione poliprospettica che produce ripetizioni di sequenze, viste dai più diversi punti di vista, le quali finiscono per risultare decisamente ripetitive, senza aggiungere granché di nuovo.
Resta, al di là delle riserve, il fascino tragico della vicenda Moro, una delle più grandi tragedie italiane dal dopoguerra a oggi.
La memoria delle vittime e il significato della riconciliazione
La storia di suor Teresilla non sostituisce la memoria delle vittime e non attenua la responsabilità di chi ha commesso violenze e omicidi. La sua opera nasceva dalla convinzione che il riconoscimento del dolore fosse una condizione necessaria per ogni possibile percorso di riconciliazione.
Era, infatti, una instancabile credente nella misericordia di Dio e una persona capace di portare su di sé la sofferenza di quanti incontrava. Per questo riusciva a stare accanto ai detenuti e, nello stesso tempo, ai familiari delle persone uccise.
La sua vita univa ospedale e carcere, cura fisica e cura spirituale, ascolto e azione civile. Il suo impegno per la dignità dei detenuti e per l’incontro tra terroristi e familiari delle vittime trasformò il volontariato in un pungolo alle istituzioni.
Annachiara Valle, con il testo Teresilla. Riconciliazione e carità, accompagna alla scoperta della vita di suor Teresilla e dei suoi straordinariamente ordinari gesti di misericordia.