Isaia 49: «Il Signore mi ha abbandonato» — spiegazione e significato

In Isaia 49,14 Sion interpreta la propria desolazione come il segno dell’abbandono divino: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». La risposta di Dio, però, rovescia questa conclusione: «Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».

Il brano è una promessa di speranza rivolta a una comunità ferita dall’esilio, dalla distruzione e dalla perdita della propria terra, della città e del tempio. Dio non rimprovera Sion per i suoi dubbi, ma risponde con immagini di tenerezza, memoria, ricostruzione e ritorno dei figli.

Il contesto storico di Isaia 49

Il libro di Isaia contiene tre blocchi di predicazione. Dal capitolo 1 al 39 è racchiusa la predicazione del grande Isaia, che risale al settecento. Poi dal capitolo 40 al 55 si trova la predicazione del Secondo Isaia, un profeta anonimo dell'esilio, nel secolo sesto.

Questo profeta anonimo, dell'esilio, la cui predicazione è stata raccolta e messa accanto alla predicazione del grande Isaia, si chiama convenzionalmente il profeta della consolazione, perché l'iniziale capitolo 40 esordisce con l'invito: «Consolate, consolate il popolo mio, dice il Signore». Questo profeta ha ricevuto da Dio la missione di consolare il suo popolo.

Il testo si pone all'epoca dell'esilio. Nel 586 Gerusalemme è stata conquistata e distrutta da Nabucodonosor e la classe dirigente è stata deportata.

Nel 586 la stessa sorte capita al regno del Sud, con la deportazione. In Mesopotamia c'erano ebrei del regno del Nord ed ebrei del regno del Sud. Il profeta della consolazione è uno dei deportati e vive con loro.

I deportati in esilio avevano perduto quello che di più caro avevano: la terra, la dinastia davidica, la città santa. Gli esuli avevano perduto tutto e Gerusalemme era una rovina. Le mura di difesa abbattute, distrutto il tempio di Salomone.

Gli esuli avevano perduto anche la speranza. Non speravano più nel proprio Dio. Il profeta riceve da Dio la missione di ricostruire la speranza.

Gerusalemme distrutta durante l’esilio babilonese

La posizione del passo nel capitolo 49

Nei capitoli precedenti erano state dette cose gloriose riguardo alla liberazione degli ebrei da Babilonia; ma affinché nessuno pensasse, quando si compì, che sembrava molto più grande e luminoso nella profezia che nell'esecuzione, e che il ritorno di circa 40.000 ebrei in condizioni povere da Babilonia a Gerusalemme non fosse un evento che rispondesse sufficientemente all'altezza e alla grandezza delle espressioni usate nella profezia, qui viene a mostrare che la profezia aveva un'ulteriore intenzione, e doveva avere il suo pieno compimento in una redenzione che avrebbe dovuto superare di gran lunga queste espressioni tanto quanto le altre sembravano venirne meno, anche la redenzione del mondo per mezzo di Gesù Cristo, di cui non solo Ciro, che era servo di Dio nel predirla, era un tipo.

In questo capitolo abbiamo, I. La designazione di Cristo, sotto il tipo di Isaia, al suo ufficio di Mediatore Isaia 49:1-3. II. La certezza che gli fu data del successo della sua impresa tra i Gentili Isaia 49:4-8. III. La redenzione che dovrebbe essere operata da lui, e il progresso di quella redenzione Isaia 49:9-12. IV. L'incoraggiamento dato quindi alla chiesa afflitta Isaia 49:13-17. V. L'aggiunta di molti ad essa, e l'istituzione di una chiesa tra i Gentili Isaia 49:18-23. VI. Una ratifica della profezia della liberazione degli ebrei da Babilonia, che doveva essere la figura e il tipo di tutte queste benedizioni, Isaia 49:24-26.

Prenderemo in considerazione il testo a partire dal versetto 14. Tralasciamo i versetti dall'8 al 12, che riportano un oracolo di Dio, una parola di Dio rivolta al profeta di promessa agli esuli, una parola di liberazione, un impegno di Dio a liberare gli esuli.

Così pure il versetto 13 che è un canto di lode. Il profeta si rivolge ai cieli, alla terra, ai monti e dice «giubilate», partecipate alla gioia degli esuli, perché il Signore consola il suo popolo.

La struttura del brano: un dialogo tra Sion e Dio

Il passo potrebbe essere definito un dialogo, anche drammatico, tra Sion e Dio. Al versetto 14 abbiamo «Sion ha detto». Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato».

Dal 15 al 20 abbiamo la risposta di Dio: Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.

Il pensiero di Sion in forma di domanda (21) Tu penserai: «Chi mi ha generato costoro? Io ero priva di figli e sterile; questi chi li ha allevati? Ecco, ero rimasta sola e costoro dove erano?».

La risposta di Dio (22-23): Così dice il Signore Dio: «Ecco, io farò cenno con la mano ai popoli, per le nazioni isserò il mio vessillo».

Nuovamente l'incredulità di Sion (24): Si può forse strappare la preda al forte? Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno?

Risposta di Dio (25-26): Eppure dice il Signore: «Anche il prigioniero sarà strappato al forte, la preda sfuggirà al tiranno. Io avverserò i tuoi avversari; io salverò i tuoi figli».

VersettiVoce principaleContenuto
14Sion«Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato».
15-20DioDio promette di non dimenticare Sion e annuncia il ritorno dei suoi figli.
21SionSion esprime stupore davanti alla nuova fecondità.
22-23DioLe nazioni collaboreranno al ritorno dei figli di Sion.
24SionLa liberazione sembra umanamente impossibile.
25-26DioDio promette di liberare i prigionieri e di opporsi agli oppressori.

Tutte le parole di Dio sono al futuro, mentre la prima espressione di Sion è al passato. La risposta di Dio non è quella di suscitare davanti all'incredulo disperato, in questo caso la città di Sion, una realtà.

Dio si presenta a questo disperato con una promessa. E' la promessa di Dio contro la rassegnata convinzione di Sion.

«Il Signore mi ha abbandonato»: il significato del lamento di Sion

«Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”».

Una delle regole principi della poesia ebraica è il parallelismo, che può essere sinonimico (la seconda proposizione ripete con piccoli cambiamenti la prima), antitetico (la seconda proposizione afferma il contrario della prima), sintetico (la seconda fa una sintesi dell'elemento del primo con uno nuovo).

Nel nostro caso ci troviamo di fronte ad un parallelismo sinonimico: le due proposizioni sono parallele ed esprimono la stessa realtà: la dimenticanza è uguale all'abbandono.

La memoria non vuol dire far venire in mente. Dimenticare è abbandonare. La realtà dimenticata è lontana, assente, non è più presente.

Sion fa quella affermazione perché la sua situazione è di desolazione totale. Sion è un cumulo di rovine, la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è deportata, non c'è più prospettiva.

Dalla rilevazione di una situazione tragica si risale ad una affermazione teologica o religiosa: siccome siamo in una situazione di perdita assoluta ciò vuol dire che Dio ci ha dimenticati, che siamo abbandonati, che non siamo più presenti nella sua vita, nella sua azione.

E' una parola di rassegnazione teologica. Siamo rassegnati alla situazione tragica in cui siamo perché l'unico che potrebbe riportarci a vita ci ha dimenticato, non siamo più presenti a lui.

La rassegnazione prende motivo dalla situazione, dalla situazione teologicamente interpretata. Non solo quindi dalla situazione oggettiva, ma dal fatto che si è assenti dalla mente di Dio e si è soli.

Il dolore come matrice del dubbio è un elemento costante della condizione umana ed è normale che metta in questione la fede.

Sion deve confrontarsi con una difficile vicenda storica, evocata dalla situazione coniugale anomala: un marito latitante, figli davanti ai quali non può ostentare sicurezza, avversari terribili.

La risposta di Dio: «Io invece non ti dimenticherò mai»

La prima risposta di Dio è una domanda: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?».

Come una mamma non può dimenticarsi del figlio, del frutto delle sue viscere, così Dio.

Le viscere sono l'espressione dell'amore tenero ed emotivo della mamma. La parola «amore» tradotta a volte con misericordia, in ebraico è «rahamîm», le viscere che si commuovono.

E' un primo argomento che Dio fa valere contro la rassegnazione: se ammettete che una mamma non si può dimenticare del figlio, così dovete ammettere che io non mi posso dimenticare di voi, che siete miei figli.

L'elezione del popolo è anche tradotta con «voi siete i miei figli, io sono il padre». Qui troviamo la variante della madre e la costante della figliolanza.

La seconda parte va oltre il paragone: Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.

Anche se una madre sventurata si dimenticasse del figlio, non può avvenire che io mi dimentichi, afferma Dio.

La parola di Dio è rassicurante. Dio è una madre che non può mai essere sventurata.

L'Amore di Dio è più tenero e sicuro di quello di una madre, perché è senza alcuna eccezione: «Io invece non ti dimenticherò mai».

La rassicurazione si basa solo sulla parola di Dio, non ci sono prove immediate. La parola rassicurante di per sé fa a pugni con la situazione presente.

E' dalla situazione sventurata che gli ebrei hanno dedotto che Dio si è dimenticato del suo popolo. Dio risponde che il popolo non è mai assente dalla vita di Dio.

Unicamente la parola di Dio è contro la percezione normale della situazione che dice tutt'altro.

«Ti ho disegnato sulle palme delle mie mani»

Dopo questa rassicurazione generale Dio insiste nell'avvalorare la propria affermazione: Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me.

E' un modo molto plastico per affermare la presenza costante del popolo davanti a Dio.

La frase «ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» esprime una memoria continua, concreta e personale. Sion non è una realtà cancellata dalla storia divina: la sua immagine è sempre davanti a Dio.

Le mura di Gerusalemme, proprio quelle che l'esilio ha abbattuto, restano davanti agli occhi di Dio. La promessa non nega la distruzione già avvenuta, ma afferma che essa non rappresenta l'ultima parola.

La ricostruzione e il ritorno dei figli

Al versetto 17, l'ebraico non parla di ricostruttori (bonìm) bensì di figli (banìm): l'assonanza dei due termini suggerisce di lasciare il Testo come è (banìm «figli»), pensando che sotto ci sia un chiaro gioco di parole.

Ebbene, sono proprio costoro, i figli, ad affrettarsi, dato che, in fondo, non serve a granché ricostruire una città se essa resta priva di abitanti.

«I tuoi figli accorrono; i tuoi distruttori, i tuoi devastatori si allontanano da te».

La ricostruzione di Sion non è presentata soltanto come ricostruzione di edifici. La città rinasce perché tornano le persone che la rendono viva.

«Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si radunano, vengono a te».

La città che era vuota ora si riempie di figli. Il movimento è opposto a quello dell'esilio: prima gli abitanti erano stati allontanati, ora si radunano e tornano.

«Com’è vero che io vivo - oracolo del Signore -, ti vestirai di tutti loro come di ornamento, te ne ornerai come una sposa».

Sion riceve inoltre dei doni (monili e cintura, v.18) che sono un ritorno al fidanzamento.

La metafora della sposa trasforma la città devastata in una figura nuovamente amata, adornata e feconda. Il ritorno dei figli diventa la sua bellezza e il segno visibile della sua restaurazione.

Poiché le tue rovine e le tue devastazioni e la tua terra desolata saranno ora troppo stretti per i tuoi abitanti, benché siano lontani i tuoi divoratori.

Ugualmente al v.19 troviamo un brusco passaggio del verbo che non è bene normalizzare. Suona infatti il testo alla lettera: Perché i tuoi luoghi deserti e le tue rovine E il tuo paese devastato Tu sarai subito troppo angusta per i suoi abitanti.

Il salto dall’immagine dei luoghi al pronome personale funziona con l’immediatezza di un primo piano improvviso, dopo che lo sguardo sia partito da lontano.

La città distrutta sarà troppo piccola per contenere la moltitudine dei suoi nuovi abitanti. La desolazione non è quindi l'ultima immagine di Sion: le rovine saranno attraversate da una vita così abbondante da rendere necessario nuovo spazio.

La sorpresa di Sion: dalla sterilità alla fecondità

Di nuovo ti diranno agli orecchi i figli di cui fosti privata: «Troppo stretto è per me questo posto; scòstati, perché possa stabilirmi».

Tu penserai: «Costoro, chi me li ha generati? Io ero priva di figli e sterile, esiliata e prigioniera, e questi, chi li ha allevati? Ecco, ero rimasta sola, e costoro dov’erano?».

Dio va avanti con il suo progetto, e ricostruirà e ripopolerà la città di Gerusalemme. A quel punto il profeta, prevedendo questo futuro, si chiede come reagirà Sion di fronte a tutto questo.

«Tu penserai»: c'è un futuro anche per Sion. Prima c'era il presente di Sion della rassegnazione, nella convinzione che Dio lo ha abbandonato.

Poi la ricostruzione ad opera di Dio e la reazione di Sion di gioiosa incredulità.

La sterile è la donna che non può avere figli come Sion. Sion non può generare né allevare figli. Ecco, ero rimasta sola e costoro dove erano?

E' l'incredulità di Sion di fronte al prodigio, dalla sterilità alla nuova fecondità. La domanda di Sion è: «Chi mi ha ridato i figli?».

E' una domanda di gioiosa incredulità. Questa immagine della sterile che avrà molti figli risuona in molti testi di Isaia.

La città rimasta vedova, sterile e sola si scopre nuovamente madre. Il futuro annunciato da Dio appare così sorprendente che Sion non riesce subito a riconoscerlo come possibile.

Il ruolo delle nazioni nel ritorno

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io farò cenno con la mano ai popoli, per le nazioni isserò il mio vessillo. Riporteranno i tuoi figli in braccio, le tue figlie saran portate sulle spalle».

Dio non annuncia soltanto il ritorno degli esuli, ma anche la partecipazione dei popoli a questo ritorno.

I re saranno i tuoi tutori, le loro principesse tue nutrici. Con la faccia a terra essi si prostreranno davanti a te, baceranno la polvere dei tuoi piedi.

Il linguaggio è quello di un rovesciamento storico: coloro che rappresentano il potere e le nazioni non saranno più strumenti della deportazione, ma collaboreranno alla restaurazione di Sion.

Allora tu saprai che io sono il Signore e che non saranno delusi quanti sperano in me.

Il riconoscimento di Dio non nasce soltanto da una spiegazione teorica. Sion lo riconoscerà attraverso l'esperienza della liberazione e della fedeltà della promessa.

La domanda sull’impossibilità della liberazione

Si può forse strappare la preda al forte? Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno?

Le due domande sono retoriche, hanno una chiara risposta, quella dell'impossibilità. Sion, rassegnata, afferma che è umanamente impossibile la liberazione.

A questa rilevazione dell'impossibilità risponde Dio che conferma la realizzazione.

Abbiamo quindi il primo dialogante, Sion, che esprime anzitutto la sua rassegnazione, esprime la convinzione che è impossibile riavere la vita.

Quando vedrà i suoi figli nuovi si chiede chi li ha ridati. Dalla situazione attuale, Sion, rassegnata e convinta di essere abbandonata da Dio, ha solo delle domande da fare.

Il tutto è nelle mani di Dio. L'impossibilità umana e la possibilità di Dio.

La promessa di Dio contro la rassegnazione

Le risposte di Dio sono tutte volte al futuro (i verbi sono al futuro). Dio risponde con promesse, quindi non mettendo sotto gli occhi una realtà che smentisce la rassegnazione, ma chiedendo fiducia.

«Io non ti dimenticherò» non può essere oggetto di osservazione immediata, ma solo di abbandono fiducioso alla promessa di Dio.

Il vero tema del brano sarà la speranza. Attraverso questo brano il profeta vuole riaccendere la speranza degli esuli.

Mette in bocca agli esuli parole di rassegnazione e di incredulità, riporta la parola di Dio che è una promessa e invita gli esuli ad affidarsi alla promessa.

La risposta di Dio non consiste nel negare il dolore di Sion. Dio non dice che le rovine non esistono, che l'esilio non è stato reale o che la perdita non è stata grave.

La parola divina afferma invece che la situazione presente non esaurisce il significato della storia. Il fatto che Sion si senta dimenticata non dimostra che Dio l'abbia dimenticata.

Dio rispetta i dubbi nati dalla sofferenza

Dio ha rispetto dei dubbi umani che nascono nella sofferenza.

Si noti il tono delle sue risposte alle obiezioni di Sion: manca qualunque rimprovero, così come sono assenti affermazioni apodittiche, perentorie e di ostentata sicurezza.

Abbondano invece i gesti e le immagini che fanno riferimento più alla rassicurazione in positivo della città che non alla confutazione dei suoi dubbi.

Il dolore non viene trattato come una colpa da reprimere. Sion può pronunciare il proprio lamento, porre domande e persino esprimere la propria incredulità davanti alla promessa.

Le risposte divine procedono attraverso immagini: una madre che non dimentica il figlio, le mani sulle quali è scolpita l'immagine di Sion, le mura sempre presenti, i figli che accorrono, la città che diventa troppo stretta e la sposa adornata.

Queste immagini non eliminano immediatamente la sofferenza, ma danno alla speranza una forma concreta e comprensibile.

Il significato delle mani e delle mura

«Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me».

La mano è il luogo dell'azione, della protezione e della memoria concreta. Dire che Sion è stata disegnata sulle palme delle mani significa rappresentarla come inseparabile da Dio.

Le mura sono il simbolo della città, della sua identità e della sua sicurezza. Anche se materialmente sono state abbattute, esse restano davanti a Dio.

Il testo tiene insieme due realtà: la distruzione storica e la memoria divina. Sion può vedere solo le rovine, mentre Dio vede già la città custodita nella promessa.

Il Servo e l’orizzonte universale del capitolo

Isaia 49 non comincia direttamente con il lamento di Sion. Ai vv.1-13 incontriamo un personaggio che avevamo visto in Is.42, 1-9, il cosiddetto «servo del Signore».

Questo secondo canto del Servo, anzi presenta alcuni elementi paralleli al primo, in particolare: Is.42,6; Is.49,8 il tema dell’alleanza Is.42,6; Is.49,6 con il simbolo della luce Israele è luce delle nazioni e, mediante l’insegnamento della Torah, offre ai pagani la via d’accesso all’alleanza.

L'espressione «è troppo poco» dà, infatti, alla missione del «servo» un respiro universale.

Dio gli assicura che Israele è per lui un campo d'azione troppo ristretto: non deve, infatti, limitarsi a ricondurgli Giacobbe insieme a Israele, riunificati. Il suo compito missionario travalica bensì quest'orizzonte interno per aprirsi nei confronti delle genti.

Il Redentore è presentato come luce per le nazioni e strumento della salvezza fino alle estremità della terra.

Il vangelo sarà glorioso agli occhi del mondo; anche se non sarà così agli occhi degli ebrei, sarà tuttavia accolto dalle nazioni.

Quindi Simeone imparò a chiamare Cristo una luce per illuminare i Gentili (Luca 2:32), e l'esposizione di Paolo di questo testo è ciò a cui dovremmo attenerci, e serve come chiave di lettura del contesto, Atti 13:47.

In questo il Redentore fu veramente glorioso, anche se Israele non fu radunato; l'instaurazione del suo regno nel mondo dei Gentili fu un onore maggiore per lui che se avesse suscitato tutte le tribù di Giacobbe.

Questa prospettiva amplia il senso del capitolo: la consolazione di Sion è legata alla ricostituzione del popolo, ma anche all'apertura della salvezza verso i popoli lontani.

Il significato del Servo: interpretazione individuale e collettiva

A questo punto si ripropone ancora il problema dell’identità del misterioso servo, che si autopresenta ai vv.1-9.

Abbiamo dei testi molto vicini ad essi nel libro di Geremia, le cosiddette confessioni autobiografiche del profeta, di cui la più nota è quella del cap.20.

Tuttavia gli interpreti, sia quelli tradizionali sia quelli storico critici più vicini a noi, hanno tentato anche altre ipotesi: che il servo sia Mosè, grazie alla sua mitezza nel soffrire a causa del popolo; oppure che sia una personalità collettiva, come lo stesso popolo d’Israele.

A favore del fatto che il servo possa trattarsi di Geremia giocano i vv.1 e 5, per l’insistenza circa la sua vocazione fin dal seno materno, immagini che compaiono, appunto anche nella vocazione di Geremia, e la disillusione del v.4.

Ancora: al v.6 si parla di «rialzare Giacobbe» e «ricondurre Israele», e al v.7 del gran riscatto operato dal Signore nei confronti del popolo oppresso.

In realtà tale interpretazione è comunque la più coerente. Il vero soggetto della restaurazione e della riunificazione del popolo, infatti, è Dio, e la missione del servo non avviene necessariamente e solo entro Israele.

Di fatto l’interpretazione collettiva del servo non riguarda tutto il popolo, ma quello esiliato e reietto, che ha trovato la via della purificazione, e grazie al quale Dio va verso le genti.

Dunque il servo è il resto d’Israele sofferente nell’esilio, attraverso il quale tutto il popolo torna al Signore e la Torah si diffonde ai lontani.

Resta comunque il problema: può, e come può?, il popolo d’Israele salvare, riunificate se stesso e da se stesso tornare?

Il nostro capitolo presenta quindi una tensione tra la sofferenza del popolo, la missione ricevuta e l'opera di Dio che rende possibile ciò che Israele non potrebbe realizzare con le proprie forze.

Il movimento del capitolo: dalla desolazione alla vita

Il capitolo segue un movimento progressivo.

  • Il popolo è disperso e la città è desolata.
  • Sion interpreta la propria situazione come abbandono e dimenticanza.
  • Dio proclama che la memoria divina è più sicura di qualsiasi esperienza umana.
  • Le mura distrutte restano davanti agli occhi di Dio.
  • I figli ritornano e la città diventa nuovamente abitata.
  • Le nazioni partecipano al ritorno degli esuli.
  • La liberazione impossibile agli uomini viene promessa dall'azione di Dio.

La trasformazione non viene descritta come un semplice miglioramento graduale della situazione. Il testo usa immagini di una nuova creazione: la sterile diventa madre, la città desolata diventa troppo piccola, la sposa abbandonata viene nuovamente adornata.

Il futuro promesso supera le aspettative di Sion. Per questo la risposta della città non è subito una dichiarazione di certezza, ma una domanda stupita: «Costoro, chi me li ha generati?».

Isaia 49,14-26 e il tema della memoria

Il testo di Isaia riguarda sempre il tema della memoria, ma sull'altro versante. E' la memoria che Dio ha e fa del popolo.

Nelle relazioni precedenti ho trattato invece della memoria che il popolo fa di Dio.

La memoria biblica non è soltanto una facoltà psicologica. Ricordare significa mantenere una relazione, agire a favore di qualcuno, non lasciarlo scomparire dalla propria cura.

Per questo, quando Dio dice «non ti dimenticherò mai», non offre soltanto un ricordo affettuoso. Promette la sua presenza operante e la fedeltà alla relazione con Sion.

La rassegnazione di Sion nasce dalla convinzione che l'assenza di intervento equivalga all'assenza di Dio. La parola divina distingue invece tra ciò che il popolo riesce a percepire e ciò che Dio sta ancora preparando.

Il rapporto tra esilio, diaspora e missione

Forse non è sempre detto che per evangelizzare si debba partire volontari grazie ad una mozione interiore.

Gli eventi della storia possono avere conseguenze non immediatamente prevedibili e così pure risvolti anche pastorali non meno seri e importanti.

La diaspora, vissuta dagli esuli come una perdita e una punizione, diventa anche il luogo nel quale la conoscenza del Dio d'Israele può raggiungere i popoli lontani.

La spiegazione che il profeta ci offre è in chiave «apostolica»: solo deportazione e diaspora possono permettere ai pagani di conoscere la realtà del Dio d’Israele attraverso gli Israeliti che sono tra loro.

Essenziale invece è che comunque la parola divina si diffonda e sia glorificata.

Il capitolo non presenta l'esilio come un bene in se stesso. Presenta però la possibilità che Dio trasformi una vicenda di perdita in un'occasione di testimonianza e di apertura universale.

La liberazione dei prigionieri e il giudizio sugli oppressori

La parte finale torna alla domanda sull'impossibilità: «Si può forse strappare la preda al forte? Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno?».

Eppure dice il Signore: «Anche il prigioniero sarà strappato al forte, la preda sfuggirà al tiranno. Io avverserò i tuoi avversari; io salverò i tuoi figli».

Il linguaggio del testo è duro perché nasce dall'esperienza di una sconfitta, di una distruzione e delle loro conseguenze dopo una violenta guerra d'aggressione.

Quasi a riprendere fiato, segue un ultimo dubbio (v.24) cui il Signore dà una risposta violenta, comprensibile nell’ambito di chi abbia subito sconfitta, distruzione e loro conseguenze dopo una violenta guerra d’aggressione.

«Farò mangiare le loro stesse carni ai tuoi oppressori, si ubriacheranno del proprio sangue come di mosto. Allora ogni uomo saprà che io sono il Signore, tuo salvatore, io il tuo redentore e il Forte di Giacobbe».

La conclusione afferma che la liberazione non sarà attribuibile alla forza politica o militare di Sion. Ogni carne riconoscerà che il Signore è il salvatore, il redentore e il Forte di Giacobbe.

Le principali immagini di Isaia 49,14-26

ImmagineSignificato nel brano
La madre e il bambinoL'amore di Dio è più sicuro dell'amore materno e non conosce dimenticanza.
Le palme delle maniSion è continuamente presente davanti a Dio.
Le muraLa città distrutta resta custodita nella memoria e nella promessa divina.
I figli che accorronoIl ritorno degli esuli e la rinascita della comunità.
La sposa ornataLa restaurazione della dignità, della bellezza e della relazione.
La città troppo strettaL'abbondanza della nuova vita supera lo spazio della desolazione.
Il forte e il prigionieroLa liberazione divina supera l'impossibilità umana.

Che cosa significa oggi «Il Signore mi ha abbandonato»

La frase di Sion dà voce a una situazione nella quale la sofferenza sembra dimostrare l'assenza di Dio.

Il testo non presenta questa frase come una semplice formula teorica. È il grido di una città ferita, privata dei suoi figli, della sua terra e del suo futuro.

Per questo può essere riconosciuta da chi vive un lutto, una perdita, una lunga attesa o una situazione nella quale ogni segno di speranza sembra scomparso.

La risposta del brano non è una spiegazione immediata del motivo per cui la sofferenza esiste. E' una promessa: «Io invece non ti dimenticherò mai».

La promessa non chiede di chiamare bene il male o di negare le rovine. Chiede di non identificare la situazione presente con l'ultima parola sulla propria vita.

Il messaggio centrale non è che Sion non abbia motivo di lamentarsi. Il messaggio è che il lamento di Sion non impedisce a Dio di continuare a rivolgersi a lei.

La fede, nel testo, non appare come assenza di domande. Sion continua a porre domande anche dopo aver ascoltato la promessa. La speranza nasce dal fatto che Dio resta in dialogo con una città che dubita.

Il significato cristiano del testo

Nei capitoli precedenti erano state dette cose gloriose riguardo alla liberazione degli ebrei da Babilonia; ma affinché nessuno pensasse, quando si compì, che sembrava molto più grande e luminoso nella profezia che nell'esecuzione, e che il ritorno di circa 40.000 ebrei in condizioni povere da Babilonia a Gerusalemme non fosse un evento che rispondesse sufficientemente all'altezza e alla grandezza delle espressioni usate nella profezia, qui viene a mostrare che la profezia aveva un'ulteriore intenzione.

La lettura cristiana vede nel capitolo anche una prospettiva più ampia, legata alla redenzione del mondo per mezzo di Gesù Cristo.

Il grande autore ed editore della redenzione trae la sua autorità dal cielo per l'opera che aveva intrapreso.

Dio lo aveva costituito e per questo lo aveva prescelto: Il Signore mi ha chiamato fin dal grembo materno a questo ufficio e ha fatto menzione del mio nome, mi ha costituito per essere il Salvatore.

Il vangelo di Cristo, e la chiamata dei Gentili per mezzo di esso, sono stati a lungo nascosti da secoli e generazioni, nascosti in Dio.

Cristo nella sua infanzia fu protetto dalla rabbia di Erode.

Il Messia sembrava come se fosse stato principalmente progettato per riportare indietro Giacobbe, Isaia 49:5. Ma qui gli viene detto che si tratta relativamente di una questione di poco conto; un globo d'onore più alto di quello, e una sfera di utilità più ampia, sono progettati per lui.

È cosa da poco che tu sia mio servo, per elevare le tribù di Giacobbe alla dignità e al dominio che si aspettano dal Messia, e per restaurare i preservati d'Israele, e farne una chiesa e uno stato fiorente come prima.

E perciò io ti darò come luce per i Gentili, affinché tu possa essere la mia salvezza, l'autore di quella salvezza che ho progettato per l'uomo perduto, e questo fino all'estremità della terra, alle nazioni alla massima distanza.

Osservano inoltre che Cristo è dato come luce a tutti coloro ai quali è dato per la salvezza. È nelle tenebre che gli uomini periscono. Cristo illumina gli occhi degli uomini, e così li rende santi e felici.

Una lettura complessiva del messaggio

Isaia 49,14-26 contrappone due interpretazioni della stessa storia.

  • Sion vede le rovine e conclude: «Il Signore mi ha abbandonato».
  • Dio vede la città nella sua memoria e promette: «Io invece non ti dimenticherò mai».
  • Sion vede la sterilità e l'assenza dei figli.
  • Dio annuncia una fecondità così grande da rendere troppo stretto il luogo della desolazione.
  • Sion vede la potenza del tiranno.
  • Dio promette di liberare il prigioniero e di salvare i figli.

Il capitolo non oppone semplicemente fede e incredulità. Mostra un dialogo nel quale la fede viene ricostruita lentamente attraverso la promessa.

La situazione presente parla di abbandono, ma la parola di Dio parla di memoria. Le rovine parlano di fine, ma la promessa parla di ricostruzione. La sterilità parla di impossibilità, ma il futuro annunciato parla di figli. Il potere del tiranno parla di prigionia, ma Dio parla di liberazione.

La frase «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» esprime dunque la percezione dolorosa di Sion, non la verità ultima su Sion.

Il significato della risposta divina è concentrato in queste parole: «Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».

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