Esplosione di luce durante la resurrezione di Cristo

La resurrezione di Cristo è stata come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé.

Nella Veglia Pasquale, la Chiesa indica il significato di questo evento soprattutto mediante tre simboli: la luce, l’acqua e il canto nuovo, l’alleluia. La risurrezione di Gesù è un’eruzione di luce: la morte è superata, il sepolcro spalancato e il Risorto stesso è la Luce del mondo.

La luce pasquale e la vittoria sulla morte

Dopo l’attesa silenziosa del sabato santo celebriamo la veglia pasquale, con la quale ci prepariamo al grande giorno della Resurrezione, che si diffonde nell’universo con un’esplosione di una luce senza tramonto. Il fuoco che abbiamo acceso, è il simbolo della luce di Cristo venuto ad illuminare le nostre tenebre.

A quel fuoco si è acceso il cero pasquale, che per tutto il tempo pasquale evocherà la presenza di Cristo Risorto Cristo risorto che è la luce che illumina il destino dell’umanità, liberata dalle tenebre del peccato e della morte. Al cero pasquale abbiamo acceso le nostre candele per significare che nell’incontro col Risorto siamo stati illuminati dalla luce di Cristo risorto.

Nella chiesa illuminata a giorno abbiamo ascoltato in un’esplosione di letizia incontenibile l'”annuncio pasquale” che celebra la bellezza unica di questa notte in cui Cristo ha vinto la morte e ci ha redenti. La Chiesa celebra il passaggio dalla morte alla vita: fa esplodere il sepolcro diffondendo l’aroma e il profumo di Cristo Risorto, l’uomo nuovo.

Veglia pasquale cero acceso nella chiesa

La creazione di Dio comincia con la parola: “Sia la luce!”. Dove c’è la luce, nasce la vita, il caos può trasformarsi in cosmo. Nella risurrezione si verifica in modo più sublime ciò che questo testo descrive come l’inizio di tutte le cose.

Dio dice nuovamente: “Sia la luce!”. La risurrezione di Gesù è un’eruzione di luce. La morte è superata, il sepolcro spalancato. Il Risorto stesso è Luce, la Luce del mondo.

Con la risurrezione il giorno di Dio entra nelle notti della storia. A partire dalla risurrezione, la luce di Dio si diffonde nel mondo e nella storia. Si fa giorno.

Solo questa Luce - Gesù Cristo - è la luce vera, più del fenomeno fisico di luce. Egli è la Luce pura: Dio stesso, che fa nascere una nuova creazione in mezzo a quella antica, trasforma il caos in cosmo.

L’esplosione di luce come immagine dell’amore

Ma la cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta e intima unione con Dio, che è l’amore davvero più forte della morte.

Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita, ci libera e ci salva.

La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé.

Da quando Cristo è risorto, la forza dell’amore è più forte di quella dell’odio. E’ la certezza della Chiesa ed è il motivo della sua gioia che, nella notte di Pasqua si manifesta nel canto dell’Exultet.

La luce, il fuoco e il cero pasquale

Nella Veglia Pasquale, la Chiesa rappresenta il mistero di luce del Cristo nel segno del cero pasquale, la cui fiamma è insieme luce e calore. Il simbolismo della luce è connesso con quello del fuoco: luminosità e calore, luminosità ed energia di trasformazione contenuta nel fuoco - verità e amore vanno insieme.

Il cero pasquale arde e con ciò si consuma: croce e risurrezione sono inseparabili. Dalla croce, dall’autodonazione del Figlio nasce la luce, viene la vera luminosità nel mondo.

Al cero pasquale noi tutti accendiamo le nostre candele, soprattutto quelle dei neobattezzati, ai quali in questo Sacramento la luce di Cristo viene calata nel profondo del cuore. La Chiesa antica ha qualificato il Battesimo come fotismos, come Sacramento dell’illuminazione, come una comunicazione di luce e l’ha collegato inscindibilmente con la risurrezione di Cristo.

Nel Battesimo Dio dice al battezzando: “Sia la luce!”. Il battezzando viene introdotto entro la luce di Cristo. Cristo divide ora la luce dalle tenebre.

In Lui riconosciamo che cosa è vero e che cosa è falso, che cosa è la luminosità e che cosa il buio. Con Lui sorge in noi la luce della verità e cominciamo a capire.

La luce della resurrezione nella Veglia Pasquale

Nella Veglia Pasquale ci indica il significato di questo giorno soprattutto mediante tre simboli: la luce, l’acqua e il canto nuovo - l’alleluia. La luce - simboleggiata nell’accensione del fuoco nuovo e del cero - è Cristo che “indica all’uomo la via giusta per vivere veramente”.

Lui è poi “la sorgente di acqua viva. Da Lui sgorga il grande fiume che nel Battesimo fruttifica e rinnova il mondo; il grande fiume di acqua viva, il suo Vangelo che rende feconda la terra”.

Il canto, infine, è espressione di gioia e ha le sue radici già nell’Antico testamento, in quello che si levò dagli ebrei dopo il passaggio del Maro Rosso.

Anche la Chiesa “canta il canto di ringraziamento dei salvati. Essa sta sulle acque di morte della storia e tuttavia è già risorta. Cantando essa si aggrappa alla mano del Signore, che la tiene al di sopra delle acque.

Ed essa sa che con ciò è sollevata fuori dalla forza di gravità della morte e del male - una forza dalla quale altrimenti non ci sarebbe via di scampo - sollevata e attirata dentro la nuova forza di gravità di Dio, della verità e dell’amore”.

Il sepolcro vuoto e i testimoni della luce

Nel racconto del Vangelo di Luca alle donne impaurite dall’assenza del corpo di Gesù dal sepolcro viene data una buona notizia assolutamente straordinaria da due uomini i risplendenti di luce: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è risuscitato” (Lc 24 5b-6a).

Luca menziona queste donne per nome: Maria Maddalena, Giovanna, Maria madre di Giacomo. Insiste sul fatto che è stato a loro, come persone concrete, con un nome e una missione, che è stata annunciata per la prima volta la gioiosa notizia della Risurrezione.

Ultime a lasciare il Golgota bagnato di sangue, le donne entrate in un cimitero per imbalsamare un morto, nel primo giorno della settimana, al mattino presto sono le prime a ricevere e a trasmettere l’annuncio della sua resurrezione agli apostoli.

Queste donne, che erano confuse e turbate alla vista del Sepolcro vuoto tornano a riferire agli undici e agli altri discepoli ciò che avevano appena vissuto. Ma non sono state credute.

“Per gli uomini ‘quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse’ (Lc 24,11), al punto che Pietro incuriosito, corre al sepolcro e trova che la pietra è rotolata, il sepolcro è vuoto e torna indietro, pieno di stupore per l’accaduto.

Da questo stupore maturò in Pietro e negli altri apostoli, dopo le apparizioni di Cristo Risorto, la fede nella resurrezione di Cristo. Senza il coraggio di queste donne gli apostoli sarebbero rimasti rinchiusi nel cenacolo bloccati dalla delusione e dalla paura.

Grazie al coraggio di queste donne il messaggio di Pasqua risuona nella Chiesa e attraverso la Chiesa in uscita permanente risuona nel mondo da venti secoli.

La resurrezione come nuova creazione

Nelle letture della veglia di Pasqua la chiesa ci ha richiamato alla memoria la lunga storia che Dio ha percorso con l’umanità e col popolo d’Israele dalla creazione del mondo attraverso tutte le tappe della storia della salvezza prima di arrivare alla Pasqua di Cristo, che inaugura la nuova creazione, il nuovo esodo, la nuova alleanza.

La notte di pasqua è un messaggio liberazione dal caos primitivo nel racconto della creazione, dalla schiavitù opprimente dell’Egitto, dall’egoismo che indurisce il nostro cuore pietrificato.

Questo cuore Dio per mezzo del suo Spirito lo cambia in cuore di carne capace di amare con l’amore che è dono di Dio. La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori.

Nello stesso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo.

Per questo la risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana, dall’inizio e fino alla fine dei tempi. Si tratta di un grande mistero, certamente, il mistero della nostra salvezza, che trova nella risurrezione del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza.

Non un ritorno alla vita precedente

Se nella risurrezione di Gesù si fosse trattato soltanto del miracolo di un cadavere rianimato, essa non ci interesserebbe affatto. Non sarebbe infatti più importante della rianimazione, grazie all’abilità dei medici, di persone clinicamente morte.

Per il mondo come tale e per la nostra esistenza non sarebbe cambiato nulla. Il miracolo di un cadavere rianimato significherebbe che la risurrezione di Gesù era la stessa cosa che la risurrezione del giovane di Nain ( Lc 7, 11-17), della figlia di Giairo (Mc 5,22-24.35-43) o di Lazzaro (Gv 11,1-44).

Di fatto, dopo un tempo più o meno breve, questi ritornarono nella loro vita di prima per poi più tardi, a un certo punto, morire definitivamente.

Le testimonianze neotestamentarie non lasciano alcun dubbio che nella “risurrezione del Figlio dell’uomo” sia avvenuto qualcosa di totalmente diverso. La risurrezione di Gesù è stata l’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini.

Per questo la risurrezione di Gesù non è un avvenimento singolare, che noi potremmo trascurare e che apparterebbe soltanto al passato, ma è una sorta di “mutazione decisiva”, un salto di qualità.

Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini.

La risurrezione e la speranza dell’umanità

Con ragione, quindi, Paolo ha inscidibilmente connesso la risurrezione dei cristiani e la risurrezione di Gesù: “Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto…Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15,16.20).

La risurrezione di Cristo o è un avvenimento universale o non è, ci dice Paolo. E solo se la intendiamo come un avvenimento universale, come inaugurazione di una nuova dimensione dell’esistenza umana, siamo sulla strada di una giusta interpretazione della testimonianza sulla risurrezione presente nel Nuovo testamento.

Gesù non è tornato in una normale vita umana di questo mondo, come era successo a Lazzaro e agli altri morti risuscitati da Gesù. Egli è uscito verso una vita diversa, nuova - verso la vastità di Dio e, partendo di lì, Egli si manifesta ai suoi.

Ciò era anche per i discepoli una cosa del tutto inaspettata, di fronte alla quale ebbero bisogno di tempo per orientarsi. Una risurrezione verso una condizione definitiva e differente, nel bel mezzo del mondo vecchio che continua ad esistere - questo non era previsto e pertanto inizialmente neanche comprensibile.

Per questo la promessa della risurrezione era in un primo tempo rimasta inafferrabile per i discepoli. Il processo di divenire credenti si sviluppa in modo analogo a quanto è avvenuto nei confronti della croce.

Nessuno aveva pensato ad un Messia crocefisso. Ora il “fatto” era lì, e in base a tale fatto occorreva leggere la Scrittura in modo nuovo.

La testimonianza degli apostoli

Partendo dall’inatteso la Scrittura si è dischiusa in modo nuovo e così anche il fatto ha acquistato un suo senso. La nuova lettura della Scrittura, ovviamente, poteva cominciare soltanto dopo la risurrezione, perché soltanto in virtù di essa Gesù era stato accreditato come inviato di Dio.

Ora si dovevano individuare ambedue gli eventi - croce e risurrezione - nella Scrittura, comprenderli in modo nuovo e così giungere alla fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio.

Questo, peraltro, presuppone che per i discepoli la risurrezione fosse reale come la croce. Presuppone che essi fossero semplicemente sopraffatti dalla realtà; che dopo tutta la titubanza e la meraviglia iniziali non potessero più opporsi alla realtà: è veramente Lui; Egli vive e ci ha parlato, ci ha concesso di toccarlo, anche se non appartiene più al mondo di ciò che normalmente è toccabile.

Il paradosso era indescrivibile: che Egli fosse del tutto diverso, non un cadavere rianimato, ma uno che in virtù di Dio viveva in modo nuovo e per sempre; e che al tempo stesso, in quanto tale pur non appartenendo più al nostro mondo, fosse presente in modo reale proprio Lui, nelle sua piena identità.

Si trattava di un’esperienza assolutamente unica, che andava al di là degli usuali orizzonti dell’esperienza e, tuttavia, restava per i discepoli del tutto incontestabile.

A partire da ciò si spiega la peculiarità delle testimonianze sulla risurrezione: parlano di una cosa paradossale, di qualcosa che supera ogni esperienza e che tuttavia è presente in modo assolutamente reale.

La risurrezione di Gesù, dal punto di vista della storia del mondo, è poco appariscente, è il seme più piccolo della storia. Questo capovolgimento delle proporzioni fa parte dei misteri di Dio.

In fin dei conti, ciò che è grande, potente, è la cosa più piccola. Così la risurrezione è entrata nel mondo soltanto attraverso alcune apparizioni misteriose degli eletti.

E tuttavia essa era l’inizio veramente nuovo -ciò di cui, in segreto, il tutto era in attesa. E per i pochi testimoni - proprio perché essi stessi non riuscivano a capacitarsene - era un avvenimento così sconvolgente e reale, così potente nel manifestarsi davanti a loro che ogni dubbio si dissolveva ed essi con coraggio assolutamente nuovo, si presentarono davanti al mondo per testimoniare: Cristo è veramente risorto”.

La luce della fede nelle tenebre

La Trasfigurazione è anche il sì di Dio sulla fede di Gesù, fede che è luce nelle tenebre, fede che crede la resurrezione anche quando il presente non offre nell’oggi e non promette per il domani nient’altro che dolore e morte.

In fondo non è sconcertante che ci siano dolore e sofferenza, odio e violenza, ma che ci sia resurrezione. Non è sconcertante che Gesù sia accolto da ostilità e inimicizie e avversione e calunnie, ma che creda che nonostante e proprio attraverso tutto questo passa il cammino verso il Padre, passa il regnare di Dio su di lui.

E la trasfigurazione è proprio, come dice Gesù, “il regno di Dio venuto con potenza” (Mc 9,1). E dunque non è sconcertante nemmeno che per noi, che per il credente, vi sia una strada costellata di asperità, di odi e inimicizie, ma che questa strada conduca alla vita, sia cammino di vita, sia vita essa stessa, e sia dunque vivibile nella gioia.

Questo è ciò in cui ci conferma la Trasfigurazione. E anche ciò a cui ci sprona, la fede che ci chiede e dunque il cambiamento, la conversione che ci richiede.

La Trasfigurazione e la luce del Risorto

La Trasfigurazione, l’evento in cui Dio stesso, il padre delle luci, colui che abita una luce inaccessibile, il Dio che è luce (Sal 27,1), ha mostrato che la sua luce abita il volto e il corpo di Gesù, illumina il suo parlare e il suo amare, orienta il suo camminare e il suo agire, pervade la sua umanità.

La luce inaccessibile si è fatta accessibile in Gesù e noi siamo chiamati all’opera, al lavoro della contemplazione, a rinnovare lo stupore per ciò che è avvenuto sul monte Tabor, che è caparra e promessa del nostro stesso cammino e della destinazione delle nostre vite.

Noi siamo destinati alla luce, chiamati alla luce, invitati alla luce, impegnati a riflettere nella nostra carne e nel nostro spirito la luce divina che risplende sul volto di Cristo.

E sappiamo bene che solo per fede possiamo farci abitare da questa luce, sappiamo bene che questa luce ha il nome dell’amore (“chi ama il proprio fratello rimane nella luce”: 1Gv 2,10), sappiamo bene che questa luce diviene speranza, fiducia nel futuro.

Celebrare la Trasfigurazione è compiere un atto di fede, speranza e carità. È un atto di sintesi dell’intera nostra vita, come lo è stato per Gesù, un atto che ha confermato il suo cammino portandolo ad assumere le difficoltà e le tribolazioni presenti e a volgersi con risolutezza, con fede, con amore e con speranza, verso l’avvenire, un avvenire che comportava anche ignominia e morte violenta.

La forma divina è luminosità. La forma divina è la luce. E questa luce ora anche i discepoli vedono che abita in Gesù, è Gesù.

E la luce si trasfonde in chi vi si espone, in chi la contempla. Qui, la trasfigurazione di Gesù, che avviene, dice Marco, davanti ai discepoli (“Gesù fu trasfigurato davanti a loro”: Mc 9,2), diventa esperienza di illuminazione per loro, almeno per un momento, solo per un momento, e in certo modo apre loro gli occhi.

La luce che attraversa la sofferenza

Questo annuncio ripetuto tre volte da Gesù stesso, “dopo tre giorni risorgerà”, ci fa entrare al cuore della fede di Gesù, della sua vita con Dio, ci fa vedere la luce interiore che guida Gesù e lo guida anche mentre cammina fra contraddizioni, inimicizie e ostilità, ci fa toccare con mano la convinzione profonda che gli dona forza e gli consente di andare avanti con determinazione anche in mezzo a grande tribolazione.

Le Scritture ci insegnano a tenere insieme sofferenza e gloria, a non lasciarci scandalizzare dalla prima e a non lasciarci ammaliare dalla seconda fino a volerla isolare e assolutizzare. Solo nel loro insieme esse disegnano il camino reale del credente nella storia.

Il Gesù che nasconde e rivela la luce divina nella sua prassi di umanità, nel suo camminare tra gli uomini, nel suo attraversare le sofferenze e le umiliazioni continuando a credere la resurrezione. A sperare la resurrezione. A vivere la resurrezione amando.

Lì la luce. La luce della resurrezione. La luce dell’amore.

La Sindone e l’ipotesi del lampo di luce

La Sindone è un lenzuolo di lino rettangolare di manifattura antica, lungo 4,4 metri e largo 1,1 metri, che tra altri segni porta impressa un’immagine frontale e dorsale di una figura umana.

Secondo la tradizione cristiana, essa ha avvolto il corpo di Gesù Cristo quando venne deposto nella tomba di Gerusalemme, come raccontato dai Vangeli, in modo particolare quello di Giovanni.

La Sindone di Torino è uno dei reperti archeologici più studiati al mondo, e i risultati di questi studi sono stati e sono ancora ampiamente dibattuti da esperti di svariate discipline, tali e tante sono le sfaccettature storiche, religiose, culturali, tecniche e scientifiche di questo singolare oggetto.

E fu proprio durante una di queste occasioni nel 1898 che per la prima volta vennero scattate alcune fotografie. Infatti all’epoca la tecnica fotografica, nata circa mezzo secolo prima, era abbastanza avanzata da permettere la produzione di foto più che discrete, che per la Sindone significavano una rappresentazione più veritiera rispetto alla pittura o alla stampa di disegni.

Ma questa operazione, che avrebbe dovuto solamente sostituire una tecnica vecchia con una nuova, si rivelò molto più importante del previsto. Infatti, quando il fotografo dilettante Secondo Pia si chiuse in camera oscura per sviluppare i negativi fotografici su vetro che aveva appena ripreso, si accorse che essi mostravano un’immagine positiva.

Ciò significava semplicemente che l’immagine della Sindone non era un disegno o un dipinto tradizionale, poiché non c’era mai stato in tutta la storia dell’arte un simile esempio che fosse conosciuto allora, e ancora non lo è ai nostri giorni.

Fotografia Sindone di Torino negativo bianco nero

I risultati più importanti raggiunti nel 1990 circa ai fini di questo lavoro sono i seguenti:

  • la Sindone non è un dipinto o il prodotto di un falsario,
  • la Sindone ha realmente avvolto il corpo di un uomo morto a causa di flagellazione, crocifissione, e colpo di lancia al petto,
  • la colorazione giallo-paglia dell’Immagine Corporea (IC) è molto superficiale,
  • la colorazione è dovuta a un cambiamento molecolare della parte esterna della fibra di lino,
  • l’IC è presente solo da un lato della Sindone, quello che avvolgeva il corpo,
  • la colorazione c’è anche nelle zone dove non c’è stato contatto diretto con il corpo,
  • non c’è colorazione in corrispondenza dei lati del corpo,
  • non ci sono effetti di trascinamento.

Queste osservazioni sperimentali hanno subito escluso molte possibilità che erano state prese in considerazione fino ad allora per la formazione dell’IC, in modo particolare quelle chimiche, e si arrivò quindi a formulare l’ipotesi radiativa.

Essa prevede che la radiazione elettromagnetica, Luce, sia all’origine dell’IC, perché solo la Luce può giustificare le osservazioni precedenti, ed altre che non sono riportate qui per mancanza di spazio e tempo per discuterle.

Questa nuova ipotesi venne messa alla prova, e in molti laboratori si iniziò a utilizzare il laser, che era stato appena inventato nel 1960, come sorgente di luce per irraggiamento.

La Luce del laser è potente, monocromatica (un solo colore) e direzionale, qualità che erano richieste per diversi motivi dalla stessa IC.

Il laser e la formazione dell’immagine

Le esperienze decisive vennero eseguite presso il Centro Ricerche ENEA di Frascati a partire dal 2005. Il caso volle che qui circa dieci anni prima si erano osservati effetti cangianti su stoffe naturali e sintetiche irraggiate con potenti laser a eccimeri.

Queste sorgenti di Luce ultravioletta (UV), invisibile agli occhi, e impulsata, che dura molto meno di un battito di occhi, inducevano effetti molto superficiali, e poiché la superficialità era una caratteristica della IC, io proposi di irraggiare stoffe di lino.

Le esperienze furono più difficili del previsto e per i primi tempi non si ottennero risultati degni di nota, ma alla fine la perseveranza venne premiata.

Infatti a un certo punto si ottenne una colorazione dei lini simile a quella della Sindone, ma solo se si applicavano certe condizioni sperimentali, che erano e sono:

CondizioneDescrizione
Durata della lucedeve essere inferiore a cento miliardesimi di secondo
Potenza della lucealmeno milioni di Watt
Variazione della potenzapuò variare solamente tra un valore minimo e massimo, effetto soglia
Esito in assenza delle caratteristichele stoffe non si colorano o vengono distrutte

Ciò significa che è possibile che quello che noi oggi osserviamo sulla Sindone sia il risultato di una esplosione di energia radiante, cioè un Lampo di Luce.

Per ragioni consistenti alle osservazioni sperimentali sulla Sindone, questo Lampo di Luce è stato emesso in direzione verticale dal corpo avvolto nella Sindone, e poiché la Sindone stessa è stata ritrovata al mattino dopo il sabato senza il corpo, e su di essa non ci sono tracce di trascinamento, allora è anche necessario supporre che il corpo sia diventato trasparente alla Sindone o viceversa, ipotesi del corpo meccanicamente trasparente.

L’ipotesi dell’annichilazione di materia e antimateria

Questa ultima supposizione ha sollevato numerosi nuovi problemi che sono stati discussi a lungo e hanno generato altre ipotesi, ma alla fine era necessario ricorrere a fenomeni fantascientifici.

Per evitare questo punto di arrivo indesiderato, qualche anno fa io ho proposto una nuova ipotesi che prevede l’Annichilazione di Materia e Antimateria (AMA), che è l’unico processo fisico a nostra conoscenza che permette alla materia di scomparire, e quindi al corpo Gesù Cristo di poter attraversare la Sindone senza lasciare tracce.

L’ipotesi AMA prevede la sparizione del corpo tramite un processo di annichilazione con antimateria virtuale poiché l’antimateria come tale non esiste nel nostro universo, e questa virtualità evita che si produca un’esplosione nucleare di proporzioni apocalittiche.

Ma alla fine l’evento sindonico è simile al Big Bang, solamente molto più piccolo, e come nel Big Bang venne creata la materia dell’Universo, miliardi di volte meno della energia iniziale equivalente, nella Resurrezione avvenne una esplosione di energia che ha generato un Lampo di Luce, che a sua volta ha impresso nella Sindone l’immagine che ancora oggi si può osservare.

Questa ipotesi AMA non si limita a spiegare solamente le proprietà della Sindone che sono state descritte sopra, ma risolve anche l’annosa questione della datazione medievale, circa 1300, del Carbonio-14 diversa da quelle ottenute con altri metodi che riconducono a 2000 anni fa.

Infatti l’ipotesi AMA si fonda su processi nucleari che possono aumentare la quantità di carbonio-14 sul telo di lino, ringiovanendo così il tessuto.

Un semplice calcolo matematico dimostra che a causa degli stessi processi, anche il Sudario di Oviedo, che era vicino alla Sindone, come racconta Giovanni, è stato ringiovanito a un’epoca precedente, circa 700, come anche misurato sperimentalmente con il Carbonio-14.

In conclusione, l’ipotesi AMA, che si basa sulle leggi della fisica che si conoscono oggi, ci dice che uno tra i più importanti eventi della storia umana, se non il più importante, la Resurrezione di Gesù Cristo, potrebbe essere avvenuto con una esplosione di LUCE, CALORE E SUONO.

Il battesimo come partecipazione alla luce del Risorto

San Paolo nella lettera ai Romani ci ha detto che attraverso il battesimo, sacramento pasquale, siamo divenuti partecipi della morte e risurrezione del Cristo ed è iniziata per noi l’avventura gioiosa ed esaltante dell’essere cristiani.

La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Tutto ciò avviene concretamente attraverso la vita e la testimonianza della Chiesa; anzi, la Chiesa stessa costituisce la primizia di questa trasformazione, che è opera di Dio e non nostra.

Essa giunge a noi mediante la fede e il sacramento del Battesimo, che è realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una vita nuova.

È ciò che rileva San Paolo nella Lettera ai Galati: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (2, 20).

È stata cambiata così la mia identità essenziale, tramite il Battesimo, e io continuo ad esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza.

Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3, 28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo.

Qui sta la nostra gioia pasquale. La nostra vocazione e il nostro compito di cristiani consistono nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi col Battesimo.

Siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini e di donne entro la quale viviamo.

La luce che trasforma la vita quotidiana

La resurrezione di Cristo esige la nostra resurrezione ad una vita nuova. Gesù Cristo Risorto illumina le nostre tenebre, entra nelle tombe della nostra vita, per portarci fuori, insieme a tutte le nostre realtà mortali per dirigerle speditamente verso di Lui che è la luce del mondo.

Oggi siamo tutti chiamati a fare memoria del nostro battesimo col quale siamo morti al peccato, siamo diventati figli di Dio, abbiamo ricevuto il dono dello Spirito Santo, siamo diventati membra vive del suo corpo che è la Chiesa.

Rimanere fedeli al battesimo significa fare di Gesù Cristo il centro della nostra vita. La novità di vita, che siamo chiamati a vivere a partire dal nostro battesimo, sacramento col quale abbiamo iniziato a partecipare alla potenza della resurrezione di Cristo, ci dà il diritto di cantare l’alleluia perché la potenza di Cristo risorto è sorgente di gioia e di pace.

Nella vita nuova che scaturisce zampillante, freschissima, luminosa e profumata dalla Pasqua la nostra vocazione è che Cristo risplenda nella nostra vita.

Così in quest’ora anche san Paolo ci parla in modo molto immediato. Nella Lettera ai Filippesi dice che, in mezzo a una generazione tortuosa e stravolta, i cristiani dovrebbero risplendere come astri nel mondo (cfr Fil 2, 15).

Preghiamo il Signore che il piccolo lume della candela, che Egli ha acceso in noi, la luce delicata della sua parola e del suo amore in mezzo alle confusioni di questo tempo non si spenga in noi, ma diventi sempre più grande e più luminosa.

La luce come orientamento

Perché Cristo è Luce? Nell’Antico Testamento, la Torah era considerata come la luce proveniente da Dio per il mondo e per gli uomini.

Essa separa nella creazione la luce dalle tenebre, cioè il bene dal male. Indica all’uomo la via giusta per vivere veramente.

Gli indica il bene, gli mostra la verità e lo conduce verso l’amore, che è il suo contenuto più profondo. Essa è “lampada” per i passi e “luce” sul cammino (cfr Sal 119, 105).

I cristiani, poi, sapevano: in Cristo è presente la Torah, la Parola di Dio è presente in Lui come Persona. La Parola di Dio è la vera Luce di cui l’uomo ha bisogno.

Questa Parola è presente in Lui, nel Figlio. Il Salmo 19 aveva paragonato la Torah al sole che, sorgendo, manifesta la gloria di Dio visibilmente in tutto il mondo.

I cristiani capiscono: sì, nella risurrezione il Figlio di Dio è sorto come Luce sul mondo. Cristo è la grande Luce dalla quale proviene ogni vita.

Egli ci fa riconoscere la gloria di Dio da un confine all’altro della terra. Egli ci indica la strada. Egli è il giorno di Dio che ora, crescendo, si diffonde per tutta la terra.

Adesso, vivendo con Lui e per Lui, possiamo vivere nella luce.

La luce, l’acqua e il canto nuovo

Il secondo simbolo della Veglia Pasquale - la notte del Battesimo - è l’acqua. Essa appare nella Sacra Scrittura, e quindi anche nella struttura interiore del Sacramento del Battesimo, in due significati opposti.

C’è da una parte il mare che appare come il potere antagonista della vita sulla terra, come la sua continua minaccia, alla quale Dio, però, ha posto un limite.

È l’elemento della morte. E così diventa la rappresentazione simbolica della morte in croce di Gesù: Cristo è disceso nel mare, nelle acque della morte come Israele nel Mar Rosso.

Risorto dalla morte, Egli ci dona la vita. Ciò significa che il Battesimo non è solo un lavacro, ma una nuova nascita: con Cristo quasi discendiamo nel mare della morte, per risalire come creature nuove.

L’altro modo in cui incontriamo l’acqua è come sorgente fresca, che dona la vita, o anche come il grande fiume da cui proviene la vita.

Nella morte Gesù è divenuto Egli stesso la sorgente. Il profeta Ezechiele in una visione aveva visto il Tempio nuovo dal quale scaturisce una sorgente che diventa un grande fiume che dona la vita.

La cristianità degli inizi capì: in Cristo questa visione si è realizzata. Egli è il vero, il vivente Tempio di Dio. E Lui è la sorgente di acqua viva.

Da Lui sgorga il grande fiume che nel Battesimo fruttifica e rinnova il mondo; il grande fiume di acqua viva, il suo Vangelo che rende feconda la terra.

Nel Battesimo il Signore fa di noi non solo persone di luce, ma anche sorgenti dalle quali scaturisce acqua viva.

Chiediamo al Signore, che ci ha donato la grazia del Battesimo, di poter essere sempre sorgenti di acqua pura, fresca, zampillante dalla fonte della sua verità e del suo amore!

Il terzo grande simbolo della Veglia Pasquale è di natura tutta particolare; esso coinvolge l’uomo stesso. È il cantare il canto nuovo - l’alleluia.

Quando un uomo sperimenta una grande gioia, non può tenerla per sé. Deve esprimerla, trasmetterla.

Ma che cosa succede quando l’uomo viene toccato dalla luce della risurrezione e in questo modo viene a contatto con la Vita stessa, con la Verità e con l’Amore? Di ciò egli non può semplicemente parlare soltanto.

Il parlare non basta più. Egli deve cantare.

La prima menzione del cantare nella Bibbia, la troviamo dopo la traversata del Mar Rosso. Israele si è sollevato dalla schiavitù. È salito dalle profondità minacciose del mare. È come rinato.

La Bibbia descrive la reazione del popolo a questo grande evento del salvamento con la frase: “Il popolo credette nel Signore e in Mosè suo servo” (cfr Ex 14, 31).

Ne segue poi la seconda reazione che, con una specie di necessità interiore, emerge dalla prima: “Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore…”.

Nella Veglia Pasquale, anno per anno, noi cristiani intoniamo dopo la terza lettura questo canto, lo cantiamo come il nostro canto, perché anche noi mediante la potenza di Dio siamo stati tirati fuori dall’acqua e liberati alla vita vera.

La luce nelle guerre e nelle violenze

Quest’anno mentre celebriamo la Pasqua , non possiamo staccare gli occhi dalla Croce e da tutti i crocifissi piantati nel cuore della terra.

Questa notte in Ucraina ed in altri paesi del mondo il suono gioioso di campane si accompagna con il rumore assurdo di bombe ed esplosioni devastanti e la luce pasquale fa da sfondo al buio delle guerre e delle violenze che non hanno risparmiato neanche Gerusalemme.

Proprio perché ci sentiamo immersi nella notte e schiacciati dalla prova, abbiamo bisogno di Pasqua e del suo annuncio di vita.

In questa Pasqua anche in mezzo alle sofferenze e alle violenze, anche se travolti da tanti eventi che non possiamo controllare, anche di fronte ai segni di morte che ci circondano, abbiamo la certezza che Signore Gesù Cristo è vivo e presente misteriosamente nei drammi della nostra storia.

Pellegrini di speranza nella luce del Risorto

La Pasqua evoca un passaggio. Non è festa per residenti, per persone sedentarie ma per pellegrini che si affrettano al viaggio verso una meta che dà senso al cammino.

La differenza fra un pellegrino e un vagabondo sta nel fatto che il pellegrino, anche attraverso un cammino contorto non esente di dubbi, smarrimenti ed esitazioni, è mosso dalla speranza di arrivare ad una meta, mentre il vagabondo è uno che vaga senza sapere dove andare, ubriacato dalle fuggevoli mode del tempo.

Il pellegrino non è un camminatore solitario, ma uno che si mette in cammino insieme ad altri verso una meta comune. In preparazione al prossimo Giubileo siamo invitati a vivere con uno stile sinodale come “pellegrini di speranza”.

L’augurio pasquale che ci dobbiamo rivolgere gli uni gli altri è quello di essere nella nostra vita quotidiana, non ostante le contraddizioni, uomini e donne illuminati dalla luce della fede, ricolmi del fuoco dell’amore di Dio, testimoni convinti e gioiosi di Cristo Risorto speranza del mondo.

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