Gianluca Rosati, sacerdote e parroco: vocazione, comunità e responsabilità cristiana

Don Gian Luca Rosati è un sacerdote e parroco della Chiesa di Cristo Re a San Benedetto del Tronto. La sua riflessione sul sacerdozio, sulla vocazione e sulla vita della comunità cristiana presenta il monte di Dio come il luogo del ristoro, della chiamata e della comunione con Dio e con il prossimo.

Il suo ministero comprende l’accompagnamento spirituale, la predicazione, la cura della parrocchia e dell’oratorio, ma anche la responsabilità educativa condivisa con famiglie, catechisti, educatori e collaboratori. Al centro del suo messaggio resta la vocazione comune ricevuta con il Battesimo, che rende tutti responsabili della Chiesa di cui sono membra vive.

Don Gian Luca Rosati e il significato della vocazione sacerdotale

La vita è una vocazione. E la vocazione è una chiamata. La vocazione è una chiamata alla vita!

Nel Prologo della sua Regola, San Benedetto cita il Salmo che abbiamo pregato all’inizio del nostro incontro (33/34) e scrive: «Il Signore va cercando il suo operaio tra la folla della gente, alla quale rivolge tale appello, e dice ancora: Chi è l'uomo che vuole la vita e brama vedere giorni felici? Se all'udirlo tu rispondi: “Io”, ecco che Dio si rivolge a te dicendo: Se vuoi avere la vita vera e perpetua, trattieni la tua lingua dal male e le tue labbra non proferiscano menzogna; sta’ lontano dal male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila. ».

La vocazione, secondo San Benedetto da Norcia, ha la forma di una domanda che mi viene rivolta, una domanda di vita. Ed è la risposta a quella domanda a farmi salire/stare sul monte del Signore.

Perché ti sei fatto prete? Perché vai cercando la vita. Perché sei cristiano? Perché hai un desiderio di vita.

All'origine della nostra vocazione c'è la risposta a questa domanda: «Chi è l'uomo che vuole la vita e brama vedere giorni felici?».

Troppo spesso pensiamo che l’essere credenti, l’essere cristiani sia un'iniziativa personale, un'abitudine, una tradizione, una scelta solo nostra. Invece san Benedetto ci mostra la vocazione nella sua semplicità: c'è Dio che ti cerca e ti chiede: «Chi è l’uomo che vuole la vita?». Se rispondi: «Io», allora Lui ti indica la via.

Il monte di Dio e il monte dell’uomo

La prima cosa che ho notato è la differenza tra due tipi di monte: il monte dell’uomo e il monte di Dio. Mi sono fermato proprio su questa dicitura, "monte di Dio", e ho dovuto rivedere il mio pensiero.

Quando penso a un monte, istintivamente immagino una salita, una vetta da raggiungere, un cammino faticoso. Questa è l’idea umana. Ma il monte di Dio è completamente diverso.

Noi crediamo in un Dio che si rivela, quindi anche il suo monte ha bisogno di esserci rivelato. Se il monte dell’uomo è quello che si scala con fatica e sudore, quello di Dio è il monte del riposo e del ristoro.

Gesù dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11, 28-30).

L'immagine del giogo, legata al lavoro pesante, viene subito capovolta: il giogo è dolce, il peso è leggero.

Se il monte dell'uomo è quello a cui si accede per merito - ed è una tentazione grossa, almeno per me, pensare di meritarmi la grazia di essere cristiano e di stare in ascolto di Dio - quello di Dio è il monte a cui si accede per grazia, per dono.

Se il monte dell'uomo è quello da scalare mettendo alla prova le proprie forze, sul monte di Dio si sale per attrazione da parte di Dio stesso.

Mi piace molto questa frase del Vangelo: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32). Se fosse per me, non ci andrei mai da solo sul monte Calvario!

Sul monte di Dio si va per vocazione: “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui” (Mc 3,13).

Sul monte dell'uomo si va per iniziativa personale e chissà per quali ragioni e motivi (ognuno ha e sa i suoi motivi e le sue ragioni, il perché del suo cammino…). Sul monte di Dio, più procedi, più stai e più ti accorgi che l'iniziativa è sempre di Dio.

Lo abbiamo visto con Mosè ed Elia: non si ritrovano lì per loro volontà, ma per un incontro che riconoscono come una presenza reale.

Sul monte di Dio ti accorgi che certi passi li fai e li hai fatti solo perché Dio ti ama; altrimenti, se fosse dipeso tutto da te, non ti saresti mai mosso.

Sul monte dell'uomo si sale e si scende, su quello di Dio si sta e si rimane per sempre: “Rimanete nel mio amore” (Gv 15, 9).

Monte biblico simbolo della vocazione cristiana

I monti scelti e quelli non scelti

La seconda considerazione riguarda i monti che scegliamo e quelli che non scegliamo. La tentazione quotidiana è benedire i monti che scegliamo e maledire quelli che non abbiamo scelto.

Ma l'altro giorno, girando per casa, mi sono accorto che ciò che non scelgo è per me altrettanto essenziale e vitale di ciò che scelgo. Spesso mi capita di pensare che gli imprevisti della giornata siano cose di cui sarebbe meglio fare a meno.

Invece quando mi metto in ascolto del Vangelo, scopro che tutto è grazia, persino ciò che a prima, a seconda o a terza vista, mi appare come una vera e propria disgrazia.

Accogliere l’idea che solo ciò che selezioniamo ci giova è un problema serio, perché a lungo andare cominceremo a pensare che il Signore si trovi solo dove scegliamo noi o dove sappiamo noi.

Invece la Bibbia - e lo vediamo con Abramo, Giacobbe, Mosè, Elia,… Zaccaria, Elisabetta, Giuseppe, Maria,… Zaccheo,… - ci mostra che Dio si trova dove non ce lo aspettiamo.

Vi faccio un esempio. L'altro giorno doveva venire il tecnico a prendere le misure delle zanzariere a casa dei miei.

Io ero in canonica e il tecnico mi ha detto: "Arrivo tra una mezz’oretta, ma sto telefonando per avvisare e non mi risponde nessuno". I miei in quel momento non erano in casa.

Allora mi sono messo in macchina, sulla statale e, nel traffico che procedeva lento, guidavo e pensavo a come quell’imprevisto mi stesse facendo perdere un sacco di tempo.

Eppure, se quella mattina non fossi andato a casa, non avrei iniziato a leggere un libro del Card. Martini sulla preghiera che era lì negli scaffali della libreria.

Quel libro, che senza l’imprevisto non avrei mai preso in mano, fin dalla prima pagina si è rivelato essenziale per me in quel momento. Così un imprevisto, un luogo non scelto è stato fondamentale!

Ecco perché dobbiamo stare attenti: la maggior parte dei punti di partenza di queste Beatitudini sono situazioni che non sceglieremmo mai di vivere… ma se non le riconosciamo, se le rifiutiamo, se continuiamo a non vederle,… siamo nella Beatitudine ma non ce ne accorgiamo, non ne godiamo e continuiamo ad affannarci rincorrendo cose che non servono…, cose che non nutrono, non dissetano, non ristorano.

Dove si trova il monte di Dio

Domanda: dove sta il monte di Dio? Così risolviamo il problema e ci andiamo!

Dalla mia esperienza, posso dire che ci sono luoghi in cui avverti chiaramente di essere davanti al roveto, su terra sacra, alla presenza di Dio “voce di un sottile silenzio”, luoghi come l’Abbazia di Montesanto: giovedì scorso, quando sono arrivato qui, non era ancora arrivato nessuno e mi sono trovato immerso in un silenzio che mi ha detto di Dio.

Ero in pace e ho benedetto quel momento. Ma ci sono anche luoghi in cui vieni visitato e non lo avresti mai immaginato.

Qualche giorno fa, verso le 18.00/18.30, mentre facevo i gradini delle scale della canonica, mi sono ritrovato sul monte di Dio.

Tranquilli: non sono caduto e non ho battuto la testa! Ma arrivato agli ultimi gradini, lo Spirito Santo - perché solo Lui può essere stato - mi ha ricordato una frase di san Giovanni della Croce: «Alla sera sarai esaminato sull'amore».

Erano le 18.30: che cosa avevo fatto di quella giornata? Subito in me e intorno a me si è fatta pace, proprio come a Montesanto.

Eppure le scale della canonica sono un posto insignificante e nemmeno troppo in ordine, e quella giornata l’avevo dissipata dietro alle polemiche sui social.

Io mi ero indignato, arrabbiato,… e poi è arrivata quella frase: «Alla sera sarai esaminato sull'amore». E subito s’è fatta pace!

Mi sono ritrovato disarmato. «Davvero stai amando?», ho pensato.

E mi sono ricordato che la polemica, se la lasci andare, si spegne da sola in un giorno; se rispondi, invece, la alimenti per mesi.

Da solo avrei dato sfogo alla mia indignazione e avrei continuato all'infinito. È stato provvidenziale l’intervento dello Spirito Santo!

La voce di un sottile silenzio

Questa espressione di 1Re 19, che giovedì scorso don Gian Luca ci ha consegnato, mi è molto cara perché mi s’è impressa nella memoria dalla prima volta che l’ho ascoltata.

Ero a Milano, Facoltà di Filosofia, Corso di Istituzioni di Ontologia. Il professor Virgilio Melchiorre citò l’episodio di Elia durante una sua lezione e tradusse il v. 12 («il sussurro di una brezza leggera») con l’espressione più letterale “una voce di silenzio sottile” o “voce di un sottile silenzio”.

Ed è una frase che non riusciamo bene a comprendere, ma se la lasciamo lì e la contempliamo, ci porta alle esperienze che abbiamo vissuto di quel silenzio sottile, occasioni in cui abbiamo avuto la CERTEZZA (e non è successo una sola volta) di essere alla Presenza viva di Dio.

E può essere successo sul monte, in una chiesa, in casa, al lavoro,…

Quella parola di 1Re 19 per me è stato un dono, una perla preziosa che quel professore, ormai 24 anni fa, ha donato a me e ai miei compagni di corso!

Le Beatitudini e la comunione con Dio

Stasera vi parlerò delle Beatitudini, ma ve ne parlerò fissandomi su due temi - il presente e il futuro - e su una realtà che li accomuna: la comunione con Dio e con il prossimo.

Quindi vi parlerò di un presente e di un futuro ABITATI. Intanto il monte è ABITATO e anche sul monte non siamo soli ma sempre in compagnia di Dio che ci chiama.

Ascoltiamo le Beatitudini (Mt 5, 1-16): 1Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: 3”Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. 5Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. 6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. 8Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi. 13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. 14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

«… e si avvicinarono a lui i suoi discepoli» (v. 1). Perché? Che cosa andavano cercando? Che cosa avevano trovato con Gesù o in Gesù?

Nel Vangelo di Matteo, vedendo le folle, Gesù sale sul monte, si siede e i suoi discepoli si avvicinano. Perché si avvicinano? Che cosa avevano trovato in Lui?

Perché ci avviciniamo a Gesù? Nel Vangelo di Matteo, vedendo le folle, Gesù sale sul monte, si siede e i suoi discepoli si avvicinano. Perché si avvicinano? Che cosa avevano trovato in Lui?

Tu perché sei cristiano? Perché cerchi Gesù ogni giorno nella preghiera, nella Messa, nell’ascolto della Sua Parola, nel fare la carità?

Io penso che la risposta stia proprio in quel versetto che abbiamo citato: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30).

Si avvicinano perché in Gesù hanno trovato la vita. Questo deve essere il nostro punto di partenza quotidiano.

Se oggi o domani qualcuno ti chiederà perché sei cristiano, la tua risposta non potrà essere: «Perché mi è capitato di nascere in una famiglia cristiana».

Quella risposta è parziale. La risposta completa è: "Sono cristiano perché voglio la vita e bramo vedere giorni felici!".

Il monte di Dio fuori e dentro di noi

Ma allora il monte di Dio è fuori o dentro di me?

C'è un libro illustrato che mi piace moltissimo, dove i protagonisti sono un bambino, la talpa, la volpe e il cavallo. A un certo punto il bambino si specchia in uno stagno e dice: «Non è strano? Riusciamo a vedere solo ciò che accade all'esterno, ma quasi tutto succede all'interno di noi».

È vero. Il monte di Dio è fuori e dentro: è una condizione in cui Dio ci fa entrare e non soltanto un luogo fisico.

Così il monte è fuori e dentro perché prende proprio tutto, interessa tutto; nulla di me e della mia vita rimane fuori.

E sul monte io conosco Dio e Dio mi rivela che mi conosce nel profondo, e mi rivela che quel profondo in cui mi sento più solo e impenetrabile è invece il luogo della più grande compagnia, è il luogo della comunione con Lui e con il prossimo.

Le Beatitudini come realtà che capovolge

Ecco allora le Beatitudini (Mt 5, 1-16)! Quelle che Gesù nomina sono tutte situazioni in cui normalmente ci sentiamo in sofferenza.

Se guardiamo l'attualità, il mite sembra fuori posto, il pacifico sembra un sopravvissuto di un'altra epoca.

Forse nell’essere immerso nel mondo, nel confrontarti con l’attualità che viene raccontata dai giornali, ti senti solo e smarrito,… ma per fortuna c'è la comunità cristiana dove ti ritrovi la Domenica!

Infatti la Domenica trovi ristoro immergendoti nelle buone relazioni parrocchiali… Ma è sempre così? O anche lì può capitarti di sentirti solo?

E se ti capita di sentirti solo, davvero l’unica via da percorrere per la tua salute è la fuga?

Il sacerdote e la responsabilità della comunità

Qualche volta mi chiedo come mi vede la gente e mi ritrovo a sorridere perché di volta in volta sono: quello che compila registri e certificati, quello che dà il permesso per fare da padrino o da madrina (come se dipendesse da me e non dalla vita cristiana di chi chiede di fare il padrino o la madrina), quello che organizza cene, gite, eventi sportivi, momenti di aggregazione, quello che apre e chiude i cancelli e decide chi può stare dentro e chi deve stare fuori, l’acchiappafantasmi (alcune richieste di benedizione delle case hanno tutta l’aria delle telefonate ai ghostbusters, e non sto facendo ironia), quello che predica bene e razzola male, il poliziotto o il carabiniere che deve presidiare l’oratorio per evitare che teppisti e teppistelli mettano tutto a soqquadro (a questo proposito, ringrazio le forze dell’ordine che intervengono sempre in maniera tempestiva quando me la vedo brutta e non so più che fare), il responsabile della sicurezza, il manutentore di caldaie, pompe di calore, tetti, grondaie, strutture, l’amministratore condominiale, l’organizzatore di eventi, il guastafeste (perché non ci fai cantare questa canzone al matrimonio, perché non fai volare il drone in chiesa, perché non ci fai fare l’aperitivo nel portico della chiesa, perché non ci fai mettere la guida per il matrimonio, ché senza la guida che matrimonio è?,…),… e tante altre cose ancora.

E se non dovessi mostrarmi sorridente e disponibile per tutte queste cose e per altre ancora, poi… “non lamentarti che la chiesa si svuota!”.

Come? Come? E la nostra comune vocazione a essere santi?

Io non vado a messa e la colpa è del prete che non ci sa fare? Ma che stiamo scherzando?

Io non leggo il Vangelo e la colpa è del prete che non mi porta il Vangelo dentro il bar o la discoteca o sulla spiaggia?

Io non vivo la mia vita cristiana e la colpa è del Vaticano o della Chiesa che non spende i soldi come a me sembra giusto?

Io non frequento più la parrocchia e la colpa è del Vescovo che ha spostato il mio prete?

Ma stiamo davvero scherzando? Mi sa di no: mi sa che non stanno scherzando. Mi sa che alcuni ne sono seriamente convinti.

Mi dispiace deludervi, ma la vocazione comune che abbiamo ricevuto con il Battesimo, ci rende tutti ugualmente responsabili della Chiesa di cui siamo membra vive, del tesoro che abbiamo trovato, della perla preziosa che rende luminosa e piena di gioia la vita nostra e del nostro prossimo.

Perciò, non tiriamoci indietro e non sprechiamo il nostro tempo nell’inutile e triste ricerca di capri espiatori (come fanno il mondo e i pagani), ma alziamoci in piedi e a Cristo che ci chiama rispondiamo tutti il nostro “Eccomi!” e siamo Chiesa!!!

L’oratorio di Cristo Re e il ruolo educativo della parrocchia

Le parrocchie con i loro oratori costituiscono ancora un importante punto di aggregazione e di riferimento per molti giovani ai quali vengono proposte tante attività divertenti e allo stesso tempo formative.

Non si può poi trascurare l’azione di sostegno che gli oratori offrono in favore di numerose famiglie.

Ha suscitato dunque molto interesse la scelta di don Gianluca Rosati, parroco di Cristo Re, che ha deciso di chiudere i cancelli del proprio oratorio a seguito di ripetuti gesti di maleducazione e inciviltà.

Ne ha dato notizia lo stesso sacerdote lunedì 27 luglio sulla pagina facebook della parrocchia, sulla quale fra l’altro ha postato la foto del cartello che ha affisso all’ingresso dell’oratorio nel quale si può leggere: «Oggi l’oratorio rimane chiuso e resterà chiuso fino alla fine dell’epidemia di inciviltà che ha colpito anche i più “piccoli”. Chiedo ai “grandi” di prendersi a cuore l’educazione dei “piccoli” al ben pensare, al ben parlare e al ben fare».

Don Gianluca è stato costretto a prendere questi provvedimenti a seguito di situazioni non più sostenibili come egli stesso ha scritto: «Mi dispiace, ma non posso più tollerare bestemmie, parolacce, volgarità, atti di bullismo e gesti altamente incivili che alcuni (pochi) vengono a commettere in oratorio perché qua dietro nessuno li vede».

A nulla sono valsi i tentativi di richiamare i diretti interessati a un comportamento consono e rispettoso di tutti gli altri ragazzi che frequentano l’oratorio, un’azione che don Gianluca non ha svolto da solo.

«Vi assicuro che ho avuto anche troppa pazienza, richiamando personalmente i diretti interessati e trascorrendo molto tempo sul campo per vigilare e intervenire prontamente in caso di necessità.

Con me anche i catechisti e gli educatori e altri collaboratori della parrocchia e molti genitori e nonni sono intervenuti a richiamare e a correggere, ma occorrerebbe stare lì a vigilare 24 ore su 24 e non è fisicamente possibile».

Non si tratta comunque di una chiusura totale e definitiva, infatti il sacerdote si è dichiarato disponibile ad accogliere tutti coloro che vogliono frequentare gli spazi dell’oratorio rispettandone le regole.

La presa di posizione di don Gianluca è largamente condivisa dai parrocchiani e da quanti su facebook hanno voluto esprimere la loro opinione.

Infatti in poche ore il post ha raccolto oltre trecento “like” e sono molti i post di utenti che manifestano di essere in piena sintonia col parroco.

Un’utente, ad esempio, scrive: «Può sembrare una scelta impopolare, ma è davvero necessario a volte inviare segnali grandi per la collettività che cresce intorno alla parrocchia».

Un altro utente afferma si trovarsi assolutamente d’accordo con il don: «Approvo pienamente, abito vicino e le bestemmie si sentono a distanza fini a casa mia. Intollerabile davvero».

Molti sono gli utenti che invocano una maggiore presenza delle famiglie nell’educazione dei figli.

E sembra davvero questo il problema centrale: il ruolo insostituibile della famiglia nella crescita e nell’educazione dei propri figli.

Le “agenzie educative” come la scuola o la parrocchia possono svolgere un ruolo di sostegno e di aiuto alle famiglie, ma non si possono sostituire ad esse.

Don Gianluca è tornato a parlare della vicenda sulla sua pagina facebook, ringraziando tutte le persone che gli hanno dimostrato solidarietà e che lo hanno incoraggiato ad andare avanti e con estremo realismo ha affermato: « A chi vuole farsi un’idea della situazione attuale, suggerirei di ascoltare la musica che ascoltano dalla mattina alla sera questi ragazzini, la loro “colonna sonora”, lo sfondo su cui si compiono la loro vita e le loro gesta.

Una buona volta si uscirebbe dal mondo fatato del “sono ragazzi”, “bisogna capirli”, “bisogna avere pazienza” e ci si accorgerebbe che forse è già troppo tardi perché hanno linguaggio, pensiero e cuore già inquinati da parole cattive, violenze, rapine, spaccio, prepotenze e cattiverie».

Sono parole tutt’altro che esagerate e basta raccogliere l’invito per rendersi conto di come il genere “trap”, che oggi fa presa su tanti adolescenti e preadolescenti, altro non è che un invito all’uso di sostanze stupefacenti, a guadagni facili e ad altre aberrazioni.

La speranza è che il gesto di don Gianluca scuota gli animi e che sia l’inizio di un nuovo percorso dove chi ha sbagliato possa tornare sui suoi passi.

Una Chiesa corresponsabile

La parrocchia è un luogo di aggregazione, di formazione e di sostegno, ma la responsabilità della vita cristiana non può essere trasferita interamente al sacerdote.

La vocazione comune che abbiamo ricevuto con il Battesimo, ci rende tutti ugualmente responsabili della Chiesa di cui siamo membra vive, del tesoro che abbiamo trovato, della perla preziosa che rende luminosa e piena di gioia la vita nostra e del nostro prossimo.

Perciò, non tiriamoci indietro e non sprechiamo il nostro tempo nell’inutile e triste ricerca di capri espiatori (come fanno il mondo e i pagani), ma alziamoci in piedi e a Cristo che ci chiama rispondiamo tutti il nostro “Eccomi!” e siamo Chiesa!!!

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