Altare maggiore dell’Abbazia benedettina di Farfa

L’altare maggiore dell’Abbazia benedettina di Farfa è un complesso stratificato, nel quale convivono testimonianze carolinge, medievali e rinascimentali. È attualmente composto da un altarino del IX secolo, riapparso durante la demolizione del precedente altare barocco, e da una mensa marmorea sovrastante un tratto di muro con la figura di un abate, il cosiddetto Arcosolio di Atperto.

L’altare è coperto da un baldacchino sorretto da quattro colonne di marmo e da una copertura a spiovente di recente realizzazione. La sua importanza deriva quindi non soltanto dalla funzione liturgica, ma anche dalla presenza di resti appartenenti a diverse fasi della storia dell’abbazia e della basilica.

La collocazione dell’altare nella Basilica di Santa Maria di Farfa

La Basilica di Santa Maria di Farfa presenta un impianto a tre navate, con due transetti e un’abside affrescata. La datazione delle navate, del tetto, della parete d’ingresso e dei transetti è compresa tra il 1494 e il 1496.

La chiesa attuale è il risultato di numerose e stratificate ricostruzioni e si presenta in larga parte come il risultato della ricostruzione ordinata nel 1492 dal cardinale Orsini. La chiesa originaria, il cui ingresso era ove ora si trova l’ufficio informazioni, venne ruotata di 90° in senso orario e arricchita con numerosi affreschi rinascimentali.

La nuova Basilica di Santa Maria di Farfa fu consacrata nel 1496. La Basilica di Santa Maria di Farfa non è particolarmente grande o monumentale.

Al suo interno si trova una grande navata centrale e due piccole e basse navate laterali divise da due filari di colonne ioniche. La navata centrale termina con un presbiterio poligonale illuminato da finestre gotiche.

Altare maggiore Basilica Farfa

La struttura dell’altare maggiore

L’altare maggiore è databile con la consacrazione del 1496. L’altare maggiore è attualmente composto da un altarino del IX secolo, riapparso nella demolizione del precedente altare barocco, e da una mensa marmorea sovrastante un tratto di muro con la figura di un abate, il cosiddetto Arcosolio di Atperto.

Questo altare è coperto da un baldacchino sorretto da quattro colonne di marmo e da una copertura a spiovente di recente realizzazione. L’insieme conserva così la memoria dell’antico altare carolingio e la configurazione assunta dalla basilica nelle trasformazioni successive.

ElementoCaratteristica
AltarinoIX secolo
MensaMensa marmorea
Struttura sottostanteTratto di muro con la figura di un abate
Monumento associatoArcosolio di Atperto
CoperturaBaldacchino sorretto da quattro colonne di marmo
Copertura superioreCopertura a spiovente di recente realizzazione

L’altarino carolingio del IX secolo

Presso la porta della Basilica, nel transetto e nell’abside sono tornati alla luce interessanti resti. Si tratta di un altare di epoca Carolingia e di un tratto di parete affrescata con un’immagine di abate, il cosiddetto Arcosollo di Altperto.

L’altarino del IX secolo è riapparso durante la demolizione del precedente altare barocco. Il suo ritrovamento documenta la presenza di una struttura liturgica più antica, collegata alla fase carolingia dell’abbazia.

L’abbazia venne completamente trasformata in Basilica carolingia sotto la guida dell’abate Sicardo, morto nell’842 e proveniente da una nobile famiglia imparentata con i Carolingi. Le due torri campanarie che ne facevano parte, una a destra e una a sinistra della chiesa, sono divenute nel tempo l’altro simbolo dell’abbazia; oggi di queste torri ne rimane soltanto una.

L’Arcosolio di Atperto

La mensa marmorea dell’altare sovrasta un tratto di muro con la figura di un abate, noto come Arcosolio di Atperto. Il manufatto costituisce una delle testimonianze più significative conservate nell’area presbiteriale.

Un arcosolio è una struttura funeraria ricavata in una parete e caratterizzata da una nicchia arcuata. Nel caso di Farfa, il cosiddetto Arcosolio di Atperto è associato a una figura di abate e si trova in rapporto diretto con l’altare maggiore.

Recenti scavi archeologici hanno portato alla luce i resti di fortificazione dell’epoca dell’abate Sicardo, nell’842, nonché parte dell’antico pavimento a tarsie marmoree di provenienza romana. Alcuni di questi frammenti vengono esposti all’interno della chiesa.

Il pavimento antico davanti all’altare

Nella zona del transetto davanti all’altare maggiore è visibile una parte del pavimento originario della chiesa del IX secolo. Presso l’altare è quindi possibile osservare non soltanto l’antico altarino, ma anche una porzione della pavimentazione legata alla fase carolingia della basilica.

Quando si cammina nella chiesa si nota che il pavimento non è piano, ma degrada verso l’abside. Addirittura nella parte finale c’è uno scivolo di raccordo.

Il pavimento antico era realizzato a tarsie marmoree di provenienza romana. In uno dei frammenti si nota la presenza del Fiore della Vita, simbolo sovente utilizzato nelle decorazioni di questo tipo.

Tarsia marmorea Fiore della Vita Farfa

La basilica e le trasformazioni storiche

Le origini dell’Abbazia di Farfa si perdono nella leggenda. Il primo nucleo della futura abbazia sorse sui resti di una villa romana e forse di un tempio dedicato alla dea Vacuna; tutto ciò accadde intorno alla metà del VI secolo.

Alla fine dello stesso secolo l’invasione longobarda non giovò all’abbazia, che venne completamente devastata e abbandonata. San Tommaso di Moriana, originario della Savoia, riedificò l’abbazia e vi rianimò la vita monastica: era l’anno 680 d.C.

Sotto la guida di Tommaso e dei suoi primi successori l’abbazia crebbe in prosperità e potenza. L’abbazia ebbe l’onore di ospitare l’imperatore Carlo Magno in viaggio verso Roma per essere incoronato imperatore.

Carlo Magno stesso, poche settimane prima di essere incoronato in Campidoglio, visitò l’Abbazia e vi sostò. Egli ne rimase così colpito da concedere all’abbazia ampi privilegi.

L’Abbazia di Farfa in Sabina ebbe il patrocinio di Carlo Magno e possedette, nel periodo di massimo fulgore, una vastissima area dell’Italia Centrale. Farfa era un’abbazia imperiale, svincolata dal controllo pontificio ma molto vicina alla Santa Sede.

In pochi decenni divenne uno dei centri più conosciuti e prestigiosi dell’Europa medievale. Per comprendere l’importanza economica di Farfa basti pensare che nel terzo decennio del IX secolo possedeva una nave commerciale esentata dai dazi dei porti dell’impero carolingio.

La ricostruzione rinascimentale della chiesa

La lotta per le investiture segnò l’inizio del declino di questa abbazia. Nel 1122, in seguito al concordato di Worms, si creò il dissidio tra Papato ed Impero, e l’abbazia di Farfa passò dalla tutela imperiale a quella pontificia.

Gli Abati Commendatari erano spesso interessati soltanto alle rendite, e poco importava loro della spiritualità. Il primo Abate Commendatario fu il Cardinale Francesco Carbone Tomacelli, che operò un primo tentativo di riforma.

La chiesa attuale è sostanzialmente quella che venne modificata durante la Commenda dei Principi Orsini. Gli Orsini nella seconda metà del XV secolo costruirono l’attuale chiesa, che fu consacrata nel 1496.

La ricostruzione trasformò profondamente l’organizzazione dello spazio interno. La chiesa originaria venne ruotata di 90° in senso orario e la nuova basilica fu arricchita con numerosi affreschi rinascimentali.

All’ingresso si vede, sopra il portale romanico nella lunetta, un affresco quattrocentesco rappresentante la Vergine con Bambino tra Santi. Sopra la lunetta si vede lo stemma di Vincenzo Maria Orsini, lo stesso stemma che poi si ritrova all’interno sul soffitto a cassettoni.

Le opere visibili intorno al presbiterio

Tra le tante pregevoli opere contenute all’interno della chiesa, di notevole interesse è il soffitto ligneo a cassettoni del 1495 che sovrasta la navata centrale, il Giudizio universale del pittore fiammingo Beker sulla facciata interna e i numerosi affreschi.

Il grande olio su muro posto sulla parete di fondo rappresenta il Giudizio Universale, dipinto nel 1561 dal pittore fiammingo Henrik van der Broek. Un po’ dappertutto si trovano affreschi del XVI e XVII secolo rappresentanti i fondatori dell’abbazia, San Tommaso di Morienna e San Lorenzo Siro, oltre a San Benedetto, sua sorella Santa Scolastica e tante Storie della Vergine.

Sono interessanti i vari soffitti, a partire dalle grottesche della scuola degli Zuccari, che abbelliscono sia i transetti sia il coro. Bellissimo è il soffitto a cassettoni del 1494-1496, con al centro un grande stemma di Vincenzo Maria Orsini.

Il coro conserva gli affreschi della scuola di Federico e Taddeo Zuccari. L’abside e le navate minori sono decorate con affreschi del XVI e XVII secolo rappresentanti Storie della Vergine, Santi e Storie bibliche.

La Madonna di Farfa e il rapporto con l’altare

Nel complesso abbaziale è conservata una preziosa icona dipinta, la già citata Madonna di Farfa, che raffigura una Madonna Nera. Si tratta di una copia frammentaria, risalente al XIV secolo, dell’originale che, secondo la tradizione, venne portata in Italia dall’Oriente da San Tommaso di Morienna nel VII secolo.

Tutto ciò che oggi rimane del dipinto sono quattro volti: quello della Vergine, il Bambino e due angioletti. Sono le uniche porzioni visibili attraverso la lamina sbalzata a oro che è stata posta sull’icona.

Questa immagine della Madonna è venerata fin dal XIII secolo ed è stata ricoperta nel XIX secolo da una lamina d’ottone sbalzata che ne lascia visibili i soli volti. La Madonna di Farfa si trova in una delle cappelle della chiesa e costituisce uno dei principali elementi devozionali dell’abbazia.

Sotto la Madonna di Farfa si trovano i resti mortali del Beato Placido Riccardo, vissuto dal 1844 al 1915 e beatificato da Pio XII nel 1954.

Madonna Nera di Farfa icona

La tradizione della colonna che trasmetterebbe una sensazione elettrica

Una leggenda, o tradizione misteriosa, riportata nella Guida ai luoghi misteriosi d’Italia di Umberto Cordier, dice che una di queste colonne, in particolare quella posteriore sinistra, sia sede di uno strano fenomeno.

Al contatto, infatti, essa trasmetterebbe talvolta una sensazione simile alla scossa elettrica. Si tratta di una tradizione legata alla percezione dei visitatori e non di un elemento strutturale dell’altare maggiore.

Il fenomeno della cosiddetta “colonna elettrica” è stato collegato, in alcune interpretazioni, alla presenza dell’Arcosolio di Atperto e alla storia più antica del luogo. Queste letture appartengono alla dimensione delle ipotesi e delle tradizioni locali.

Il contesto archeologico dell’altare

I più recenti scavi archeologici hanno appurato sotto l’attuale Badia l’esistenza di resti di età romana. Il primo nucleo dell’abbazia sorse sui resti di una villa romana e forse di un tempio dedicato alla dea Vacuna.

La presenza di materiali di epoca romana è visibile anche nella basilica. Sopra il timpano e ai lati del finestrone circolare della facciata sono inseriti, tra il materiale di costruzione, frammenti di sarcofagi pagani e cristiani.

All’entrata si notano nelle mura della chiesa frammenti di sarcofaghi paleocristiani. Le colonne dell’interno furono recuperate da antichi edifici romani e sono sormontate da capitelli dorici e ionici.

Il rapporto tra l’altare maggiore, il pavimento a tarsie marmoree, l’Arcosolio di Atperto e le strutture carolinge permette di leggere l’area presbiteriale come uno dei punti in cui le diverse fasi dell’abbazia risultano più chiaramente sovrapposte.

Gli elementi simbolici del complesso abbaziale

All’interno del complesso abbaziale è più volte presente, in veste simbolica e ornamentale, il Nodo di Salomone, soprattutto sui capitelli delle colonne più antiche. Alcuni frammenti con questi intrecci sono esposti lungo il percorso della visita guidata.

Il Chiostrino Longobardo permette di osservare l’imponente campanile, l’unico dei due rimasto in piedi, e una bifora romanica del XIII secolo. Il Chiostro Grande risale invece all’ultimo quarto del XVI secolo.

Da visitare sono anche la cripta a forma semianulare, datata ai secoli VII-VIII, con nell’atrio un sarcofago romano della fine del II secolo d.C. raffigurante una scena di battaglia fra Romani e Barbari, e la torre campanaria, datata ai secoli IX-XIII.

Non si può lasciare questo luogo benedettino senza ricordare l’antica biblioteca e il suo prestigioso Scriptorium. La Biblioteca possiede un patrimonio di circa cinquantamila volumi di grande valore storico, documentale e artistico.

La storia dell’abbazia dopo la fase medievale

La decadenza dell’Impero carolingio e la penetrazione dei Saraceni furono fatali all’Abbazia. Sette anni resistette con le sue milizie e, alla fine, monaci e tesoro, divisi in tre parti, abbandonarono Farfa.

L’abbazia venne presa e incendiata e fu abbandonata per una seconda volta. Risorse nuovamente sotto la guida dell’abate Ugo, che introdusse a Farfa le consuetudini cluniacensi e la fece rifiorire.

Nel 999 fu introdotta la riforma nata a Cluny e Farfa assunse nuovamente i caratteri di abbazia imperiale. Nella lotta per le investiture si schierò contro i Papi e a favore di Enrico.

La definitiva decadenza iniziò con il Concordato di Worms del 1122, che segnò il passaggio del monastero all’autorità pontificia. Alla metà del XIV secolo si arrivò all’interdizione e alla scomunica dell’abate per il mancato pagamento delle decime alla Camera Apostolica.

Nel 1798 giunse la soppressione napoleonica, cui fece seguito quella italiana nel 1861, in base alla legge Pepoli. L’abbazia divenne proprietà di privati, ma alcuni monaci rimasero in qualità di custodi.

Nel 1920 un drappello di monaci paolini inviati dall’abate Schuster, poi cardinale, ripopolò l’abbazia, che attualmente è Priorato Benedettino con una decina di monaci. I successivi ritrovamenti archeologici e la riscoperta dell’antica basilica carolingia convinsero il Governo a dichiarare Farfa monumento nazionale nel 1928.

La lettura storica dell’altare maggiore

L’altare maggiore riunisce quindi più momenti della storia di Farfa: l’altarino del IX secolo richiama la grande fase carolingia; la mensa marmorea e il baldacchino appartengono alla configurazione attuale dell’area liturgica; l’Arcosolio di Atperto conserva la memoria di un abate e di una precedente organizzazione monumentale della parete.

La consacrazione della basilica nel 1496 costituisce il riferimento principale per la forma rinascimentale della chiesa. All’interno di questa struttura, però, sono rimasti visibili elementi più antichi, tra i quali l’altare di epoca carolingia e una parte del pavimento originario del IX secolo.

La presenza di frammenti romani, sarcofagi paleocristiani, pavimenti a tarsie marmoree, affreschi e strutture medievali rende l’area dell’altare maggiore uno dei punti più importanti per comprendere la continuità e le trasformazioni dell’Abbazia benedettina di Farfa.

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