Le confessioni shock più inquietanti raccontano dipendenze, solitudine, corruzione e rapporti familiari spezzati: storie diverse, ma accomunate dal dolore di chi vive una crisi personale senza riuscire a trovare un aiuto concreto.
Dalla tossicodipendenza giovanile alle scommesse clandestine, dal doping alle denunce contro il sistema bancario, confessare significa spesso rendere pubblico un dramma rimasto a lungo nascosto.
La tossicodipendenza vissuta dentro una famiglia
«Litigate se c’è da litigare e non tiratevi mai indietro, e siate consapevoli fin da adesso che farete due passi avanti e tre indietro» - Sono queste le parole che due genitori disperati si sono sentiti dire dalla cooperativa Nuovi Orizzonti che svolge servizi socio assistenziali, socio educativi in favore di Anziani, Disabili, Minori e Famiglie in situazione di disagio, quando hanno confessato di avere un figlio tossicodipendente.
Oggi si parla di droga, tossicodipendenza, disperazione, incomunicabilità e dramma. E poi di solidarietà, aiuti sociali, formazione, istituzioni che intervengono, truppe di psicologi pronti ad dare il proprio apporto per rimediare a tante tragedie private e personali.
Tutte parole. Alla fine la sofferenza dei genitori rimane tale, soprattutto perché le vittime della tossicodipendenza non sono i nostri figli inconsapevoli di entrare in un tunnel spesso senza via d’uscita ma i genitori che vedono ogni giorno spegnersi sempre di più i propri figli che perdono valori, ambizioni, entusiasmo e a volte la vita stessa.
Le storie alla fine sono diverse ma tutte uguali dove il filo comune che le lega, sono, dolore, disperazione e solitudine. Basta guardare le facce dei padri e delle madri che raccontano le loro storie, tutte diverse e tutte uguali.
Andrea, dall’hashish all’eroina
La storia è quella di una famiglia che più normale non si può. 20 anni di matrimonio felice, 3 figli, una casa nel capoluogo trentino, una vita che va avanti serena e tranquilla senza scossoni.
Poi arriva l’uragano che rischia di travolgere tutto. È la mamma che 3 anni fa scopre che Andrea (nome di fantasia) allora 16 enne, si fuma qualche canna di hashish e marijuana.
«Della droga con i miei figli ho sempre parlato liberamente mettendoli al corrente dei pericoli - spiega la mamma di Andrea - mai avrei pensato però un giorno di trovarmi in mezzo a questa drammatica piaga della tossicodipendenza».
Il ragazzo comincia ad essere molto introverso e l’odore sui vestiti lo tradisce definitivamente. Il percorso scolastico non è dei migliori e anzi va sempre peggio.
I campanelli di allarme ci sono tutti. La mamma prende di petto Andrea che ammette subito di farsi qualche canna.
«È stato un momento di debolezza - confessa - lo fanno tutti i miei amici».
Già, gli amici, sempre la solita storia. Saranno proprio quelli che rischiano di portare alla rovina Andrea.
Il confronto fra mamma e figlio continua, ma non si risolve nulla, Andrea continua a fumare e la situazione di giorno in giorno peggiora.
«Lui continuava a chiederci sempre più soldi e quando io e mio marito abbiamo scoperto che dalla casa sparivano dei soldi abbiamo preso consapevolezza della gravità della situazione» - si sfoga la mamma di Andrea.
Ma c’è una cosa che insospettisce maggiormente i due genitori, il fatto che Andrea tutti i santi giorni sparisca da casa dalle 14.30 alle 17.00.
Dova va? con chi si vede? cosa fa? A queste domande incalzanti inizialmente non risponde ma messo alle strette cede e si apre con la mamma e ammette la sua tossicodipendenza.
Dalla Marijuana dopo qualche mese all’hashish, e dopo qualche mese ancora all’eroina.

Il mercato della droga e la perdita di controllo
E dove si possono trovare tutte queste sostanze? Ma naturalmente in Piazza Dante a Trento.
È li che Andrea come un automa si reca nel pomeriggio di tutti i giorni per comprare la droga dagli spacciatori africani, vestiti all’ultima moda con le cuffiette per sentire la musica e i loro costosi cellulari e pronti a distribuire la morte.
«Non c’è bisogno di cercali - dice alla mamma Andrea - loro ti vedono e ti vengono incontro oppure ti cercano fra le vie del centro storico, sono un incubo non ti lasciano mai in pace».
Loro, gli spacciatori, ti catalogano, sanno quanto arrivi, da dove viene, chi frequenti, il tuo carattere le tue debolezze, sono dei veri avvoltoi pronti a calare sulla preda.
Una dose di fumo costa 5 euro, o anche meno, all’inizio tutti se la possono permettere, poi quando il bisogno aumenta i soldi non bastano mai e i prezzi salgono alle stelle.
Nel frattempo dopo aver lasciato la scuola Andrea non trova lavoro e arrivano anche le prime delusioni in amore e con gli amici.
È l’inizio di un incubo senza fine, ormai è dentro la droga fino al collo.
«La vita del tossicodipendente se la vuoi fare non la fai qui in famiglia» - lo affronta così la mamma, pensando anche agli altri due figli, quando la situazione precipita.
Andrea reagisce, incontra uno psicologo per un paio di volte, ma poi la cosa si ferma li. Per un periodo tenta di uscirne, ma poi ricade.
Non vuole andare in comunità.
Il percorso al Ser.D. e la solitudine dei genitori
«Lui voleva uscirne, ne parlavamo sempre ogni sera, allora - ricorda la mamma - l’abbiamo portato al Ser.D dove piano piano è migliorato, ma non è stato facile perché dall’altra parte non c’è nulla di meglio, questi ragazzi devono ricostruirsi una nuova identità, nuovi amici, nuove motivazioni e quell’etichetta di tossicodipendente che anche quando smetti ti perseguita sempre dovunque.»
«Io e mio marito ci siamo sentiti sempre soli e anche il Ser.D secondo noi dovrebbe distinguere i tossicodipendenti «giovani» da quelli che magari si fanno da anni».
Una famiglia che solo il grande amore ha tenuto unita nel dolore e nella disperazione di chi si trova improvvisamente solo a sopportare un macigno che rischia di rompere in mille pezzi una famiglia.
Lo sfogo della mamma di Andrea diventa una vera condanna per il mondo dello spaccio.
«Lo sanno tutti che questa gentaglia si aggira nei soliti posti, quello più a rischio è la stazione delle corriere dove transitano ogni giorno migliaia di adolescenti facilmente influenzabili».
Poi arrivano anche confessioni pesanti.
«Devo portare io stessa in macchina mio figlio al Ser.D., perché sull’autobus trova gli spacciatori che cominciano ad insistere perché lui compri la droga, è come essere ostaggio di questi criminali».
«Ogni tanto Andrea gioca a calcetto, e mi dice che dopo la partita tutti fumano droga a fiumi o sniffano cocaina e si parla anche di persone di una certa età» - confessa ancora la mamma di Andrea.
Ora Andrea sono 3 mesi che non si droga, la strada è ancora in salita e i genitori lo sanno bene.
Rimorsi, scuola e fragilità familiari
È normale anche da parte loro avere dei rimorsi e dei rimpianti.
«Tornassi indietro lo porterei via dalla scuola elementare, - dice la mamma di Andrea - una maestra infatti lo metteva fuori sul corridoio in castigo per delle stupidaggini, forse è stato in quel momento che sono cominciate le sue fragilità che sono continuate anche alle scuole superiori dove la droga, e lo sanno tutti, gira nei corridoi e te la offrono quando esci, alla fine delle lezioni».
Questa è anche la storia di un papà e una mamma inizialmente terrorizzati, a lungo spaesati, poi man mano sempre più coscienti, capaci e consapevoli che certe tegolate piovono sulla testa delle famiglie molto più spesso di quanto si pensi.
Per la mamma di Andrea, prendere atto di questo è significato anche andare dallo psicologo negli ultimi 6 mesi.
Le vere vittime della tossicodipendenza sono le famiglie, i fratelli, gli amici, i conviventi, le mogli, perché quando hai dentro casa l’inferno della droga, non sai dove sbattere la testa e non trovi alcun reale aiuto, e sei costretto ad assistere impotente giorno dopo giorno al progressivo suicidio di un figlio.
Il fenomeno tra i giovani in Trentino
Oggi è assolutamente impensabile, quasi ridicolo, pensare di contrastare lo spaccio di stupefacenti con i provvedimenti interdittivi introdotti dal Governo con il decreto legge 20 febbraio 2017 n°14 sulla sicurezza urbana.
In Trentino il problema della droga tra i giovani cresce.
Il servizio provinciale per le dipendenze, o SerD, del Trentino ha in cura oltre 100 pazienti di età compresa tra gli 11 e i 17 anni.
| Indicatore | Dato |
|---|---|
| Pazienti minorenni in cura al SerD | Oltre 100 |
| Fascia d’età | Tra gli 11 e i 17 anni |
| Ragazzini pre-adolescenti | Una decina |
| Incidenza dei pazienti tra gli 11 e i 13 anni | 10 per cento |
Tra questi ci sono una decina di ragazzini pre-adolescenti, cioè il 10 per cento, che ha tra gli 11 e i 13 anni.
I numeri di chi fa uso di droghe, di chi sviluppa dipendenza e deve accedere alle cure per disintossicarsi, di chi comincia in età sempre più giovane, anche a spacciare nelle strade e nelle scuole, sono in aumento in provincia di Trento.
Ma il fenomeno al di la del numero dei pazienti in cura al Ser.D è ormai a livelli estremamente preoccupanti e comprende tutte le fasce di età mentre i killer dei nostri figli girano liberi di spacciare nella nostra città facendo scempio di intere famiglie.
La confessione di Barbara D’Urso
“Dico a mio padre che vado via di casa per sempre e lui mi dice se lo fai per me sei morta”.
Così Barbara D'Urso durante la clip delle prove settimanali di “Ballando”, raccontando di un capitolo molto doloroso della sua vita.
La conduttrice ricorda con molta emozione di quando “camminava per strada a Napoli e il papà che la evitava se la incrociava".
“Io chiamavo ma anche i miei fratelli - prosegue - avevano l’ordine di buttarmi giù il telefono. Ero una brutta ragazza per la mia scelta quindi non bisognava più parlarmi”.
Barbara è andata a vivere in una pensione, poi ha iniziato a lavorare come modella e fatto altri lavori per mantenersi e avere una sua indipendenza ed alla fine è riuscita ad riottenere un rapporto e l’affetto del genitore.
“L’inseguimento per riavere l’amore di mio padre è durato quattro anni.”
Le scommesse clandestine nel calcio tedesco
BERLINO, 8 febbraio 2011 - "Circa l' 80% dei calciatori tedeschi scommette. E' una malattia. Anche io sono un junkie, tossicodipendente da gioco".
Confessioni shock quelle di René Schnitzler, ex attaccante del St. Pauli, ai giudici di Bochum.
Riempiono pagine e pagine di verbali: nomi, retroscena e fatti. Tanti fatti.
Al prossimo processo slittato al 21 marzo (si parlerà pure di Debrecen-Fiorentina) rischia di andare alla sbarra, oltre a Sapina (boss delle scommesse e indagato principale) e i suoi soci, una buona fetta di Bundesliga.
Perché Schnitzler svela una corruzione dilagante, con calciatori indebitati e in mano alla criminalità, con partite taroccate e fiumi di soldi che passano di mano in mano.
La Germania tira il fiato e attende, sperando che le accuse del pentito-calciatore siano solo un tentativo disperato di salvarsi.
L' ultima scommessa, insomma.

La dipendenza dal gioco e l’autodistruzione
Dopo le rivelazioni, al processo le gare da passare al setaccio potrebbero arrivare a 100, come le persone indagate.
Un terremoto.
C' è da dire, però, che Schnitzler non si fa sconti.
Nei racconti ai giudici si autodistrugge: da speranza del calcio a junkie senza un euro.
Nelle ultime settimane ha rilasciato interviste e si è presentato in tv con la mamma.
Un ragazzone di 25 anni, altro quasi un metro e 90, che singhiozzando chiede scusa a tutti.
Quando il primo scandalo scommesse è esploso, lui non ha retto.
Era nell' elenco di Sapina: il "berlinese" gli aveva prestato soldi in cambio di favori sul campo.
Ricordandosi di essere stato un buon attaccante, ha giocato d' anticipo.
Si è presentato lui dai magistrati.
"Da quando avevo 18 anni ho iniziato a scommettere. Lo fanno in molti. Diventa una malattia, non riesci a pensare ad altro".
E qui Schnitzler mette a fuoco un episodio molto significativo.
"Estate 2005: ero al Bayer Leverkusen. Facciamo un'amichevole a Varsavia. Nell'aeroporto, in attesa dei bagagli, un ex nazionale tedesco prende un cesto e chiede a ogni giocatore di mettere dentro 500 euro. L'intera somma è andata al proprietario della prima valigia riconsegnata dal nastro."
Tanto per fare qualche nome, in quella squadra c' erano: Juan, Roque Junior, Berbatov, Ramelow, Nowotny, Freier.
È solo l' inizio.
Schnitzler gioca in campo, ma soprattutto gioca fuori dal campo.
"Ad Amburgo c' era una bisca mascherata da bar e gestita da cinesi proprio fuori lo stadio. Suonavo e accedevo in una sala privata dove scommettevo su qualunque cosa. Guadagnavo 12 mila euro al mese, ma ero sempre in bolletta.
Così Sapina mi propose lo scambio: taroccare le partite per azzerare i debiti.
Un paio di volte ho intascato i soldi senza far nulla.
La fortuna mi ha aiutato, ma dopo un 2-2 col Mainz alcuni scagnozzi pretesero risposte.
Anche perché mi avevano versato oltre 100 mila euro.
Ero disperato: diedi la mia Mercedes 500 sport alla criminalità in cambio di 20 mila euro.
Non potevo mica venderla: era ipotecata.
Ho perso tutto, casa compresa.
Negli ultimi tempi stavo tutta la notte a scommettere sui siti asiatici, poi prendevo un caffè e andavo ad allenarmi.
Non segnavo più, ovviamente.
Rischiavo d'impazzire.
Ecco perché ho deciso di parlare.
Spero che altri lo facciano: sono tanti i calciatori nelle mie condizioni".
Ora Schnitzler ha ripreso a far gol in una serie come la nostra ex C2 (con il Wegberg-Beeck) e ogni tanto partecipa a tornei di poker in tv, quelli cari a Boris Becker.
La Germania, invece, aspetta il processo e tira il fiato.
Jan Ullrich: doping, depressione e isolamento
L’ex campione di ciclismo Jan Ullrich è intervenuto al podcast del giocatore del Real Madrid Toni Kroos rivelando altri retroscena del suo rapporto col doping.
“Tutti mi hanno abbandonato. Il giorno prima parlavo con amici e parenti, quello dopo con gli avvocati. Sarei morto, alla fine mi dissi che non potevo permetterlo”.
Jan Ullrich, ex ciclista tedesco finito nel baratro del doping, ha deciso di rivelare nuovi inediti retroscena del periodo più cupo della sua vita, affidandosi al podcast del calciatore del Real Madrid Toni Kroos in cui è tornato a parlare del proprio documentario e del motivo per cui ha deciso di farlo.
Svelando il dramma personale in cui era scivolato, tra depressione e la solitudine: "Mi hanno abbandonato tutti, ad un certo punto mi sono detto che non poteva finire così. Oggi sono vivo grazie ai miei figli".
Ancora sconcertanti rivelazioni di Jan Ullrich ex fenomeno del ciclismo tra gli anni 90 e 2000 le cui imprese sono state macchiate indissolubilmente dalle vicende con il doping, una pratica che il tedesco - insieme a molti altri, tra cui l'amico texano Lance Armstrong - ha ripetutamente confermato di averne fatto uso sistematico.
Ma al podcast di Toni Kroos, "Einfach mal Luppen", che il giocatore tiene insieme al fratello, l'ex ciclista ha evidenziato altri particolari agghiaccianti di quegli anni.
Anni in cui tutto o quasi era lecito e consentito in un ciclismo alla deriva in cui le regole valevano solamente sulla carta, intriso di personaggi loschi, pratiche meschine, campioni vittime e complici, in cui ci si poteva imbattere in chiunque.
Come ha spiegato Ullrich: "Sembrava che dovessi vincere sempre, non riuscivo più a staccare per la pressione dei media.
Non mi permettevano di tornare a una vita normale.
Avevo bisogno di riposarmi, ma avevo sempre eventi con sponsor, pubblicità, interviste…
Avevo una pressione che sentivo estrema.
Ed è a quel punto che si è mi presentato un medico e mi ha detto che aveva una ricetta segreta con effetti immediati…"
La confessione come tentativo di rinascita
L'inizio della fine, per Ullrich così come per moltissimi altri ciclisti in quegli abbi bui.
"Avevo deciso di non dire nulla a nessuno" continua il tedesco, rispondendo alle domande di Kroos.
"Volevo costruirmi un'altra vita e non ha funzionato.
Quindi quando sono giunto a quel punto molto basso della mia esistenza, ho deciso che dovevo condividerlo con delle persone.
Così ho rotto tutte le barriere che avevo costruito intorno a me e ho confessato il mio problema col doping".
Jan Ullrich oggi, ha presentato il docufilm Amazon sugli anni più bui della sua carriera, tra doping e depressione.
"Ero caduto in depressione perché sapevo che avrei dovuto interrompere quello che stavo facendo e iniziare a condurre di nuovo una vita normale.
Ma non avevo forze, non mi sentivo in colpa, allora non era come oggi, era sentito come una pratica normale.
A quel tempo non era visto come un reato ma una semplice opportunità: nessuno si sentiva in colpa perché sapevi che anche tantissimi altri ne facevano uso".
Poi, però, il baratro che fa paura e dal quale provi ad allontanarti.
Anche per Ullrich era arrivato il momento di dire basta e così arrivò il momento a fine carriera di ammettere l'utilizzo di sostanze proibite, adoperate in quegli anni.
Invece di liverarsi di un peso, però, si è ritrovato improvvisamente ancora più in difficoltà.
"All'improvviso perdi tutto.
Parlando di doping ho perso tutto quello che avevo costruito per decenni: gli amici, la famiglia, i contatti…
Tutti continuavano a vivere la loro vita senza curarsi di me: ero caduto e mi ritrovavo abbandonato.
All'improvviso tutti mi hanno lasciano cadere e mi sono dovuto rialzare da solo.
Non parlavo più con gli amici, ma parlavo con gli avvocati…"
Alla fine, però, la salvezza si è presentata a Ullirch nelle sembianze dei suoi affetti più cari, proprio nel momento di maggior disperazione.
"Mi continuavo a ripetere che non potevo più continuare così" ha confessato a Kroos.
"Ho quattro figli e sono loro che mi hanno motivato, perché mi ero completamente abbandonato.
Senza i miei figli probabilmente non sarei qui oggi, vivo a parlare con voi".
Doped Jan Ullrich EXPOSES Doping in Cycling Today
Maurizio Cattelan e la confessione trasformata in arte
Il weekend di Pasqua è ormai alle porte e, per molti, è l’ultima occasione di riconciliazione prima di celebrare la Resurrezione di Gesù.
Ognuno la vive a modo suo.
Per il celebre artista italiano Maurizio Cattelan, la scelta cade sulla confessione, naturalmente con un tocco tutto suo.
L'artista, noto per le sue provocazioni che fanno riflettere, ha attivato una linea telefonica speciale che invita persone da tutto il mondo a «confessare i propri peccati».
Da oggi e per tre settimane, chi si sente gravato dai propri peccati può telefonare o lasciare un messaggio vocale su WhatsApp e cercare una sorta di purificazione spirituale attraverso il pentimento.
Cattelan selezionerà poi chi, a suo giudizio, ha più bisogno di assoluzione e li inviterà a confessarsi, con lui nel ruolo di sacerdote, durante un evento in diretta streaming il 23 aprile.
«In un mondo di peccato, l'assoluzione non è mai stata così a portata di mano», afferma Cattelan.
Ma non si ferma qui.
Dopo aver scandalizzato alcuni, nel 1999, con la sua scultura La Nona Ora (The Ninth Hour) - una scultura a grandezza naturale di papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite - Cattelan riporta in scena il pontefice schiacciato.
Giusto in tempo per il 21º anniversario della morte di Giovanni Paolo II (JPII).
Ha ripensato la sua opera provocatoria sotto forma di un'edizione di 666 sculture in miniatura, in collaborazione con Avant Arte.
Le nuove opere sono già in vendita, ciascuna al prezzo di 2.200 euro.
Per chi sonnecchiava alle ore di religione e ha bisogno di un rapido ripasso: 666 è il numero della Bestia.
È associato alla Bestia dell'Apocalisse (Ap 13,15-18, nel Libro dell'Apocalisse).
E per quanti volessero spingersi oltre, in questa Pasqua, si può citare un frammento del Papiro 115 - il più antico manoscritto conservato dell'Apocalisse - che indica il numero come χιϛ (o χιϲ), che in cifre arabe corrisponde a 616.
La lezione è finita.
Torniamo a Cattelan.
Per alcuni, il suo ultimo progetto è un'idea brillante di performance interattiva: ricorda che l'atto della confessione può assumere molte forme ed è anche un modo per rendere l'arte più accessibile al grande pubblico.
Mazdak Sani, CEO di Avant Arte, afferma: «Poche opere sono state consacrate nell'immaginario collettivo quanto La Nona Ora.
È stato un onore lavorare con Maurizio per farla risorgere in questa Pasqua: la sua seconda venuta sotto forma di un'edizione di 666 pezzi sembrava quasi predestinata».
Per altri, però, è pura blasfemia.
Non che la controversia abbia mai rappresentato un problema per Cattelan.
Spesso definito il giullare del mondo dell'arte, è noto per la sua capacità di provocare il dibattito: nel 1999 con La Nona Ora; nel 2019 con la sua opera Comedian - una banana fissata al muro con del nastro adesivo (che nel 2024 è stata venduta da Sotheby's a New York per 5,8 milioni di euro); o, lo scorso anno, quando la sua scultura di un water funzionante in oro massiccio 18 carati è stata venduta per 12,1 milioni di dollari.
Le sue opere hanno acceso dibattiti, suscitato critiche e alimentato riflessioni sul valore dell'arte e sull'assurdità del nostro tempo.
La denuncia dell’ex dirigente di banca
Confessioni shock di un ex dirigente di banca sui sistemi con cui i correntisti venivano sistematicamente ingannati.
Ne parla oggi il quotidiano Libero anticipando alcuni stralci del libro ‘Io so e ho le prove’ (Chiarelettere), in cui l’ex dirigente in questione, Vincenzo Imperatore, mette nero su bianco quanto accadeva nel suo istituto di credito.
Vediamo dunque i trucchi ed i consigli dello stesso Imperatore su come difendersi.
Imperatore si confessa elencando trucchi legati all’applicazione dei tassi d’interesse e ai cavilli riguardo polizze, mutui e derivati sottoscritti dai clienti.
Racconta del ricorso alla procedura 72H, un sistema che consente di attingere ad una riserva di denaro (dai 500 ai 10mila euro) allo scopo di sedare l’ira di qualche correntista che si ribella dopo aver scoperto un comportamento scorretto della banca.
L’ex dirigente parla inoltre di tassi d’interesse aumentati impercettibilmente dello 0,1 o dello 0,01% a tutti i conti correnti.
Come pure di commissioni di massimo scoperto che verrebbero invece a volte calcolata illegittimamente sulla punta più alta dello scoperto del correntista.
Il peso dei segreti e delle confessioni
In tutte queste vicende la confessione arriva dopo una lunga fase di silenzio, dipendenza o isolamento.
Per alcuni significa chiedere aiuto, per altri denunciare un sistema, per altri ancora trasformare una ferita privata in una testimonianza pubblica.
La confessione può assumere molte forme, ma conserva sempre un costo personale: la perdita dei rapporti, la vergogna, il giudizio degli altri o il rischio di dover ricominciare da zero.
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