Dove vivono oggi le suore: conventi, monasteri, clausure e nuove comunità

Oggi le suore vivono soprattutto in conventi, monasteri e comunità religiose, ma anche in strutture dedicate all’assistenza degli anziani, in case comunitarie e in residenze adattate alle esigenze delle singole congregazioni. La loro vita quotidiana può essere contemplativa, caratterizzata dalla clausura e dalla preghiera, oppure apostolica, con attività negli ospedali, nelle scuole, nelle missioni e nelle opere sociali.

La residenza delle religiose dipende dall’ordine di appartenenza, dal tipo di consacrazione, dall’età, dalle condizioni di salute e dagli incarichi svolti. Alcune monache restano per tutta la vita nel monastero, mentre altre vivono in comunità aperte al mondo esterno o vengono trasferite temporaneamente in case di riposo e strutture assistenziali.

Dove abitano le suore oggi

Le suore di clausura sono monache che trascorrono la loro vita in convento, dedicandosi alla preghiera e al lavoro, senza poter uscire, se non in occasioni speciali. I contatti con il mondo esterno sono rigidamente regolati, ma le regole precise cambiano a seconda degli ordini, come benedettine, clarisse e carmelitane.

Le monache di clausura sono suore che trascorrono la loro vita chiuse in convento, dedicandosi quasi esclusivamente alla preghiera e al lavoro. Non fanno, perciò, opera di apostolato al di fuori dei conventi, come altre suore che sono infermiere, insegnanti, ecc., ma si dedicano a una vita prevalentemente contemplativa.

Questa forma di vita religiosa si basa sulla separazione dal mondo materiale a favore di una più stretta unione con Dio, ma anche da uno stile di vita caratterizzato da un’ascetica semplicità, dalla rinuncia ai piaceri e alle comodità del mondo esterno, dai voti di povertà e obbedienza.

I monasteri in cui le suore vivono sono generalmente chiusi, ma oggi in alcuni casi è possibile per persone esterne recarsi a parlare con loro, nel parlatorio, in cerca di conforto spirituale e consigli.

Conventi e monasteri di clausura

Clausura, che deriva dal latino clausus, cioè chiuso, significa chiusura. La clausura papale è regolata dal Codice di diritto canonico del 1983 ed è prevista sia per gli uomini, sia per le donne.

Per gli uomini, però, è solo passiva, nel senso che nei conventi non possono entrare estranei, mentre per le donne è “completa”, perché, oltre a non poter ricevere visite, non possono allontanarsi dai conventi, salvo casi speciali.

Esistono due tipi principali di clausura: quella papale, basata su regole stabilite dalla Santa Sede, e quella dei singoli ordini monastici, che possono applicare regole diverse.

Oggi i contatti con l’esterno sono in genere più frequenti, come previsto dalle disposizioni della Santa Sede. I documenti più recenti sono la Costituzione apostolica Vultum Dei Quarere, emanata da Francesco nel 2016, e l’istruzione applicativa Cor Orans del 2018.

Monastero di clausura con chiostro e giardino

Come vivono le suore nei monasteri

La vita delle suore di clausura si basa su un delicato equilibrio tra preghiera e lavoro, scandito da un ritmo ben strutturato. La giornata di una suora di clausura inizia presto, alle 5:00 del mattino, con una preghiera personale, la meditazione e in certi ordini il canto di lode a Dio.

In genere, le suore si svegliano molto presto, intorno alle 5,00 del mattino, e trascorrono alcune ore in preghiera e meditazione. Verso le 8,00 fanno colazione e in seguito ciascuna suora si dedica a compiti specifici, che possono includere lavori manuali, cura del giardino e del monastero e simili attività.

La giornata delle suore di clausura è in gran parte dedicata alla preghiera, alla meditazione e al lavoro. La giornata include inoltre il tempo per i pasti e per l’igiene personale.

Oltre alla preghiera comunitaria e personale, alla contemplazione e all’adorazione di Dio, le suore di clausura adempiono a compiti e mansioni necessarie al benessere comune delle consorelle, come la cura dell’orto e il cucito.

Oltre alla preghiera, le suore di clausura si dedicano anche a lavori manuali, utili e necessari per la vita comune, ma anche alla produzione di oggetti liturgici, alla realizzazione di icone, alla produzione di dolci e prodotti che vengono poi venduti all’esterno del monastero e forniscono sostentamento alla comunità.

Un esempio di giornata monastica

Alle 8:00 si celebra la messa comune, alle 8:30 c’è la colazione insieme. Dopo la colazione, ciascuna suora si dedica ai suoi compiti specifici, fino all’ora di pranzo, intorno a mezzogiorno.

Dopo il pranzo, una delle suore è incaricata di leggere un testo spirituale mentre le altre ascoltano in silenzio, creando uno spazio di riflessione e approfondimento. Successivamente, c’è un momento di ricreazione in cui le suore si riuniscono per trascorrere del tempo insieme.

Alle 18:00, si recita il Rosario. Alle 22:00 le suore si preparano per andare a dormire e entrare nel silenzio notturno.

In serata, molto spesso sono previste la recita del rosario e un pasto leggero, dopo la quale le suore vanno a dormire. Queste regole, però, non valgono per tutti gli ordini.

Il lavoro dentro il convento

Ciascuna suora può ricevere un incarico diverso in base alle necessità della comunità. Tra i compiti possono esserci la cucina, la cura dell’orto, la manutenzione degli spazi, l’accoglienza, l’amministrazione dei conti, il cucito e la preparazione di prodotti destinati alla vendita esterna.

Oltre alla preghiera comunitaria e personale, alla contemplazione e all’adorazione di Dio, le suore di clausura adempiono a compiti e mansioni necessarie al benessere comune delle consorelle, come la cura dell’orto, il cucito, ma in alcuni casi anche alla realizzazione di prodotti che vengono venduti fuori dal monastero.

Un tempo, tra i lavori con cui si sostenevano, c’era pure la battitura delle tesi con la macchina da scrivere. Nel monastero di via Marcantonio Colonna oggi vivono otto suore come alle origini.

Le suore di clausura non sono completamente isolate

Pur trascorrendo la vita soprattutto in contemplazione, le suore di clausura, a differenza di quello che si può pensare, non sono completamente separate dal mondo esterno.

Anzitutto, leggono giornali e ascoltano la radio, mentre la televisione è più rara, il che consente loro di sapere cosa accade nel mondo. In alcune occasioni, inoltre, possono ricevere visitatori nei monasteri, sia pure solo in ambienti specifici, come i parlatori.

Nonostante la vita di clausura, le suore hanno la possibilità di informarsi su ciò che accade nel mondo esterno. Possono leggere i giornali, specialmente quelli cattolici, e ascoltare la radio per essere al corrente degli eventi e delle notizie importanti.

Guardano poco la televisione, e solo programmi religiosi o apparizioni del Papa. Entro certi limiti, possono anche utilizzare i mezzi di comunicazione digitali, inclusi i social media.

In momenti speciali possono allontanarsi, sospendendo temporaneamente la clausura, se autorizzate dal vescovo della loro diocesi.

CARMELITANE SCALZE - Una giornata nel monastero di Piacenza

Il significato del silenzio

Molta importanza viene data anche al silenzio, che riveste un ruolo fondamentale nella spiritualità delle suore di clausura. Esso costituisce l’atmosfera in cui vivono e il mezzo attraverso il quale si aprono alla presenza di Dio.

Un silenzio profondo e interiore, che non è solo assenza di rumori esterni, ma piuttosto uno stato di tranquillità indispensabile per entrare in contatto con la Presenza divina.

Il silenzio protegge la vita monastica da influenze esterne che potrebbero distogliere le suore dalla loro vocazione. Le aiuta a concentrarsi e a immergersi nella preghiera, ad ascoltare attentamente la voce di Dio e ad aprirsi alla Sua guida.

Attraverso il silenzio, imparano a discernere la volontà di Dio e a seguire il cammino spirituale che Lui ha tracciato per loro. Ma il silenzio è anche un’opportunità per la carità fraterna all’interno della comunità monastica, perché favorisce la comprensione reciproca, la condivisione dei pensieri e dei sentimenti, e la crescita nella relazione con le altre suore.

Nel silenzio, si crea uno spazio di rispetto e di ascolto reciproco, che permette una vera comunione di cuori. Le monache passano dal lavoro al silenzio anche all’interno delle città.

Le carmelitane del monastero di Milano

Nel monastero di via Marcantonio Colonna oggi vivono otto suore come alle origini. La più giovane è suor Maria Beatrice, 41 anni, mentre la più anziana ha 87 anni.

Un secolo dopo, sono sempre otto le monache carmelitane che vivono a pochi passi dall’ex area industriale del Portello. La più giovane ha 41 anni, la più grande ne ha 87 anni.

Ciascuna ha la sua storia alle spalle e il suo compito in monastero: c’è chi cucina, chi si occupa dell’accoglienza, chi cura l’orto e i conti.

Suor Maria Beatrice ha scelto la vita di clausura a 23 anni, dopo la laurea in Matematica, oggi ne ha 41. La lettura della storia di Santa Teresa di Gesù Bambino è stata determinante.

Suor Margherita ha fatto più fatica a fare accettare ai suoi genitori la clausura. Aveva 21 anni, lavorava come impiegata e abitava a Milano Sud.

In origine, cent’anni fa, erano in otto tra queste mura. La storia delle suore di clausura di via Marcantonio Colonna ha inizio il 30 settembre 1925 con la posa della prima pietra per la costruzione del monastero e della chiesa dedicata a Santa Teresa del Bambino Gesù.

La vita di comunità all’interno del monastero cominciò il 16 settembre 1929 e il 3 ottobre il cardinale Idelfonso Schuster, nella ricorrenza della festa di Santa Teresa, ne impose la clausura.

“Ci alziamo al mattino alle 6: Lodi, orazione, Santa Messa e ora Terza; segue la colazione e l’inizio dei lavori. Dopo pranzo e cena ci incontriamo per la ricreazione. Passiamo dal lavoro al silenzio. Quanto è importante il silenzio, anche in città! Non siamo fuori dal mondo, siamo qui per tutti”.

Le suore in case comunitarie e strutture assistenziali

Non tutte le religiose anziane restano nel monastero fino alla morte. Quando l’età o le condizioni di salute rendono difficile la vita autonoma, una congregazione può organizzare il trasferimento in una casa di riposo o in una struttura assistenziale.

La Congregazione delle Suore Ospedaliere della Misericordia, per rispondere al crescente fabbisogno della cultura odierna, prese la decisione di costruire una casa di riposo per anziani al fine di assicurare una degna sistemazione a quanti, anziani autosufficienti e muniti di sicuri mezzi economici, non trovino nell’ambiente familiare o in quello di strutture ricettive quel conforto di natura spirituale che faccia loro superare il bisogno di una vita sociale comunitaria.

L’odierna forma di assistenza evidenzia un problema sociale molto emergente, quello della “solitudine”, che non necessariamente è connessa all’indigenza. La gestione della casa di riposo è affidata direttamente alla responsabilità delle religiose che vi abitano.

Il personale religioso e laico della Residenza si prende cura della persona anziana, dei suoi bisogni e dei suoi desideri con interventi integrati di tipo socio-assistenziale che mirano a salvaguardare il più possibile l’integrità psico-fisica degli ospiti.

La struttura accoglie persone anziane, senza distinzione di razza, sesso e religione, che abbiano compiuto il 50° anno di età, che non svolgano attività lavorativa dipendente o autonoma e che al momento dell’ammissione siano autosufficienti.

Coloro i quali, in seguito a una lunga permanenza nella casa di riposo, dovessero contrarre malattie invalidanti continueranno a essere assistiti con cura e attenzione, soprattutto nel momento doloroso dell’ultimo cammino.

Il caso delle tre suore di Goldenstein

Un caso particolarmente significativo è quello di suor Bernadette, suor Regina e suor Rita, tre religiose rispettivamente di 88, 86 e 82 anni, che vivevano nel convento di Schloss Goldenstein, appena fuori Salisburgo.

Per tutta la vita hanno insegnato, cucinato, pregato e coltivato l’orto del convento di Schloss Goldenstein, appena fuori Salisburgo. Con il passare degli anni la comunità religiosa si è assottigliata fino a rimanere composta solo dalle tre donne.

Nel 2024, ritenendo il convento inadatto a persone della loro età, il loro superiore, il prevosto Markus Grasl, decide di chiuderlo e trasferirle in una struttura per anziani.

Le suore raccontano di essere state portate lì senza essere consultate e di aver subito il trasferimento come un esilio forzato. “Prima di morire in quella casa di riposo, preferisco andare in un prato ed entrare nell’eternità”, ha dichiarato suor Bernadette alla BBC.

Poi, a più di ottant’anni, tre suore, Bernadette, Regina e Rita, sono state trasferite contro la loro volontà in una casa di riposo. E hanno deciso di compiere il gesto più inatteso: fuggire e rientrare di nascosto nel loro convento.

Nel settembre 2025 decidono di fuggire. Lo fanno con l’aiuto di ex studentesse, di alcuni abitanti della zona e perfino di un fabbro che scardina la porta del convento per farle rientrare.

Con un avvocato, alcuni giornalisti, un fabbro, un elettricista e un idraulico, il gruppo ha riportato le tre religiose tra le mura che considerano casa.

Una volta tornate all’interno del Kloster Goldenstein, riportano elettricità e acqua usando generatori, lo riempiono di cibo e medicine e riorganizzano gli spazi.

Il conflitto sull’autonomia e sulla sicurezza

Il loro superiore, Markus Grasl, non l’ha presa bene: le ha accusate di aver violato il voto di obbedienza e di vivere in condizioni inadatte alla loro età.

Secondo lui, il trasferimento in una struttura era stato concordato «per ragioni di cura e sicurezza». Le suore ribattono: «Ci avevano detto che potevamo restare in convento fino alla morte, era scritto in un contratto. Ci saremmo mai aspettate un tradimento del genere? Mai. Abbiamo obbedito per tutta la vita, ma non potevamo sopportare di stare lontane da casa».

Suor Regina ha ricordato un altro impegno, quello della stabilitas loci, il voto che lega i religiosi a un luogo e a una comunità per tutta la vita.

Al loro rientro, le religiose hanno denunciato la sparizione di molti oggetti personali: il montascale, ricettari, foto, lettere di ex alunni, documenti e persino i risparmi che usavano per le spese quotidiane.

La Chiesa ha respinto le accuse, sostenendo che le stanze fossero state solo «ripulite da cibo avariato e rifiuti» e ribadendo che, in base ai voti, «le suore non dovrebbero avere beni personali, tutto appartiene alla comunità».

La nuova vita nel convento

Oggi le tre ottuagenarie vivono di nuovo tra le mura del convento, sostenute da una rete di circa duecento persone: c’è chi cucina per loro, chi fa da guardia, chi offre assistenza medica gratuita.

Mancano però sacerdoti disponibili a celebrare messa: l’unico che si è offerto è un prete in pensione di 94 anni. «Molti hanno paura di esporsi, per non avere problemi con la Chiesa», spiega uno degli organizzatori della fuga.

Intanto le «suore ribelli» sono diventate un fenomeno social. Il loro profilo ha superato 170mila follower, trasformando una disputa ecclesiastica in un caso internazionale seguito dalla BBC, dal Guardian, dai quotidiani tedeschi e da buona parte della stampa europea.

Le suore cominciano a pubblicare video, foto e aggiornamenti su Instagram, prima in tedesco, poi anche in inglese. Mostrano la loro vita quotidiana mentre pregano, cucinano, salgono le scale senza aiuti e spiegano perché non vogliono andarsene.

In poco tempo diventano un simbolo: Davide contro Golia in versione monastica. Il loro profilo esplode grazie al supporto di ex studenti, giornalisti locali, curiosi, fedeli e laici lontanissimi da qualsiasi spiritualità che decidono però di seguire la vicenda.

E, soprattutto, arrivano aiuti materiali: cibo, medicine, supporto medico, volontari pronti ad accompagnarle e persino consulenze legali pro bono. Le suore lo dicono chiaramente in un comunicato: i social sono “l’unica protezione rimasta”.

Il convento di Goldenstein, che un tempo ospitava 30 suore e oggi resiste solo grazie alle tre ottuagenarie tenaci, è diventato il simbolo di una battaglia per la dignità e il diritto di scegliere come e dove vivere la propria vecchiaia.

Le suore di clausura e le nuove tecnologie

In alcune comunità le religiose possono utilizzare i mezzi di comunicazione digitali, inclusi i social media. La Costituzione apostolica Vultum Dei Quarere del 2016 ha invitato le suore a usare il web, sia pure “con discernimento”.

Il caso Goldenstein mostra una modalità particolare di presenza online: tre religiose anziane usano i social per raccontare la propria quotidianità, mantenere un rapporto con l’esterno e rendere pubblica la loro posizione.

Non è la prima volta che sacerdoti, suore o ordini religiosi fanno incursione su TikTok o Instagram. Negli ultimi anni sono nati preti influencer, suore con canali YouTube e parroci con podcast da migliaia di ascolti.

Ma mai fino ad ora la viralità era diventata però uno strumento politico e di contrattazione, capace di ribaltare un rapporto di potere interno alla Chiesa e di spingere un conflitto locale fino alle porte del Vaticano.

Le monache in una villa a San Vendemiano

Un altro esempio di residenza religiosa fuori dal monastero riguarda l’ex badessa Aline e le religiose a lei fedeli, che si trovano in una villa a San Vendemiano, in provincia di Treviso, non troppo distante dal monastero di San Giacomo di Veglia.

Le monache di clausura che hanno lasciato il monastero di San Giacomo di Veglia hanno trovato residenza in una villa a San Vendemiano, in via Europa.

La loro situazione mostra che una comunità di clausura può continuare a vivere insieme anche quando non abita più nell’edificio monastico originario. La residenza può quindi essere un monastero, una villa adattata alla vita comunitaria o un’altra struttura riconosciuta e organizzata secondo le esigenze delle religiose.

Le suore ospedaliere e le comunità di assistenza

Non tutte le suore sono monache di clausura. Le congregazioni apostoliche possono vivere in comunità inserite nel territorio e dedicarsi direttamente all’assistenza, all’insegnamento, alla cura degli ammalati e alle missioni.

Le Suore Ospedaliere della Misericordia sono una congregazione di lunga tradizione, attive dal 1821. Nel maggio di quell’anno, per interessamento della nobildonna principessa Teresa Orsini Doria Pamphili Landi e secondo il volere del Papa Pio VII, un primo nucleo di queste sorelle fu introdotto nell’ospedale del SS. Salvatore, attuale ospedale S. Giovanni.

La loro missione comprendeva la direzione del servizio ospedaliero e l’assistenza alle inferme. Successivamente, il 3 gennaio 1826, il Papa Leone XII decretò che questo primo nucleo di sorelle fosse eretto a comunità di Oblate Ospedaliere.

La loro missione non fu circoscritta al solo ospedale San Giovanni, ma si estese anche agli altri ospedali di Roma e ad altre città del regno pontificio.

L’Istituto ha sempre più assunto lo spirito missionario e la sua opera di misericordia è svolta verso i poveri e gli infermi negli ospedali di vario tipo e nelle missioni, fra gente di varia razza, cultura, lingua e religione.

Le missioni si sono estese in USA, India, Madagascar, Filippine, Svizzera, Nigeria, Cile, Argentina, Polonia, Timor Leste, Camerun, Indonesia e Vietnam.

Le suore nelle scuole, negli ospedali e nelle missioni

Le suore che non appartengono agli ordini contemplativi possono vivere in abitazioni comunitarie vicine ai luoghi in cui svolgono il loro servizio. Possono lavorare come infermiere, insegnanti, educatrici, assistenti sociali o operatrici nelle missioni.

Le monache di clausura non fanno opera di apostolato al di fuori dei conventi, come altre suore che sono infermiere, insegnanti, ecc., ma si dedicano a una vita prevalentemente contemplativa.

La differenza principale riguarda quindi il rapporto con il mondo esterno: le suore apostoliche vivono spesso a contatto con la popolazione, mentre le monache di clausura abitano in monasteri regolati da norme specifiche e dedicano una parte prevalente della loro giornata alla preghiera.

Come si diventa suora di clausura

Il cammino per diventare suora di clausura è un processo che richiede tempo, discernimento e un profondo impegno spirituale. Innanzitutto, è importante sperimentare una forte attrazione verso la vita contemplativa.

Questo desiderio può manifestarsi fin dalla giovane età o può svilupparsi gradualmente nel corso della vita. Successivamente, si cerca la guida di un direttore spirituale o di una comunità religiosa per iniziare un periodo di discernimento.

Qualsiasi donna può diventare suora di clausura, anche se è stata sposata. Non è necessario essere vergini. I voti possono essere presi anche da coloro che hanno avuto relazioni con uomini, dalle vedove e dalle donne separate.

L’importante è che la persona abbia un sincero desiderio di dedicarsi completamente a Dio e di seguire la vita di suora di clausura con devozione e impegno.

È richiesto un periodo di formazione iniziale, durante il quale si impara la regola dell’ordine, si studiano le Scritture, si approfondiscono le pratiche spirituali e si sperimenta la vita comunitaria.

Questo periodo può durare diversi anni e può includere anche un noviziato, durante il quale si viene introdotte in modo più approfondito nella vita monastica e si prende parte alle attività della comunità.

Infine, dopo aver completato la formazione, si pronunciano i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza, impegnandosi a vivere la vita di suora di clausura per il resto della propria esistenza.

L’ordine certosino e la vita nella solitudine

L’Ordine certosino è uno dei più riconosciuti e rigidi tra gli ordini monastici della Chiesa cattolica. Fondato da San Bruno nel 1084 nella regione dell’Isère, in Francia, l’ordine prende il nome dal Massiccio della Certosa.

La vita certosina si distingue per la sua unione di uomini solitari che vivono in piccole comunità, mantenendo una forte vocazione eremitica. I certosini si dedicano alla preghiera incessante, allo studio, al lavoro manuale e all’austerità.

Attraverso i secoli, i certosini sono rimasti “solitari riuniti come fratelli”, che vivono per lo più isolati, salvo durante la liturgia celebrata insieme e pochi incontri informali come le ricreazioni.

I certosini vivono una vita incentrata sulla ricerca di Dio nella solitudine e nel silenzio, ma la loro vita non è completamente rinchiusa all’interno di una cella. Devono anche svolgere compiti pratici necessari per il buon funzionamento del monastero, chiamati “obbedienze”.

Come per le suore di clausura, anche la giornata dei fratelli certosini è divisa tra momenti di preghiera e meditazione in solitario, nella propria cella, e momenti di comunione e condivisione, come la Messa.

Quante sono le suore di clausura

La clausura esiste sin dai primi secoli del cristianesimo, quando si affermarono le prime esperienze di vita contemplativa. Tuttavia, lo sviluppo del monachesimo ha avuto luogo soprattutto a partire dal Medioevo, con la nascita dell’ordine benedettino nel VI secolo e di altri ordini nei secoli successivi.

Una data importante fu il 1298, quando il papa Bonifacio VIII impose la clausura a tutte le religiose. La disposizione però non fu universalmente applicata e fu resa più rigida da Pio V nel 1566.

Attualmente, secondo le fonti più attendibili, le suore di clausura nel mondo sono poco meno di 38.000, delle quali circa 5.000 in Italia.

In Italia si trovano circa 67.000 suore e monache di clausura, suddivise in conventi che spesso contano un numero davvero esiguo di religiose.

Nel monastero agostiniano di Santa Rita da Cascia le religiose sono solo ventitré, ma la media è molto più bassa e si aggira intorno a otto suore per ogni convento.

La diminuzione delle vocazioni ha ridotto il numero delle religiose presenti in molti monasteri. Negli anni della fioritura delle vocazioni, alcuni monasteri arrivavano ad accogliere anche venti suore.

“Ma questa crisi delle vocazioni, se ci pensiamo bene, coinvolge tutte le attività. Pensiamo anche alla crisi della vocazione nella scuola: non è facile trovare insegnanti. O alle crisi delle famiglie, con il calo demografico”.

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