La guarigione del sordomuto è raccontata esclusivamente nel Vangelo secondo Marco, in Mc 7,31-37. Gesù si trova in territorio pagano, nella Decàpoli, dopo essere passato dalla regione di Tiro e da Sidone, quando alcune persone gli conducono un uomo sordo e balbuziente e lo pregano di imporgli le mani.
Gesù lo prende in disparte, lontano dalla folla, gli pone le dita negli orecchi, gli tocca la lingua con la saliva, guarda verso il cielo, emette un sospiro e pronuncia una sola parola in aramaico: «Effatà», cioè «Apriti!». Subito gli orecchi si aprono, il nodo della lingua si scioglie e l’uomo comincia a parlare correttamente.
Il racconto biblico della guarigione del sordomuto
Il testo evangelico colloca l’episodio fuori dai confini abituali della Palestina, in pieno territorio della Decàpoli. «Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli».
«Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”».
«E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”».
Dove avviene il miracolo
L’episodio viene situato nella Decàpoli, una regione composta da dieci città in territorio pagano, nell’area orientale del Giordano. L’annotazione geografica è un po’ strana perché Gesù per scendere verso il lago di Genesareth si sposta prima a nord, da Tiro verso Sidone, nell’attuale Libano, per poi scendere dal versante orientale del Giordano, in territorio della Decàpoli, nell’attuale Giordania.
Gesù, per andare da Tiro in Galilea, passa per Sidone. Non è certo il tragitto più breve, ma l’evangelista Marco ci vuol dire che Gesù, missionario del Padre, visita tutti i territori pagani e, in essi, tutti gli uomini in attesa di salvezza.
Il percorso tracciato da Marco è molto significativo: con una lunga deviazione Gesù sceglie un itinerario che congiunge città e territori estranei alla tradizione religiosa di Israele; percorre le frontiere della Galilea, alla ricerca di quella parte comune ad ogni uomo che viene prima di ogni frontiera, di ogni divisione politica, culturale, religiosa, razziale.
Gesù è uno “sconfinatore” e spesso non segue la via dritta, perché vuole raggiungere tutti sulle nostre vie tortuose e portare il vangelo nei vasti territori pagani della nostra vita. Gesù percorre ogni strada perché ogni luogo aspetta il messia, il liberatore. Ogni luogo significa ogni uomo.
Il sordomuto viene portato a Gesù
Il testo dice che il sordomuto venne “portato” a Gesù da altre persone che “lo pregarono di imporgli la mano”. Il sordomuto non poteva avvicinarsi da solo. Non avendo sentito ancora parlare di Gesù, come poteva desiderare di incontrarlo?
Troviamo altri casi nei vangeli in cui l’iniziativa per chiedere la guarigione di qualcuno è presa da altri. Ciò avviene particolarmente quando il malato è nell’impossibilità di recarsi da Gesù, come nel caso del paralitico di Cafarnao e del cieco di Betsaida.
Il sordomuto è stato condotto davanti a Gesù. Non poteva avvicinarsi da solo. Anche a noi è successo così. Qualcuno, spinto da Dio, ci ha aperto il cuore alle parole del Signore, ci ha fatto ascoltare e poi ci ha consentito di parlare.
Ma tutti abbiamo bisogno di “essere portati” dai fratelli e dalla comunità. Accompagnare, condurre altri è il gesto missionario per eccellenza, un gesto che corrisponde ai genitori, ai padrini, agli educatori nella fede.
È interessante notare che grazie ai suoi amici, questo uomo può incontrare Gesù ed essere da lui guarito; proprio come era capitato al paralitico calato dal tetto ai piedi di Gesù.
Gesù lo prende in disparte
Gesù non guarisce l’uomo davanti alla folla, ma “lo prende in disparte, lontano dalla folla”. Questo gesto non serve soltanto a evitare la pubblicità, ma favorisce un incontro personale con quell’uomo.
Gesù lo porta in disparte per evitare i facili entusiasmi della folla: il miracolo non è uno spettacolo. Il sordomuto si trova a tu per tu con Gesù, come per affermare che ogni persona è unica per lui.
La guarigione avviene nella riservatezza. L’uomo viene sottratto agli sguardi curiosi e restituito a se stesso. Separato dalla folla, può diventare soggetto della propria parola.
In disparte, perché ora conta solo quell’uomo colpito dalla vita. Immagino Gesù e il sordomuto occhi negli occhi, che iniziano a comunicare così.
Il significato dei gesti di Gesù
La modalità della guarigione è insolita. Di solito basta un gesto o una parola di Gesù per operare la guarigione. Qui l’evangelista descrive con grande precisione i gesti terapeutici: le dita negli orecchi, la saliva sulla lingua, lo sguardo verso il cielo, il sospiro e la parola “Effatà”.
Gesù “gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!»”. Tutto il corpo di Gesù è impegnato nel sanare tutto il corpo del malato.
L’evangelista forse vuole sottolineare la nostra resistenza, da una parte, e il coinvolgimento di Gesù nella nostra situazione, dall’altra. È come se Marco volesse far intendere la fatica che a Gesù costano le guarigioni, o almeno alcune guarigioni più di altre, il tempo che Gesù deve dedicarvi, le energie che deve spendere.
Niente di magico nei suoi atti curativi. Qui, Gesù cura e guarisce con il suo stesso corpo. Guarisce un corpo con il suo corpo. Il suo corpo è la sua parola: questo significa l’incarnazione.
Le dita negli orecchi
Gesù tocca concretamente quel sordomuto: gli mette le dita negli orecchi. Quei gesti, dicono i biblisti, rinviano al simbolismo della potenza del “dito di Dio”, resa visibile ora nelle dita di Gesù.
Si compie una nuova creazione: Gesù tocca quel sordomuto proprio come il vasaio modella con le sue mani la creta. Le dita di Gesù diventano il segno di una potenza che non resta lontana dalla sofferenza, ma entra in contatto con il corpo ferito.
La saliva sulla lingua
Gesù con la sua saliva gli tocca la lingua. La saliva, considerata alito condensato, è insieme immagine dello spirito e del respiro della vita.
La saliva era ritenuta dotata di capacità curative e compare spesso nei riti di guarigione dell’antichità. Anche nel Vangelo secondo Giovanni Gesù utilizza la saliva nella guarigione dell’uomo cieco dalla nascita.
Gesto intimo, coinvolgente: ti dò qualcosa di mio, qualcosa che sta nella bocca dell’uomo insieme al respiro e alla parola, simboli dello Spirito. Vangelo di contatti, di odori, di sapori.
Il contatto fisico non dispiaceva a Gesù, anzi. I corpi diventano luogo santo di incontro con il Signore.
Lo sguardo verso il cielo
Gesù guarda verso il cielo prima di pronunciare la parola di guarigione. Questo sguardo indica la sua comunione profonda con il Padre e mostra che la guarigione è accolta come dono di Dio.
Se questo miracolo è un nuovo atto creativo, si comprende anche lo sguardo di Gesù verso il cielo. Gli occhi levati al cielo indicano che Gesù sta pregando e si sta rivolgendo a Dio.
Il sospiro di Gesù
Il sospiro di Gesù esprime la sua partecipazione alla sofferenza del sordomuto. Da una parte dice la partecipazione alla sofferenza dell’uomo, dall’altra è anticipo della guarigione.
Il suo sospirare esprime attesa fiducia; è preghiera che rivela la sua comunione profonda con il Padre e con ognuno di noi. È come se Gesù stesse intercedendo, come se si stesse rivolgendo a Dio in nome di un altro.
Il sospiro di Gesù ricorda il soffio con cui nella Genesi Dio dà la vita al primo uomo. La saliva è immagine del respiro della vita e il sospiro richiama il gesto creativo di Dio.
Il linguaggio del gemito e gli occhi levati al cielo indicano che Gesù sta pregando e si sta rivolgendo a Dio con quel linguaggio di “gemiti inesprimibili” che è proprio dello Spirito.
Che cosa significa «Effatà»
«Effatà» è una parola aramaica e significa «Apriti!». Marco conserva la parola nella lingua stessa in cui Gesù la pronunciò.
La pronuncia in aramaico, la lingua madre di Gesù, conferisce alla scena un carattere personale e concreto. È la lingua di casa, quella che usava per farsi comprendere dalla sua gente, la lingua del cuore.
In aramaico, nel dialetto di casa, nella lingua del cuore, Gesù pronuncia quasi soffiando l’alito della creazione: «Apriti», come si apre una porta all’ospite, una finestra al sole.
«Apriti» è un comando rivolto non soltanto agli organi lesi del corpo, ma a tutta la persona. Gesù dice all’uomo di uscire dalle sue chiusure e di liberare la bellezza e le potenzialità che sono in lui.
«Apriti» significa aprirti agli altri e a Dio, anche con le tue ferite. La parola riassume il senso dell’intera missione di Cristo: egli è venuto ad aprire il cuore dell’uomo, a liberarlo e a renderlo capace di vivere pienamente la relazione con Dio e con gli altri.
La guarigione degli orecchi e della lingua
La guarigione si svolge in due momenti: prima si aprono gli orecchi, poi si scioglie il nodo della lingua. «E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente».
Prima gli orecchi. Ed è un simbolo eloquente. Sa parlare solo chi sa ascoltare. La testimonianza, cioè la risposta, viene sempre dopo l’ascolto, e la parola viene dopo che sono state scucite le labbra e riaperte le barriere della sordità.
L’uomo è la parola che ascolta e alla quale dà risposta. Se Dio è parola, l’uomo è prima orecchio e poi lingua.
Dall’ascolto nasce la parola vera, la comunicazione autentica. La guarigione della lingua è conseguente a quella dell’udito.
Il significato spirituale della sordità
Nel Vangelo la malattia ha anche un valore simbolico. Ci sono vari modi di essere sordi e muti. Si può essere sordi perché immersi in varie forme di rumore e muti perché impegnati in chiacchiere vane.
Si può essere sordi perché non riusciamo più a commuoverci per le parole e i racconti della vita degli altri, che ci trovano distratti e induriti, e muti perché non riusciamo a dire parole di consolazione e speranza.
Si può essere incapaci di ascoltare la Parola che viene da Dio, sordi alle parole del Padre. Da questa sordità nasce anche un non poter parlare, cioè non riuscire a ringraziare il Signore, raccontare le sue meraviglie e annunciare la sua salvezza.
Il sordomuto risanato è figura della nostra fatica di arrenderci alla fede. Come per il sordomuto, anche la nostra fede è lenta da pronunciare. Ci vuole il gesto di Gesù, il suo sospiro, il respiro dello Spirito di Dio.
Ascoltare Dio: il primo passo della fede
Nella Sacra Scrittura il senso privilegiato nel rapporto con Dio è l’udito. Troviamo 1.159 volte il verbo ascoltare nel Primo Testamento, spesso avendo Dio come soggetto.
Ecco perché il primo comandamento è «Shemà Israel», «Ascolta Israele»: «Il Signore Dio nostro è l’unico Signore!». Anche i dieci comandamenti, incisi sulla pietra dal dito di Dio, sono preceduti dal comando divino: «Shemà Israel. Ascolta, Israele».
Essere sordo era una patologia grave, perché impossibilitava l’ascolto della Torah. Per questo i profeti annunciavano per i tempi messianici: «Udranno in quel giorno i sordi le parole del libro».
Il cammino del credente è una progressiva apertura e sensibilità verso l’ascolto: «Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza».
La fede viene dall’ascolto e si esprime nella lode al Figlio di Dio. Le opere ne sono il segno manifesto; se c’è fede ci sono anch’esse.
La sordità del cuore nel mondo contemporaneo
Viviamo in una società acusticamente inquinata, con il rischio di una “otosclerosi”, l’indurimento del nostro orecchio, per assuefazione o per difesa.
Questa “sordità fisica” può ripercuotersi nella sfera spirituale. La voce di Dio diventa una fra tante e, addirittura, sovrastata da altre voci amplificate dai media.
Il credente ha un estremo bisogno di essere continuamente guarito dalla sordità del cuore. Senza ascolto profondo non può esserci comunicazione vera.
Il grande problema dell’uomo è l’ascolto: di lì parte la salvezza. Come ha scritto Dietrich Bonhoeffer: «Il primo servizio che dobbiamo rendere ai fratelli è quello dell’ascolto. Chi non sa ascoltare il proprio fratello, presto non saprà neppure ascoltare Dio, sarà sempre lui a parlare, anche con il Signore».
Dall’ascolto nasce una parola autentica
In un mondo iperconnesso cresce la Babele dell’incomunicabilità, che si manifesta nel linguaggio falso e manipolatore, nel bullismo e nella sopraffazione.
La parola viene banalizzata, mortificata e resa insignificante, generando un blocco comunicativo, la solitudine e il mutismo. Questa situazione si ripercuote nell’ambito familiare, nei rapporti interpersonali, nella società e nella Chiesa.
Il testo nota che l’uomo guarito “parlava correttamente”, cioè era diventato capace di pronunciare parole buone, parole che non innalzano muri, ma spalancano la vita alla speranza, aperte all’infinito.
Sa ben parlare solo chi sa ben ascoltare. Senza ascolto profondo non può esserci comunicazione vera.
La parola della Chiesa e del cristiano
Ci dovrebbe preoccupare in modo speciale l’afonia della Chiesa e del cristiano. Un cristiano afono difficilmente può comunicare la buona novella del vangelo.
L’afonia della Chiesa rode la dimensione profetica della fede, con il rischio di renderla complice dell’ingiustizia che dilaga nel mondo.
Una Chiesa missionaria è una Chiesa che ascolta, libera dalla sordità dell’orgoglio e dall’arroganza. Soltanto così può diventare veramente liberatrice, annunciatrice di buone nuove.
Solo un ascolto della Parola assiduo e profondo genera un annuncio autentico ed efficace. Solo una ecclesia audiens può essere anche ecclesia docens.
È come se l’intera vita della Chiesa fosse raccolta in questo ascolto da cui solamente può procedere ogni suo atto di parola. Fuori di questo ascolto, di questa apertura vivificante e sanante alla Parola, l’annuncio della Chiesa si riduce a balbettio o addirittura a sproposito.
Il silenzio necessario per ascoltare
Forse ci manca quella mezz’ora di silenzio di cui parla l’Apocalisse: «Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora».
Forse nella Chiesa siamo troppo abituati a salire in cattedra e meno a tacere e fare silenzio. Senza silenzio non c’è discernimento per cogliere la gravità del momento che viviamo; non c’è sensibilità per aprirsi allo stupore dell’intervento divino; non c’è parola illuminata per leggere il presente.
Come il profeta Elia, abbiamo bisogno di frequentare l’Oreb della nostra fede, la croce di Cristo, per cogliere la nuova modalità della presenza di Dio nella “voce del silenzio”.
Il silenzio non è assenza di comunicazione, ma lo spazio in cui l’ascolto può diventare più profondo e la parola può ritrovare verità, misura e forza.
La guarigione come nuova creazione
La folla reagisce al miracolo dicendo: «Ha fatto bene ogni cosa». Questa espressione richiama l’opera della creazione e suggerisce che la guarigione del sordomuto è una sorta di nuova creazione.
Gesù vuole raggiungere tutti e fa gesti che almeno alludono a quelli del Creatore che plasma Adamo impastando la terra con la saliva e soffiandoci dentro lo Spirito.
Gesù “fa passare” la sua potenza in quest’uomo malato: la natura è restaurata, le dita e la saliva hanno l’effetto di una “nuova creazione”, il sospiro di Gesù dice la partecipazione alla sofferenza del sordomuto e anticipa la guarigione.
La guarigione non riguarda soltanto l’udito e la parola. Nel mondo biblico l’esperienza del benessere ha un significato molto ampio: un uomo sano non è solo un uomo senza malattie, ma un uomo che vive in armonia con il creato, con gli altri uomini e con il Creatore.
Quando Gesù guarisce una persona, in realtà risana tutto l’uomo, cioè lo salva. La salvezza portata da Gesù guarisce tutto l’uomo, corpo, anima e spirito.
Il legame con la profezia di Isaia
Il racconto richiama direttamente la profezia di Isaia: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto».
Isaia annuncia un tempo in cui Dio interverrà per salvare il suo popolo e ci saranno segni grandiosi, tra cui il risanamento delle malattie che affliggono la vita degli uomini.
In base a queste profezie si era soliti associare alla venuta del Messia una salvezza che comprendeva anche la guarigione dalle malattie. Il significato più profondo dei miracoli del Vangelo nasce proprio da qui: se gli uomini sono risanati, allora il Regno di Dio è vicino.
Il miracolo del sordomuto manifesta quindi la presenza del tempo messianico. In Gesù si compie la promessa di Dio: gli orecchi si aprono, la lingua si scioglie e l’uomo torna alla pienezza della relazione.
Il rapporto con altri miracoli di Marco
Il racconto ricorda la guarigione del cieco di Betsaida, che avverrà più tardi in territorio della Galilea. Le due guarigioni presentano elementi letterari e tematici molto simili.
Le due pericopi inquadrano episodi in cui Gesù si confronta con l’incomprensione e con l’inintelligenza dei suoi discepoli, che “hanno orecchi e non ascoltano, hanno occhi e non vedono”.
La sordità che impedisce di parlare correttamente riguarda anche i discepoli e significa un non-ascolto della Parola, che conduce a non annunciarla correttamente o a non confessare adeguatamente la fede.
Il miracolo del sordomuto, esclusivo di Marco, è anche parabola e insegnamento delle cose che occorrono all’uomo per fare la volontà di Dio, l’unica opera necessaria: avere orecchi per ascoltare e bocca per lodare.
Il significato del corpo nella guarigione
Il testo parla di mani, dita e tatto, di ascolto e di orecchi, di lingua, saliva e parola, di occhi e di sguardo. La fisicità è centrale.
Se il corpo è il nostro modo di essere al mondo e di comunicare con il mondo, Gesù deve svegliare la vita corporea di quest’uomo, deve ridestarne i sensi perché egli possa ritrovare il senso del vivere.
Lo spirituale avviene grazie alla mediazione del corporeo, avviene nel corporeo. Il corpo di Gesù è parola che risveglia il corpo dell’uomo sordo alla capacità di parola e di comunicazione.
Gli apostoli vedono Dio, lo toccano, sentono la sua voce, ne percepiscono il profumo, condividono il pane nell’ultima cena. Le Scritture adottano vie di comunicazione a noi familiari.
La strada per arrivare alla fede parte dall’apertura del cuore che fa posto al vangelo e arriva alla dichiarazione; in mezzo c’è la saliva di Gesù messa sulla lingua del muto, segno dello Spirito, soffio vitale del Salvatore: «Effatà, Apriti!».
Effatà e il Battesimo
Riaprire l’udito e sciogliere i nodi della lingua sono sì un miracolo, ma soprattutto sono segni del dono battesimale quando l’uomo diviene figlio di Dio e impara a chiamarlo Padre.
La gestualità del racconto ha influenzato il rito battesimale dell’apertura delle orecchie, attestato in epoca assai antica sia a Milano sia a Roma e accompagnato dalla pronuncia dell’“Effatà”, “Apriti”.
Per questo motivo la parola e il gesto dell’“Effatà” sono stati inseriti nel Rito del Battesimo. Il sacerdote, toccando la bocca e le orecchie del neobattezzato, dice: «Effatà», pregando che possa presto ascoltare la Parola di Dio e professare la fede.
Mediante il Battesimo, la persona umana inizia, per così dire, a “respirare” lo Spirito Santo, quello che Gesù aveva invocato dal Padre con quel profondo sospiro per guarire il sordomuto.
Il gesto della saliva è stato interpretato anche come anticipo di quel Sacramento col quale il Cristo, fino alla fine dei tempi, toccherà la lingua delle sue creature che lo riceveranno, l’Eucaristia.
La comunità che ascolta e accompagna
Il sordomuto non viene lasciato solo nella sua condizione. Alcune persone si accorgono del suo dolore, lo conducono da Gesù e chiedono per lui la guarigione.
È bello sapere che quest’uomo ha qualcuno su cui poter contare, che è pronto a manifestargli sollecitudine e solidarietà, che non rimane sordo e muto dinanzi al suo dolore.
Chi ha fatto veramente l’esperienza di ascoltare Dio sa ascoltare anche il fratello e farsi suo accompagnatore per condurlo a Dio, come nel caso del sordomuto.
La comunità cristiana è chiamata a trasformare la propria fede in prossimità concreta, ascolto e accompagnamento, senza lasciare nessuno ai margini della relazione.
Il messaggio per le persone con disabilità uditiva
Il racconto evangelico non autorizza a considerare le persone sorde o mute come escluse o spiritualmente inferiori. La guarigione narrata da Marco diventa piuttosto un annuncio della dignità e della piena inclusione di ogni persona.
Ho partecipato alcune volte alla liturgia per i sordomuti. Ci sono persone che con i segni e i gesti “traducono” tutto nel loro linguaggio.
Per dire “Dio” uniscono le mani, per tradurre “amore” si tocca il cuore, per indicare misericordia e soccorso si allargano le braccia e poi si riuniscono come nel gesto dell’abbraccio.
Gli uomini e le donne privi della parola e dell’udito non sono emarginati, ma protagonisti. Anche la comunicazione attraverso i segni può esprimere Dio, amore, misericordia e comunione.
Il prossimo è stato riconosciuto e ci si è chinato sopra. «Effatà», disse Gesù al sordomuto. «Apriti!». È un ordine del Signore che vale per tutti, perché a ognuno si riaprano, con gli orecchi e la bocca, anche gli occhi e il cuore.
La guarigione della comunicazione
Il miracolo può essere letto come la guarigione della comunicazione. L’uomo non è soltanto incapace di udire: proprio perché non ascolta, non riesce a parlare correttamente e vive in un isolamento doloroso.
Incapace di ascoltare, egli non sa neppure esprimersi correttamente e perde la capacità comunicativa, trovandosi in una condizione di solitudine. La sordità non limita soltanto le percezioni corporee, ma condiziona la qualità stessa della vita.
La scarsa possibilità di comunicare e di esprimersi influenza in modo significativo le relazioni, emargina la persona dalla sua vita sociale e affettiva e può generare un doloroso isolamento.
Il gesto di Gesù restituisce all’uomo la possibilità di entrare in relazione con Dio, con gli altri e con se stesso. Il miracolo non produce soltanto un miglioramento fisico, ma una nuova capacità di vivere, ascoltare, parlare e partecipare.
Il significato del silenzio imposto da Gesù
Dopo la guarigione, Gesù comanda ai presenti di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano.
Questo comando appartiene al cosiddetto “segreto messianico”, caratteristico della narrazione dell’evangelista Marco. Gesù, dopo guarigioni o esorcismi, chiede spesso di non parlarne con nessuno.
Il motivo è che non vuole essere confuso con le attese messianiche popolari di un salvatore potente, con riflessi politici. Solo sotto la croce si vedrà che tipo di Messia è Gesù.
Marco utilizza il verbo tecnico dell’annuncio evangelico e sembra voler dire che tale è la potenza del Vangelo, manifestatosi nella guarigione di quest’uomo, che non vi sono argini o interdetti capaci di contenerlo.
Gesù comandò di non dirlo a nessuno. Esattamente il contrario di quello che di solito facciamo dopo aver fatto il bene. Se proprio vogliamo dire qualcosa, da raccontare è soprattutto il bene che abbiamo ricevuto, quello fatto da Dio.
Lo stupore della folla
La folla è piena di stupore e pronuncia una frase che riassume il significato del miracolo: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Colpisce la reazione della folla, che aveva già assistito a grandi miracoli di guarigione e anche alla risurrezione della figlia di Giairo, ma proprio davanti a questo episodio dice: «Ha fatto bene ogni cosa».
Uno solo è guarito, ma l’acclamazione della folla universalizza il gesto di Gesù parlando di muti e sordi al plurale. L’esperienza di Dio conosciuta da qualcuno una volta nella storia può essere confessata nella sua estensione universale e nella sua dimensione di eternità nell’azione di grazie.
La meraviglia riguarda l’orecchio dell’uomo e la sua capacità di parlare e comunicare; ancora più sorprendente è riaverli una volta perduti.
Il messaggio della guarigione per la vita quotidiana
In qualche modo siamo tutti il “sordomuto” che Dio vuole incontrare e guarire. Siamo sordi all’amore che Dio ci ha mostrato in Gesù e perciò non riusciamo a comunicare correttamente tra noi, né a gustare la bellezza di costruire insieme una nuova fraternità.
Quanti “dialoghi fra sordi” abitano la nostra quotidiana realtà! Abbiamo tanto bisogno di imparare ad ascoltare e di essere a nostra volta compresi.
Come per il balbuziente, la parola pensata non corrisponde alla parola detta. Così per noi la fede non corrisponde alla realtà che viviamo.
Abbiamo bisogno che qualcuno apra il nostro cuore per abilitarci a una comunicazione autentica fatta di ascolto e parole sensate. Non diversamente, la nostra esperienza nella comunità cristiana ha bisogno di essere continuamente sanata e abilitata a un ascolto vitale, mosso dallo Spirito, e a una parola capace di annunciare le meraviglie del Signore e creare comunione.
Una preghiera con l’Effatà
Forse ci manca l’igiene mattutina dell’anima. Ogni giorno laviamo con cura le orecchie e la bocca, ma spesso trascuriamo il lavaggio delle orecchie e della bocca del cuore.
Bisognerebbe ricordare, ogni mattina, l’evento del nostro battesimo e, immergendo in quelle acque le nostre mani, ripetere interiormente, in preghiera, l’Effatà battesimale:
«Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, mi conceda di ascoltare oggi la sua parola e di professare la mia fede, a lode e gloria di Dio Padre!».
Il Vangelo diventa così una richiesta di guarigione: guarire dalla sordità del cuore, dal mutismo della paura, dall’incapacità di ascoltare e dalla difficoltà di pronunciare parole autentiche.
Perché non chiedere assieme e instancabilmente questo dono? Che il Vangelo sia la nostra guarigione!

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