Nel racconto della Passione, Barabba è l’uomo liberato da Pilato al posto di Gesù di Nazareth, che anche agli occhi del governatore romano pareva del tutto innocente e “vittima dell’invidia dei Giudei”. La scelta tra Gesù e Barabba non è casuale: secondo Benedetto XVI, mette a confronto “due figure messianiche, due forme di messianesimo”.
Da una parte c’è Barabba, probabilmente un combattente della resistenza, associato alla violenza e alla promessa di una liberazione politica; dall’altra c’è Gesù, che annuncia come via alla vita il perdere se stessi e fonda il suo regno sulla verità, sulla giustizia e sull’amore. Il contrasto tra i due non riguarda soltanto un episodio del processo romano, ma interroga il modo in cui gli uomini concepiscono la salvezza, la libertà e il potere.
Chi era Barabba nei Vangeli
Non sappiamo praticamente nulla di Barabba, se non quello che ci dicono i vangeli; non abbiamo altre fonti storiche che attestino chi fosse e cosa abbia fatto. Anche i vangeli non sono così precisi: per Giovanni era in brigante (Gv 18,40); per Matteo era un carcerato famoso (Mt 27,16); per Marco era stato arrestato insieme ai ribelli che in una sommossa avevano commesso un omicidio (Mc 15,7).
Più probabilmente può essere considerato uno zelota (un partigiano) che era stato arrestato durante un’azione compiuta contro i Romani. Quello che il vangelo mette in evidenza è che era un uomo che aveva commesso un crimine, un uomo colpevole che viene liberato, mentre al suo posto viene condannato un innocente.
Secondo i Vangeli, Barabba, o Yeshua Bar-abbàs, era un ebreo; le notizie su di lui che ricaviamo dalla Scrittura sono poche. Giovanni qualifica Barabba, secondo le nostre traduzioni, semplicemente un “brigante”. Ma nel contesto politico di allora la parola greca da lui usata aveva assunto il significato di “terrorista”, ovvero di “combattente della resistenza”.
Barabba era probabilmente un esponente di rilievo della setta integralista degli Zeloti, gruppo nazionalista discendente dai figli di Giuda il Galileo, che guidò due successive rivolte contro i Romani, negli anni 6 e 7 d.C. Gli Zeloti erano chiamati dai Romani “latrones”, ladroni; verosimilmente i due crocifissi accanto al Signore erano complici di Barabba.
Il significato del nome Bar-Abbas
Bar-Abbas significa “figlio del padre”. È una tipica denominazione messianica, il nome religioso di uno dei capi eminenti del movimento messianico. Il fatto diventa ancor più importante se consideriamo che Bar-abbas significa “figlio del padre”, termine tecnico che significa “Figlio di Dio”.
L’ultima grande guerra messianica degli ebrei fu condotta nel 132 da Bar-Kochba, Figlio della stella. È la stessa composizione del nome; rappresenta la stessa intenzione. Origene, il grande Padre della Chiesa, ci informa che in alcuni manoscritti dei Vangeli, fino al III sec., l’uomo in questione si chiamava Gesù Barabba - Gesù figlio del padre.
Da Origene apprendiamo un ulteriore dettaglio interessante: in molti manoscritti dei Vangeli fino al III secolo l’uomo in questione si chiamava Gesù Barabbas - Gesù figlio del padre. Si pone come una sorta di alter ego di Gesù, che rivendica la stessa pretesa, in modo però completamente diverso.
La lettura di Benedetto XVI
Scrive papa Benedetto XVI nel suo “Gesù di Nazaret”: “In altre parole Barabba era una figura messianica. La scelta tra Gesù e Barabba non è casuale: due figure messianiche, due forme di messianesimo si confrontano. Questo fatto diventa ancor più evidente se consideriamo che Bar-Abbas significa figlio del padre.
È una tipica denominazione messianica, il nome religioso di uno dei capi eminenti del movimento messianico. L’ultima grande guerra messianica degli ebrei fu condotta nel 132 da Bar-Kochba, Figlio della stella. È la stessa composizione del nome; rappresenta la stessa intenzione.
Da Origene apprendiamo un ulteriore dettaglio interessante: in molti manoscritti dei Vangeli fino al III secolo l’uomo in questione si chiamava Gesù Barabbas - Gesù figlio del padre. Si pone come una sorta di alter ego di Gesù, che rivendica la stessa pretesa, in modo però completamente diverso.
La scelta è quindi tra un Messia che capeggia una lotta, che promette libertà e il suo proprio regno, e questo misterioso Gesù, che annuncia come via alla vita il perdere se stessi”.
Rappresenterebbe una sorta di alter ego di Gesù Nazareno, e rivendica la stessa pretesa, in modo tuttavia completamente diverso: la scelta è quindi tra Yeshua Bar Abbàs, un Messia alla guida della lotta armata, che promette nella vita presente, la liberazione dallo strapotere imperiale romano per instaurare un nuovo Regno di Israele; e questo misterioso Yeshua Bar Yosef, Gesù figlio di Giuseppe, detto il Cristo, il quale promette, invece che la vita presente, la vita eterna a condizione di deporre le armi e rinnegare sé stessi.
Due messianismi a confronto
Gesù e Barabba rappresentano due modi opposti di intendere la liberazione. Barabba incarna l’attesa di un capo capace di guidare una lotta, abbattere il dominio romano e instaurare un regno visibile e politico. Gesù, invece, propone una liberazione che passa attraverso la conversione, il dono di sé e il rifiuto della violenza.
La scelta è quindi tra un Messia che capeggia una lotta, che promette libertà e il suo proprio regno, e questo misterioso Gesù, che annuncia come via alla vita il perdere se stessi. Nessuna meraviglia, conclude Papa Ratzinger, che le folle abbiano preferito il primo, Barabba.
Dunque, Gesù sarebbe stato un Messia spirituale: per questo, era odiato dai sacerdoti, che lo fecero passare per un ribelle politico agli occhi di Roma; Barabba, invece, un messia politico, amato dal popolo e dai sacerdoti stessi, ma considerato un pericoloso terrorista dalle autorità imperiali.
L’accusa di voler essere il “Re dei Giudei”, motivazione ufficiale della condanna di Gesù, sarebbe stata quindi da imputare a Barabba. Qualcuno ha addirittura ipotizzato uno scambio di persona avvenuto all’ultimo momento tra Barabba e Gesù.
Gesù davanti a Pilato
“Gesù non è un rivoluzionario politico, il suo messaggio e il suo comportamento non costituiscono un pericolo per il dominio romano”, scrive Benedetto XVI nel terzo capitolo intitolato “Gesù davanti a Pilato”.
Se il potere, e precisamente il potere militare, è caratteristico per la regalità e il regno - niente di ciò si trova in Gesù. Per questo non esiste neanche una minaccia per gli ordinamenti romani. Questo regno è non violento. Non dispone di alcuna legione.
Il regno di Gesù è fondato sulla “verità”. Ma in che modo la verità può essere fondamento di un “potere”?, si chiede Ratzinger. “Verità e opinione errata, verità e menzogna - scrive il pontefice - nel mondo sono continuamente mescolate in modo quasi inestricabile.
La verità in tutta la sua grandezza e purezza non appare. Il mondo è ‘vero’ nella misura in cui rispecchia Dio, il senso della creazione”.
La pace, la giustizia e il potere militare
“Con la potenza militare, da sola, non si può stabilire nessuna pace”, dice Papa Benedetto XVI nel suo libro. Come prefetto egli rappresentava il diritto romano su cui si basava la pax romana - la pace dell’impero che abbracciava il mondo.
Questa pace, da una parte, era assicurata mediante la potenza militare di Roma. Ma con la potenza militare, da sola, non si può stabilire nessuna pace. Infatti, scrive il papa, “la pace si fonda sulla giustizia”.
Gesù non rappresenta dunque una minaccia militare per Roma. La sua regalità non si fonda sulle armi e non aspira a sostituire con un altro potere violento il dominio esistente. Il contrasto con Barabba consiste proprio nel diverso fondamento del regno promesso.
Il processo e la responsabilità della morte di Gesù
Nel suo secondo libro sulla vita di Gesù, Papa Benedetto XVI affronta una nuova analisi dei vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) e reinterpreta da teologo i temi più importanti della sua storia. Dalla figura di Giuda, a quella di Ponzio Pilato, dalle date dell’Ultima Cena fino alla morte del Nazareno e alla responsabilità del popolo ebreo sulla morte del redentore.
Punto cruciale della nuova esegesi del Pontefice è proprio il ruolo avuto dal popolo ebraico sulla crocifissione. Non furono gli ebrei in quanto tali a volere la morte di Gesù. Il Papa smentisce l’interpretazione “deicida” del Vangelo e contesta una lettura “razzista” della morte di Cristo.
Quando il Vangelo di Matteo parla di “tutto il popolo”, attribuendo ad esso la richiesta della morte di Gesù, “sicuramente non esprime un fatto storico: come avrebbe potuto essere presente in tale momento tutto il popolo e chiedere la morte di Gesù?”.
Per Benedetto XVI è “fatale nelle sue conseguenze” l’interpretazione che è stata data di questa frase di Matteo. “La realtà storica - spiega - appare in modo sicuramente corretto in Giovanni e in Marco.
Il vero gruppo degli accusatori - infatti - sono i circoli contemporanei del tempio e, nel contesto dell’amnistia pasquale, si associa ad essi la ‘massa’ dei sostenitori di Barabba”.
Chi sono i “Giudei” nel Vangelo di Giovanni
Riguardo agli accusatori di Gesù, “secondo Giovanni - scrive il Papa - essi sono semplicemente i ‘Giudei’”. Ma questa espressione “non indica affatto come il lettore moderno forse tende a interpretare - il popolo d’Israele come tale, ancor meno essa ha un carattere ‘razzista’”.
In definitiva, infatti, “Giovanni stesso, per quanto riguarda la nazionalità, era Israelita, ugualmente come Gesù e tutti i suoi”. Così come “l’intera comunità primitiva era composta da Israeliti”.
In Giovanni, dunque, “tale espressione ha un significato preciso e rigorosamente limitato: egli designa con essa l’aristocrazia del tempio”. Invece in Marco, “il cerchio degli accusatori - che risposero alla domanda se liberare Barabba o Gesù - appare allargato”.
La folla e la scelta di Barabba
Secondo Matteo poi “tutto il popolo avrebbe detto: ‘Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli’”. Letta nella prospettiva della fede, essa significa che tutti noi abbiamo bisogno della forza purificatrice dell’amore, e tale forza è il suo sangue.
Non è maledizione, ma redenzione, salvezza. E dunque “soltanto in base alla teologia dell’Ultima Cena e della croce presente nell’intero Nuovo Testamento la parola di Matteo circa il sangue acquisisce il suo senso corretto”.
Barabba è colui che è scelto dalla folla. Nonostante la sua dubbia moralità, Barabba è scelto dalla folla; è preferito a Gesù. La gente e i capi dei sacerdoti ritengono più pericoloso Gesù di Barabba.
Barabba è uno di noi, lo comprendiamo; lo gestiamo più tranquillamente. I suoi pensieri sono i nostri pensieri; le sue vie sono le vie che anche noi vorremmo percorrere. Ma Gesù non è così: mai nessuno ha parlato come lui parla.
La sua “pretesa” di essere Figlio di Dio risulta inaccettabile perché chiederebbe di mettere in discussione tutte le nostre strutture religiose, sociali e politiche. In fondo Barabba, pur con tutte le sue ambiguità, potrebbe essere anche un eroe, un patriota; meglio lui di Gesù.
Barabba e Gesù: l’innocente e il colpevole
Nel racconto della Passione, ascoltato durante la celebrazione di ieri, abbiamo ancora una volta sentito parlare di Barabba, l’uomo liberato da Pilato -nonostante la sua evidente colpevolezza - al posto di Gesù di Nazareth, che anche agli occhi del governatore romano pareva del tutto innocente e “vittima dell’invidia dei Giudei”.
Il vangelo mette in evidenza un paradosso: un uomo colpevole viene liberato, mentre al suo posto viene condannato un innocente. Barabba conserva la vita non per i propri meriti, ma perché la folla lo preferisce a Gesù e perché Pilato concede la liberazione prevista dall’amnistia pasquale.
Barabba è l’immagine vivente di ciò che anche noi siamo, di ciò che corrisponde maggiormente al nostro essere; il confronto con Gesù e il fatto che Gesù venga condannato non ci può lasciare tranquilli.
Barabba come primo salvato
A me sembra che, al di là delle opportune riflessioni storiche, la figura di Barabba, inserita da tutti gli evangelisti nel racconto della Passione, abbia da dirci qualcosa che ci riguarda da vicino, a tal punto da poterci identificare con questo misterioso personaggio.
Barabba è il primo salvato: pur inconsapevolmente e a causa di una serie di eventi indipendenti dalla sua scelta, Barabba si trova ad essere il primo ad aver salva la vita per merito di Gesù.
Barabba è il primo che fa l’esperienza di essere salvato, di essere liberato proprio a causa della morte di Gesù. Non siamo anche noi così? Non siamo anche noi salvati inconsapevolmente?
Non possiamo anche noi ritenerci liberati perché Gesù ha dato la vita al nostro posto e, come dice san Paolo, non perché fossimo meritevoli, ma proprio quando eravamo peccatori? (Cfr Rom 5,6-8).
“Figlio del Padre” e l’uomo che vive lontano dal Padre
Barabba ha un nome bellissimo, ma vive come se questo nome non significasse nulla. Si chiama “figlio del padre” (Bar- Abbà), ma ciò che compie è la rappresentazione di un uomo che vuole ottenere a tutti i costi ciò che per lui è giusto, senza farsi scrupoli di usare la violenza e l’omicidio.
Non facciamo anche noi fatica a vivere la nostra vita di figli (dipendenti dal Padre) desiderando dimostrare al mondo di poter fare quello che noi riteniamo giusto? Non siamo anche noi privi di scrupoli per ottenere ciò che ci sembra un diritto?
Forse non arriviamo all’omicidio, ma non siamo estranei alla violenza. Il nome di Barabba richiama dunque una figliolanza che non si traduce automaticamente in una vita conforme al Padre.
La salvezza indipendente dai meriti
Possiamo però riconoscere che Gesù è morto anche per Barabba, anzi forse proprio per lui, indipendentemente dalla sua eventuale conversione. Per questo, senza timore, possiamo identificarci in lui e vivere la Pasqua nel suo significato più autentico.
Anche noi nella Pasqua siamo liberati e salvati; siamo riscattati dalla morte e da una giusta condanna e tutto questo avviene perché il Signore ha donato la sua vita per noi, come è accaduto per Barabba.
Il paradosso evangelico non presenta Barabba come un uomo meritevole della salvezza, ma come colui che la riceve mentre è ancora colpevole. La sua liberazione diventa così un’immagine della salvezza offerta a chi non può rivendicarla come premio.
Barabba nella letteratura di Pär Lagerkvist
L’opera “Barabba”, del Premio Nobel svedese Pär Lagerkvist, mostra che la predilezione di Gesù non può essere cancellata né dal nostro rifiuto, né dal rinnegamento: la salvezza è nel legame con la Verità.
Piccolo quadro, composto, raffinato, dal linguaggio poetico e denso di metafore, pubblicato nel 1950, l’anno prima del conseguimento del Premio Nobel da parte dell’autore svedese Pär Lagerkvist (1891-1974), l’opera Barabba è condotta per scene drammaturgiche, scevre però di dialoghi e scarne nella trama.
Barabba è testo dotato di una notevole drammaticità, non tanto per un rapido susseguirsi di azioni, ma per la dinamicità della figura del protagonista, tutta protesa a conoscere Gesù, Colui che è stato crocifisso al posto suo, e per la bella pittura degli altri attori della scena ambientata a Gerusalemme.
Protagonista indiscusso è colui che dà il nome all’opera, quel Barabba, audace e scaltro, di cui parlano i Vangeli, presentato da papa Benedetto XVI come una sorta di figura messianica nel suo Gesù di Nazareth.
Barabba dopo la crocifissione
Lagerkvist lo rappresenta come una specie di condottiero che consigliava i compagni e architettava i piani delle loro imprese, «bizzarro, scompiacente», assai diverso dalle persone con cui si accompagnava, per cui essi non riuscivano mai a comprenderlo e lui rimaneva sempre un estraneo per loro.
L’opera si apre nei giorni immediatamente successivi alla crocefissione. Pur non credendo che Cristo potesse davvero resuscitare, Barabba si recò lo stesso al sepolcro.
Solo lui si trovava lì, in attesa dell’evento, insieme alla Leporina, che, invece, credeva fermamente in Gesù e nella sua resurrezione. Quando aveva incontrato il Maestro, questa donna non gli aveva chiesto di essere guarita, perché desiderava solo vederlo e incontrarlo.
Sarebbe diventata presto una vivace testimone del Signore. Nel tempo, attraverso alcuni incontri significativi, Barabba cambiò, diventando sempre più strano per i conoscenti.
Barabba destava l’impressione di essere lontano, «in qualche altro luogo». Forse, tutto ciò derivava da quel che gli era successo laggiù, a Gerusalemme, quando era stato così vicino alla crocifissione.
Era quasi come se davvero fosse stato in croce e fosse poi tornato tra i vivi. Pieno di domande, Barabba scoprì dalla Leporina che il messaggio di Cristo era «amatevi l’un l’altro».
La ricerca di Gesù
Senza cercarli deliberatamente, Barabba s’imbatteva spesso nei discepoli di Gesù, s’intratteneva a parlare con loro, per sapere qualcosa di più sul maestro e sulla sua dottrina.
Barabba era colpito dal fatto che i discepoli credessero fermamente nella resurrezione del Signore. Non tutti i discepoli si fidavano, però, di Barabba.
Se un tempo non gli era, però, mai importato (“la gente aveva sempre dimostrato che non gli voleva bene e che non desiderava d’avere a che fare con lui”), ora, invece, ne era seriamente dispiaciuto.
Il Barabba solitario nell’animo si sentiva affascinato da quel gruppo di discepoli che erano uniti dalla fede comune, spezzavano il pane «come in una sola grande famiglia».
Col passare dei giorni Barabba iniziò a cercarli per intendere meglio quella loro strana fede. Voleva capire, ma non riusciva.
Ripensava a quell’uomo che, come dicevano gli apostoli, era morto per tutti. Barabba non sapeva se fosse morto davvero per tutti, capiva che senz’altro era morto per lui: era andato in croce al posto suo.
La dottrina dell’amore era diventata per Barabba un’esperienza reale: lui era stato amato dal maestro che aveva dato la sua vita perché lui potesse vivere.
Il dubbio davanti al dolore
Tanti fatti provocarono Barabba: la Leporina venne lapidata in quanto discepola di Gesù: perché Lui non l’aveva salvata mentre la lapidavano? Perché i miracoli non accadevano sempre? Per che cosa era venuto allora il Signore?
Barabba finì in miniera, dove incontrò lo schiavo Sahak, che portava impresso il nome del Messia sulla piastra che aveva sul petto: lì, Barabba si trovò a testimoniare della resurrezione del maestro e desiderò anche lui portarne impresso il nome per indicare la sua appartenenza.
Sahak testimoniava ovunque che «il suo dio era dappertutto, anche nel buio. Si poteva invocarlo dove si voleva e sentire la sua presenza. Sì, anche nel proprio petto lo si poteva sentire e questa era la più soave di tutte le cose.
[…] Era il dio di tutti gli oppressi e che doveva venire a liberare tutti gli schiavi dalle loro catene e a redimerli». Sahak parlava il più sovente possibile della redenzione di tutti gli uomini.
Ma Barabba ad un certo punto, incomprensibilmente, smise di pregare. Quando venne portato dinanzi al procuratore romano, dichiarò di non credere a quel dio in cui credeva Sahak.
Allora, il romano gli chiese perché portasse impresso il nome Christòs Jesus sulla sua piastra. Barabba rispose semplicemente: «Perché desideravo di credere».
Sahak, invece, non sconfessò la sua fede, perché poteva perdere la vita, ma non il suo Signore. Venne così crocifisso, mentre Barabba una volta ancora assisteva ad una crocifissione.
Barabba a Roma
Negli anni successivi Barabba finì a Roma al seguito del procuratore che aveva terminato il suo compito nelle terre d’Oriente. Andò alla ricerca dei cristiani nelle catacombe.
Non li trovò, ma, quando scoppiò l’incendio di Roma e vennero accusati i cristiani, credette di aggregarsi a loro contribuendo a propagare le fiamme.
Pensava che finalmente fosse arrivato il Regno di Cristo a distruggere questo mondo. Aveva di nuovo frainteso il messaggio di Gesù, che è amore.
Finì in carcere con i cristiani condannati a morte per l’incendio e si proclamò uno di loro. Ma i cristiani non lo conoscevano.
Era una volta ancora solo, come lo era stato tutta la vita, finché Pietro non riconobbe in lui quel Barabba che era stato liberato al posto del maestro.
L’ultima crocifissione
Barabba venne crocifisso anche lui, ma quando sentì avvicinarsi la morte, della quale aveva tanta paura, disse: «A te raccomando l’anima mia».
Barabba era stato scelto. La predilezione di Gesù per lui non poteva essere cancellata in alcun modo. Era un segno indelebile, un cambiamento stesso della sua persona che da bruto era divenuta pienamente uomo, anche se non voleva riconoscerlo.
Alla fine sulla croce “due voci della stessa medaglia” si ritrovano:
- Jesus: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito
- Barabba: A te raccomando l’anima mia
La moralità, la verità e la conversione
La moralità non risiede quindi in uno sforzo di coerenza, ma nella memoria, nell’amore e nell’affetto per il vero incontrato.
Si può tradire mille volte (e ciò non è certo motivo di vanto!), ma si può ripartire dicendo nuovamente «sì, ti voglio bene», come Pietro dopo aver rinnegato Gesù per tre volte.
Al contrario, la mentalità corrente dipinge la sincerità e la coerenza come due virtù che da sole possono però condurre al male. Pensiamo che misura diversa rispetto alla mentalità corrente che pone nella sincerità e nella coerenza le due virtù principali nel rapporto.
La coerenza è, infatti, un disvalore in un uomo che non ha ancora incontrato la verità: se stesse camminando verso un precipizio, la coerenza lo porterebbe a cadere nel vuoto.
Perciò, sincerità e coerenza, spesso trattate come virtù assolute, sono in realtà relative, cioè virtù solo se legate a ciò che davvero vale, ovvero alla verità.
Giuda e l’ultima cena nel libro di Benedetto XVI
La figura più controversa degli apostoli, il traditore, nell’analisi di Benedetto XVI viene umanizzata, in parte, deresponsabilizzata. Nella seconda parte del libro Giuda viene descritto come “tesoriere del gruppo dei discepoli”, accecato dal denaro, tradito egli stesso dagli altri discepoli.
Soprattutto posseduto dal demonio. “Ciò che a Giuda è accaduto - commenta Joseph Ratzinger - per Giovanni non è più psicologicamente spiegabile.
È finito sotto il dominio di qualcun altro: chi rompe l’amicizia con Gesù, chi si scrolla di dosso il suo ‘dolce giogo’, non giunge alla libertà, non diventa libero, ma diventa invece schiavo di altre potenze, o piuttosto: il fatto che egli tradisce questa amicizia deriva ormai dall’intervento di un altro potere, al quale si è aperto”.
Ma Giuda cerca un’ultima redenzione, lo fa mentre dice “ho peccato” ai suoi committenti, e “cerca di salvare Gesù, ridandogli il denaro”. Il suo pentimento diventa disperazione. E poi morte, autoinflitta.
Questo pentimento tuttavia non è il vero pentimento. “Fa parte del giusto pentimento la certezza della speranza - una certezza che nasce dalla fede nella potenza maggiore della Luce fattasi carne in Gesù”.
Alla fine Gesù lo salverà? In proposito Benedetto XVI cita la famosa affermazione di Pascal per il quale “la sofferenza di Gesù, la sua agonia, perdura sino alla fine del mondo”.
Questa verità possiamo esprimerla “anche dal punto di vista opposto: Gesù in quell’ora si è caricato del tradimento di tutti i tempi, della sofferenza che viene in ogni tempo dall’essere traditi, sopportando così fino in fondo le miserie della storia”.
La data dell’Ultima Cena e della crocifissione
Sulla data dell’Ultima Cena ha ragione il Vangelo di Giovanni e torto i sinottici: “Al momento del processo di Gesù davanti a Pilato, le autorità giudaiche non avevano ancora mangiato la Pasqua e per questo dovevano mantenersi ancora culturalmente pure”.
E dunque “la crocifissione non è avvenuta nel giorno della festa, ma nella sua vigilia”, scrive Benedetto XVI nella seconda parte del volume.
“Gesù - scrive il Papa - è morto nell’ora in cui nel tempio venivano immolati gli agnelli pasquali. Che i cristiani in ciò vedessero in seguito più di un puro caso, che riconoscessero Gesù come il vero Agnello, che proprio così trovassero il rito degli agnelli portato al suo vero significato - tutto ciò è poi solo normale”.
Non è chiaro perché i sinottici abbiano parlato di una cena pasquale. Secondo il Pontefice infatti nel racconto vero e proprio dell’ultima cena non si menzionerebbe la Pasqua.
La croce come luogo della storia e della salvezza
Ecco i fatti! Sembra di leggere la prima pagina di un quotidiano dei nostri giorni. All’interno di questa storia dai risvolti inquietanti, Dio scrive la Sua storia!
Analogamente, nella storia di oggi, storia ugualmente tragica di attentati, di incidenti stradali, che hanno stroncato vite innocenti, in questa nostra storia, Dio continua a scrivere la Sua.
Non si tratta di due storie separate; da quando il Verbo si è fatto carne nel grembo di Maria, la storia di Dio si è unita a quella degli uomini!
Siamo in grado di riconoscere i segni della presenza del Salvatore nelle nostre vicende personali? nelle nostre strade segnate dal sangue? Dentro e fuori dai confini del mondo, pericolosamente riaffermati come rimedio a vecchie paure, all’odio razziale, alle derive religiose?
La grande preghiera universale che il Venerdì Santo, tutta la Chiesa innalza a Dio, è al tempo stesso invocazione e celebrazione della fede: Dio non ci ha abbandonati!
E quando un uomo muore, giovane o vecchio, maschio o femmina, innocente o colpevole. Dio muore con lui e risorge per lui.
Rappresentazioni artistiche di Gesù e Barabba
In questo “Ecce homo” di Honoré Daumier, del 1851, vediamo un Pilato gridante alla folla, manco fosse un banditore d’asta: “Volete che vi liberi Barabba o Gesù?”.

Lo spettacolo ripercorrerà i momenti salienti della vita di Barabba attraverso l’adattamento drammaturgico dell’omonimo romanzo di Pär Lagerkvist.
Del libro furono acquistati i diritti per la realizzazione del film “BARABBA” del 1961 di Richard Fleischer con Anthony Quinn.

Sulla scena si alterneranno una voce narrante accompagnata da suoni elettronici ed alcune immagini del film di Richard Fleischer accompagnate dal suono di un violino.
Una performance per rivivere i passi verso la crocifissione da un’angolazione inedita.
- Massimiliano Pegorini: voce narrante, elettronica e loop.
- Angela Alessi: violino e viola.