L’intervento di Benedetto XVI sul 1968 e la pedofilia nella Chiesa

Nel suo intervento sullo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa, Benedetto XVI collegò la diffusione della pedofilia alla crisi della fede in Dio, alla rivoluzione sessuale degli anni Sessanta e al «collasso della teologia morale cattolica».

Secondo il Papa emerito, il problema non poteva essere spiegato soltanto attraverso singoli comportamenti criminali o errori disciplinari, ma doveva essere collocato in una crisi culturale, spirituale ed ecclesiale più ampia, nella quale «la misura dell’umano» si era progressivamente perduta.

Il documento sugli abusi e il riferimento al 1968

È l’ ‘atto di accusa’ del papa emerito Benedetto XVI che, in 18 pagine, nel documento 'Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali', ha riunito alcuni appunti "con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere d’aiuto in questo momento difficile".

Joseph Ratzinger, nello scritto pubblicato su diverse testate in lingua tedesca e inglese (fra cui il mensile tedesco Klerusblatt), critica il "granitsmo" della Chiesa per il quale, negli anni ’80 del secolo scorso, sulla pedofilia "dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati. E questo fino al punto di escludere di fatto una condanna. Il loro diritto alla difesa venne talmente esteso che le condanne divennero quasi impossibili".

Ma influire sulla crisi, è stato anche e soprattutto il ’68: "Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accettarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sacerdotali in quegli anni e l'enorme numero di dimissioni dallo stato ecclesiastico furono una conseguenza di tutti questi processi", spiega Ratzinger.

In quello stesso periodo, a suo avviso, cominciò "un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a questi processi della società".

La rivoluzione sessuale e la relativizzazione del bene e del male

Il testo è diviso in tre parti. Nella prima parte, Ratzinger parla del contesto sociale, la rivoluzione sessuale avviata negli anni ’60.

E’ in questo periodo - scrive - che la pedofilia è stata considerata “come permessa” e anche “conveniente”.

In questo periodo si registra “il collasso delle vocazioni sacerdotali” e “l’enorme numero di dimissioni dallo stato clericale”, insieme al “collasso della teologia morale cattolica” che - afferma Benedetto XVI - inizia a cedere a tentazioni relativiste.

Secondo certa teologia - osserva - “non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tantomeno qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio”.

La fisionomia della rivoluzione del ’68 fece sì che anche le pedofilia fosse consentita.

Il '68 e il "collasso della teologia morale" Ma influire sulla crisi, è stato anche e soprattutto il ’68: "Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accettarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sacerdotali in quegli anni e l'enorme numero di dimissioni dallo stato ecclesiastico furono una conseguenza di tutti questi processi", spiega Ratzinger.

La crisi della teologia morale cattolica

La protesta contro il magistero della Chiesa Ratzinger cita la Dichiarazione di Colonia del 1989, firmata da 15 teologi cattolici, che si trasforma “in grido di protesta contro il magistero della Chiesa” e contro Giovanni Paolo II.

In questo periodo nasce l’Enciclica Veritatis splendor, pubblicata nel 1993, che contiene “l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone”.

“In ampi settori della teologia morale” - aggiunge - si sviluppa “la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale”, una concezione - osserva - che mette “radicalmente in questione l’autorità della Chiesa in campo morale” e in definitiva “la costringe al silenzio proprio dov’è in gioco il confine fra verità e menzogna”.

Nello stesso tempo, si verificò «un crollo della teologia morale cattolica».

La perdita del riferimento a Dio

Benedetto XVI - come si ricorderà - lo scorso mese di aprile aveva ripreso il problema degli abusi sessuali nella Chiesa con un lungo contributo in cui analizzava le cause del fenomeno.

Nel suo intervento, intitolato «Missbrauchsskandal in der katolischen Kirche» (Lo scandalo degli abusi nella Chiesa cattolica) si domandava: «Perché la pedofilia poté raggiungere una estensione del genere?

In ultima analisi - rispondeva - la ragione sta nell’assenza di Dio.

Anche noi cristiani e preti non parliamo volentieri di Dio, perché questo discorso non sembra essere pratico.

Ma una società in cui Dio è assente è una società in cui «la misura dell’umano va sempre più perdendosi».

Il Papa Emerito affronta in un testo lo scandalo degli abusi nella Chiesa: una crisi resa possibile dal progressivo eclissarsi della fede in Dio.

“La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore di Dio (…) Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uomini”: è quanto scrive il Papa Emerito Benedetto XVI in un lungo testo scritto per la rivista tedesca “Klerusblatt”, e diffuso dall’Agenzia Cna, in cui affronta la piaga degli abusi su minori compiuti da esponenti del clero.

La società senza Dio secondo Benedetto XVI

Antidoto al male è abbandonarsi all'amore di Dio Nella terza parte del testo, Benedetto XVI si chiede quali siano le risposte giuste della Chiesa.

“L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero - afferma - ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo” all’amore di Dio: “Questo è il vero antidoto al male”.

“Un mondo senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso”, in cui non ci sono più “i criteri del bene e del male” ma solo la legge del più forte: “Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste”.

Forte l’accusa alla società occidentale “nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire.

E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano” e può diventare “ovvio quel che è male e distrugge l’uomo”, come il caso della pedofilia: “Teorizzata, ancora non tanto tempo fa, come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più”.

La risposta a tutto questo - scrive - è tornare “di nuovo a imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita”.

Crisi della fede e scandalo degli abusi

Le conseguenze nei seminari e nella formazione sacerdotale

Nella seconda parte del testo, il Papa Emerito parla delle conseguenze di questo processo sulla formazione e la vita dei sacerdoti.

“In diversi seminari - scrive - si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente”.

Anche in vari seminari - aggiungeva Benedetto XVI - si erano formati dei club omosessuali che agivano più o meno apertamente e cambiarono in modo significativo il clima dei seminari.

“La Santa Sede sapeva di questi problemi, senza esserne informata nel dettaglio”.

“Il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento critico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momento, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo” fino a “sviluppare una specie di nuova, moderna «cattolicità»”.

Il diffuso collasso delle vocazioni sacerdotali in quegli anni e l'enorme numero di dimissioni dallo stato ecclesiastico furono una conseguenza di tutti questi processi.

Quando la pedofilia divenne una questione pubblica

Il processo è poi proseguito negli anni '70 e '80, quando la pedofilia è diventata "una questione scottante".

La questione della pedofilia, per quanto lui ricordi, “è divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ‘80”.

E "la Santa Sede sapeva di questi problemi", sebbene non in dettaglio.

La risposta della Chiesa agli abusi Benedetto XVI sottolinea che la questione della pedofilia, per quanto lui ricordi, “è divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ‘80” e in un primo momento è affrontata in modo blando e con lentezza, garantendo in particolare i diritti degli accusati rendendo quasi impossibili le condanne.

La gestione degli abusi e i diritti degli accusati

Negli anni ’80 del secolo scorso, sulla pedofilia "dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati".

E questo fino al punto di escludere di fatto una condanna.

Il loro diritto alla difesa venne talmente esteso che le condanne divennero quasi impossibili.

Per questo, concorda con Giovanni Paolo II sull’opportunità di attribuire la competenza degli abusi sui minori alla Congregazione per la Dottrina della Fede, in modo da “poter legittimamente comminare la pena massima”, attraverso “un vero processo penale”: la dimissione dallo stato clericale.

Tuttavia si verificavano dei ritardi che “dovevano essere evitati”.

Per questo - ha osservato - “Papa Francesco ha intrapreso ulteriori riforme”.

Il ruolo di Giovanni Paolo II e il rapporto con Papa Francesco

Il papa emerito spiega anche che Giovanni Paolo II operò per arginare quella che ha ritenuto una deriva pericolosa.

Benedetto XVI prende spunto dall’Incontro del febbraio scorso sulla protezione dei minori nella Chiesa promosso da Papa Francesco per dare “un segnale forte” e “rendere di nuovo credibile la Chiesa come luce delle genti e come forza che aiuta nella lotta contro le potenze distruttrici”.

Afferma di voler dare il suo contributo a questa missione “pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità” e ringrazia Papa Francesco “per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata”.

Ratzinger ha inoltre precisato di aver pubblicato i suoi scritti dopo aver sentito il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin.

La risposta spirituale: tornare a Dio

Nella terza parte del testo, Benedetto XVI si chiede quali siano le risposte giuste della Chiesa.

“L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero - afferma - ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo” all’amore di Dio: “Questo è il vero antidoto al male”.

La risposta a tutto questo - scrive - è tornare “di nuovo a imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita”.

La fede nell'Eucaristia In questa prospettiva di ritorno a Dio, il Papa Emerito parla anche della necessità di rinnovare la fede nell’Eucaristia, spesso declassata a “gesto cerimoniale” che distrugge “la grandezza del mistero” della morte e risurrezione di Cristo.

Occorre invece “comprendere nuovamente la grandezza della sua passione, del suo sacrificio. E dobbiamo fare di tutto per proteggere dall’abuso il dono della Santa Eucaristia”.

Una Chiesa non «inventata» dagli uomini

Nessuna speranza da una Chiesa fatta da noi “Se riflettiamo sul da farsi - spiega - è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi”.

“Oggi la Chiesa viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico”.

“La crisi causata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisamente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo.

Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza”.

Le menzogne del diavolo Benedetto XVI indica l’azione del diavolo, l’accusatore che “vuole dimostrare che non ci sono uomini giusti”, denigrando così anche Dio: “No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania.

La Chiesa di Dio c’è anche oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva.

È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono.

Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile”.

“La Chiesa di oggi è come non mai una Chiesa di martiri e così testimone del Dio vivente”.

La risposta di Benedetto XVI alle critiche

L’intervento ebbe un’eco mondiale.

Oltre ai numerosi consensi, suscitò anche aspre critiche.

Ora Benedetto XVI ha ripreso il discorso con una breve nota, pubblicata nel n. 7 dello scorso luglio sul mensile Herder Korrespondenz, rispondendo in particolare alla sig.ra Aschmann - e indirettamente agli altri critici - che, nel medesimo periodico (luglio 2019), aveva scritto un articolo molto duro, intitolato Das wahre katholische Leiden (La vera sofferenza cattolica nel 1968).

Nella sua risposta Benedetto sottolinea qual era il punto centrale del suo scritto e rimprovera ai suoi critici di averlo ignorato, falsando il significato del suo intervento.

«Il contributo della signora Aschmann (“La vera sofferenza cattolica nel 1968”, HK, luglio 2019, 44-47), nonostante la sua unilateralità, può stimolare un’ulteriore riflessione.

Si tratta di una reazione alla mia pubblicazione sul Klerusblatt in chiarimento alla crisi degli abusi (n. 4/20q9, 75-81).

La reazione è insufficiente ed è tipica del generale deficit di recezione del mio testo.

Mi sembra che nelle quattro pagine dell’articolo della signora Aschmann non appaia la parola Dio, cosa che ho posto al centro della questione».

Ho scritto: “Un mondo senza Dio può essere solo un mondo senza significato… La società occidentale è una società in cui Dio è assente dal grande pubblico e non ha niente da dirgli.

Ed è per questo che è una società in cui la misura dell’umano si perde sempre più”.

Per quanto posso vedere nella maggior parte delle reazioni al mio contributo, Dio non appare affatto, e perciò non viene affrontato proprio quello che volevo sottolineare come il punto chiave della questione.

Il fatto che l’articolo della Aschmann ignori il passaggio centrale della mia argomentazione, proprio come la maggior parte delle reazioni di cui sono venuto a conoscenza, mi mostra la gravità di una situazione in cui la parola Dio sembra spesso emarginata nella teologia».

Il significato del 1968 nell’argomentazione di Ratzinger

Era prevedibile che il documento di Benedetto XVI sugli abusi sessuali nella Chiesa potesse far discutere e dividere.

Basta registrare l’accanimento con il quale i siti tradizionalisti «abbracciano» la scomunica della «Rivoluzione del ‘68» da parte del Papa emerito: senza vedere che nelle sue parole c’è non un’accusa a quei movimenti, ma al modo in cui la Chiesa li ha interiorizzati.

La pedofilia è soltanto il sintomo più vistoso di un indebolimento profondo, di valori, quasi identitario.

Per questo Benedetto XVI lo ha additato.

Dividersi su questo tema significherebbe preparare nuove fratture, invece di riflettere e trovare una strada comune, condivisa.

La tentazione di scansare i problemi scaricandoli su un fronte Vaticano «nemico» sembra rispondere a un istinto suicida.

Significherebbe fare vincere una logica da resa dei conti, agli antipodi di una Chiesa che fa dell’inclusione, dell’armonia e soprattutto dell’unità il suo comandamento non scritto.

Il contesto delle dimissioni di Benedetto XVI

Al fondo ripropone il tema dei rapporti tra Papa Francesco e il Papa emerito:rapporti mai codificati dopo le dimissioni epocali di Joseph Ratzinger nel febbraio del 2013; e risolti in questi anni con un rapporto personale affettuoso e collaborativo tra i due pontefici, unito al profilo discretissimo, quasi da eremita, scelto dal predecessore: sebbene Jorge Mario Bergoglio lo abbia sempre incoraggiato a partecipare e dare consigli.

Ma il testo scritto da Benedetto XVI per la rivista bavarese «Klerusblatt», anticipato giovedì dal «Corriere», ha messo in crisi questo schema.

In un Vaticano dove la coesistenza tra i due è stata sempre regolata con un miracolo di equilibrio e di rispetto dei rispettivi ruoli, si è inserito come una perturbazione imprevista e foriera, se non di tempesta, di malintesi più o meno interessati.

Forse perché la riunione mondiale sulla pedofilia, convocata a fine febbraio da Francesco, non ha dato i risultati sperati.

E dunque le osservazioni di Benedetto hanno toccato un nervo scoperto.

O forse perché gli oppositori del pontefice argentino non aspettavano che una presa di posizione del Papa emerito, per strattonarlo dalla propria parte.

La sensazione trasmessa dal conflitto sordo che gli «appunti» hanno mostrato è questa.

Sia il «cerchio magico di Santa Marta», con i tifosi di Francesco, sia la filiera dei nostalgici irriducibili di Ratzinger, tendono a trasformare quel documento in un’arma da brandire contro l’altro; e dunque a radicalizzare una contrapposizione che in realtà non è mai esistita in questi termini.

Anche quando sono affiorate divergenze di vedute, Francesco e Benedetto le hanno gestite con una discrezione e una volontà unitaria ammirevoli.

Adesso, la prospettiva che questo equilibrio si spezzi appare nefasta.

Ortodossia teologica di Benedetto contro presunta «eresia» di Francesco: visioni opposte e entrambi caricaturali.

Ma soprattutto, artificiosamente e pericolosamente inconciliabili.

Gli equilibri stabiliti sei anni fa sono cambiati.

Ma gli «appunti» ratzingeriani rivelano, non provocano questa novità.

E le tensioni che ne sono nate erano, evidentemente, latenti.

Il rapporto tra la lotta agli abusi e l’azione di Benedetto XVI

Benedetto XVI è stato il primo Papa ad avviare una campagna di "tolleranza zero" per sradicare il fenomeno della pedofilia nel clero e per punire i colpevoli, compresi i vescovi 'omertosi'.

Fu lui - a cui, all'epoca ancora cardinale, si deve la clamorosa denuncia della "sporcizia nella Chiesa" nella Via Crucis del 2005 - a portare a sentenza l'annoso processo sul 'caso Maciel', il fondatore dei Legionari di Cristo.

E fu lui a volere massima trasparenza su ogni caso, contro la prassi degli insabbiamenti delle denunce di abusi e dei semplici spostamenti dei pedofili da una diocesi all'altra.

L'emergere di sempre nuove vicende risalenti ai decenni passati fece però divampare ancora di più lo scandalo a livello globale.

Il Papa indirizzò anche una lettera "ai cattolici d'Irlanda", Paese tra i più colpiti.

La forte spinta anti-pedofili da parte di Benedetto XVI, insomma, sembrò diventare un'arma a doppio taglio, che s'infiammò ancora di più negli anni successivi con le uscite delle varie indagini indipendenti o governative in diversi Paesi europei, in singole diocesi, come pure negli Stati Uniti.

Il caso dell’arcidiocesi di Monaco

Lo scandalo, all'inizio del 2010, investì anche la Chiesa tedesca e in marzo arrivò a sfiorare lo stesso Benedetto XVI, già arcivescovo di Monaco di Baviera dal 1977 al 1982: proprio in quel ruolo, l'allora cardinale Joseph Ratzinger accettò nel 1980 di accogliere nella sua diocesi, da quella di Essen, al solo scopo di farlo curare, un sacerdote sospettato di molestie sessuali su minori.

Secondo la ricostruzione fatta dalla diocesi di Monaco, l'allora vicario generale della capitale bavarese, mons. Gerhard Gruber, decise però di affidare al religioso, definito retrospettivamente come "padre H.", un ruolo pastorale in una parrocchia.

Ciò senza avvertire il suo superiore, ovvero lo stesso Ratzinger.

Il sacerdote si rese poi responsabile di nuovi crimini di pedofilia tanto che nel 1986 il tribunale dell'Alta Baviera lo condannò a 18 mesi di carcere e a una multa di 4 mila marchi tedeschi.

Immediatamente, sia il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, sia l'arcivescovado di Monaco sostennero l'assoluta estraneità di Benedetto XVI a quanto accaduto.

Lo stesso ex vicario generale, mons. Gruber, si assunse ogni colpa, con una dichiarazione pubblicata sul sito diocesano.

Ma il caso tornò a galla nel gennaio 2022, quasi nove anni le dimissioni di Benedetto XVI - intanto nel 2019 suscitò non poche polemiche un suo testo sulla pedofilia nella Chiesa, da lui collegata al "collasso morale" della rivoluzione sessuale del '68 - con l'uscita del rapporto indipendente sugli abusi sessuali nell'arcidiocesi bavarese, che ha accusato Ratzinger di "comportamenti erronei" nella gestione di singoli casi.

Tra l'altro, in quei giorni l'autodifesa del Papa emerito conobbe uno spiacevole inciampo quando dovette correggere una sua dichiarazione essenziale rilasciata in relazione al dossier.

Contrariamente al suo precedente resoconto, infatti, Ratzinger partecipò alla riunione dell'Ordinariato il 15 gennaio 1980, durante la quale si parlò del prete giunto da Essen che aveva abusato di alcuni ragazzi ed era venuto a Monaco per una terapia.

Tuttavia, dichiarò il segretario particolare mons. Georg Gaenswein, nell'incontro in questione "non fu presa alcuna decisione circa un incarico pastorale del sacerdote interessato".

Piuttosto, la richiesta fu approvata solo per "consentire una sistemazione per l'uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco di Baviera".

La questione che restava in piedi, però, era che Benedetto sapeva del prete accusato di pedofilia, anziché il contrario.

In seguito, al prete fu affidata la cura delle anime e continuò nei suoi comportamenti.

E l'accusa che veniva rivolta all'allora arcivescovo Ratzinger era di non aver preso alcun provvedimenti affinché ciò non accadesse.

Un'accusa che è costata all'ormai 95/enne Ratzinger anche una denuncia sporta in sede civile al Tribunale provinciale di Traunstein, nella Baviera tedesca, da un uomo che ha riferito di aver subito gli abusi proprio dal recidivo H. nella località di Garching an der Alz.

Il Papa emerito, agli inizi di novembre 2022, ha anche accettato di difendersi nella causa insieme agli altri tre denunciati: oltre al prete già condannato penalmente, anche il cardinale Friedrich Wetter, successore di Ratzinger sulla cattedra di Monaco, e l'arcidiocesi stessa.

Se non si fosse dichiarato disposto alla difesa, il Pontefice emerito, nella quiete dell'ex monastero Mater Ecclesiae, avrebbe rischiato una condanna in contumacia.

La centralità della responsabilità ecclesiale

Le osservazioni di Benedetto XVI non eliminano la responsabilità personale dei criminali né quella istituzionale di chi ha omesso controlli, ha ritardato le indagini o ha trasferito sacerdoti accusati senza proteggere i minori.

Il testo colloca però queste responsabilità dentro una crisi più ampia: la perdita di riferimenti morali condivisi, l’indebolimento della formazione sacerdotale, la difficoltà della Chiesa nel riconoscere tempestivamente la gravità degli abusi e la marginalizzazione della fede in Dio.

La risposta della Chiesa agli abusi Benedetto XVI sottolinea che la questione della pedofilia, per quanto lui ricordi, “è divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ‘80” e in un primo momento è affrontata in modo blando e con lentezza, garantendo in particolare i diritti degli accusati rendendo quasi impossibili le condanne.

Tuttavia si verificavano dei ritardi che “dovevano essere evitati”.

La Chiesa come comunità di peccatori e di santità

“No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania.

La Chiesa di Dio c’è anche oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva.

È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono.

Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile”.

Alla fine del testo, il Papa Emerito osserva che “vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che rafforza noi stessi e che sempre di nuovo ci fa essere lieti della fede”.

E conclude esprimendo la sua gratitudine a Papa Francesco per quanto sta facendo per mostrare a tutti che la luce di Dio anche oggi non è tramontata: “Grazie, Santo Padre!”.

tags: #intervento #di #benedetto #xvi #su #1968