Enunciare il Vangelo attualizzando la realtà significa esprimere con sufficiente facilità per l'uomo di oggi un verace, comprensibile, convincente messaggio che spinga coerentemente alla prassi. Il contenuto dell’Evangelo deve restare lo stesso, ma la forma e i temi prioritari dovrebbero essere adatti a chi ascolta.
Attualizzare la Bibbia non significa adattare il messaggio cristiano a qualunque opinione corrente, né sostituire la Parola di Dio con le ideologie del momento. Significa ascoltare con lealtà ciò che il testo biblico dice, riconoscere le domande concrete dell’uomo contemporaneo e permettere che la Parola incontri l’esistenza, orientando decisioni, relazioni e responsabilità.
Perché oggi è necessario attualizzare l’annuncio
Si va parlando da molto tempo di un cristianesimo in declino. Da molti anni la predicazione evangelistica ristagna, è sempre più difficile ascoltare una parola che si rivolga direttamente alla società. Sembra che facciamo fatica a trovare il modo e il contenuto specifico per presentare l’Evangelo alla nostra generazione, c’è uno scarto importante tra ciò che annunciamo e le drammatiche domande che la collettività pone.
Non incidiamo nemmeno più sul vuoto esistenziale presente tra la gente, che viene riempito andando a cercare risposte in spiritualità lontane da quella tradizionale. Insomma, la domanda che pongo è: il cristianesimo ha ancora qualcosa da dire alla nostra generazione? È ancora un messaggio adatto alla società di oggi, o è scaduto e fuori tempo?
Oppure no, siamo noi, Chiesa, che non sappiamo presentarlo? Ma se fosse così, come renderlo comprensibile e utile per l’uomo di oggi? Quello che non voglio fare è chiudere gli occhi sulla crisi che ha investito tutte le chiese; voglio cercare di comprendere perché si creano sempre più vuoti nelle comunità, non per disperarmi e deprimermi, ma perché credo giusto guardare in faccia la realtà, interrogandomi su “come” annunciare l’Evangelo.
Una società stanca e disorientata
Gesù “guardando le folle ne ebbe compassione, perché erano stanche e scoraggiate, come pecore senza pastore”. Questa è la fotografia della società di quel tempo: una folla di stanchi e sconsolati che vanno da Gesù nella speranza di trovare da lui quello che oramai non trovano nelle loro “chiese” (sinagoghe) né nei governanti della nazione: cercano una guarigione, un aiuto per la loro vita materiale, una parola di conforto spirituale e di incoraggiamento, di solidarietà, soprattutto di speranza e di vita.
La Bibbia viene studiata, insegnata, letta e riletta con impegno, ma appare sempre più come una parola antica, stanca, ripetitiva. Anche la situazione politica non va meglio, il governo è caduto nelle mani di arrivisti, speculatori e approfittatori come la famiglia degli “Erodi”, che per il potere e i soldi adula persino l’invasore romano.
Nulla di nuovo sotto il sole. Anche oggi, non solamente nelle chiese e non solamente in Italia, stiamo vivendo un tempo nel quale i popoli vivono una condizione di sbandamento, di scoraggiamento e delusione senza vedere all’orizzonte una soluzione. Sono in crisi la religione e la politica.
Finite le grandi ideologie e i partiti del XX secolo, che per più di 100 anni hanno rappresentato punti di riferimento ideali e materiali, è subentrato un sentimento di smarrimento, un fare segnato dall’improvvisazione che non incide sui problemi profondi lasciando le folle smarrite e deluse. Il futuro è incerto.
La crisi nelle comunità cristiane
In una società oramai secolarizzata, divincolata dalla tradizione religiosa, le mésse e i culti vengono disertati e le regole della convivenza civile non seguono nemmeno più quella che fino a poco tempo fa era semplicemente buona educazione. Nelle chiese si aprono vuoti.
È vero che la Chiesa - la vera Chiesa - non sarà mai un movimento di massa, sarà come granellini di lievito nella pasta, il seme di senape, come il pizzico di sale, una spina nel fianco alla società per spronarla al cambiamento; ma la crisi c’è ed è spirituale, dura da tanto tempo e riguarda tutto il cristianesimo.
La malattia la vedo proprio nel servizio alla Parola, nel contenuto della predicazione, non tanto quella diretta alle chiese ma quella evangelistica. Ci sono comunità che accentuano sempre più la parte emotiva e coreografica degli incontri a scapito di quella dottrinale; chiese che nel tentativo di rimanere al passo coi tempi hanno messo in secondo piano la spiritualità, appiattendo la predicazione su tematiche socio-politiche; mentre altre, per paura di contaminarsi, predicano un messaggio che prospetta la fuga dal mondo.
Certamente questa è solamente una faccia della medaglia, ci sono anche molte cose buone: credenti che si impegnano, uomini e donne che si convertono ad una fede vera, viva, che credono all’Evangelo, cose che sarebbe ingiusto e colpevole dimenticare. Ma questa parte non deve coprire l’altra, non deve diventare un alibi per chiudere gli occhi sul problema.
Non fuggire dal presente
Come cristiani siamo da troppo tempo a traino della società. Ora si tratta di vedere se abbiamo la forza sufficiente per dire al mondo che non siamo dei sognatori. Dovremmo dimostrare che la nostra fede non è come dicevano un tempo, oppio che ci rende contenti in un mondo sempre più ingiusto; far capire che abbiamo un messaggio che può incidere sulla realtà, che ha ancora la forza di affermare con fede “Beati voi”, ma anche gridare con coraggio “Guai a voi”.
Tornare ad essere un punto di riferimento per chi è stanco e disorientato, indicando non noi, ma nella persona del Cristo la speranza di vita vera. Sembra che saltiamo il presente, che ci rifugiamo o in un passato glorioso oppure ci lanciamo in avanti in un volo che ci porta lontano dalla realtà.
E oggi? L’oggi in cui viviamo non lo sappiamo più affrontare! Ma Cristo non ci vuole così deboli, non ci conduce in una fuga religiosa dal mondo, ma ci restituisce al mondo - nel mondo - per aiutarlo.
Gesù non si è ritirato dalla società, l’ha affrontata in tutta la sua violenza e alla fine ha detto: “Nel mondo avrete tribolazione, ma siate coraggiosi: io ho vinto il mondo” (Gv 16:33).
Il Vangelo è sempre attuale
L’esortazione alla santità della vita è la sintesi più semplice e più alta del magistero pastorale; è la conclusione teorica ed il principio pratico del messaggio evangelico applicato alla nostra vita; è l’esigenza indeclinabile per chi voglia davvero ascoltare con fedeltà e seguire con coerenza l’invito della religione cristiana a fondare sul Vangelo la propria concezione della vita e a fissare nel rapporto soprannaturale con Dio il cardine della propria condotta.
La santità non è cosa né di pochi privilegiati, né di cristiani dei tempi antichi; è sempre di moda; vogliamo dire è sempre programma attuale ed impegnativo per chiunque voglia chiamarsi seguace di Cristo.
È palese a tutti che oggi si vive in un periodo di profonde trasformazioni di pensiero e di costume; ed è perciò spiegabile come siano spesso messe in questione certe norme tradizionali, che facevano buona, ordinata, santa la condotta di chi le praticava.
Non certo così noi dobbiamo concepire «l’aggiornamento», a cui il Concilio ci invita: non per svigorire la tempra morale del cattolico moderno è da concepirsi questo «aggiornamento», ma piuttosto per crescere le sue energie e per rendere più coscienti e più operanti agli impegni, che una concezione genuina della vita cristiana e convalidata dal magistero della Chiesa ripropone al suo spirito.
Il Vangelo non cambia, cambia il modo di comunicarlo
Giovanni Battista, Gesù, l’apostolo Paolo, Lutero, Rossetti e molti altri riformatori hanno predicato lo stesso Evangelo, ognuno però con parole e accenti differenti, adatti a essere compresi e accolti dalla società del loro tempo.
Ognuno di loro (compreso Gesù) ha predicato cose “vecchie”, già annunciate, ma in una maniera così attuale da sembrare nuove. Sono stati capaci di incidere profondamente nella loro realtà sapendo coglierne il malessere, dando risposta alle ansie; hanno avuto la capacità di riconoscere quali fossero gli errori delle loro “chiese” e ritrovare la Verità.
Non possiamo però credere che, ripetendo allo stesso modo ciò che è stato detto nel passato, riusciremo a trasmettere l’Evangelo per oggi. Il contenuto certamente deve restare lo stesso, ma la forma, i temi prioritari, dovrebbero essere adatti a chi ascolta.
Attualizzare importa «scavare» sotto la scorza del fenomenico per ritrovare una comune piattaforma esistenziale (il problema umano che agitava l’uomo biblico e che oggi concerne il contemporaneo) e così incidere effettivamente sulla prassi. Un conoscere per cambiare.
Il significato dell’attualizzazione biblica
L'interpretazione della Bibbia è un fatto antico quanto la Chiesa. Si pensi anche soltanto al fenomeno sbalorditivo, nella sua semplicità, della predicazione domenicale: lo stesso testo (racconto, personaggio, comandamento. ) è diventato Parola autorevole per milioni e milioni di persone, lungo tanti secoli e in regioni geografico-culturali diversissime.
Ma nell'epoca moderna è avvenuto qualcosa di nuovo. Alla certezza di sempre che la Bibbia ci comunica la stessa Parola di Dio indispensabile per la nostra salvezza si è accompagnata l'inquietante scoperta dei tanti condizionamenti psicologici, sociali, culturali che sottostanno ad ogni nostra conoscenza e percezione di valori.
S. Freud, K. Marx, F. Nietzsche sono quei «maestri del sospetto», di cui parla P. Ricoeur, i quali obbligano chiunque voglia fare l'interpretazione di qualsiasi testo o situazione umana a mettersi sul chi va là: non basta comprendere, occorre saper comprendere.
Di qui la legittimità, anzi l'urgenza della domanda: come ricavare un significato per la vita di oggi da un testo scritto millenni di anni fa?
Le deformazioni più comuni
Nel recente «Incontro per gruppi ecclesiali» ad Assisi, ove la stragrande maggioranza erano giovani, il problema ermeneutico o del «senso per me oggi» era quello più sentito. Da una parte si lamentava il fatto che molti, specialmente impegnati politicamente ritrovavano la carica della fede a prescindere dalla Bibbia, giudicata spesso antiquata ed inadeguata a rispondere alle domande di oggi; d'altra parte c'era chi evocava il malessere di una pura ripetizione del senso storico o letterale, di un restare fermo all'ieri, come in un giardino archeologico, senza cogliere della Bibbia l'istanza profetica, la quale, perché tale, attende la novità creativa dell'adempimento nel presente.
Infine si sentiva il disagio di certi passaggi dal senso del testo al senso attuale, fatti così a prima vista, senza approfondimenti razionali. Era come una radiografia dello stato di salute "ermeneutica" di tanti gruppi cristiani del nostro tempo.
Ascolto banale e superficiale
È ogni attualizzazione compiuta nella fretta, epidermicamente, sia nei riguardi di ciò che veramente dice la Bibbia sia nei confronti delle effettive attese e reali bisogni dell'uditorio. Si dimentica che attualizzare importa «scavare» sotto la scorza del fenomenico per ritrovare una comune piattaforma esistenziale.
Un conoscere per cambiare. L'attualizzazione deve dunque tenere insieme la verità del testo e la concretezza della vita, evitando sia la superficialità esegetica sia la superficialità pastorale.
Ascoltare il testo senza lasciarsi coinvolgere
È il caso di letture esegetistiche oggi tanto fortemente contestate da molti cristiani specialmente nei gruppi biblici, come se un discorso anche eccellente di esegesi e di teologia biblica potesse bastare.
Radicalmente ciò è dovuto sia al misconoscimento della rilevanza autoimplicativa, anzi giudicativa della Parola di Dio, sia a deplorevole insensibilità per quello che è il mestiere di uomo, di cristiano, oggi nella storia.
Ascoltarsi senza ascoltare la Parola
È la strumentalizzazione della Parola per cui, più o meno consciamente, si ritaglia e si riduce la verità del testo sulle proprie attese. Casi clamorosi: la lettura cosiddetta manualistica della Scrittura per provare tesi prestabilite relative a verità dogmatiche e morali.
Oggi si parla di letture ideologiche, comandate da interessi precostituiti di tipo sociale, politico o spiritualistico, alla ricerca più di una conferma che di una leale verifica.
Allora è facile selezionare soggettivamente i contenuti, cogliere certi accenti contro altri (classiche sono le dicotomie: impegno temporale/salvezza dell'anima, promozione umana/liberazione dal peccato, azione/preghiera. ).
L’impazienza prassistica
Nella scia dell'inconveniente precedente si può accennare a quella che si può qualificare per impazienza prassistica, specialmente nei gruppi protesi a saldare la Parola con le situazioni di vita.
Scambiando forse la Bibbia per un ricettario o saltando le necessarie mediazioni (voce della Chiesa, scienze dell'uomo, la coscienza. ) si tende a collegamenti troppo precipitosi tra il messaggio del testo e quanto devo fare qui ed ora.
Si finisce in forme di deduttivismo integralistico: o facendo sgorgare progetti ed impegni tecnici dalla Bibbia, dal Vangelo, o viceversa, cogliendo il senso della Bibbia direttamente ed univocamente da esperienze attuali.
La trascuratezza della dimensione comunitaria
Infine va deprecata, per il suo pernicioso influsso, la trascuratezza dei fattori influenti nel processo ermeneutico. Sono i dinamismi di natura e di grazia, quali l'azione dello Spirito Santo, la mediazione della comunità ecclesiale, del gruppo, il ruolo sovente decisivo (in bene e in male) dell'animatore, l'apporto del clima spirituale legato al rapporto interpersonale, alle strutture di tempo e di luogo ecc.
Qui grava la minaccia di perdere la coscienza di trovarsi in zona «mistero», cristiano ed anche umano, mistero che intrinsecamente costituisce ogni verace attualizzazione.
Si avranno quindi letture più o meno secolaristiche, frutto di sforzi puramente naturali, assenza della dimensione religiosa ed ecclesiale.
L'oscuramento del senso comunitario, di una Chiesa fatta soprattutto di «povera» gente in ogni senso, può favorire il formarsi di gruppi élitari, possessori della verità (gnostici) rispetto agli altri.
I presupposti di una valida attualizzazione
Sono di due tipi: uno dovuto alla natura dell'interpretazione come tale e l'altro proprio dell'interpretazione della Bibbia in una prospettiva di fede.
Comprendere è entrare in dialogo
Comprendere un altro è essenzialmente frutto di un dialogo con esso, anche nel caso che il suo pensiero ci arrivi cristallizzato in un testo. Ora un dialogo autentico si muove sulla base di qualcosa in comune tra i due partners, ma anche nella consapevolezza della reciproca diversità e distanza ed insieme con l'intento di una personale, appassionata partecipazione.
L'elemento in comune che precede il dialogo stesso è il fatto di essere uomini. Comprendere è uno scambio di umanità, di motivazioni, di valori.
Nel caso del testo si tratta di rintracciare tra le parole immobili e fredde il volto dell'uomo che le ha poste, l'intenzionalità, l'idea, il progetto che vi ha incarnato. Ermeneutica è esercizio di umanità.
La fedeltà al testo
Dialogo onesto (attualizzare è radicalmente esercizio di lealtà e richiede una profonda onestà!) è quello che non inventa il punto di vista dell'interlocutore, ma lo ascolta anzitutto così come egli lo ha deposto nel testo.
«L'oggettività del testo - annota acutamente A. Rizzi - è la soggettività dell'autore in quanto manifestatasi in esso; e l'oggettività dell'interpretazione è lo sforzo di cogliere quella soggettività, l'ambizione di sentirsi dire: mi hai capito».
«È importante - continua ancora il Rizzi - riaffermare il momento oggettivo della lettura, soprattutto per la Bibbia, contro il malcostume delle interpretazioni improvvisate che ne violentano il senso.
Si avalla così la pretesa di far dire a un testo tutto ciò che si vuole, riducendolo a occasione per ribadire ciò che sta a cuore al lettore».
Il circolo ermeneutico
Occorre mettersi nelle condizioni di poter e voler capire. In effetti una specie di presentimento, di precomprensione sta alla base di ogni apprendimento e comprendere è sempre un comprendersi, cioè compiere un cammino circolare, meglio a spirale.
Si parte da se stessi («sono curioso», «mi interessa», «ho questa domanda». ), ci si apre al messaggio dell'altro, in qualche modo lo si traduce ritrascrivendolo in chiave personale di assenso, dissenso, perplessità, assunzione o rifiuto, pronti a partire per un altro dialogo.
È il cosiddetto circolo o spirale ermeneutica. Sembra facile questa sintesi di oggettività e soggettività.
In realtà interpretare è sempre una lotta tra la pigrizia di una banale ripetizione e la prepotenza di imporre i significati. Attualizzare è un esercizio etico, sempre perfettibile e mai definitivamente compiuto.
La logica dell’incarnazione
Attualizzare la Bibbia significa inserirsi in una logica che promana dalla stessa Bibbia. A chi l'avesse dimenticato va ricordato che la Parola di Dio chiede di incarnarsi, di farsi attuale per l'uditorio, così come Gesù di Nazaret incontrava i suoi contemporanei secondo la loro lingua e mentalità, rispondeva ai loro bisogni, li liberava nelle loro situazioni concrete di pubblicani, farisei, malati, poveri.
Di fatto la Bibbia stessa giunge a noi non come un condensato di «parole pure» di Dio, ma come Parola «reagita», vissuta, già attualizzata, insomma come Parola-in quanto-incontra-l'uomo-il quale-reagisce.
Casi vistosi di ciò sono, nel VT, il Pentateuco e, nel NT, i Vangeli, entrambi risultati di mediazione o attualizzazione di tipo liturgico, missionario, catechistico, pastorale.
Esigere dunque un passo ulteriore alla pura esegesi (= il senso inteso dall'agiografo) perché quel senso risuoni oggi, è condizione essenziale per essere fedeli a Dio e rispettosi dell'uomo, anzi è prolungare creativamente un lavorio iniziato col farsi della Bibbia stessa.
La Parola riguarda concretamente la persona
La Bibbia, in quanto comunica la Parola di Dio, racchiude una intenzionalità, un progetto umano che si inquadra in quello più ampio della salvezza, e quindi ciò di cui essa parla ha una valenza religiosa radicale: tocca problemi sostanziali dell'essere uomo in una prospettiva nettamente teologale.
La Bibbia né risponde ad attese banali, secondarie, né dona giudizi secolaristici, mondani. Tutto questo sarà di basilare importanza in fase esecutiva, come vedremo.
Altrettanto importante è il riconoscere che è proprio di una Bibbia, di un Dio che parla, di essere interpellante come esigenza assoluta e come promessa infallibile.
«Nella precomprensione specifica della fede la Bibbia non mi parla dell'uomo, ma di me; non rivela il senso dell'esistenza umana in generale, ma indica a me come realizzare il senso della mia esistenza. E questo come è suscettibile di diverse attuazioni».
A questo punto la Parola di Dio spinge alla decisione esistenziale o attuazione secondo un concreto discernimento cui ultimamente presiede la coscienza illuminata dallo Spirito Santo.
La Chiesa come luogo dell’interpretazione
Attenzione verrà pure prestata al fatto della destinazione ecclesiale del Libro sacro. Ciò che un passo biblico vuol dire oggi passa anche attraverso il confronto con il contenuto di fede che il popolo di Dio oggi esprime con la liturgia, la formulazione dottrinale, una retta prassi di vita.
In questo senso la Tradizione vivente è il primo criterio di efficace attualizzazione delle Scritture.
L'interpretazione della Bibbia è un fatto antico quanto la Chiesa. Lo stesso testo è diventato Parola autorevole per milioni e milioni di persone, lungo tanti secoli e in regioni geografico-culturali diversissime.
La realtà come luogo dell’incarnazione
In un mondo dedito al culto dell’apparenza e all’ossessione spasmodica per la conquista dei diritti, l’aspirazione più alta è essere liberi dai legami e le relazioni, che richiedono invece radicamento e stabilità, fanno paura.
I cristiani, che vivono nel mondo senza essere del mondo, sanno di essere pellegrini verso un’altra patria, ma sanno anche che la vita chiede loro cura e coinvolgimento e invoca l’impegno di abitare il mondo e la storia con responsabilità per farli crescere in vista del Regno.
La vita chiede alleanza piena con la realtà: senza legami non si può vivere. Persino il Figlio di Dio si è legato a una terra, a un popolo, a una famiglia, abitando la storia e facendosi carico della realtà degli uomini e delle donne del suo tempo.
La realtà invoca considerazione e attenzione e invita tutti a considerarla più importante di ogni singola idea (cf. Evangelii Gaudium, 231-233). Mentre l’idea è astratta, la realtà è concreta e chiede incarnazione, radicamento, relazionalità.
La realtà è lo scenario della manifestazione di Dio il quale ama la concretezza, desidera che le parole si traducano in fatti, sceglie di legarsi alle sue creature per essere solidale con loro e invitarle a essere altrettanto solidali verso i fratelli e le sorelle in umanità.
La realtà è Dio stesso nel quale «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
Il cristiano vive “in Cristo”
Al cuore della vita battesimale, infatti, non vi è un’idea, ma un’esperienza, una realtà: l’incontro con una Persona, Gesù, che ha assunto la storia tanto da farci abitare in Lui.
Dal momento in cui siamo stati battezzati, abbiamo acquisito, infatti, un preciso domicilio: siamo «in Cristo Gesù», spazio mistico del nostro parlare, pensare, operare.
La forza motrice dei credenti è dunque il legame intimo e inscindibile con Cristo, nel quale ci è dato di vedere il Padre, di essere salvati e di rinascere alla vita nuova dei figli di Dio.
È grazie a questo vincolo che possiamo dirci «cristiani», uomini e donne che gli appartengono e che vivono in Lui, “luogo” dove ha sede la realtà più grande che si possa pensare: il disegno d’amore del Padre per l’umanità.
Cristo, la Chiesa e la concretezza della salvezza
Di questo vincolo speciale tra Cristo e i credenti si fa cantore l’apostolo Paolo. Nella Lettera ai Colossesi, che è tutta incentrata su Cristo, la sua persona e la sua azione viva ed energica per la vita del mondo, della chiesa, di ogni battezzato, viene riconosciuta con forza la sua unica e imprescindibile mediazione universale in ordine alla creazione, alla salvezza e al compimento di tutta la realtà.
Egli è l’immagine del Dio invisibile; il primogenito della creazione e dei risorti nel quale e in vista del quale è stata creata ogni cosa; il mistero stesso di Dio nel quale «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2,3); il capo del suo corpo che è la Chiesa in cui si trova il fermento di ogni maturazione.
Paolo invita i Colossesi e i credenti di ogni tempo a rimanere saldi nella fede e radicati in Cristo, mettendoli in guardia da ciò che è vuoto e fuorviante.
Cristo ha compiuto l’opera più grande che nessun rito di circoncisione e nessun adempimento di precetti umani sono mai riusciti a realizzare: con la sua croce, ci ha liberati dalla condanna e, con il battesimo, ci ha fatti tornare alla vita grazie alla fede, comunicandoci la pienezza della vita divina che è in lui.
Di fronte a questa abbondanza, appaiono del tutto inutili quelle pratiche che distolgono dalla centralità della sua opera salvifica universale, come un tempo potevano essere certe prassi alimentari, alcune festività, il culto degli angeli e altri precetti mondani, e come oggi possono essere le rigidità che emergono da un pensiero di tipo gnostico o il volontarismo di stampo pelagiano (cf. Gaudete et Exsultate, 36-62).
Tutto ciò è solo «ombra» dei beni escatologici, qualcosa di fugace destinato a finire, mentre la realtà concreta e tangibile, definita sōma (cioè «corpo»), è di Cristo (cf. Col 2,17).
La realtà, dunque, appartiene a Cristo che conferisce ai suoi stabilità, solidità, durata. Vivere in Cristo è scegliere la vita vera, concreta, fatta di relazioni autentiche che dall’alleanza fondante con lui raggono il loro nutrimento e maturano in rapporti di comunione.
Un esempio: la salvezza per sola grazia
Io credo che la dottrina della “salvezza per sola grazia” sia il cuore dell’Evangelo, la rivelazione della buona volontà di Dio, la dottrina sulla quale è nata la Riforma del 1500.
Ora mi domando fino a che punto l’uomo contemporaneo sia in grado di capire, di apprezzare e fare propria questa dottrina che presuppone contesti culturali e problematiche religiose che esistevano cinque secoli fa, ma che sono del tutto assenti oggi.
Se dico a qualcuno che Dio lo accoglie per sola grazia e non per opere buone, invece che meravigliarsi è probabile che mi risponda che è ovvio, il mestiere di Dio è quello di essere buono e accogliente con tutti.
L’uomo moderno non soffre, come l’uomo medioevale, perché si sente peccatore. No, non è angosciato dal senso di peccato.
Magari l’uomo attuale soffre perché non riesce a dare un senso alla realtà che lo circonda e alla sua stessa vita, ma non è l’ira di Dio che lo può spaventare; oggi è possibile che soffra per aver perso l’idea di Dio, per aver rifiutato l’immagine tradizionale senza averne trovata una che la sostituisca; l’uomo odierno ha un grande vuoto di non senso, di solitudine e di precarietà.
Però la dottrina della giustificazione per sola grazia, nella sua formulazione tradizionale è troppo lontana per essere capita e apprezzata. Eppure se si perde questo “articolo” della fede si perde l’intero Evangelo; ma come trasmetterlo in termini nuovi, comprensibili non solamente nelle parole, ma nel suo contenuto profondo?
La buona notizia che riapre il futuro
Il Vangelo di questa domenica è chiuso tra due parentesi che subito dilatano il cuore. La prima: inizio del vangelo di Gesù. E sembra quasi una annotazione pratica, un semplice titolo esterno al racconto.
Ma il sigillo del senso è nel termine «vangelo» che ha il significato di bella, lieta, gioiosa notizia. Dio si propone come colui che conforta la vita e dice: «Con me vivrai solo inizi, inizi buoni!»
Perché ciò che fa ricominciare a vivere, a progettare, a stringere legami è sempre una buona notizia, un presagio di gioia, uno straccetto di speranza almeno intravista.
La bella notizia di Marco è una persona, Gesù, un Dio che fiorisce sotto il nostro sole.
Ma fioriscono anche altri minimi vangeli, altre buone notizie che ogni giorno aiutano a far ripartire la vita: la bontà delle creature, le qualità di chi mi vive accanto, i sogni coltivati insieme, le memorie da non dimenticare, la bellezza seminata nel mondo che crea ogni comunione.
A noi spetta conquistare sguardi di vangelo! E se qualcosa di cattivo o doloroso è accaduto, buona notizia diventa il perdono, che lava via gli angoli oscuri del cuore.
Dio viene nella concretezza dell’oggi
Infine la parentesi finale: Viene dopo di me uno più forte di me. Giovanni non dice: verrà, un giorno. Non proclama: sta per venire, tra poco, e sarebbe già una cosa grande.
Ma semplice, diretto, sicuro dice: viene. Giorno per giorno, continuamente, adesso Dio viene.
Anche se non lo vedi, anche se non ti accorgi di lui, viene, in cammino su tutte le strade. Si fa vicino nel tempo e nello spazio.
Il mondo è pieno di tracce di Dio. C'è chi sa vedere i cieli riflessi in una goccia di rugiada, Giovanni vede il cammino di Dio nella polvere delle nostre strade.
E ci aiuta, ci scuote, ci apre gli occhi, insinua in noi il sospetto che qualcosa di determinante stia accadendo, qualcosa di vitale, e rischiamo di non vederlo: Dio che si fa vicino, che è qui, dentro le cose di tutti i giorni, alla porta della tua casa, ad ogni risveglio.
La presenza del Signore non si è rarefatta in questo mondo distratto, il Regno di Dio non è stato sopraffatto da altri regni: l'economia, il mercato, l'idolo del denaro.
La buona notizia è una storia gravida di futuro buono per noi e per il mondo, gravida di luce perché Dio è sempre più vicino, vicino come il respiro, vicino come il cuore.
Vedere la realtà con compassione
Il testo di Matteo che abbiamo letto dice che Gesù vede e ha compassione di un popolo allo sbando. Che Gesù “veda” non è una semplice constatazione che lascia le cose come sono, quando Gesù guarda la realtà è per farsi partecipe della sofferenza intervenendo, non da solo però, ma mandando i discepoli.
Dalla compassione delle folle, stanche e sfinite, nasce la chiamata dei discepoli e l’invio ad annunciare l’Evangelo del Regno.
Questa soluzione non è mai cambiata. Guardando la folla, il mondo, Gesù non sottolinea il male - come a volte sentiamo dire tra noi - ma scorge tanta mèsse pronta da mietere per il Regno di Dio.
Quello che purtroppo mancano sono gli “operai”; oppure ci sono ma oggi sono confusi. C’è un grande bisogno di coloro che hanno una visione di un mondo diverso, c’è bisogno di spiritualità che parla di vita.
La missione nasce dall’incontro con Cristo
Gesù vive un’ammirevole equilibrio tra il raccoglimento e l’azione, tra la preghiera e l’impegno zelante per portare il Vangelo ovunque. Se vogliamo portare frutti nella nostra vita, dobbiamo mantenerci uniti alla vite come tralci fecondi.
Se vogliamo collaborare all’irruzione del Regno di Dio nel mondo, dobbiamo sempre ripartire da Cristo. Egli è la fonte di ogni vero rinnovamento nella Chiesa e per ognuno di noi.
Solo quando abbiamo fatto l’esperienza dell’amore di Dio nella preghiera, solo quando abbiamo toccato il mistero grande della sua bontà infinita nei sacramenti, che sono torrenti di acqua viva, di grazia, che scorrono per noi, allora sentiamo lo zelo che sperimentava san Paolo e che gli faceva affrontare qualsiasi cosa pur di far conoscere Cristo.
Ce lo ha detto papa Francesco nella Evangelii Gaudium: «Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo… Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice. Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri? … Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo… Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa».
La Chiesa è sale della terra
L’immagine che Gesù usa per definire i suoi discepoli e il loro compito è: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo…”.
“Voi siete sale e luce” è una analogia forte, è un riconoscimento di una realtà attiva, viva, una realtà che dovrebbe avere un impatto sulla realtà presente.
“Voi siete…”! Non “Dovete diventare”; lo “siete” perché siete discepoli di Cristo che annunciano il suo Evangelo.
Dare sapore è la prima funzione della Chiesa nel mondo e nella società in cui vive.
Aggiungo solamente un altro particolare riguardo al paragone della Chiesa come “sale”; finché il sale resta in grani, separato dagli alimenti, la sua presenza è inutile, potremmo farne a meno; per svolgere la sua funzione il sale si deve sciogliere negli alimenti.
Così deve essere la Chiesa; se pensiamo invece che la nostra funzione sia quella di stare separati (lontani) dal mondo, saremo una Chiesa inutile; solamente se la nostra caratteristica tocca, contamina gli elementi vicini, avrà assolto alla sua funzione.
La Chiesa come luce e presenza nel mondo
La Chiesa - la vera Chiesa - non sarà mai un movimento di massa, sarà come granellini di lievito nella pasta, il seme di senape, come il pizzico di sale, una spina nel fianco alla società per spronarla al cambiamento.
Il cristiano non è chiamato a confondersi con ogni mentalità corrente, ma neppure a vivere in una separazione sterile. La sua presenza nel mondo deve rendere visibile una forma diversa di vita, fondata sulla verità, sulla carità, sulla responsabilità e sulla speranza.
Non per svigorire la tempra morale del cattolico moderno è da concepirsi questo «aggiornamento», ma piuttosto per crescere le sue energie e per rendere più coscienti e più operanti agli impegni.
E ciò tanto più dobbiamo tenere presente se vogliamo che davvero il cristianesimo, quale la Chiesa cattolica interpreta e vive, abbia funzione di luce, di unità, di rigenerazione, di prosperità, di pace, di salvezza nel mondo moderno.
Il Vangelo come religione pratica
Il Vangelo è una guida per la vita di ogni giorno - una religione pratica. La religione di Gesù Cristo è una religione pratica, che si applica ai fatti e ai doveri quotidiani di questa vita.
I principi dell’eternità e dell’esaltazione eterna non sono di nessuna utilità per noi se non abbiamo la capacità di metterli in pratica.
Io applico il Vangelo al tempo, alle circostanze e alle condizioni attuali del popolo.
Talvolta, quando penso di parlarvi, mi viene in mente che il solo predicare su argomenti attinenti al lontano futuro, o a un riesame della storia del passato, indubbiamente piacerà e interesserà molto una parte dei miei ascoltatori.
Ma il buon senso e lche sono in me mi insegnano che, seguendo questa direzione, il popolo non potrebbe essere ammaestrato nelle cose inerenti ai suoi doveri di ogni giorno.
Per questa ragione io non mi sento spinto a darvi istruzioni sui doveri che dovranno essere svolti fra cento anni, ma piuttosto a darvi le istruzioni relative all’oggi, affinché possiate sapere come trarre vantaggio dal tempo presente, dai privilegi attuali, e così gettare le basi per la felicità futura.
La fede entra nel lavoro e nelle relazioni
Non c’è separazione tra gli aspetti spirituali e quelli materiali del Vangelo. Per Dio, e anche per coloro che capiscono i principi della vita e della salvezza, il sacerdozio, gli oracoli della verità, i doni e le chiamate di Dio ai figli degli uomini, non c’è differenza fra le opere spirituali e quelle materiali; sono tutte una sola cosa.
Se compio il mio dovere, io faccio la volontà di Dio, sia che predichi, preghi, lavori con le mie mani per un fine onorevole; e sia che mi trovi nel campo o nell’officina o che sbrighi i miei affari commerciali, io assolvo le mie chiamate religiose e servo Iddio sia nell’uno che nell’altro posto.
Così è per tutti: ognuno al suo posto e al momento giusto. Nella mente di Dio non esiste una cosa come la divisione dello spirituale dal materiale, o del materiale dallo spirituale, perché nel Signore l’uno e l’altro sono una cosa sola.
Noi non ci permettiamo di andare nel campo ad arare senza portare con noi la nostra religione; noi non andiamo in ufficio, dietro il banco per vendere la nostra mercanzia, nell’ufficio di un ragioniere e da nessun’altra parte per sbrigare i nostri affari, senza portare con noi la nostra religione.
Sia che facciamo un viaggio in treno o che siamo in gita di piacere, il nostro Dio e la nostra religione devono essere con noi.
La testimonianza deve diventare affidabilità
Noi vogliamo che i santi diventino più buoni, finché i nostri meccanici, per esempio, saranno così onesti e degni di fiducia che questa Compagnia Ferroviaria dirà: «Dateci un anziano ‹mormone› come macchinista per le nostre locomotive e allora nessuno avrà la minima paura di viaggiare in treno, perché se egli sa che c’è pericolo prenderà ogni provvedimento necessario atto a preservare la vita di coloro che viaggiano».
Io voglio vedere i nostri anziani così integri moralmente e spiritualmente da essere preferiti da questa Compagnia come costruttori di locomotive, sorveglianti, impiegati e direttori.
Se vivremo secondo i dettami della nostra religione e saremo degni del nome di «Santi degli Ultimi Giorni», saremo esattamente gli uomini ai quali potranno essere affidati tutti questi lavori con la massima fiducia; se invece non sarà così, dimostreremo di non mettere in pratica la nostra religione.
La nostra religione abbraccia ogni atto e ogni parola dell’uomo. Nessuno dovrebbe fare il mercante a meno che non lo faccia in Dio; nessuno dovrebbe dedicarsi all’agricoltura o a qualsiasi altro lavoro a meno che non lo faccia nel Signore.
La responsabilità verso il prossimo
Il compito di provvedere a noi stessi e ai nostri familiari è un’importante applicazione pratica del Vangelo. Io ho sempre cercato di indurre questo popolo a seguire una strada che lo renda indipendente, a provvedere ai suoi poveri, ai suoi zoppi, ai suoi storpi e ai suoi ciechi.
La mia battaglia è, ed è stata per anni, quella di far capire al popolo che se esso non provvede a se stesso, nessuno provvederà a lui; che se noi non gettiamo le fondamenta per nutrirci, rivestirci e ripararci, moriremo di fame e di freddo o anche a causa dei diretti raggi del sole sui nostri corpi nudi e privi di protezione.
Chi è degno di lode? Le persone che provvedono a loro stesse, oppure quelle che sperano che il Signore, nella Sua grande misericordia, provveda a loro?
Anziché andare in cerca di quello che il Signore può fare per noi, chiediamoci che cosa possiamo fare noi per noi stessi.
La cura concreta delle persone, la responsabilità sociale e il servizio ai più fragili appartengono dunque all’annuncio evangelico quando la fede diventa vita e non rimane soltanto una dichiarazione.
Obbedienza, autorità e comunione
Oggi, pur troppo, si assiste ad un rilassamento nell’osservanza dei precetti, che la Chiesa ha finora proposto per la santificazione e per la dignità morale dei suoi figli.
Uno spirito di critica e perfino di indocilità e di ribellione mette in questione norme sacrosante della vita cristiana, del comportamento ecclesiastico, della perfezione religiosa.
Si parla di «liberazione», si fa dell’uomo il centro di ogni culto, si indulge a criteri naturalistici, si priva la coscienza della luce dei precetti morali, si altera la nozione di peccato, si impugna l’obbedienza e le si contesta la sua funzione costituzionale nell’ordinamento della comunità ecclesiale.
Non certo così noi dobbiamo concepire «l’aggiornamento». L’aggiornamento autentico non elimina la responsabilità, la fedeltà o la dimensione morale della vita cristiana, ma rende più coscienti e operanti gli impegni evangelici nel tempo presente.
L’autorità nella Chiesa è pastorale. Essa deve essere servizio a vantaggio dei fratelli, servizio responsabile davanti a Dio, secondo l’immagine del Pastore, piena di autorità e di dignità e insieme piena di bontà e di spirito di sacrificio.
L’unità nella Chiesa non è uniformità, se non di fede e di carità.
La santità come forma attuale della testimonianza
Il significato della parola «santità» può intendersi come uno stato di integrità, derivato dalla grazia, che autorizza a chiamare «santi» tutti i battezzati, fedeli alla loro vocazione cristiana.
Può invece riferirsi ad una attitudine morale, tesa ad una perfezione, sempre in fieri, sempre progrediente verso una conformità al volere di Dio, anzi alla stessa santità di Dio.
Il che sembra autorizzarci a pensare la santità, sì, come cosa altissima, ma nello stesso tempo, per un cristiano, sempre doverosa e possibile.
L’esortazione perciò, che vi rivolgiamo, non è fuori luogo, non è iperbolica; e non è anacronistica rispetto allo stile di vita, che il costume moderno impone a tutti.
Chi non sa che solo un cristianesimo autentico merita d’essere vissuto, e che, solo se vissuto in pienezza, esso acquista virtù di salute per la nostra umanità?
Il che significa che di santi ha bisogno la Chiesa ed ha bisogno il mondo; e che pertanto la Nostra umile esortazione: siate santi! merita che voi la accogliate e la ripensiate.
Annunciare il Vangelo attraverso la vita quotidiana
Il nostro progresso personale nel Vangelo avviene un poco alla volta, una riga dopo l’altra, man mano che mettiamo in pratica i principi che apprendiamo.
Prendiamo tutte le leggi, regole e ordinanze contenute nelle Scritture e mettiamole in pratica il più possibile, quindi continuiamo a imparare e a migliorare, finché riusciremo a vivere secondo ogni parola che procede dalla bocca di Dio.
Il popolo non può ricevere [le leggi] nella loro interezza; ma esso può riceverne un po’ qui e un po’ là, un po’ oggi e un po’ domani, un po’ di più la prossima settimana, e ancora di più l’anno prossimo, purché compia qualche saggio miglioramento per ogni piccola parte che riceve.
Quindi, se desideriamo operare in base alla pienezza della conoscenza che il Signore intende rivelare a poco a poco agli abitanti della terra, dobbiamo migliorare un po’ alla volta così come ci viene rivelata la conoscenza.
La vita ci è data perché la accettiamo oggi, e non perché aspettiamo il Millennio. Prendiamo la strada giusta per salvarci oggi, e quando viene la sera esaminiamo le azioni della giornata, pentendoci dei nostri peccati se ne abbiamo commessi, e dicendo le nostre preghiere.
Allora potremo giacere e dormire in pace fino al mattino, quando ci sveglieremo con riconoscenza verso Dio, per cominciare le fatiche di un altro giorno, cercando di viverlo tutto per Dio e per nessun altro.
Un percorso concreto per l’annuncio
Se l’operatore pastorale o l’animatore biblico farà una breve riflessione, noterà che le diverse difficoltà che egli riscontra nel processo di attualizzazione rientrano in qualcuna delle categorie ora descritte.
La predicazione e la catechesi possono dunque seguire un itinerario nel quale siano tenuti insieme ascolto della Parola, discernimento della realtà e responsabilità personale.
- Ascoltare il testo biblico nella sua intenzione e nella sua forma concreta.
- Riconoscere le domande, le sofferenze e le speranze delle persone a cui si annuncia il Vangelo.
- Individuare il problema umano comune che collega il mondo biblico alla situazione contemporanea.
- Interpretare il messaggio senza ridurlo alle proprie preferenze ideologiche, morali o spirituali.
- Confrontare l’interpretazione con la fede della Chiesa, la liturgia, la dottrina e la prassi cristiana.
- Lasciare che la Parola interpelli la coscienza e conduca a una decisione esistenziale.
- Tradurre l’ascolto in relazioni, responsabilità, servizio e scelte coerenti.
La dimensione oggettiva e soggettiva dell’atto interpretativo si saldano in un atteggiamento incondizionato di fede pronta all’opera.
La Parola di Dio spinge alla decisione esistenziale o attuazione secondo un concreto discernimento cui ultimamente presiede la coscienza illuminata dallo Spirito Santo.
Una comunità radicata nella realtà
Se poi per parlare della realtà che è Cristo, Paolo sceglie la parola «corpo» è perché forse, oltre a far passare l’idea della concretezza della realtà che è Cristo, egli vuole alludere al corpo di Cristo che è la Chiesa, come a dire che la realtà è la crescita e la comunione del corpo di Cristo.
Per noi questa crescita è un’idea o una realtà? E come viviamo noi oggi il nostro essere «corpo di Cristo»?
Serviamo la comunione ecclesiale oppure le muoviamo guerra, attaccati alle idee piuttosto che innestati nel dinamismo fecondo di una Chiesa in cammino incontro ad ogni figlio e figlia di Dio e incontro allo Sposo che viene?
L’autorità nella Chiesa è pastorale. L’unità nella Chiesa non è uniformità, se non di fede e di carità.
La comunità cristiana attualizza il Vangelo quando diventa luogo di ascolto, di discernimento, di riconciliazione e di servizio, senza trasformarsi in un gruppo chiuso che possiede la verità per sé.
La Parola diventa visibile nelle opere
Ci è stato insegnato a considerare opera spirituale qualsiasi cosa attinente all’edificazione del regno del Signore in terra, sia che si tratti della divulgazione del Vangelo che della costruzione di templi al Suo nome, sebbene questo richieda chiaramente la forza del corpo fisico.
Senza svolgere un lavoro fisico non si può neppure entrare nel tempio e celebrare le ordinanze che danno le benedizioni spirituali.
Ogni atto è prima di tutto materiale. Dice l’Apostolo: «La fede vien dall’udire».
La predicazione del Vangelo è un’opera materiale, e credere nel Signore Gesù Cristo è il risultato di un’opera materiale.
Le benedizioni che desideriamo tanto ardentemente ci saranno concesse se eseguiremo il lavoro manuale che occorre, preparando così tutte le cose necessarie per ricevere le benedizioni invisibili che Geova ha in serbo per i Suoi figli.
Una parola evangelica realmente attualizzata non rimane sospesa nell’astrazione: entra nel lavoro, nella famiglia, nella cura dei poveri, nell’educazione, nella vita sociale, nella gestione dei beni e nelle scelte quotidiane.
La perseveranza nel cammino
La dottrina che noi abbiamo abbracciato è perfetta; ma quando si tratta delle persone, noi abbiamo tante imperfezioni quante lei non può neppure immaginare. Noi non siamo perfetti, ma il Vangelo che predichiamo intende perfezionare gli uomini affinché possano meritarsi una risurrezione gloriosa ed essere ammessi al cospetto del Padre e del Figlio.
Noi abbiamo il vangelo di vita e di salvezza per rendere buoni gli uomini cattivi e migliori gli uomini buoni.
Nella Bibbia è scritto che il Salvatore è disceso al di sotto di tutte le cose ed è salito al di sopra di tutti. Non è lo stesso per ogni uomo? Certamente.
È quindi giusto che si debba discendere al di sotto di tutte le cose e quindi risalire gradatamente, e imparare un po’ ora e un po’ dopo, ricevendo riga su riga, precetto su precetto, un po’ qui e un po’ là.
Attualizzare il Vangelo significa anche accompagnare pazientemente questo cammino, senza pretendere trasformazioni immediate e senza confondere la maturazione della fede con la perfezione già raggiunta.
Se vogliamo godere dello spirito di Sion, dobbiamo vivere per questo. La nostra religione non è semplicemente teoria; è una religione pratica che reca gioia a ogni cuore.
L’opera di edificazione di Sion è sotto ogni aspetto un’opera pratica; non è semplice teoria.
Quindi non accontentiamoci soltanto di una religione teorica, ma facciamo in modo che sia pratica, capace di purificarci, renderci indipendenti, farci conservare l’amore di Dio dentro di noi e guidarci nel rispetto di ogni Suo precetto, di ogni Sua legge e di ogni Sua parola.
