Pregare è confidare radicalmente in colui che può tutto. La preghiera non elimina l’impegno umano, ma unisce la nostra fragilità all’azione di Dio e ci aiuta ad affrontare la realtà non da soli.
La preghiera può diventare grido, richiesta, affidamento e intercessione: porta davanti a Dio la vita intera, con le sue attese, le sue speranze, i suoi problemi e le sue angosce. Per questo può sostenere la persona, trasformare il modo di vivere le difficoltà e alimentare il desiderio della pace.
La preghiera come affidamento a Dio
“Maestro, ne parlavo ieri con mia madre. Discutevamo sulla preghiera. Lei mi ha detto che pregare è importante, però secondo me… beh sì, è importante… penso però che Dio sappia già tutto. Come posso chiedergli qualcosa se Lui già sa di cosa ho bisogno? Se è Dio lo saprà, no?!“
È una domanda interessante questa di Teresa, una mia alunna di quarta, che con la sua famiglia vive un percorso di fede intenso. Teresa non è nuova a domande importanti ed io trovo sempre un incanto nella spontaneità dei bambini.
Teresa ha centrato il tema con grande precisione e il suo ragionamento non fa una piega: Dio sa di cosa ho bisogno, chi sono io per chiedergli qualcosa? Mi trova d’accordo, la fede è totale affidamento a Dio, chi crede afferma con gioia “sia fatta la tua volontà”; la sua e non la nostra.
A tutti capitano quei periodi in cui non sappiamo cosa fare davanti a scelte importanti: un nuovo lavoro, una nuova casa, un viaggio… Decisioni che a volte ci fanno perdere il sonno. Bivi davanti ai quali non sappiamo quale strada intraprendere.
Cosa fare? La persona di fede non può che affidarsi a Dio e chiedergli che sia Lui ad essere lampada per i suoi passi e luce sul suo cammino (Sal 119,105).
È il modello della preghiera del Getsemani, in cui Gesù, più che chiedere aiuto al Padre nel momento dell’abbandono e della disperazione, si affida totalmente alla Sua volontà, consegnando se stesso al suo destino.
Per questo l’atteggiamento dell’uomo deve essere quello dell’abbandono nelle mani di Dio come esprime Charles de Foucauld nella sua preghiera “ Padre mio, io mi abbandono a te, fa di me ciò che ti piace. Metto la mia anima nelle tue mani, te la dono con tutto l’amore del mio cuore, perché tu sei mio Padre”
Chiedere a Dio ciò di cui abbiamo bisogno
Dopo aver offerto a Teresa questa spiegazione ho ritenuto opportuno ricordarle anche un altro aspetto della preghiera molto importante. Gesù stesso nel Vangelo di Matteo invita gli uomini a chiedere: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7,7-8).
Pertanto è lecito chiedere, bussare alla porta di Dio ed esprimere un desiderio. Anche davanti al dubbio e allo smarrimento è bene chiedere; come affermava Teresa, sarà Lui a decidere se è giusto o sbagliato ciò che chiediamo.
Perché ricorrere ad una più intensa e corale preghiera nei momenti di difficoltà? Soprattutto perché ce l’ha insegnato Gesù stesso nel Vangelo: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e otterrete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7, 7).
Inoltre perché avvertiamo la necessità che Dio ci dia una mano. L’uomo e la donna, grazie anche ai mirabili progressi della scienza e della tecnica, possono decidere e fare molte cose, ma poi vi è sempre qualche elemento o qualche dimensione che travalica le nostre possibilità ed i nostri piani, con ostacoli e imprevisti che è arduo calcolare, come imprevedibile era la tempesta scatenata nel mondo da un piccolo virus che ha cambiato la nostra vita.
Che mediante la preghiera noi possiamo ottenere e realizzare quello che con le sole nostre forze ci è impossibile, lo spiega bene san Tommaso, il quale, in una sua lunga “quaestio” sulla preghiera (Somma teologica ii a- ii ae, q.83) dice che, nella sua Provvidenza, Dio ha disposto che sia in nostro potere realizzare alcune cose, ma che altre possano essere da noi operate soltanto se lo chiediamo a chi può più di noi, cioè a Dio per il quale nulla è impossibile.
In altri termini, mediante la preghiera noi possiamo cooperare affinché Dio operi qualche cosa che sta al di là delle nostre capacità.
Blaise Pascal si chiedeva: «Perché Dio ha istituito la preghiera?» E rispondeva: «Per comunicare alle sue creature la possibilità di cooperare alle sue opere» (Pensieri, 513).
Preghiera e responsabilità umana
Chiedere l’aiuto di Dio ovviamente non dispensa dall’agire. Preghiera e impegno umano non si escludono, ma si implicano vicendevolmente.
Per questo san Francesco di Sales soleva raccomandare: «Prega come se tutto dipendesse da Dio, e impegnati come se tutto dipendesse da te», perché tutto dipende da Dio e insieme tutto dipende dall’uomo, ma a diverso e misterioso titolo.
I protagonisti e gli artefici di quanto avviene nella storia sono sempre due: l’uomo e Dio, l’uomo che nella sua libertà decide e opera, e Dio, che è onnipotente e la sorgente di tutto e per il quale non esiste passato e futuro, ma tutto Gli è presente.
La ragione profonda va ricercata nel disegno di Dio, che ci ha creati intelligenti e liberi e che, in coerenza con la grande dignità conferitaci, ci vuole suoi collaboratori e non ama agire senza di noi.
Mediante la preghiera noi possiamo ottenere che lui compia quel che noi, uomini e donne, con le sole nostre forze non potremmo mai conseguire.
Per noi che abbiamo fede non è il caso o l’influsso delle stelle a determinare il nostro destino o il corso degli avvenimenti, ma è - da un lato - l’uomo con le sue libere scelte e - dall’altro lato - Dio che veglia sulla grande storia del mondo e sulla piccola storia di ciascuno di noi; un Dio che sa scrivere dritto anche sulle righe storte e che con la sua mano può fare quello che va ben al di là delle possibilità umane.
La fede ci dà la certezza non solo di una mano che sta al di sopra di noi, ma anche di un cuore che agisce e guida nel profondo gli eventi e le coincidenze.
Pregare - diceva san Giovanni Paolo ii - è scegliere di affrontare la realtà delle varie situazioni non da soli, ma con la forza che ha la sua sorgente in Dio.
Nella preghiera fatta con fede risiede il segreto per affrontare con successo le emergenze ed i problemi personali e sociali (cfr. Angelus dell’8 settembre 2002).
La preghiera è grido e fiducia
La liturgia di oggi si apre con lo spettacolo di Mosè sul monte con le mani alzate che prega mentre il suo popolo combatte contro il nemico. Il testo precisa che mentre pregava i suoi vincevano, quando cessava di pregare perdevano.
Le mani alzate di Mosè non significano l’intervento automatico di Dio tutte le volte che si prega ma che ogni volta che avviene qualcosa di positivo, ogni volta che l’uomo manifesta la sua forza, la sua intelligenza, Dio è presente perché è creatore di tutto ciò che siamo e abbiamo.
Non dobbiamo mai abbassare le braccia perché non dobbiamo mai perdere la fiducia o stancarci nella fede: sarebbe un interrompere la relazione con Dio, la relazione con chi ci da la vita.
Essere in relazione con Dio vuol dire essere nell’alleanza con Lui, essere “nel possesso” di Dio.
Perché pregare? Perché ricordate a Dio le nostre cose? Per gridare la nostra impotenza.
Lo Spirito Santo si chiama anche “padre dei poveri”. L’indigenza della creatura è la nostra preghiera.
Tutti i miracoli operati dal Maestro lo testimoniano: il grido del cieco di Gerico, dei lebbrosi della Galilea, di Giairo, di Marta e di Maria e di tanti altri.
Nella tradizione orientale questa preghiera si chiama Esicasmo “Signore Gesù abbi pietà di me peccatore”.
Questo grido diviene preghiera perché ci affidiamo ad un altro: ecco la povertà della creatura davanti alla ricchezza del Creatore.
Pregare è confidare radicalmente in colui che può tutto. E mentre la preghiera è la potenza dell’uomo è davvero la debolezza di Dio.
Giorgio la Pira diceva che la Preghiera è quel canale che unisce la nostra pochezza all’onnipotenza di Dio.
Ecco la ragione perché con la preghiera si fanno grandi cose con mezzi insignificanti.
Bartimeo, esempio di preghiera coraggiosa
“Abbi pietà di me!”: è questo il grido vivo e accorato che il mendicante cieco Bartimeo rivolge a Gesù, alle porte di Gerico. Un grido insistente, ripetuto a voce sempre più alta e che disturba i discepoli e la folla.
Ma non Gesù che lo sente e “subito si ferma”, sottolinea Papa Francesco durante l'Angelus ai fedeli in una Piazza San Pietro scaldata dal sole di ottobre, di “tempo bello”: Dio ascolta sempre il grido del povero, e non è per nulla disturbato dalla voce di Bartimeo, anzi, si accorge che è piena di fede, una fede che non teme di insistere, di bussare al cuore di Dio, malgrado l’incomprensione e i rimproveri.
E qui sta la radice del miracolo. Infatti Gesù gli dice: «La tua fede ti ha salvato».
La fede di Bartimeo, continua il Pontefice, “traspare dalla sua preghiera”, che non è “una preghiera timida, una preghiera convenzionale”, non ha paura di Gesù, non ne prende le distanze, ma parte dal cuore e arriva al “Dio amico”:
Non gli chiede qualche spicciolo come fa con i passanti. No, no. A Colui che può tutto chiede tutto. Alla gente, chiede degli spiccioli. A Gesù che può fare tutto, chiede tutto.
“Abbi pietà di me, abbi pietà di tutto ciò che sono”. Non chiede una grazia, ma presenta sé stesso: chiede misericordia per la sua persona, per la sua vita.
Non è una richiesta da poco, ma è bellissima, perché invoca la pietà, cioè la compassione, la misericordia di Dio, la sua tenerezza.
Con questa preghiera così essenziale, sottolinea il Papa, Bartimeo “si affida all’amore di Dio, che può far rifiorire la sua vita compiendo ciò che è impossibile agli uomini”.
Il mendicante cieco può essere, quindi, un esempio da imitare, affinché anche noi mettiamo nella preghiera “la nostra propria storia: le ferite, le umiliazioni, i sogni infranti, gli errori, i rimorsi”.
Facciamo oggi noi questa preghiera. E chiediamoci: “Come va la mia preghiera?”. Ognuno di noi si domandi: “Come va la mia preghiera?”
È preghiera coraggiosa, ha l’insistenza buona di quella di Bartimeo, sa “afferrare” il Signore che passa, oppure si accontenta di fargli un salutino formale ogni tanto, quando mi ricordo?
Queste preghiere tiepide, che non aiutano niente.
E poi: la mia preghiera è “sostanziosa”, mette a nudo il cuore davanti al Signore? Gli porto la storia e i volti della mia vita? Oppure è anemica, superficiale, fatta di rituali senza affetto e senza cuore?
“Quando la fede è viva, la preghiera è accorata - continua il Pontefice - non mendica spiccioli, non si riduce ai bisogni del momento. A Gesù, che può tutto, va chiesto tutto”, con insistenza, perché Dio “non vede l’ora di riversare la sua grazia e la sua gioia nei nostri cuori”.
Intercedere per gli altri
La preghiera è intercedere per coloro che hanno bisogno. La solidarietà umana che ci lega gli uni agli altri fa si che siamo più o meno in carico gli uni agli altri nell’ordine della preghiera.
Possono esserci di esempio gli amici del paralitico di Cafarnao che calarono il malato con delle funi davanti a Gesù.
Il Signore fa ancora i miracoli se glieli chiediamo con fede e con insistenza.
Una fede e una insistenza che la Bibbia non esita a chiamare lotta con Dio.
Lottò Mosè per ottenere da Dio il perdono per suo popolo dopo il peccato del vitello d’oro.
Giacobbe lottò tutta la notte con l’angelo finche gli disse “Lasciami andare” e Giacobbe riprese “Non ti lascerò finche non mi avrai benedetto”.
“Non ti chiamerai più Giacobbe ma Israele perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto” (Gen 32, 28-30).
Il vigore dell’intercessione che anche oggi sale a Dio non temo di identificarlo con una autentica lotta con Dio.
Pregare è lottare con Dio.
Superare le barriere dell’indifferenza umana e del secolarismo che non ha più fiducia nella preghiera e a nome dell’umanità infedele chiedere a Dio di intervenire nei casi particolari in cui riteniamo che debba compiersi la sua volontà.
Compito principale della Chiesa è pregare, insegnare a pregare e intercedere per l’umanità.
La preghiera e il desiderio della pace
“La preghiera può tutto. Utilizziamola per portare pace al Medio Oriente e al mondo intero. #weprayforpeace”.
Con questo tweet Papa Francesco ha presentato su Twitter la sua iniziativa di invitare Abu Mazen e Shimon Peres, presente anche Bartolomeo I il patriarca ecumenico di Costantinopoli, per pregare nei Giardini Vaticani, ognuno a suo modo ma insieme, per la tormentata regione del Medio Oriente.
Si tratta di “un’invocazione alla pace”, ha sottolineato padre Pierbattista Pizzaballa, il custode della Terra Santa al quale Bergoglio ha affidato l’organizzazione di questo inedito “vertice di preghiera”.
Questa volta non ci saranno dunque i leader religiosi, ma i presidenti degli Stati di Israele e Palestina.
Non è la prima volta che accade un evento del genere in Vaticano, ma durante il Giubileo del 2000 si erano incontrati i leader religiosi che tuttavia avevano pregato in luoghi separati.
L’incontro avrebbe dovuto realizzarsi già durante il recente viaggio del Papa in Terrasanta ma i tempi e la logistica erano complessi.
Quel desiderio del cuore di Francesco però non è stato soffocato bensì espresso al termine della celebrazione di Betlemme e il Papa ha poi spiegato nel viaggio di ritorno nella conversazione con i giornalisti quell’invito a un momento di preghiera “a casa mia”, in Vaticano, per i presidenti israeliano e palestinese.
“Non abbiamo la presunzione che scoppi la pace, ma l’intento di portare quel respiro ampio che manca oggi: la pace non si fa nei salotti della politica ma anche con l’aiuto dei media e dell’opinione pubblica”, ha detto ai giornalisti il custode di Terra Santa interpretando il pensiero del Papa.
I due presidenti, ha ricordato, “non sono uomini religiosi ma credenti ed ognuno di loro rappresenta anche i cittadini del proprio paese credenti di altre religioni: ad esempio Peres anche i cristiani, anche palestinesi, cittadini israeliani, e Abu Mazen i drusi, che saranno anch’essi presenti in Vaticano con una delegazione).
Per il custode di Terra Santa si tratterà di una pausa rispetto alla politica, il Papa vuole alzare lo sguardo affinché si ricrei il desiderio della pace.
Padre Pizzaballa ha osservato che c’è grande interesse dei media e dell’opinione pubblica mondiale per questo incontro e che ciò testimonia un’attesa della gente di un cambiamento in Medio Oriente
In effetti, ci sarà un momento pubblico e che sarà in mondovisione grazie al CTV, e poi un incontro riservato, del quale non sapremo nulla.

Una preghiera comune per il mondo ferito
Questo momento tribolato e difficile per il dramma della perdurante pandemia e molto preoccupante per le sfide economiche e sociali, che la ripresa dopo il Covid-19 comporterà, ci fa sentire il bisogno di un aiuto dall’alto.
L’esperienza della nostra fragilità e dei nostri limiti di fronte a questa tragica situazione ci spinge a ritrovare la fiducia in Dio ed a bussare alla sua porta con la preghiera affinché la sua mano ci venga in aiuto.
È pertanto con viva gioia che viene salutata nel mondo l’annunciata iniziativa di una singolare “maratona” o “staffetta” di preghiere trasmessa in video dai principali santuari del mondo durante il prossimo mese di maggio.
Attesi i profondi bisogni e le rilevanti criticità del nostro tempo, da diverse istanze si auspicava una speciale iniziativa di preghiere.
Si avverte infatti la necessità di un supplemento di aiuto superiore che venga in soccorso di una duplice esigenza: porre fine alla pandemia che continua a mietere vittime e poi superare le enormi sfide che la ripresa dopo il Covid-19 dovrà affrontare.
La presente drammatica situazione ci spinge a invocare con fiducia l’aiuto di Dio.
E per arrivare al cuore di Dio, nel mese di maggio, ricorriamo alla Madonna, che come madre misericordiosa ci è vicina e comprende le nostre necessità; in pari tempo è in cielo vicino a Dio e può efficacemente intercedere per noi e soccorrerci in questo immane flagello.
La preghiera come lotta e perseveranza
Il Papa ricorda, poi, la storia di un padre disperato per la malattia della figlia di soli 9 anni, il quale trascorse tutta la notte in preghiera, aggrappato al cancello di un Santuario mariano, invocando la sua guarigione.
La mattina dopo, la bambina era fuori pericolo.
“Quel grido di quell’uomo che chiedeva tutto - spiega Francesco - è stato ascoltato dal Signore che gli aveva dato tutto”.
Di qui, l’invito del Pontefice ai fedeli ad avere coraggio nella preghiera, come Bartimeo, “grande maestro” ed “esempio di fede concreta, insistente e coraggiosa”.
Capisco perchè Papa Francesco chieda sempre e a tutti di pregare per Lui: grande è la consapevolezza della sua pochezza e la sua fede nella grandezza della potenza di Dio che “innalza gli umili e ha ricolmato di beni gli affamati”.
Dopo cinquanta sei anni di vita sacerdotale posso affermare di aver visto Dio all’opera con dei miracoli strappati alla Sua Onnipotenza dall’umile preghiera di tanti fedeli, di persone ritenute inutili alla vita civile e ai margini anche della visibilità della Chiesa.
La preghiera può farsi grido e lamento con un’audacia che solo chi crede veramente può avere.
L’uomo che prega è un essere umano che lotta con l’aiuto di Dio.
Quando il miracolo richiede la nostra partecipazione
Nella preghiera spesso chiediamo piccoli o grandi miracoli ma, alla fine, dobbiamo metterci del nostro per realizzarli.
Tempo fa lessi un libro interessante di Giacomo Poretti (quello del trio Aldo, Giovanni e Giacomo), uomo di animo profondo.
Mi colpì un passaggio toccante in cui l’autore ricorda la malattia terminale di una zia e l’affetto con cui i parenti riuscirono a consolarla prima di morire.
“Mi sono messo a pregare; poco dopo ho capito che sarebbe stato inutile pregarlo di restituirle la vita, e allora ho espresso una preghiera strana e, forse, nemmeno troppo impegnativa per Lui: l’ho pregato di togliere la paura a quella nostra amica, di toglierle l’angoscia di sentirsi sola e abbandonata in quel momento terribile. […] E forse ho capito. Ho compreso che quel miracolo che chiedevo a Lui, non solo era possibile, ma era già realizzato. […] Lui ci indica il modo, ma gli artefici del miracolo siamo noi. Noi con Lui. I miracoli bisogna desiderarli, ma soprattutto bisogna avere voglia di realizzarli: noi con Lui, o meglio, Tu con noi. Noi preghiamo, ma forse ancora di più prega Lui, e forse prega così: «Speriamo che la smettano di delegarmi, speriamo che capiscano che sono un loro alleato… Ah, quanto vorrei fare delle cose insieme a loro!” (Giacomo Poretti, Alto come un vaso di gerani).
Chiedere l’aiuto di Dio ovviamente non dispensa dall’agire.
Lui ci indica il modo, ma gli artefici del miracolo siamo noi. Noi con Lui.
I miracoli bisogna desiderarli, ma soprattutto bisogna avere voglia di realizzarli: noi con Lui, o meglio, Tu con noi.
La semplicità della preghiera
Nelle parole di Teresa vedo tutta l’innocenza e la fede semplice tipica dei bambini, un faro per noi adulti.
Teresa affida la sua mano a Dio, come farebbe con la sua mamma prima di attraversare una strada.
Ai bambini vengono insegnate, nelle ore di catechismo, le preghiere tradizionali; devono studiarle a memoria, imparare bene quelle parole con cui hanno pregato i loro genitori, i nonni fino ai più remoti antenati.
Così accade oggi e così accadeva quando io ero bambino.
Il problema è che i bambini non ne comprendono il significato perché le preghiere non vengono spiegate loro.
E i bambini di oggi, più di quelli di ieri, si pongono tante domande.
Alle preghiere che conosciamo a memoria preferisco di gran lunga quelle dei bambini, semplici, spontanee, dirette, senza troppi fronzoli.
Quante volte ascoltiamo in chiesa preghiere che dovrebbero essere state scritte dai bambini ma che di fatto non lo sono.
Teresa mi ha ricordato la preghiera più bella: Dio fai tu, tanto lo sai.
La preghiera nelle prove della vita
Desidero fare questa testimonianza prima di tutto per dare lode e gloria al Signore Gesù che oggi, come un tempo, compie meraviglie e per dire a tutti coloro che soffrono e che sono disperati di non arrendersi mai, di non abbandonare mai la speranza nel Signore e di confidare nell’amore misericordioso di Gesù, anche quando le cose vanno male e la situazione sembra senza rimedio, perché non c’è nulla al mondo che non possa essere guarito da Dio onnipotente: a lui tutto è possibile!
Alla fine di dicembre 2009, mio zio, fratello di mio papà, è stato ricoverato con urgenza in ospedale in fase terminale a causa di un tumore al polmone, con l’intestino bloccato e le gambe che non gli permettevano più di reggersi in piedi.
La T.A.C. fu lapidaria; le cure praticamente inutili perché inefficaci e i medici comunicarono alla famiglia che gli restava circa un mese di vita.
Tutti si arresero e si rassegnarono a tale situazione, ma non io che in altre difficili e dolorose esperienze di vita avevo già sperimentato la potenza dell’amore di Dio.
Mi sono recata più volte a Casanova a chiedere preghiere a don Adriano e ho partecipato con costanza alle S. Messe da lui celebrate.
Anch’io ho intensificato la preghiera e ho preso parte settimanalmente all’adorazione eucaristica nel Monastero Abbaziale.
Sono trascorsi ormai due anni e ora mio zio, considerando l’età avanzata, sta discretamente bene, è tornato a casa, non ha più problemi all’intestino, cammina nuovamente e gli esami clinici vanno bene; i medici sono stupiti perché, avendogli dato inizialmente solo un mese di vita, considerano questa guarigione un miracolo.
Tempo fa ho letto di un giornalista che metteva in discussione l’efficacia della preghiera perché, secondo lui, essa non è in grado di spostare di una sola virgola ciò che deve accadere e quindi è inutile.
La mia testimonianza, unita a moltissime altre, dimostra esattamente il contrario e sconfessa tale affermazione.
Nella preghiera l’uomo prende nelle mani la sua vita nel suo insieme, la porta dinanzi a Dio, a cui tutto deve, si dona lui con tutte le sue attese, le sue speranze, i suoi problemi e le sue angosce.
Pregare è comunicare con Gesù che può davvero cambiare in gioia il nostro dolore, che può cambiare la nostra vita se solo abbiamo fede e fiducia illimitata in lui.
Sia lode e gloria a Dio. Grazie a Gesù.