Quando si parla di Gesù alla porta, l’immagine richiama soprattutto il passo dell’Apocalisse: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). Gesù non si impone con violenza: sta davanti alla porta, chiama e attende una risposta libera, espressa dall’ascolto e dall’apertura.
Il significato dell’immagine è quindi duplice: Cristo è colui che apre all’uomo la via della vita e della comunione con Dio, ma è anche colui che attende davanti alla porta chiusa del cuore umano. Aprire significa accogliere la sua proposta di salvezza, conversione e comunione; lasciarla chiusa significa rifiutare consapevolmente questo incontro.
L’origine biblica dell’immagine di Gesù alla porta
La metafora della porta caratterizza la storia della salvezza racchiusa tra una porta che si chiude (Genesi) e dodici porte che, alla fine della storia, si aprono (Apocalisse). Dio, a causa del peccato dei progenitori (Gen 3,23-24), chiude la porta dell’Eden. Dopo che la porta del paradiso è stata chiusa, l’uomo non comunica più familiarmente con Dio.
Sarà il culto a stabilire una relazione tra i due mondi, quello divino e quello umano. In Gen 28,18 il patriarca Giacobbe dopo la visione della scala che raggiungeva il cielo, esclama: «Questa è la porta del cielo». “Porta del cielo” è l’espressione biblica per indicare la frontiera tra Dio e noi, ma “in cielo” c’è Dio che ci attende.
Segnaliamo già qui, che nel vangelo di Giovanni questa scala, “porta del cielo”, è Gesù che apre l’accesso al Padre (cf. Gv 1,51). L’israelita che si presenta alla porta del tempio desidera avvicinarsi a Dio (Sal 100,4).
Quando il tempio viene distrutto, Israele si rende conto che l’uomo non può salire al cielo; perciò, nella sua preghiera, chiede a Dio di squarciare i cieli e di scendere lui stesso (Is 63,19); prenda Lui, dunque, la guida del gregge e gli faccia varcare le porte (Mi 2,12s). Questo desiderio viene esaudito da Gesù.
È di grande importanza quando si tratta della metafora della porta nel contesto della storia della salvezza rivelata nella Bibbia il fatto che al battesimo di Gesù il cielo si apre (cf. Mc 1,10; Lc 3,21; Mt 3,16). Nei testi sinottici che raccontano l’evento non sono menzionate le porte, ma si parla soltanto dell’apertura del cielo - un preludio di salvezza, perché Gesù stesso diventa la vera porta che collegherà il cielo e la terra (Gv 1,51; cf. Gen 28,17).
Gesù è la porta delle pecore
Nel Vangelo di Giovanni nel discorso sulla porta (Gv 10,7.9) si trova l’autodefinizione di Gesù quale «porta / ἡ θύρα». Questo testo contiene un’affermazione di non poca importanza, in quanto esso viene introdotto in modo solenne col doppio «amen» e con «ἐγώ εἰμι», l’espressione che in assoluto indica l’autorivelazione di Gesù e col predicato un aspetto della sua funzione messianica.
Al v. 7 Gesù aveva detto «Io sono la porta delle pecore». Questo enunciato metaforico dice che tramite il rapporto con Gesù che la pecora accede al recinto, è attraverso di lui che una pecora diventa membro del popolo di Dio.
Nel suo discorso sul buon pastore che, a differenza dei ladri, passa per la porta per arrivare alle pecore, Gesù definisce se stesso come porta: «Io sono la porta. Chi entrerà attraverso di me sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9).
Al v. 9 non dice più delle pecore, ma semplicemente «Io sono la porta» e aggiunge «se uno entra attraverso di me, sarà salvato». Spiega Adriana Bottino che qui «non è più soltanto porta delle pecore della paroimia [cioè del testo di Gv 10,1-5] che hanno ascoltato la voce del pastore che le ha fatte uscire dal recinto del giudaismo, ma di chiunque entri per mezzo di Lui».
Egli è la porta che conduce alla salvezza. Introdotto qui il verbo «salvare» esprime quindi la dimensione soteriologica di Cristo-porta. Occorre sottolineare che Gesù passa qui dall’immagine («Io sono la porta» / ἐγώ εἰμι ἡ θύρα) alla realtà («per mezzo di me» / δι’ ἐμοῦ).
«Dal confronto dei due versetti appare la stretta connessione fra le due metafore: porta e via: ambedue esprimono il concetto della mediazione di Cristo, ma non si può dire che abbiano un significato identico. La via esprime un cammino, la porta ingresso. […] Gesù si proclama la porta, ma non dice a che cosa dà accesso questa porta, in quanto è in Lui che si trovano i beni salvifici. Il testo di Gv 14,6 indica chiaramente dove conduce Gesù: al Padre».
Gesù, diversamente dalla porta del Tempio, fa entrare non semplicemente solo in un luogo sacro ma nella comunione con lui. La sua persona glorificata è il nuovo tempio di Dio, è compimento del ruolo storico-salvifico del tempio dell’antica alleanza (cf. Gv 10,22-39).
La porta, immagine di Cristo, è luogo di transito verso il bene (Giovanni 10, 9; 10, 1; Matteo 16, 19). La porta giubilare è Cristo stesso che introduce nella città celeste, che perdona le colpe e rimette le pene.
Che cosa significa “Gesù alla porta” in Apocalisse 3,20
Concludiamo le nostre riflessioni sulla metafora della porta nella rivelazione biblica con la sua dimensione ecclesiologica. Nel Libro della Apocalisse alla chiesa di Laodicea Cristo risorto rivolge un’esortazione particolare: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
L’immagine suggestiva di Gesù, che ha aperto all’umanità la porta della vita e della comunione con Dio ed è lui stesso la porta dell’ingresso - abbiamo detto l’unico mediatore - e che ora lui stesso sta alla porta chiusa con la sua proposta, con il dono della salvezza, e vi bussa.
La Lettera alla comunità cristiana di Laodicea (Ap 3,14-22) è stata oggetto di ricerca specialmente sotto l’aspetto del messaggio morale che propone. Il Cristo risorto parla in modo diretto a questa chiesa chiamandola alla conversione.
L’oggetto della conoscenza sua sono «le opere» (Ap 3,15), cioè la situazione morale della comunità “tiepida”. Il termine, come afferma U. Vanni, descrive «insufficienza di amore della chiesa di Laodicea».
Nel testo vengono specificati alcuni aspetti più concreti di questa insufficienza: la particolare povertà spirituale e morale di una chiesa che si vanta della sua prosperità economica; mancante della capacità di valutazione sapienziale delle cose, di lettura della storia, di “discernimento”.
Il Cristo risorto «sta alla porta» e volendo superare l’ostacolo «bussa». Alla chiesa si fa sentire «la voce» di Cristo che tende ad essere ascoltata, ma non si impone con violenza. All’ascolto realizzato segue: apertura della porta, ingresso, banchetto.
L’apertura della porta è presentata come una conseguenza dell’ascolto della voce, cioè la decisione personale di accoglienza nei riguardi di Cristo. «Io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» tutto questo esprime con «una personalizzazione maggiorata», «l’intimità di un amore tra Cristo e il cristiano che tende ad essere un amore tra uguali».
“Entrando” da lui […], Cristo assimila il cristiano a sé stesso, portandolo al suo livello». Questa immagine della cena richiama la «cena del Signore», la cena eucaristica che permette al cristiano di fare “entrare “in sé, di assimilare la vitalità di Cristo risorto».
Porta, chiave e accesso al mistero
Nell’Apocalisse di Giovanni l’immagine della porta viene completata dal simbolo delle chiavi: «Così parla il Santo, il Verace, colui che possiede la chiave di Davide, colui che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre» (Ap 3,7).
La chiave apre la porta che conduce al mistero. Spesso, nei miti e nelle favole, il possesso della chiave significa essere iniziato al mistero, avere accesso al mistero.
Gesù è la chiave, che ci inizia al mistero di Dio. Ci apre la porta, affinché entriamo nel regno di Dio e possiamo essere a casa in Dio.
Gesù è la chiave, che ci permette anche di entrare in noi stessi, di giungere al mistero del nostro essere uomini e donne. Talvolta ho la sensazione di vivere questa immagine della porta e della chiave: nell’incontro con Gesù è come se qualcosa in me si aprisse, come se si spalancasse una porta e io potessi entrare nel regno di ciò che è essenziale, vero, nel regno di Dio, il solo nel quale posso ritrovare me stesso nella mia totalità.
La porta come simbolo di passaggio
La porta è sempre stata investita di un’importanza fondamentale nella storia dell’umanità. Elemento di protezione e difesa per villaggi, città e palazzi, ha assunto nel mondo greco e poi in quello romano anche una forte simbologia spirituale, come varco tra i mondi, punto di passaggio, confine tra la vita e la morte.
L’importanza della porta nell’antichità non si limitava a considerarla come l’ingresso di una casa, di un tempio o di un’intera città. Le sue funzioni erano legate alla sua costruzione, in quanto una porta antica era spesso un complesso di stanze utilizzate per una varietà di scopi, non solo un ingresso in sé.
Le antiche porte erano anche luoghi di incontro, centri di vita urbana e di scambio di idee. La porta rappresentava il luogo a cui essa dava accesso (Is 38,10; Sal 107,18).
Le porte delle case proteggevano i membri della famiglia dai pericoli esterni e dagli svantaggi. La porta della città forniva protezione dai nemici, rappresentava salvezza e sicurezza.
La porta è simbolo del passaggio da un ambito all’altro, dalla vita terrena all’aldilà, dall’ambito profano a quello sacro. Presso tutti i popoli esiste l’immagine della porta celeste, che indica il passaggio al regno divino.
Gesù è la porta, attraverso la quale entriamo non solo in noi stessi, ma anche nella casa di Dio, attraverso la quale giungiamo a Dio. Durante il Medioevo, nei portali delle chiese romaniche Cristo era di solito rappresentato come il Giudice, che decide chi deve andare in paradiso e chi all’inferno.
È per mezzo di Gesù che entriamo nella Chiesa, nel luogo sacro. Egli è l’unica possibilità di accedere alla vita.
Chi passa attraverso Cristo, la porta, entra nel regno della vita, della vita divina, è come se fosse già in paradiso pur essendo ancora in questa vita terrena.
Le porte nella Bibbia: termini e immagini
Per descrivere le “porte”, la Scrittura utilizza diversi termini. I più significativi, perché ricorrono con maggiore frequenza nelle pagine della Bibbia ebraica, sono i tre seguenti: שַַׁער (shaar), פַתח (ֶּpetah) e דֶלתֶּ (delet).
| Termine | Significato e uso biblico |
|---|---|
| שַַׁער (shaar) | Definisce le porte dell’accampamento, del tempio, del suo cortile e soprattutto della città; in senso figurato indica anche “la porta del cielo”, “la porta dello Scheol”, “la porta della morte” e “la porta della giustizia”. |
| פַתח (ֶּpetah) | È tradotto come apertura, ingresso, passaggio, porta o portone; metaforicamente è usato nella frase “porta della speranza” in Os 2,177. |
| דֶלתֶּ (delet) | Significa porta, battente e porta di una casa, di una città o di un tempio; in senso figurato indica, ad esempio, “la porta del cielo”. |
La lingua greca, invece, utilizza i seguenti termini: πύλη (pyle), θύρα (thyra), εἴσοδος (eisodos), πυλών (pylon), πρόθυρον (prothyron).
Il termine frequentemente usato più della metà delle volte nella Bibbia greca (362 volte) per indicare la porta - è πύλη, che significa la porta, anche la porta dell’abisso, e in senso figurato: l’accesso, l’entrata in qualche stato.
La parola θύρα (porta, portone, uscio, ingresso) invece, ricorre nella Bibbia 214 volte nell’Antico Testamento e 39 volte nel Nuovo Testamento. È con questo termine che Gesù si definisce nella pericope sul buon pastore e sulla porta (delle pecore) in Gv 10,1-21.
La porta stretta e il significato della salvezza
L’ingresso nella salvezza presentata come una città o una sala di banchetti è una porta stretta (stenē), cioè la conversione (Mt 7,13s; Lc 13,24), la fede (At 14,27; Ef 3,12). Colui che non starà in guardia troverà la porta chiusa (Mt 25,10; Lc 13,25).
In Lc 13,25 il Signore, dopo aver chiuso la porta, risponderà: «Non so di dove siete». Così pure in Mt 25,10 alle vergini stolte, che bussano alla porta chiusa: «Non vi conosco».
Il senso è escatologico: rifiuto della partecipazione alla salvezza eterna. C’è un’ottica, invece, che Gesù ci chiede di adottare, parlando di quella porta stretta, ed è la proposta di entrare, certo attraverso un passaggio angusto, nell’immensa ottica del Padre, che ci vuole tutti felici, tutti salvi, cioè tutti con Lui in un progetto di salvezza comune che non escluda nessuno.
Questa è l’ottica angusta dell’uomo di sempre, che per essere trasformata ha bisogno di passare per la porta stretta della rinuncia al proprio punto di vista. Poco forse è quello che concepisce l’uomo, quando pensa da solo, e per quanto si sforzi, pensa sempre in piccolo.
Se abbandonato a se stesso, sembra non riuscire nel dilatare i propri polmoni, come dicevamo all’inizio. Il Signore infatti a questa domanda, a mio avviso così mal posta e già maliziosa, risponde con una serie di immagini e metafore che solo all’apparenza possono incuterci la paura del giudizio e di una dannazione senza scampo.
La porta stretta come rinuncia all’esclusione
La domanda è “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Di per sé, a me pare, il quesito è già viziato in partenza.
Ben altra portata aveva avuto nel Vangelo di Matteo la domanda dei discepoli, dopo l’episodio del giovane ricco che se ne era andato via triste: «Chi si potrà dunque salvare?». Là Gesù aveva risposto: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
Credo infatti che non si possa capire fino in fondo il vangelo di oggi, se non teniamo conto anche di quest’altra risposta di Gesù che apre all’idea dell’infinita misericordia di Dio nei confronti di ogni uomo, ma soprattutto della sua immensa e straordinaria capacità di sguardo ben diversa da quella ristretta degli apostoli qui e di quel “tale”.
Quell’uomo infatti sembra già mettere la risposta in bocca a Gesù, usando il pronome “pochi”. E possiamo partire da qui: poco forse è quello che concepisce l’uomo, quando pensa da solo, e per quanto si sforzi, pensa sempre in piccolo.
E di questo ci parla proprio la Prima lettura, dove alla fine del libro di Isaia ci viene presentata una luminosa chiamata a raccolta di tutti, in una visione finale quasi apocalittica, di una nuova Gerusalemme rigenerata.
Chiediamoci allora se riusciamo a credere che quella salvezza sia proprio per tutti. Infatti, in questa lettura, già il popolo di Israele era ritornato dalla terribile prigionia babilonese, e qui ci appare come questa esperienza lo abbia condotto ad abbassare un po’ la cresta.
Ora quindi deve riabituarsi a vivere nella propria terra, ma senza più quell’orgoglio e ristretta convinzione di essere l’unico eletto per la salvezza. Proprio su questo infatti insiste il profeta Isaia: l’idea che esistano solo alcuni prescelti che possono salvarsi, e un verbo spicca su tutti: “radunare”!
C’è un grande movimento in entrata ed uscita in quella nuova Gerusalemme, il luogo bello di pace che ancora oggi ognuno di noi si augurerebbe di abitare già su questa terra.
E così vengono descritti i superstiti da quel triste esilio che è stato Babilonia, i quali vanno a parlare della bellezza di Dio a tutti, fin nelle isole lontane, a coloro che ancora non hanno visto la gloria del Signore, mentre poi anche gli stessi ebrei, osservanti ed eletti, saranno riportati indietro nella terra promessa proprio da fratelli pellegrini appartenenti ad altre genti, anch’esse radunate e raccolte.
Come non pensare qui alla stessa etimologia della parola “chiesa” che significa proprio “raccolta, raduno…”, quella raccolta che tante volte dimentichiamo, arroccandoci nel nostro diritto di essere cristiani con la precedenza forse proprio perché ci sentiamo più vicini al sacro, più osservanti, proprio come quel popolo rientrato da Babilonia, dove però la certezza dei primi della classe aveva cominciato a vacillare.
Questa è l’ottica angusta dell’uomo di sempre, quella che per essere trasformata ha bisogno di passare per la porta stretta della rinuncia al proprio punto di vista, spesso presuntuoso e supponente.
Se ancora in questo vangelo ci vengono presentate immagini di persone rifiutate quando ritornano dal padrone di casa, è forse perché non hanno sposato l’infinita magnanimità di chi non fa elenchi di esclusi.
E il paradosso sta proprio qui: un vangelo che parla tutto di apparente esclusione e punizione è invece un inno all’apertura, all’inclusione più estrema di ogni uomo che abbia insistentemente cercato la costruzione del bene comune.
Di ogni uomo che abbia custodito la coscienza di essere fratelli e di valere ugualmente, anche aldilà della stessa consapevolezza di essere figli dello stesso Padre.
Isaia infatti ci annuncia quasi una bestemmia per l’ebreo religioso osservante: anche tra essi (tra gli stranieri, quelli delle isole lontane) mi prenderò leviti.
La porta stretta è dunque cominciare a passare per l’idea che possiamo essere tutti sacerdoti e leviti, perché il sacro è dato in mano (questa l’etimologia prima della parola “sacerdote”) a tutti gli uomini e donne di buona volontà che vogliono vita e pace per tutti e non si sentono superiori agli altri per questo.
La porta santa e il suo significato cristiano
Questo forte valenza spirituale è confermata anche in ambito cristiano con la cosiddetta Porta Santa. Da un punto di vista squisitamente materiale possiamo definire Porta Santa la porta di una chiesa o una basilica cristiana che il Papa ha proclamato tale.
Questa porta viene tenuta murata e viene aperta unicamente in occasione di un Giubileo, quando può essere attraversata per ottenere l’indulgenza plenaria da tutti i peccati.
Ricordiamo infatti che il Giubileo è un periodo che dura un anno durante il quale la Chiesa concede particolari indulgenze a chi compie pellegrinaggi, si impegna in opere di carità, si dedica alla preghiera e alla penitenza o, in questo caso, attraversa una delle Porte Sante proclamate dal Papa.
Per quanto riguarda il significato simbolico della Porta Santa, troviamo la porta già citata in Ezechiele, come varco attraverso il quale la gloria di Dio entra nella casa, ma anche nell’anima: “Poi mi condusse alla porta, alla porta che guardava a oriente. Ecco, la gloria del Dio d’Israele veniva dal lato orientale. La sua voce era come il rumore di grandi acque e la terra risplendeva della sua gloria[a]. La visione che io ebbi era simile a quella che io ebbi quando venni per distruggere la città; queste visioni erano simili a quella che avevo avuta presso il fiume Chebar; e io caddi sulla mia faccia. La gloria del Signore entrò nella casa per la via della porta che guardava a oriente. “(Ezechiele 43:1-4).
Possiamo però comprendere meglio la valenza della Porta Santa nel Vangelo di Giovanni, dove si legge: “Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Giovanni 10, 7).
Ecco, Gesù parla di sé stesso come di una porta, e così la Porta Santa diventa il passaggio obbligato per chi vuole seguirLo, trovando in Lui la redenzione da ogni peccato e la salvezza.
La porta santa è quella porta di una basilica che viene murata per essere aperta solo in occasione di un Giubileo. Le porte sante sono ingressi speciali presenti in alcune chiese cattoliche, attraverso i quali i fedeli possono ricevere l’indulgenza plenaria attraversandole in occasione di particolari giubilei o festività.
Le più note sono quelle delle quattro basiliche maggiori di Roma, ma anche altre chiese nel mondo hanno una porta santa, concessa dalla Santa Sede per eventi o celebrazioni significative.
Le Porte Sante delle basiliche maggiori di Roma
A Roma, le quattro basiliche maggiori sono dotate di una porta santa:
- Basilica di San Pietro in Vaticano: la porta è un’opera dello scultore Vico Consorti, realizzata presso la Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli a Firenze;
- Basilica di San Paolo fuori le mura: creata dallo scultore Antonio Maraini
- Basilica di San Giovanni in Laterano: opera dello scultore Floriano Bodini
- Basilica di Santa Maria Maggiore: progettata dallo scultore bolognese Luigi Enzo Mattei.
L’inizio ufficiale del Giubileo avviene con l’apertura della porta santa della Basilica di San Pietro. Le porte sante delle altre basiliche vengono aperte nei giorni successivi.
Il rito della porta santa esprime simbolicamente il concetto che, durante il giubileo, è offerto ai fedeli un “percorso straordinario” verso la salvezza. Il rito più conosciuto del Giubileo è proprio l’apertura della porta.
In passato la porta veniva smurata parzialmente prima della celebrazione, lasciando un diaframma che il papa rompeva con un martelletto; quindi gli operai completavano la demolizione.
In occasione del giubileo del 2000, invece, il papa Giovanni Paolo II ha introdotto un rito più semplice e immediato (anche perché, quando per il giubileo del 1975 papa Paolo VI ruppe il diaframma rimanente del muro, fu sfiorato da pesanti calcinacci che caddero a poca distanza da lui): il muro viene quindi rimosso in anticipo lasciando solo la porta chiusa che il papa apre spingendo i battenti.
Le porte sante rimangono aperte (a parte la normale chiusura notturna) fino al termine dell’anno santo, quindi vengono nuovamente murate.
La Porta Santa di San Pietro
Difficile stabilire con precisione l’origine della presenza di una Porta Santa nella Basilica di San Pietro. Esiste da diversi secoli e se ne attesta la presenza già nell’antica Basilica costantiniana e medievale.
Con ogni verosimiglianza fu realizzata da Papa Sisto IV Della Rovere per il Giubileo del 1475 e si trovava esattamente nello stesso luogo in cui è collocata l’attuale Porta: era ed è una porta più piccola rispetto alle altre e immetteva nella navata laterale destra dell’antica Basilica in prossimità del luogo dove c’era l’oratorio di Giovanni VII, decorato da mosaici antichissimi e molto venerato perché custodiva in antico la reliquia del “Volto Santo”.
L’apertura della Porta Santa di San Pietro avviene esclusivamente in corrispondenza dei Giubilei, cadenzati inizialmente ogni 50 anni, successivamente, dal 1475 in poi, ogni 25.
I 30 Anni Santi celebrati complessivamente nella storia, compresi i 6 straordinari, ultimo dei quali quello della Misericordia nel 2015-16, sono ricordati dagli stemmi dei Papi che si alternano alle scene istoriate sui battenti dell’attuale Porta Santa.
Gesù che passa attraverso la porta chiusa
Dopo la sua risurrezione, Gesù aveva un corpo, un corpo riconoscibile come il suo, di carne e ossa che poteva essere toccato, e con le ferite della crocifissione (Mt 28:9; Lu 24:39; Gv 20:27). Inoltre, mangiò (Lu 24:41-43; Gv 21:13-15).
Però, anche se era un corpo fisico, non era non un corpo naturale ma un corpo spirituale. Cioè, sempre un corpo materiale, ma con alcune differenze.
Il brano 1Cor 15:35-57 spiega alcune delle differenze fra questi due tipi di corpo. Parla dei nostri corpi naturali e spirituali, ma Cristo, la primizia dei risuscitati (1Cor 15:20-23), fu risuscitato nello stesso modo (vedi anche Fili 3:21).
Quindi sembra che questo corpo abbia qualche potere addizionale, che include la possibilità di passare attraverso la materia. Forse anche la possibilità di scomparire (Lu 24:31), ma il significato preciso del verbo in quel versetto non è chiaro.
C'è comunque una spiegazione alternativa, in cui il corpo risuscitato non c'entra. Gesù, in quanto il Creatore e Sostenitore di ogni cosa, era in grado di fare miracoli e controllare la Natura anche prima della sua morte e risurrezione, per esempio camminare sull'acqua.
Secondo questa spiegazione, quando Gesù passò attraverso la porta chiusa, fece semplicemente quello che poté sempre fare.
Gesù come porta interiore
Gesù afferma di essere per noi la porta attraverso la quale entriamo nella vita. Sono parole che ben si adattano alla situazione umana: Gesù riconosce che gli uomini non sono in contatto con se stessi, che hanno perso la consapevolezza di quello che sono veramente e la capacità di giungere a questa consapevolezza.
Con le sue parole, Gesù vuole aprire loro la porta, affinché trovino la loro vera essenza e Dio. Promette agli uomini che chi entrerà attraverso la porta, sarà salvo.
Troverà la salvezza e se stesso, nella sua pienezza. Tornerà ad essere in contatto con il suo Io.
La porta si apre e si chiude. Permette a ogni uomo di accedere all’interno, alla propria interiorità, ma anche di uscire all’esterno.
La porta rappresenta il collegamento tra l’interno e l’esterno. E solo chi è capace di vivere la propria interiorità e di proiettarsi al tempo stesso verso l’esterno, vive in maniera sana.
Chi vive solo nel proprio mondo interiore, si chiude al mondo esterno, rimanendo infecondo; chi vive proiettato esclusivamente verso l’esterno, finisce per diventare superficiale, per perdersi.
È l’entrare e uscire, il passare dal mondo interiore a quello esteriore, e viceversa, che mantiene in vita l’uomo.
Gesù è la porta, che dà accesso a noi stessi, ma che ci spinge anche a uscire da noi stessi, ad andare nel mondo per lasciarvi la nostra impronta, per renderlo migliore.
Il nome di Gesù e la salvezza
Per comprendere l’importanza attribuita dai cristiani cattolici al Santissimo Nome di Gesù basta pensare a come hanno scelto di chiamarsi i suoi discepoli e seguaci: cristiani. La stessa identità della persona e della comunità a cui essa appartiene viene espressa con questo attributo, che da Gesù Cristo trae la sua radice.
Pensiamo anche al segno della Croce, con cui si invoca il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. È in questo segno semplice e potente, in questa invocazione alla Santissima Trinità che si riassume il Credo di ogni cristiano, la sua volontà di immolare ogni respiro, ogni azione, ogni giorno della sua esistenza terrena al Nome di quel Padre, quel figlio e quello Spirito Santo che sono tre e sono uno, nel primo Mistero della Fede.
Dobbiamo tenere presente che nell’antichità i nomi possedevano un loro significato intrinseco, che esprimeva l’essenza di chi li portava, la sua missione, il suo destino, ma anche un contenuto dinamico, una sorta di potere intimo che, se noto, poteva portare chi lo conosceva a conoscere la cosa o la persona che lo portava.
“Chiunque sa il nome, sa anche le cose” affermava il filosofo greco Platone. Conoscere il nome di una cosa significa conoscere la cosa stessa, e così conoscere il nome di un uomo permette di cogliere la sua essenza, porlo in una dimensione corretta e definita.
Non a caso, per gli antichi era indispensabile conoscere il nome di una persona, per poter indirizzare su di essa un incantesimo.
Anche gli ebrei davano ai bambini nomi che per composizione ed etimologia avevano facoltà di porre il nuovo nato sotto la protezione di Dio (nome Teofori, come Isaia, Iahvé salva, o Giosuè, Iahvé è salvezza), o in alternativa nomi che esprimevano un evento o una condizione legata alla nascita del bambino stesso, come Ben-Oni, figlio di Rachele, il cui nome significa figlio del mio dolore.
Così è stato anche per Gesù, come vedremo.
Da dove deriva il nome Gesù
L’origine del Nome Yeshu’a in aramaico (la lingua di Gesù); Iesous, in greco; Iesus in latino. In italiano Gesù.
Il nome Gesù deriva dal nome aramaico יֵשׁוּעַ, Yeshua. poi italianizzato in Giosuè. Il suo significato è: “YHWH è salvezza” o “YHWH salva”: Dio salva.
Fu l’angelo di Dio a suggerire a San Giuseppe il nome che avrebbe dovuto dare al bambino che sarebbe nato dal ventre di Maria, sua sposa.
“Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché ciò che in lei è stato concepito è opera dello Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt.1, 21-25).
Secondo l’evangelista Matteo, il nome fu imposto al figlio partorito da Maria da Giuseppe, come annunciato dall’angelo in sogno (1,20ss).
Un nome frutto dell’obbedienza: in osservanza alla tradizione ebraica, l’8° giorno dopo la nascita, il neonato veniva circonciso e gli veniva dato il nome che quasi sempre conteneva un’invocazione a Dio.
Anche a Gesù, ebreo di nascita perfettamente inserito nella storia del popolo ebraico tocca un nome che lo pone nell’alleanza tra Abramo e Dio.
Vediamo dunque come già nel nome scelto dall’Angelo per Gesù si riassume la Sua missione, il motivo della Sua venuta tra gli uomini. Egli viene per salvare, per farsi strumento e sacrificio nel nome del Padre e in nome di tutti gli uomini.
“In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” leggiamo negli Atti degli Apostoli (Atti 4,12), ed è straordinario pensare che Gesù nacque e immediatamente venne definito con un nome divino, che non era quella di Dio, ma tuttavia indicava una caratteristica di Dio, la Sua stessa volontà.
Per questo fin da subito il nome di Gesù diventa un’invocazione e una fonte di salvezza, sia per chi vuole essere liberato dai peccati, sia per chi soffre di dolori del corpo e menomazioni.
Solo nel Suo santo nome gli uomini possono anelare alla Vita Eterna. Secondo il Vangelo di Matteo Gesù viene chiamato anche Emmanuele, Dio-con-noi, il Figlio di Dio vivente.
“Chi invocherà il nome di Gesù sarà salvo”
In questo modo Gesù viene presentato come colui che compie le promesse messianiche: “Chiunque crede in lui non sarà deluso… Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (At 2,20; Rm 10,12-13).
L’esperienza di Pietro e Giovanni, descritta negli Atti, ne è un ulteriore esempio: “Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio. Di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l'elemosina a coloro che entravano nel tempio.
Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un'elemosina. Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: "Guarda verso di noi". Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa.
Pietro gli disse: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!". Lo prese per la mano destra e lo sollevò.
Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e, balzato in piedi, si mise a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio” (At 3,1-8).
Il Santissimo Nome di Gesù e il trigramma IHS
La devozione al Santo nome di Gesù appartiene alla Chiesa da prima ancora che tale nome potesse essere pronunciato. Ricordiamo come i primi cristiani indicassero Gesù Cristo con l’acronimo ichthys, traslitterazione in caratteri latini della parola greca ἰχθύς, ichthýs, pesce, e usassero il simbolo del pesce per identificarLo.
L’acronimo ichthys sta infatti per Iesùs CHristòs THeù HYiòs Sotèr, Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.
A coltivare particolare devozione al Santissimo Nome di Gesù fu in particolare il francescano san Bernardino da Siena (1380-1444), che recupera il Trigramma IHS - già presente nel III secolo fra le abbreviazioni utilizzate nei manoscritti greci del Nuovo Testamento - e pone come sfondo il sole raggiante a 12 raggi in campo azzurro.
Tenuto conto che “IHS” sono le prime tre lettere del nome Gesù in greco, il messaggio che ne deriva è che Gesù è il “sole” che irradia la sua luce attraverso i Dodici apostoli, cioè la Chiesa.
Questo simbolo divenne una sorta di “firma” di san Bernardino e della famiglia francescana.
Nel 1530 papa Clemente VII autorizzerà l’ordine francescano a recitare l’Ufficio del santo Nome di Gesù. Mentre la Compagnia di Gesù (i gesuiti) contribuisce a sostenerne il culto, prendendo il trigramma (IHS) come emblema della Compagnia.
Dal 1721 la memoria liturgica fu estesa a tutta la Chiesa da papa Innocenzo XIII; negli anni ’70 del Novecento fu soppressa e san Giovanni Paolo II la inserì nuovamente nel Martirologio Romano al giorno 3 gennaio.
Il 3 gennaio si ricorda il Santissimo Nome di Gesù, che “… che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!” (Fil 2,9-11).
La dolcezza del nome di Gesù in san Francesco
Le catechesi attorno al santissimo Nome di Gesù permettevano di aiutare i fedeli a fissare lo sguardo del cuore al mistero stesso di Gesù, a cominciare dalla povertà della grotta in cui nacque.
A tal proposito è utile ricordare l’esperienza di san Francesco d’Assisi, il quale - ci riportano le Fonti francescane - “Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra.
Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora.
E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole”.
