«Ego eimi» nel Vangelo di Giovanni: significato e ricorrenze

Nel Vangelo di Giovanni l’espressione greca ego eimi, «io sono», identifica una delle formule cristologiche più importanti del Quarto Vangelo. Essa compare sia in affermazioni accompagnate da un’immagine o da una funzione - «Io sono il pane della vita», «Io sono la luce del mondo», «Io sono la porta», «Io sono il buon pastore», «Io sono la risurrezione e la vita», «Io sono la via, la verità e la vita», «Io sono la vera vite» - sia in forma assoluta, soprattutto in Giovanni 8,58, dove Gesù dichiara: «Prima che Abramo fosse, io sono».

Il significato di ego eimi dipende dal contesto grammaticale, narrativo e teologico di ogni ricorrenza. Nei sette «Io sono» accompagnati da immagini, Gesù rivela la propria funzione salvifica e il proprio rapporto con l’umanità; nelle formule assolute, invece, l’espressione assume un rilievo particolare perché richiama il linguaggio della rivelazione divina e presenta Gesù come colui che esiste prima di Abramo e agisce come rivelatore definitivo del Padre.

Il significato di «ego eimi» nel Quarto Vangelo

In queste prediche di Quaresima ci siamo proposti di meditare sui grandi “Io Sono” (Ego eimi) pronunciati da Gesú nel Vangelo di Giovanni.

Le grandi parole che mediteremo sono dunque di Gesú: non del Gesù storico, ma del Gesú che -come aveva promesso ai discepoli (Gv 16,12-15) - ci parla con l’autorità del Risorto, mediante il suo Spirito.

La definizione classica di verità è “corrispondenza tra la cosa e l’idea che si ha di essa” (adaequatio rei et intellectus); la verità rivelata è corrispondenza tra la realtà e la parola ispirata che la proclama.

Ciò che la rende “vera” è il fatto che - nella realtà e al di sopra di ogni contingenza storica - egli è la via, la verità e la vita.

Il Quarto Vangelo era chiamato da Clemente Alessandrino «pneumatikòn euanghélion», vale a dire «Vangelo spirituale».

«Vangelo spirituale», quindi, ma non nell’intenzione di attribuirgli una spiritualità vaga, fumosa, quasi si trattasse di uno scritto puramente emozionale, ma nel senso più profondo del termine greco pneumatikòn, e cioè «ispirativo».

Ora, il Quarto Vangelo si presta a esserlo in modo particolare, in quanto Vangelo spirituale, sensibile alla presenza dello Spirito e quindi assai forte ed efficace nell’indicarci la strada per meglio cogliere o comprendere la sua peculiare prospettiva.

Le formule «Io sono» accompagnate da immagini

Nel Vangelo di Giovanni accade questo: 1)“Io sono il pane della vita” 2)“Io sono la luce del mondo” 3)“Io sono la porta (del gregge)” 4)“Io sono il buon pastore” 5)“Io sono la risurrezione e la vita” 6)“Io sono la via, la verità e la vita” 7)“Io sono la vera vite“

Sette volte viene ripetuto e sappiamo tutti cosa rappresenta il 7 nella Bibbia e lo sapeva benissimo Giovanni.

Queste espressioni non sono semplici definizioni metaforiche, perché collegano l’identità di Gesù alla vita, alla salvezza, alla rivelazione, alla guida del popolo di Dio e alla comunione con il Padre.

«Io sono il pane della vita»

La dichiarazione «Io sono il pane della vita» presenta Gesù come colui che sostiene e comunica la vita. Il pane non è soltanto un simbolo di nutrimento, ma richiama una relazione continua di dipendenza, partecipazione e comunione.

La formula mostra che Gesù non si limita a distribuire un alimento spirituale: egli stesso è il pane. La sua persona costituisce quindi il contenuto del dono che conduce alla vita.

«Io sono la luce del mondo»

Gesú luce del mondo: per noi, oggi, questo è diventato una verità creduta e proclamata, ma ci fu un tempo in cui essa non era soltanto questo; era una esperienza vissuta, come succede talvolta a noi, quando, dopo un blackout ritorna improvvisamente la luce, o quando, al mattino, aprendo la finestra, si è inondati della luce del giorno.

“Io sono la luce”, non io porto la luce nel mondo.

L’espressione “luce del mondo” ha due significati fondamentali.

Il primo significato è che Gesú è la luce del mondo in quanto la sua è la suprema e definitiva rivelazione di Dio all’umanità.

La novità consiste nel fatto unico e irripetibile che il rivelatore è lui stesso la rivelazione!

I profeti parlavano in terza persona: “Così dice il Signore!”, Gesú parla in prima persona: “Io vi dico!”.

In lui, il mezzo di trasmissione è davvero il messaggio; il messaggero è il messaggio!

Il secondo significato è che Gesú è la luce del mondo in quanto fa luce sul mondo, cioè rivela il mondo a se stesso; fa vedere ogni cosa nella sua giusta luce, per quello che è davanti a Dio.

Il sole non illumina e non rivela se stesso, ma illumina tutte le cose che sono sulla terra e far vedere ogni cosa nella luce giusta.

Il Vangelo di Giovanni collega quindi ego eimi alla rivelazione: Gesù non è semplicemente qualcuno che possiede o trasmette una luce ricevuta altrove, ma è la luce nella propria persona.

«Io sono la porta delle pecore»

La terza dichiarazione "Io sono" di Gesù nel Vangelo di Giovanni - "Io sono la porta delle pecore" (ἐγώ εἰμι ἡ θύρα τῶν προβάτων) - si presenta come una delle affermazioni cristologiche più dense di significato simbolico e teologico.

Pronunciata nel contesto del discorso sul Buon Pastore, questa dichiarazione rivela aspetti fondamentali dell'identità messianica di Gesù e del suo rapporto con la comunità dei credenti.

La dichiarazione si colloca all'interno del capitolo 10 di Giovanni, nel cuore del discorso parabolico sul pastore e le pecore.

Gesù ha appena guarito il cieco nato (cap. 9), episodio che ha provocato la rottura definitiva con le autorità religiose.

I farisei hanno cacciato dalla sinagoga il cieco guarito, manifestando la loro cecità spirituale.

La metafora della porta emerge in un crescendo narrativo che va dalla parabola iniziale (vv. 1-5) alla sua spiegazione articolata (vv. 7-18).

Gli interlocutori sono principalmente i farisei e i giudei che non avevano compreso il senso della parabola (v. 6: "οὐκ ἔγνωσαν τί ἦν ἃ ἐλάλει αὐτοῖς" - "non capirono che cosa significasse quello che diceva loro").

Il brano si situa temporalmente durante la festa della Dedicazione (Hanukkah), come specificato in Gv 10,22.

Questa collocazione non è casuale: la festa commemorava la riconsacrazione del Tempio dopo la profanazione di Antioco Epifane, celebrando il tema della purificazione e del rinnovamento del culto autentico.

Gesù si presenta come colui che inaugura il nuovo accesso a Dio, superando le mediazioni veterotestamentarie.

La struttura sintattica della dichiarazione è solenne e enfatica.

Il greco "ἐγώ εἰμι ἡ θύρα" presenta l'articolo determinativo prima di θύρα, conferendo alla parola "porta" una specificità assoluta.

L'uso dell'ego eimi richiama chiaramente il nome divino dell'Esodo (3,14), mentre il genitivo "τῶν προβάτων" indica possesso e relazione.

La ripetizione della dichiarazione al versetto 9 ("ἐγώ εἰμι ἡ θύρα") con l'aggiunta esplicativa "δι' ἐμοῦ ἐάν τις εἰσέλθῃ σωθήσεται" (chiunque entrerà attraverso di me, sarà salvato) enfatizza la funzione soteriologica dell'immagine.

La porta simboleggia simultaneamente protezione e accesso, separazione e comunicazione.

È elemento di sicurezza (protegge da lupi e ladri) e di libertà (permette il passaggio).

In Cristo si realizza il paradosso della porta aperta che tuttavia seleziona: aperta a tutti, ma condizionata alla fede.

La porta implica anche soglia, luogo liminale di passaggio da uno stato all'altro.

Gesù è la soglia tra il mondo e il Regno, tra la condizione umana decaduta e la vita filiale.

Il versetto 9 esplicita la dimensione soteriologica: "chiunque entrerà attraverso di me, sarà salvato".

La salvezza è presentata come "entrare" e "uscire" liberamente, trovando pascolo.

La soteriologia giovannea non è solo liberazione dal peccato, ma accesso alla vita abbondante (v. 10).

La salvezza passa necessariamente per Cristo-porta: non esistono vie alternative.

Questa esclusività non è però limitante ma liberante, perché offre certezza e sicurezza del percorso.

«Io sono il buon pastore»

«Io sono il buon pastore» sviluppa la stessa immagine pastorale di Giovanni 10, ma sposta l’attenzione dalla soglia d’accesso alla relazione tra Gesù e le pecore.

Il pastore era figura di autorità e cura, applicata tanto ai re (2Sam 5,2) quanto a Dio stesso (Sal 23; Ez 34).

Ezechiele 34 presenta YHWH come il vero pastore di Israele contro i falsi pastori, mentre il Salmo 23 sviluppa l'immagine del pastore che guida e protegge.

Particolarmente significativo è il testo di Ezechiele 34,11-16 dove Dio stesso dichiara: "Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Le farò riposare in pascoli buoni".

La critica ai "falsi pastori" trova eco diretta nella polemica giovannea contro i leader religiosi del tempo.

L’immagine del pastore e quella della porta si completano: Gesù è il luogo di accesso alla salvezza e colui che conosce, guida, protegge e raduna il gregge.

«Io sono la risurrezione e la vita»

«Io sono la risurrezione e la vita» unisce in Gesù il dono futuro della risurrezione e la vita già presente.

La formulazione non dice semplicemente che Gesù possiede la vita o che insegna la risurrezione, ma che egli è la risurrezione e la vita.

La speranza escatologica diventa quindi inseparabile dalla relazione personale con Cristo.

«Io sono la via, la verità e la vita»

Prendiamo uno di questi “Io Sono” di Gesú, per esempio quello che dice: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).

In questa formula Gesù si presenta simultaneamente come il cammino verso il Padre, la rivelazione autentica e la sorgente della vita.

La via non indica soltanto un insegnamento da seguire, la verità non è soltanto una proposizione corretta e la vita non è semplicemente una condizione biologica.

La dichiarazione concentra queste realtà nella persona di Gesù.

Gesù è la via in quanto conduce al Padre; è la verità in quanto manifesta pienamente Dio; è la vita in quanto comunica la vita che viene da Dio.

«Io sono la vera vite»

«Io sono la vera vite» presenta Gesù come la sorgente della fecondità spirituale dei discepoli.

La vite e i tralci esprimono una relazione di dipendenza vitale: il discepolo porta frutto soltanto rimanendo in Cristo.

Il tema della dimora reciproca (15,4-7) mostra che la vita cristiana non consiste in un’adesione esteriore, ma nella permanenza del discepolo in Gesù e di Gesù nel discepolo.

Le formule assolute «ego eimi»

Oltre alle sette dichiarazioni simboliche, il Vangelo di Giovanni contiene ricorrenze in cui Gesù pronuncia ego eimi senza un predicato nominale immediatamente espresso.

La più importante è Giovanni 8,58: «Prima che Abramo fosse, io sono».

In questo senso più profondo e più importante, tutte e singole le affermazioni che Gesù fa nel Vangelo di Giovanni sono “vere”, anche quella in cui dice: “Prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8,58).

La formula assoluta è stata interpretata in modi diversi: come dichiarazione di preesistenza, come riferimento al linguaggio dell’Esodo, come espressione di atemporalità o come forma solenne di auto-identificazione.

Nel testo giovanneo, tuttavia, essa è inserita in una discussione sulla relazione tra Gesù e Abramo e produce una reazione violenta degli interlocutori.

«Prima che Abramo fosse, io sono»

“Io sono” di Gv 8,58, l’effetto c’è stato eccome, l’hanno lapidato.

In Gv 8,58 non è affatto en passant.

Infatti appena i farisei capiscono la portata delle sue affermazioni tentano di lapidarlo.

Ma com’è possibile intendere che Gesù forse era al tempo di Abramo, ma ora non c’era più? Ce l’avevano davanti e gli parlavano.

Infatti gli chiedono “Hai 50 anni e hai già visto Abramo?”.

No, l’accusa di bestemmia scatta quando usa quella frase che indica atemporalità, calcata sull’auto-designazione di Dio nell’Esodo.

Secondo questa interpretazione, la differenza tra «io ero» e «io sono» è decisiva: la prima formulazione avrebbe indicato una semplice esistenza passata, mentre la seconda presenta Gesù nell’orizzonte di un’esistenza che non è limitata dal tempo.

“Comunque penso che Gesù avesse potuto dire anche con il banale senso di "prima che Abramo fosse io sono stato".

Non è in alcun modo possibile.

Se così fosse non si capisce cosa avrebbe la frase di 8,58 di diverso da quanto aveva già detto prima, e dunque non si comprende perché mai i farisei non l’avessero già tentato di lapidare, visto che della sua esistenza al tempo di Abramo aveva già parlato.

E infatti i farisei gli rispondono “hai 50 anni e hai già visto Abramo”?

Se dunque i farisei già sapevano che Gesù aveva appena dichiarato che esisteva al tempo di Abramo, la ulteriore replica di Cristo tradotta come fai tu non avrebbe detto nulla di nuovo, e non si spiega dunque perché sono dopo l’ultima battuta di Gesù i farisei tentino di lapidarlo.

E’ evidente che aveva aggiunto altro; lui o l’evangelista ovviamente, a seconda che l’episodio fosse o non fosse storico.

La grammatica di Giovanni 8,58

Il verbo greco non è un tempo ma un aspetto.

Come già detto si traduce in base al rapporto tra le subordinate e la principale, perché non esiste un unico modo di rendere il presente, tutto dipende dalla consecutio temporum, che varia sia a seconda dei tempi in sovraordinate e subordinate, sia a seconda del tipo di subordinata.

Il costrutto del cap. 15,27 esiste ed indica l’aspetto durativo, il costrutto di Gv 8,58 invece non esiste perché l’infinito doveva reggere un imperfetto.

Il ragionamento, se provo a divinare cos’è passato nella mente dei traduttori, dev’essere stato questo: l’ultimo uso di “Io Sono” prima della lapidazione prova che quella è una designazione a causa della consecutio temporum sballata che ci sta dietro, e che proietta la frase nell’atemporalità.

Sicché, giacché quella stessa espressione compare in Giovanni varie volte, si è vista in essa, sulla base di Gv 8,58, un auto-designazione di Cristo.

Ovviamente, il fatto che le altre occorrenze non abbiano la consecutio temporum irregolare come in Gv 8,58, non implica che allora là Gesù non la stia usando, vuol solo dire che sebbene essa si possa usare in una varietà di costrutti, soltanto in Gv 8,58 possiamo vederla per via dell’anomalia sintattica.

Ed è sulla base di quest’ultima che noi possiamo vedere come essa possa avere un senso peculiare in Giovanni, e dunque regolarsi sulla base di esse per tradurre altri passi, dove invece pur essendosi non sarebbe possibile vederla con sicurezza, sebbene ci sia, perché in quelle occasioni mancano i marcatori sintattici.

Il rapporto con Esodo 3,14

In Esodo 3:14, Dio si rivela a Mosè con l’espressione “Ehyeh Asher Ehyeh” (אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה), tradotta in greco nella Settanta come “ἐγώ εἰμι ὁ ὤν” (ego eimi ho on), cioè “Io sono Colui che sono” o “Io sono l’Esistente”.

Questo indica l’autoesistenza, l’eternità e l’immutabilità di Dio, caratteristiche uniche e assolute, proprie solo di YHWH.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù usa semplicemente “ἐγώ εἰμι” (ego eimi), senza l’articolo determinativo “ὁ ὤν” che definisce l’“Esistente” assoluto.

L’uso qui indica piuttosto la preesistenza nel piano di Yah o la funzione simbolica di Gesù, ma non significa che Gesù si identifichi con Dio stesso.

Secondo un’altra interpretazione, invece, la formula giovannea non deve essere valutata soltanto in base alla presenza o all’assenza di ho on, perché il suo significato nasce dal contesto narrativo, dall’uso assoluto del verbo e dalla reazione degli interlocutori.

La discussione non riguarda quindi soltanto la somiglianza formale tra Giovanni 8,58 ed Esodo 3,14, ma il modo in cui il Quarto Vangelo presenta l’identità di Gesù attraverso il suo linguaggio, le sue opere e la sua relazione con il Padre.

«Ego eimi» e il prologo: «In principio era il Verbo»

Per comprendere il significato teologico di ego eimi nel Vangelo di Giovanni, è necessario considerare anche il prologo, soprattutto Giovanni 1,1-18.

Con questo articolo inizierò l’analisi approfondita dei primi diciotto versi del Vangelo di Giovanni.

Questi versi celebri, sono fondamentali perché descrivono l’essenza stessa di Gesù Cristo, il Verbo che si è fatto carne.

I successivi versi, dal verso diciannovesimo del primo capitolo, fino alla fine del quarto Vangelo, sono composti da una serie di episodi storici che confermano le affermazioni fatte nei primi diciotto versi del Vangelo.

Innanzitutto vediamo il primo verso del Vangelo di Giovanni: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco: En archē ēn ho Logos kai ho Logos ēn pros ton Theon kai Theos ēn ho Logos.

Il verbo «en» e l’eternità del Verbo

Nella frase “In principio era il Verbo”, il verbo appare nel tempo imperfetto.

Il verbo greco è en, che significa “era”.

In realtà en è l’imperfetto del verbo greco eimi, ossia: essere.

L’Apostolo Giovanni ci dice quindi che “in principio”, ossia prima della creazione del mondo, prima di ogni cosa, da sempre, esisteva il Logos, che in italiano viene tradotto “la Parola” o “il Verbo”.

Pertanto si potrebbe concludere che Giovanni volesse indicare che il Verbo esisteva prima che ci fosse qualsiasi inizio, prima di ogni cosa.

Il Verbo era pertanto pre-esistente ad ogni cosa.

Era la Causa Prima.

Giovanni sta iniziando a descrivere chi è il Logos (Gesù Cristo), ma per ora ci dice che egli esiste da sempre, ossia non ha avuto inizio.

Ed è proprio nel verbo en in greco, che si esprime perfettamente il concetto di eternità.

In pratica prima che esistesse il tempo, il Verbo era.

Il Verbo pertanto era ed è fuori dal tempo.

E’ eterno.

Quanto l’Apostolo Giovanni descrive Giovanni il Battista (sesto verso del primo capitolo del Vangelo di Giovanni) utilizza un verbo completamente differente: egeneto, che significa “venne”, che ovviamente si riferisce ad un determinato tempo storico.

Quindi ci fu un tempo nel quale Giovanni il Battista non esisteva, (ovviamente prima della sua nascita), ma non ci fu un tempo nel quale il Verbo non esisteva.

Verbo grecoSignificatoFunzione nel testo
en«era»Indica un’esistenza continua e senza inizio
eimi«essere»Esprime l’esistenza
egeneto«venne»Si riferisce a un’esistenza limitata e collocata nel tempo

Il verbo en pertanto, che si trova nei versi 1, 2, 4, 8, 9, 10 indica un’esistenza continua, mentre il verbo egeneto, che si trova nei versi 3, 6, 10 e 14 si riferisce ad un’esistenza limitata.

Questa prima parte del primo verso del Vangelo di Giovanni è pertanto di fondamentale importanza, perché ci dice che “prima che ci fosse un principio”, ossia prima del tempo stesso, il Verbo era già.

«In principio» e il termine greco archē

Che cosa voleva indicare Giovanni quando scrisse “nel principio”?

Anche nel primo verso della Genesi vi è la parola “principio” (in ebraico: bereshit): In principio Dio creò il cielo e la terra.

La parola greca utilizzata dall’Apostolo Giovanni nel primo verso del suo Vangelo è archè, una parola molto importante nell’ambito del Nuovo Testamento, il cui significato merita di essere approffondito.

Anzi proprio dall’analisi di questa parola si evince che Gesù Cristo, essendo il Creatore del mondo, non può essere una semplice creatura.

Questa parola può essere usata sia in senso assoluto che in senso relativo.

Se si usa in senso assoluto, si riferisce “al principio, o all’origine, di tutte le cose”.

Nel primo verso del Vangelo di Giovanni la parola archè è usata in senso assoluto, giacché non viene specificata alcuna cosa che limiti l’azione descritta.

La parola archè con significato assoluto viene utilizzata anche nel Vangelo di Matteo 19, 4; 24, 21; Nel Vangelo di Giovanni 8, 44; nella prima Lettera di Giovanni 1, 1; 2, 13; 3, 8 ecc.

Un esempio potrebbe essere il seguente verso del Vangelo di Giovanni (6, 64): Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito.

Gesù sapeva dal principio chi lo avrebbe tradito.

Tornando al termine archè, la maggioranza degli studiosi sostiene che essa può essere intesa in forma passiva o attiva.

Se è passiva, è come fosse il risultato di un’altra forza.

Se invece è intesa in forma attiva, dobbiamo considerarla come “la causa di tutte le cose”.

Il Verbo come Creatore

Vi sono molti passaggi nel Nuovo Testamento che indicano che Gesù Cristo è il Creatore del mondo e non una semplice creatura.

Per esempio il terzo verso del Vangelo di Giovanni: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

La parola “tutto”, significa “ogni cosa”.

Se il Verbo, Gesù Cristo, fosse una creatura, avrebbe creato tutto meno lui stesso.

Ma nel terzo verso vi è scritto: “tutto”, quindi significa che il Verbo, Gesù Cristo, è la Causa Prima, avendo creato ogni cosa.

E’ una affermazione implicita della sua piena Divinità.

La parola “principio” è pertanto utilizzata in forma attiva.

Si riferisce a Gesù Cristo non come il primo risultato della creazione fatta da Dio, ma come la prima causa della creazione, ossia come l’unico e il solo Creatore.

Lui non potrebbe essere stato la prima creatura se tutte le cose, incluso lui stesso, sono state fatte da lui.

Osserviamo ora i seguenti passaggi della Lettera ai Colossesi (1, 15-18): Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze.

Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.

Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.

Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.

Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.

In questi versi la parola proototokos tradotta “primogenito” è riferita a colui che ha sovranità su tutta la creazione.

Il verso 16 descrive che tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.

Quindi Paolo di Tarso precede l’Apostolo Giovanni nell’indicare che Gesù Cristo è il Creatore.

E nel verso 17 dice che egli non solo è il Creatore di tutte le cose ma esse in lui sussistono.

Nel verso 18 si usano le parole archè, “principio” e proototokos, “primogenito”.

Vi sono altri versi dove Gesù Cristo ha affermato di “essere” da sempre, ossia dal principio.

Per esempio nel Vangelo di Giovanni (17, 5): E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.

Il significato di Logos

Ora analizziamo la parola Logos.

Perché Giovanni utilizza questa parola per definire il Creatore del mondo?

Ovviamente il Creatore esisteva prima di tutte le sue creature.

E il Creatore deve avere per forza una intelligenza, una mente.

Solo nelle parole greche ho Logos poteva trovare l’esatto significato di quello che voleva e doveva esprimere.

Anche se il termine Logos era comune nel mondo ellenico, (per esempio in seguito alla filosofia di Filone di Alessandria), vari teologi pensano che Giovanni aveva in mente la parola ebrea memra tradotta nella Bibbia dei settanta come Logos.

Logos significa innanzitutto “parola”, quindi Gesù Cristo è la Parola di Dio.

Da Logos è derivata la parola “logica”.

Giovanni vuole quindi mostrarci che dietro il mondo creato vi è l’intelligenza, e non il caso.

Ma l’intelligenza può esistere solo in una persona, infatti Giovanni descrive che il Logos è Gesù Cristo, quindi non una forza impersonale o astratta.

Gesù Cristo non fu semplicemente un Verbo, ma “il Verbo”, infatti questa è la ragione per la quale l’articolo definito è usato prima della parola Logos: en archè en ho Logos.

«Il Verbo era presso Dio»

Passiamo ad analizzare ora la seconda parte del primo verso del Vangelo di Giovanni: E il Verbo era con Dio.

Qui l’Apostolo Giovanni ci segnala che il Verbo, pur essendo la Causa Prima, ossia il Creatore del mondo, non è la stessa persona di Dio Padre.

Il verbo che si usa nella seconda parte del primo verso del quarto Vangelo è en, uguale a quello che si è usato nella prima frase, ossia l’imperfetto del verbo eimi, essere.

Ancora una volta Giovanni usa questo verbo per indicarci che il Verbo era con Dio dall’eternità del passato, quindi da sempre, da prima che il tempo fosse.

Quindi il Verbo non ha acquisito una posizione intima con il Padre in un certo momento storico, ma il Verbo è stato da sempre con il Padre.

Non è mai esistito un tempo nel quale il Verbo non era con il Padre.

Questo è il significato del verbo en nell’imperfetto.

Il termine italiano “era”, infatti, non rende appieno l’idea dell’eterna coesistenza del Logos con il Padre.

Il significato di pros

Un altra parola importante di frase è pros, ossia: “con”.

Pros è tradotto “con” ma rende l’idea di “verso”, per esprimere un movimento.

Giovanni con questo termine pros voleva possibilmente indicare che il Logos e il Padre erano uniti un un’eterna comunione.

Non era che il Logos seguiva il Padre, perché ciò implicherebbe una dipendenza del Logos dal Padre.

Erano in perfetta armonia e comunione, fin dall’eternità.

Se ci pensiamo, Gesù si riferisce costantemente al Padre nel Vangelo di Giovanni, e specialmente nel capitolo 17.

Gesù prega il Padre per noi.

Il suo unico fine è perdonare i nostri peccati in modo da condurci al Padre.

«E il Verbo era Dio»

Analizziamo ora la terza parte del primo verso del Vangelo di Giovanni: e il Verbo era Dio.

Fino ad ora abbiamo visto che il Verbo era eterno, e coesisteva fin dal principio con Dio Padre.

Ma se era eterno, e se era la Causa Prima, non poteva che essere Dio stesso.

Nella versione greca originale, la parola Dio viene posta immediatamente dopo la congiunzione “e”, e non alla fine della frase.

Infatti in alcune versioni della Bibbia la frase “kai Theos en ho Logos”, è tradotta: “e Dio era il Verbo”.

Non vi è un articolo definito prima della parola “Theos”.

Questo fatto ha indotto alcuni gruppi di persone, nella fattispecie quelli che vorrebbero divulgare l’idea che Gesù Cristo sia una persona inferiore al Padre, un essere creato, invece del Creatore eterno, a tradurre questa parola come “un dio”, invece di “Dio”.

Nella grammatica greca normalmente il predicato non ha l’articolo mentre il soggetto della frase ha l’articolo (1).

Infatti in questa frase il soggetto (il Verbo) ha l’articolo definito, mentre il predicato (Dio), non c’è l’ha.

Se Giovanni avesse posto l’articolo davanti alla parola “Dio” e davanti alla parola “Logos”, le due parole sarebbero intercambiabili e la frase si sarebbe potuta tradurre: “e il Dio era il Verbo”.

In questo caso il Verbo si sarebbe trasformato nel predicato e Dio nel soggetto.

Per la stessa ragione nella frase riportata nella Prima Lettera di Giovanni (4, 16): “Dio è amore”, l’articolo ho è davanti a Theos e non davanti ad amore.

Infatti il soggetto è “Dio” e non “amore”.

Se vi fosse l’articolo definito anche davanti ad “amore” si potrebbe dire tanto “Dio è amore”, come “Amore è Dio”.

Ma in questo caso il Dio della Bibbia non sarebbe una persona, ma una qualità astratta.

Se la terza frase del primo verso del Vangelo di Giovanni fosse tradotta: “e il Verbo era un dio”, come fanno i testimoni di Geova, allora dovremmo tradurre “un dio” tutte le volte che si usa la parola greca Theos senza l’articolo definito.

Per esempio nel verso 18 del Vangelo di Giovanni, che si traduce “Dio, nessuno lo ha mai visto”, sarebbe da tradurre: “il Dio, nessuno lo ha mai visto”, e ciò sarebbe assurdo, in quanto Dio è unico.

Pertanto, possiamo affermare che Giovanni ha omesso l’articolo ho prima della parola “Dio” per il fatto che vuole comunicarci la caratteristica generale del Logos, che è Dio in nella sua essenza e in tutti i suoi attributi.

Infatti la parola “Theos”, ossia “Dio”, senza articolo vuole significare la nozione generale di Dio, ossia la Causa Prima, l’Assoluto.

Giovanni vuole quindi enfatizzare la natura stessa del Verbo, che è uguale a quella del Padre.

L’Apostolo Giovanni vuole quindi comunicarci che Gesù Cristo non era “divino”, ma era (ed è) “Dio”, nella sua pienezza.

Se avesse voluto comunicarci che Gesù Cristo è “divino” avrebbe potuto usare la parola “theios”.

Esiste una grande differenza tra le parole “theios” e “Theos”.

I termini non sono assolutamente intercambiabili.

Ciò che è divino non è sempre Dio, ma Dio è sempre divino.

Da theios derivano le parole theiotees, divinità, e theotees, deità.

E’ quindi totalmente errato tradurre la terza parte del primo verso del Vangelo di Giovanni come “e il Verbo era divino”, in quanto la parola che si usa è “Theos”, “Dio” e non “theios”, “divino”.

Il Verbo incarnato e la relazione con il Padre

Gesù Cristo pertanto non era un uomo che raggiunse la divinità, ma era Dio che umiliò se stesso in modo da assumere la natura umana oltre alla sua natura divina, che non ha mai lasciato. (vedi la Lettera ai Filippesi cap. 2).

La differenza è quindi tra il Figlio, ossia il Logos eterno, e il Padre, proprio perché il primo si è fatto carne, (Vangelo di Giovanni 1, 14).

Nel verso 18 del primo capitolo del Vangelo di Giovanni ci viene presentata la relazione filiale che esiste tra due delle tre persone della Trinità, il Padre e il Figlio: Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

“Dio, nessuno lo ha mai visto”, si riferisce a Dio Padre.

La parola monogenees, che viene tradotta con “unigenito”, significa “della stessa sostanza”, che inoltre è sempre stato nel seno del Padre.

Però entrambi, insieme allo Spirito Santo, citato in altri numerosi passaggi del Nuovo Testamento, sono della stessa sostanza, quindi sono “Dio”, pur avendo personalità diverse.

Questa lettura collega direttamente i grandi «Io sono» alla cristologia del prologo: colui che parla in prima persona nel Vangelo è il Verbo eterno che si è fatto carne e che rivela il Padre.

Il contesto del Quarto Vangelo

Tra le varie definizioni, «Quarto Vangelo» è preferibile in quanto non risulta eccessivamente compromettente; quando facciamo riferimento al «Vangelo di Giovanni», infatti, attribuiamo un nome preciso all’autore e nella fattispecie ci riferiamo a Giovanni l’apostolo, ma non è certo che sia stato proprio lui a redigerlo.

La questione che riguarda l’identità dell’autore del Quarto Vangelo è piuttosto dibattuta e a tratti controversa: ciò che emerge è la figura del discepolo amato, il quale ha avuto il privilegio di stare a diretto contatto con Gesù; può anche darsi allora che l’attribuzione della paternità di questo scritto all’apostolo Giovanni nasconda una sorta di personalizzazione ideale dell’autore.

È un dato di fatto che, per la maggior parte degli studiosi, l’intero materiale del Quarto Vangelo deriva da un contatto particolare e diretto con la vita e i fatti di Gesù ed è stato gestito personalmente proprio da chi tale contatto lo ha vissuto e ce lo ha poi trasmesso.

Si tratterebbe in questo caso del discepolo amato, e molto probabilmente dell’apostolo Giovanni o, in ogni caso, di una figura che ha lui come ideale modello di riferimento.

Giovanni segue delle tradizioni proprie, differenti da quelle dei Sinottici.

Numerosi ulteriori particolari vengono desunti proprio grazie al suo Vangelo, in cui si registra un’aderenza forte e dettagliata ai fatti e ai luoghi della vita di Gesù.

Il Quarto Vangelo possiede inoltre una struttura narrativa particolare: gli episodi e i discorsi non sono soltanto informazioni cronachistiche, ma sono organizzati per manifestare progressivamente l’identità di Gesù.

Per questo motivo le formule ego eimi non possono essere isolate dal contesto narrativo nel quale sono pronunciate.

Fede, ragione e interpretazione degli «Io sono»

Ci poniamo subito la domanda: cosa significa per noi, ora e qui, quella parola di Gesú: “Io sono la luce del mondo”?

La luce che è Cristo ha sempre avuto un agguerrito concorrente: la ragione umana.

Ne parliamo non con intento polemico o apologetico, cioè per sapere cosa rispondere agli oppositori della fede, ma per confermarci nella fede.

I dibattiti su fede e ragione - più esattamente, su ragione e rivelazione - sono affetti da una dissimmetria radicale.

Il credente condivide la ragione con l’ateo; l’ateo non condivide la fede nella rivelazione con il credente.

Il credente parla il linguaggio dell’interlocutore ateo; l’ateo non parla la lingua della controparte credente.

Per questo motivo il dibattito più giusto su fede e ragione è quello che avviene nella stessa persona, tra la propria fede e la propria ragione.

La conclusione a cui ciascuno di loro è giunto è che l’atto supremo della ragione umana è riconoscere che c’è qualcosa al di sopra di essa.

È anche ciò che più nobilita la ragione perché indica la sua capacità di trascendersi.

La fede non si oppone alla ragione ma suppone la ragione, così come “la grazia suppone la natura”.

Il primo dovere di chi fa scienza è quello di essere neutrale rispetto all’oggetto della propria ricerca; ma può uno essere neutrale quando ha a che fare con Dio?

Il pericolo inerente a questo approccio alla teologia è che Dio viene oggettivato.

Diventa un oggetto di cui parliamo, non un soggetto con cui - o alla cui presenza - parliamo.

Un “lui” - o peggio, un “esso” - mai un “tu”!

Da questa situazione si esce solo con la preghiera, parlando con Dio, prima ancora di parlare di Dio.

“Se sei teologo pregherai veramente, e se preghi veramente sarai teologo”, diceva un antico Padre del deserto.

Le ricorrenze e il loro significato complessivo

RicorrenzaImmagine o contestoSignificato principale
«Io sono il pane della vita»PaneGesù come nutrimento e sorgente della vita
«Io sono la luce del mondo»LuceGesù come rivelazione di Dio e interpretazione del mondo
«Io sono la porta delle pecore»PortaGesù come accesso alla salvezza e protezione del gregge
«Io sono il buon pastore»PastoreGesù come guida, custode e radunatore del popolo
«Io sono la risurrezione e la vita»Risurrezione e vitaGesù come origine della vita presente e futura
«Io sono la via, la verità e la vita»Via, verità e vitaGesù come accesso al Padre e rivelazione definitiva
«Io sono la vera vite»ViteGesù come sorgente della fecondità e della comunione dei discepoli
«Prima che Abramo fosse, io sono»Formula assolutaPreesistenza, atemporalità e rivelazione dell’identità di Gesù

Le immagini non sono intercambiabili, ma convergono in una struttura unitaria.

Gesù è il nutrimento, la luce, la porta, il pastore, la vita, la via e la vite.

Ogni formula descrive una relazione: con chi ha fame, con chi vive nelle tenebre, con chi cerca accesso a Dio, con chi ha bisogno di guida, con chi affronta la morte, con chi cerca il Padre e con chi deve portare frutto.

La ripetizione della formula «Io sono» colloca tutte queste funzioni nella persona di Gesù.

Non si tratta soltanto di dire che Gesù offre il pane, porta la luce, mostra la via o insegna la verità.

Il soggetto della rivelazione è Gesù stesso: egli è ciò che comunica.

Le radici veterotestamentarie

L'immagine della porta affonda le sue radici in diverse tradizioni veterotestamentarie.

Il Salmo 118,20 proclama: "Questa è la porta del Signore: per essa entrano i giusti", indicando l'accesso liturgico al Tempio come simbolo dell'accesso a Dio.

Le porte della città erano luoghi di giustizia (Rt 4,1-11), le porte del Tempio simboleggiavano la presenza divina (Sal 24,7-10).

Gesù mantiene il simbolismo tradizionale ma opera una rottura radicale: mentre nell'AT le porte del Tempio erano mediate dai sacerdoti, qui Gesù stesso è la porta.

La continuità sta nella funzione protettiva e selettiva; la discontinuità nell'identificazione personale di Gesù con l'accesso stesso a Dio.

La rilettura cristologica trasforma la metafora istituzionale in realtà personale.

Gesù non è solo colui che apre la porta, ma è la porta stessa.

Questo compie e supera le promesse veterotestamentarie: in Lui si realizza definitivamente l'accesso a Dio promesso dai profeti.

Le radici dell’immagine della luce sono altrettanto importanti: nell’orizzonte biblico la luce è associata alla creazione, alla presenza di Dio, alla salvezza e alla rivelazione.

Nel Quarto Vangelo, tuttavia, questi temi convergono in Gesù, che non è soltanto illuminato da Dio ma si presenta come la luce del mondo.

La funzione soteriologica e comunitaria

L'immagine della porta genera un'ecclesiologia di radunamento: le pecore entrano ed escono attraverso l'unica porta, formando un gregge unificato.

La Chiesa è il risultato del passaggio attraverso Cristo, non un'istituzione parallela o alternativa.

L'ecclesiologia implicita è cristocentrica: la comunità si forma attorno a Cristo-porta, non attorno a strutture umane.

Il pastore-porta genera la comunità attraverso la chiamata personale di ciascuna pecora.

La dimensione escatologica è presente nel "già" e "non ancora".

Il "già": la porta è aperta, l'accesso è possibile fin d'ora.

Il "non ancora": il pieno compimento si avrà quando tutte le pecore saranno radunate nell'unico gregge (v. 16).

La relazione trinitaria si manifesta nella funzione mediatrice del Figlio.

La prima comunità cristiana ha vissuto questa metafora come fondamento dell'identità ecclesiale.

Pietro la riprende nella sua predicazione: "In nessun altro c'è salvezza" (At 4,12).

La porta diventa simbolo dell'unicità e necessità di Cristo per la salvezza.

Le reazioni degli interlocutori

Il testo registra l'incomprensione degli interlocutori (v. 6) e la successiva divisione tra i giudei (vv. 19-21).

Alcuni lo considerano pazzo e indemoniato, altri riconoscono l'autorità delle sue parole e opere.

La metafora della porta genera polarizzazione.

La dichiarazione intensifica la dinamica fede/incredulità caratteristica del Quarto Vangelo.

Chi accetta Gesù come porta trova vita e libertà; chi lo rifiuta rimane fuori, esposto ai pericoli.

Non esistono posizioni neutre.

La dichiarazione prepara il climax del capitolo con la questione dell'identità messianica (vv. 22-30) e il tentativo di lapidazione (vv. 31-39).

La metafora della porta anticipa la rivelazione piena dell'identità divina di Gesù.

Lo stesso dinamismo appare in Giovanni 8,58: la dichiarazione non resta priva di conseguenze narrative, perché la formula viene seguita dal tentativo di lapidazione.

Interpretazioni cristologiche alternative

Tuttavia, dal punto di vista delle Scritture ebraiche, questi “Io sono” non sono equivalenti all’“Io sono” di Dio in Esodo 3:14.

In Esodo 3:14, Dio si rivela a Mosè con l’espressione “Ehyeh Asher Ehyeh” (אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה), tradotta in greco nella Settanta come “ἐγώ εἰμι ὁ ὤν” (ego eimi ho on), cioè “Io sono Colui che sono” o “Io sono l’Esistente”.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù usa semplicemente “ἐγώ εἰμι” (ego eimi), senza l’articolo determinativo “ὁ ὤν” che definisce l’“Esistente” assoluto.

L’uso qui indica piuttosto la preesistenza nel piano di Yah o la funzione simbolica di Gesù, ma non significa che Gesù si identifichi con Dio stesso.

In altre parole, anche se i testi greci sembrano simili, il contesto e la grammatica mostrano chiaramente che gli “Io sono” di Gesù non corrispondono all’“Io sono” divino di Esodo.

È un’affermazione della sua preesistenza e ruolo spirituale, non una dichiarazione di divinità assoluta.

Quindi, secondo la Torah e le Scritture ebraiche, Dio rimane unico, eterno e indivisibile, e Gesù non può essere identificato come Dio.

Questi passi mostrano che, secondo le Scritture ebraiche: 1. Dio non è umano e non può mentire. 2. Dio è unico e indivisibile. 3. Dio è immutabile. 4. Dio è spirito e trascendente.

Se Gesù fosse Dio incarnato, ciò implicherebbe che Dio cambi, diventi umano e limitato, il che contraddice chiaramente questi principi fondamentali della Torah.

La lettura trinitaria, al contrario, interpreta il prologo e le formule ego eimi alla luce della distinzione tra Padre e Figlio, sostenendo che il Figlio è distinto dal Padre quanto alla persona, ma partecipa pienamente alla natura divina.

La differenza è quindi tra il Figlio, ossia il Logos eterno, e il Padre, proprio perché il primo si è fatto carne, (Vangelo di Giovanni 1, 14).

Però entrambi, insieme allo Spirito Santo, citato in altri numerosi passaggi del Nuovo Testamento, sono della stessa sostanza, quindi sono “Dio”, pur avendo personalità diverse.

«Ego eimi» come linguaggio della rivelazione

La particolarità del Vangelo di Giovanni consiste nel fatto che Gesù parla frequentemente in prima persona.

I profeti parlavano in terza persona: “Così dice il Signore!”, Gesú parla in prima persona: “Io vi dico!”.

La formula «Io sono» non comunica soltanto un’informazione su Gesù, ma costituisce una forma di autorivelazione.

La prima persona rende evidente che il messaggio e il messaggero sono inseparabili.

La novità consiste nel fatto unico e irripetibile che il rivelatore è lui stesso la rivelazione!

Questo detto si applica in maniera unica e trascendente a Cristo.

In lui, il mezzo di trasmissione è davvero il messaggio; il messaggero è il messaggio!

La funzione di ego eimi è quindi duplice: essa descrive ciò che Gesù è per gli uomini e rivela chi egli è in rapporto al Padre e alla creazione.

Nei predicati simbolici, il significato emerge attraverso la metafora; nelle formule assolute, emerge attraverso l’uso del verbo essere senza un complemento esplicito.

La dimensione spirituale e pastorale

Nel contesto contemporaneo, caratterizzato da incertezza e frammentazione, l'immagine della porta risponde al bisogno di sicurezza e direzione.

Cristo-porta offre stabilità in un mondo di riferimenti fluidi e orientamento in mezzo alla confusione dei valori.

La metafora risponde anche al bisogno di appartenenza: attraversare la porta significa entrare in una comunità, non rimanere isolati.

In una società individualistica, Cristo-porta genera comunione.

Per i giovani, spesso paralizzati dall'eccesso di possibilità, Cristo-porta rappresenta una scelta liberante.

Non elimina la libertà ma la orienta verso la vita autentica.

La porta è aperta ma richiede la decisione di attraversarla.

L'immagine sfida anche la mentalità relativistica giovanile: Cristo non è una porta tra le tante, ma la porta.

Questa provocazione può generare resistenza ma anche ricerca di autenticità.

La metafora propone una relazione con Cristo basata sulla fiducia e sull'abbandono.

Entrare per la porta significa accettare di essere guidati, rinunciando all'illusione del controllo totale sulla propria vita.

La relazione con Cristo-porta è dinamica: si entra e si esce, si trovano pascoli sempre nuovi.

Non è statica ma movimento continuo guidato dal pastore.

L'immagine della porta invita a un'esperienza spirituale di attraversamento continuo.

La vita cristiana non è statica ma dinamica: ogni giorno si entra e si esce attraverso Cristo, si scoprono pascoli sempre nuovi della vita divina.

Per la preghiera, Cristo-porta diventa metodo e contenuto.

Si prega "attraverso" Cristo, ma si prega anche "Cristo-porta".

L'orazione si struttura come movimento di ingresso nella vita trinitaria.

La contemplazione trova in Cristo-porta il proprio oggetto: contemplare colui che è accesso al Padre, soglia tra finito e infinito, mediatore tra umano e divino.

Il discepolato si configura come sequela della porta: seguire colui che precede nell'attraversamento verso il Padre.

Il discepolo impara a riconoscere la voce del pastore-porta e a fidarsi della sua guida.

L'attraversamento della porta comporta trasformazione ontologica: si entra come peccatori, si esce come figli.

Non è solo cambiamento morale ma rinascita nell'essere.

La conversione cristiana è presentata come passaggio attraverso Cristo-porta: abbandono della vita secondo la carne, ingresso nella vita secondo lo Spirito.

Una lettura d’insieme delle ricorrenze

Le ricorrenze di ego eimi nel Vangelo di Giovanni formano una rete di significati collegati.

Il pane mostra che Gesù sostiene la vita; la luce mostra che egli rivela Dio e il mondo; la porta mostra che egli è l’accesso alla salvezza; il pastore mostra la sua cura e la sua autorità; la risurrezione mostra il suo potere sulla morte; la via, la verità e la vita mostrano la sua mediazione verso il Padre; la vite mostra la necessità della comunione permanente con lui.

La formula assoluta di Giovanni 8,58 porta il discorso a un livello ulteriore, perché non descrive soltanto una funzione di Gesù, ma concentra l’attenzione sul suo essere e sulla sua relazione con il tempo, con Abramo e con la rivelazione divina.

In questo modo il Vangelo di Giovanni presenta la cristologia attraverso una progressione: Gesù dona ciò che egli stesso è, conduce perché è la via, illumina perché è la luce, comunica la vita perché è la vita e salva perché è la porta.

In principio era il Verbo, Significa che il Verbo, (ossia Gesù Cristo) è esistito da sempre, dall’eternità.

e il Verbo era presso Dio Significa che il Verbo, (ossia Gesù Cristo), è stato da sempre in perfetta armonia e comunione con Dio Padre e il Verbo era Dio.

Significa che il Verbo, (ossia Gesù Cristo), era ed è Dio da sempre, nella sua totale pienezza.

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