Don Antonio parroco del carcere in Argentina

Don Antonio Guarise ha vissuto il suo primo ingresso in un carcere come un passaggio dall’oppressione alla scoperta di una comunità profondamente umana: «quella che subito mi era sembrata una gabbia mi si è mostrata come una “cittadella cosmopolita” gravida di umanità, dolente ma capace di impastare tra loro, in un’unica esperienza condivisa, tante storie di persone pur sempre diverse tra loro».

La presenza di un sacerdote in carcere non si limita alla celebrazione dei sacramenti, ma comprende ascolto, accompagnamento, mediazione con le famiglie, sostegno umano e percorsi di consapevolezza. «La Chiesa ha i “numeri” per umanizzare una realtà potenzialmente disumana e disumanizzante».

Una presenza pastorale oltre le sbarre

“Anche Dio è un carcerato, non rimane fuori dalla cella”: è forse una sue espressioni più forti e umane in questi primi nove mesi come successore di Pietro. Con papa Francesco la periferia è diventato il leitmotiv del pontificato e anche la Chiesa di Padova, come tante in Italia e nel mondo, sta rispondendo all’invito di papa Bergoglio ad andare incontro alle esistenze troppe volte dimenticate.

E così nella casa di reclusione “Due Palazzi” di Padova, ogni domenica, a fianco del suo cappellano don Marco Pozza, a presiedere le due sante messe del mattino c’è, a rotazione, un vicario foraneo della diocesi. Una novità silenziosa del nuovo anno pastorale della diocesi patavina caldeggiata dal suo pastore mons. Antonio Mattiazzo e un modo per conoscere una realtà esistenziale ed ecclesiale sui generis.

Domenica scorsa è stato il turno di don Antonio Guarise, da pochi mesi alla guida del vicariato di Thiene (VI) che con le sue 17 parrocchie, per un totale di 45 mila anime, risulta essere il terzo vicariato più popoloso sui 38 della diocesi di Padova. Don Antonio, parroco della Conca e amministratore parrocchiale di San Vincenzo, ha detto, nel corso dell’omelia, di essere stato molto colpito dal clima interno al carcere e sorpreso da quanto più avanti siano i detenuti rispetto a lui.

‘Basta solo guardare il modo con cui si accorgono dell’altro salutando in ogni occasione, anche se magari non ci si conosce; al di fuori, nella società - ha constatato don Guarise - spesso noi siamo ciechi e piuttosto tiriamo dritti’. Per dirla con le parole di padre Alex Zanotelli: ‘I poveri ci evangelizzeranno’.

Don Antonio celebra messa in carcere

La “parrocchia-comunità del carcere”

‘La visita di don Antonio - spiega don Pozza - si inserisce nel progetto “La domenica di periferia” con il quale quest’anno vogliamo far entrare nella nostra parrocchia del carcere i vicari foranei della Diocesi di Padova. È solo toccando la realtà che si potrà, poi, immaginare assieme percorsi comuni con chi ha scontato un periodo di detenzione’.

Se ci si limita a conoscere la letteratura di un luogo - incalza don Marco - ‘saranno possibili solo mille interpretazioni, che quasi mai corrispondono alla realtà, perdendo, tra l’altro, il privilegio di conoscere uno spaccato di umanità dove Cristo è all’opera quotidianamente’.

Dopo i vicari di Campodarsego (PD), Arsiè (BL), San Giuseppe in Padova, Piove di Sacco (PD) e Asiago, domenica scorsa ha celebrato lei in carcere. Come mai questa tourneé presbiterale in carcere? È un modo per far entrare la “parrocchia-comunità del carcere” nel novero delle parrocchie-comunità della Diocesi.

Il primo ingresso in un carcere

Don Antonio, è la prima volta che è entrato in un carcere? Sì, per me è stata la prima volta. Quali sentimenti ha provato varcando i cancelli di un carcere di massima sicurezza? Inizialmente un senso di oppressione, quando i numerosi cancelli che mi erano stati aperti, venivano uno dopo l’altro scrupolosamente richiusi a chiave dietro di me.

Poi, a mano a mano che nei corridoi interni ho incominciato a incrociare persone (guardie carcerarie, detenuti e volontari esterni) quella che subito mi era sembrata una gabbia mi si è mostrata come una “cittadella cosmopolita” gravida di umanità, dolente ma capace di impastare tra loro, in un’unica esperienza condivisa, tante storie di persone pur sempre diverse tra loro.

Alla fine mi sono sentito a mio agio, coinvolto nella trama di relazioni senza maschere che si intesse tra persone impegnate a riconciliarsi con la propria storia.

Il Vangelo letto tra le sbarre

Domenica scorsa, il Vangelo ci presentava la figura di Giovanni Battista che si trovava proprio in carcere… Questa parola di Dio letta tra le sbarre che effetto ha avuto? L’effetto di un ribaltamento della prospettiva.

Mi sono chiesto se non siano proprio i luoghi apparentemente avulsi dalle logiche del Vangelo, come può essere un carcere, a dare concretezza agli aneliti del Regno di Dio che animano la storia, più delle nostre “polverose” realtà ecclesiali.

Come vede la presenza della Chiesa all’interno delle celle? Di vitale importanza. La Chiesa ha i “numeri” per umanizzare una realtà potenzialmente disumana e disumanizzante.

Il ministero del cappellano

Domenica scorsa, lei ha incontrato il cappellano del carcere don Pozza, figlio della terra thienese. Come vede il suo ministero tra i detenuti? Ritengo che don Marco stia recuperando, nell’ambiente carcerario, l’immagine di Chiesa e di sacerdote che era tipica di tale ambiente.

Il suo modo diretto di relazionarsi con le persone, lo costituisce sicuro riferimento per i detenuti sempre bisognosi di essere accompagnati oltre “lo smarrimento” tipico di chi vive costretto in una cella.

Anche dietro le sbarre, il cappellano è una presenza significativa perché non rappresenta soltanto un ruolo istituzionale. «Il cappellano richiama il mondo libero - riflette monsignor Fibbi -. Può entrare e uscire, e lo fa non per un obbligo lavorativo, ma perché è la sua missione».

«Mentre il cappellano è una figura che è presente e disponibile proprio per i detenuti». E questo conta molto, agli occhi di chi sta scontando una pena. «Il cappellano è lì proprio per loro, per stare loro vicino non solo per questioni di carattere spirituale ma anche materiale».

Ascolto, fiducia e futuro

La Chiesa è presente, oltre che per la celebrazione dei sacramenti, per accompagnare le persone nei percorsi di consapevolezza e redenzione personale. Percorsi tanto più significativi nell’Anno della misericordia voluto da Papa Francesco, che tanto caro ha il mondo del carcere.

Insieme all’altro cappellano don Francesco Palumbo, ad una religiosa e ai volontari, la sua presenza accanto ai detenuti è fatta soprattutto di ascolto, pazienza e fiducia: “Non giudico mai. Certo di costruire dei rapporti amichevoli e sposto l’attenzione delle persone sul futuro, sulla vita che intendono ricostruire. Tutti abbiamo delle cicatrici, ma guardare solo al passato non serve”.

Don Antonio Loi, cappellano presso la Casa di Reclusione di Opera, spiega il senso di questo approccio: «La giustizia non mi compete, perché le persone che arrivano in carcere sono già state condannate, non sono io a dover dare un giudizio su di loro, ma le accolgo per quello che sono, ciò che hanno commesso mi interessa relativamente e non lo chiedo».

Quando entro in confidenza con qualcuno di loro uso questa espressione: «La tua vita finora è stata questo, se capisci alcune cose, come vuoi viverla da oggi in poi?». Questo secondo me è uno spazio di misericordia. In fondo è l’esperienza del Vangelo, delle persone che hanno incontrato Gesù: «Io non ti condanno, va’ e non peccare più!».

La dignità oltre il reato

L’Arcivescovo ha parlato della dignità come la strada da cui passa anche il recupero… Certo. Vorrei ricordare una frase del cardinal Martini che diceva: «L’uomo è più grande del suo peccato».

È quello che anche l’arcivescovo Scola ha espresso nel suo intervento. La perdita della dignità avviene nel momento in cui si commette un reato. A volte noi carichiamo la persona per tutta la vita per ciò che ha fatto, per un gesto.

Poi è vero che ci vuole una conversione, però davanti a Dio e alla società ogni uomo è più grande di ciò che ha commesso, dei suoi sbagli, dei suoi reati.

Ha già visto passi concreti in questo senso? L’ho sperimentato in qualche detenuto, soprattutto tra quelli che partecipano ad attività, per esempio nel laboratorio di liutai. Ci sono persone che scoprono capacità, perché si offrono opportunità che qualcuno non ha mai avuto nella vita.

Lo sperimento quotidianamente. Poi che cos’è la libertà lo può dire solo chi è dentro perché l’ha persa, ne è privato e arriva all’essenzialità della vita.

Conversione e percorsi di redenzione

Storie positive e difficoltà. Ecco perché l’accompagnamento verso la “conversione” è un percorso lento e paziente. Tante sono le storie positive che può raccontare (senza rivelare i nomi), “dovute più all’effetto Papa Francesco che al Giubileo”, ammette.

“C’è gente che ora tiene in tasca il Vangelo da quando lo ha chiesto il Papa - ricorda -. Altri mi dicono di sentirsi perdonati, altri ancora sentono il bisogno di fare del bene, di pregare”.

Piccoli successi “da pilotare”. Le confessioni, ad esempio, fanno parte di un percorso “che non va mai forzato”, anche se, da vicario parrocchiale di una parrocchia del milanese, constata che “c’è più gente che frequenta i sacramenti in carcere che fuori”.

“Quando qualcuno mi chiede di confessarsi - dice don Loi - ricordo che la richiesta viene da Dio”. Momenti che vengono vissuti dal sacerdote come un grande dono.

“Chi ha ucciso sente spesso il peso di non essere perdonato - spiega -. Un giorno è venuto da me uno che ha commesso ‘tonnellate’ di omicidi. Gli ho detto: ‘Gesù è morto anche per te’”.

Quando il carcere resiste al cambiamento

Non tutto però è rose e fiori. Ci sono anche gli irriducibili della criminalità organizzata. “Al 41 bis non si smuove nulla perché sono tutti legati, nessuno parla”.

O i dietrofront: “Quando Papa Francesco ha dato la scomunica ai mafiosi in Calabria, da 80 persone che facevano la comunione sono diventate 25”. E i dolori grandi: “L’unica cosa che mi porto dietro come un fallimento e un peso enorme sono i suicidi”.

Le attività e le misure alternative

Opera, carcere di massima sicurezza, da anni ospita anche detenuti comuni, possibili beneficiari delle misure alternative. Un tema caro al cardinale Scola… Questa è la chiave di lettura di tante cose.

Prima il numero delle persone che erano in carcere in Lombardia era di 9 mila detenuti, mentre adesso è molto diminuito. Secondo i dati del Tribunale chi vive solo la carcerazione per il 70% reitera il reato, mentre con le pene alternative si scende al 19%.

SituazionePercentuale di reiterazione del reato
Chi vive solo la carcerazione70%
Chi accede alle pene alternative19%

Con le misure alternative si riesce ad offrire una vita diversa, possibile e raggiungibile. Tuttavia a Opera, tra lavoro, attività teatrali, laboratori di lettura, ci sono diverse opportunità importanti.

L’ho sperimentato in qualche detenuto, soprattutto tra quelli che partecipano ad attività, per esempio nel laboratorio di liutai. Ci sono persone che scoprono capacità, perché si offrono opportunità che qualcuno non ha mai avuto nella vita.

Il laboratorio delle ostie

Una iniziativa simbolica è stata, domenica 17 gennaio durante il Giubileo dei migranti a San Pietro, la consacrazione delle ostie prodotte nel carcere di Opera da tre detenuti che hanno commesso omicidi.

Il laboratorio di produzione delle ostie è stato ideato dalla “Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti onlus”, con il sostegno dei sacerdoti del carcere. “Non giudicare mai”.

“È stata una iniziativa molto significativa - commenta don Loi -, perché realizzata da persone con le mani sporche di sangue. Fa parte di un percorso di riavvicinamento della persona alla coscienza di sé”.

Quest’anno è stato aperto un laboratorio, voluto dal direttore, per produrre le ostie e io celebrerò la Messa di Natale con quelle fatte dai detenuti.

Laboratorio di ostie nel carcere

Il Giubileo della Misericordia in carcere

Nella casa di reclusione di Opera sono possibili attività ricreative, culturali e sportive, tra cui quelle pastorali. Il Giubileo della Misericordia è iniziato davanti ad un maxischermo per seguire l’apertura della Porta Santa a San Pietro, affiancata dall’apertura della Porta Santa nella cappella del carcere.

Grazie al direttore abbiamo avuto la possibilità con 80 persone di vedere su uno schermo l’apertura della Porta Santa. Anche noi abbiamo vissuto questo gesto. Abbiamo messo un “cancello santo” in cappella, come quello che c’è nelle celle, e lo abbiamo aperto simbolicamente.

Il Papa ha indicato come luogo di santificazione la porta della cella, per cui consegneremo a tutti i detenuti un Tau (che va bene anche per i musulmani) da mettere sulle sbarre.

Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, ha invitato sei detenuti a pranzo a casa sua. Per la Quaresima distribuiranno a tutti i detenuti il Tao, la croce di San Francesco, per simboleggiare la Porta Santa in ogni cella e inviteranno sacerdoti esterni per le confessioni.

Poi durante l’anno compiremo altri gesti e offriremo la possibilità di confessarsi anche con altri preti esterni, ci sono comunque detenuti che si accostano periodicamente a questo sacramento.

Il cappellano come ponte con la famiglia

Qualche volta porta notizie dei familiari, qualche altra gli spiccioli per telefonare. Ma soprattutto porta conforto, vicinanza, capacità di ascolto.

Accanto alle funzioni più prettamente religiose, come le celebrazioni liturgiche, «noi è come se facessimo sempre centro d’ascolto», sottolinea ancora il sacerdote. «Ad esempio, facciamo da tramite nei rapporti con le famiglie - spiega - e cerchiamo di mantenere i legami, perché il carcere limita molto la possibilità di comunicare; il cappellano è un mediatore spesso unico tra il detenuto e i familiari».

Ma quello di cui davvero i detenuti sentono la mancanza, rimarca il sacerdote, «è il rapporto con la famiglia, sia vicina che lontana. Ci sono familiari che sono formalizzati, come le mogli, i figli, i genitori che hanno accesso al carcere - spiega -. Poi ci sono altri casi tipo la fidanzata, la compagna o convivente che non è autorizzata al colloquio, quindi in questo caso mantenere il rapporto diventa più difficile».

A tenere uniti i fili ci pensano sempre loro: sacerdoti, religiose, volontari. «Proprio stamattina - racconta - ho dovuto portare la notizia di un lutto. Ho dovuto dire a un detenuto sulla cinquantina che era morta sua sorella, di 38 anni. Quasi non ci poteva credere, pensava che fosse morta la madre anziana. A noi tocca dare conforto sia religioso che umano».

Detenuti di ogni fede e condizione

Anche perché in una casa circondariale i detenuti non credenti o che professano altre religioni sono parecchi. I cappellani non fanno distinzioni, si mettono al fianco e al servizio di ciascuno.

Grazie alle catechesi che si tengono periodicamente, c’è anche chi si riaccosta alla fede. A Rebibbia Nuovo Complesso i detenuti hanno commesso i reati più vari, ma don Marco e gli altri cappellani guardano a loro soltanto come a delle persone.

Nessuno è solamente un ladro o un assassino. «Celebriamo tante cresime, anche se durante la pandemia abbiamo dovuto interrompere - riprende il sacerdote -. E c’è stato perfino qualche battesimo».

Le difficoltà della pandemia

Una situazione che si è complicata ancora di più a causa della pandemia, quando le visite sono state interrotte, e in diverse carceri italiane - anche a Rebibbia - ci sono state rivolte da parte dei detenuti.

«Anche le quarantene hanno influito moltissimo sugli ingressi in carcere - ricorda il cappellano - perché ad esempio dei detenuti venivano spostati per fare le quarantene e le famiglie erano completamente tagliate fuori. In quella fase eravamo noi cappellani a fornire informazioni ai parenti».

Aiutati, ci tiene a sottolineare don Marco, dai tanti volontari laici, da suore e seminaristi, presenze indispensabili in tanti penitenziari italiani.

«Soprattutto in alcuni periodi particolari, come Natale o Pasqua, i volontari della Caritas e della Comunità di Sant’Egidio fanno un gran lavoro - evidenzia -, portano doni e dolci come colombe o panettoni».

Rebibbia e il servizio quotidiano

Insieme a Giovanni Panozzo siamo entrati nella Casa di reclusione di Rebibbia, a Roma, accompagnando il cappellano, don Antonio Pesciarelli. Con mons. Marco Fibbi, anch'egli cappellano della casa circondariale Raffaele Cinotti - Nuovo Complesso Rebibbia, scopriamo quale servizio svolgono in carcere.

Il cappellano del carcere è sempre «una presenza significativa, perché i detenuti lo cercano, lo incontrano, lo frequentano. Forse molto di più di quello che succede all’esterno, tra le persone libere».

Lo sa bene monsignor Marco Fibbi, cappellano della casa circondariale Raffaele Cinotti - Nuovo Complesso Rebibbia. Con lui, ogni giorno, si prendono cura di circa 1.400 detenuti anche padre Lucio Boldrin e don Stefano Occelli.

C’è poi la Casa di reclusione di Rebibbia, il cui cappellano è don Antonio Pesciarelli; ancora la Terza Casa Circondariale di Rebibbia, con padre Moreno Versolato e per finire il ramo femminile, dove le detenute possono contare su don Andrea Carosella.

Una rete di sacerdoti, religiose e volontari

La presenza della Chiesa in carcere si realizza attraverso una rete di sacerdoti, religiose, seminaristi e volontari. Il loro servizio comprende la liturgia, l’ascolto, il sostegno materiale, i rapporti con le famiglie e l’accompagnamento dei percorsi personali.

Aiutati, ci tiene a sottolineare don Marco, dai tanti volontari laici, da suore e seminaristi, presenze indispensabili in tanti penitenziari italiani. «Soprattutto in alcuni periodi particolari, come Natale o Pasqua, i volontari della Caritas e della Comunità di Sant’Egidio fanno un gran lavoro».

Il cappellano è chiamato a stare accanto a persone diverse per storia, reato, fede e condizione personale, senza ridurle all’atto commesso. La sua missione consiste nel rendere possibile una relazione capace di custodire la dignità e di aprire uno spazio per il futuro.

Don Antonio Seghezzi, sacerdote prigioniero

“Mettiamoci in ginocchio e non rifiutiamo mai nulla di ciò che Dio dentro di noi ci chiede” Il Venerabile Servo di Dio Antonio Seghezzi nacque il 25 agosto 1906 a Premolo (Bergamo, Italia).

Dopo la laurea in Scienze sociali, nel 1925, entrò nel Seminario di Bergamo. Fu ordinato presbitero il 23 settembre 1929.

Cominciò il suo ministero come coadiutore parrocchiale ad Almenno San Bartolomeo e, nel 1932, fu chiamato a insegnare Lettere nel ginnasio del Seminario vescovile.

Nel 1935, fu nominato cappellano militare in Etiopia. Rientrato in Diocesi due anni dopo, venne nominato Segretario della Giunta diocesana di Azione Cattolica.

La sua attività pastorale con i giovani e la fitta corrispondenza con quelli di Azione Cattolica impegnati sui fronti di guerra non furono gradite dalla polizia tedesca che lo arrestò il 4 novembre 1943.

Venne processato e condannato a 5 anni di carcere, poi ridotti a 3, da scontarsi in Germania. Dapprima rinchiuso nelle carceri di Sant’Agata a Bergamo, fu trasferito il 23 dicembre 1943 al Forte San Mattia di Verona da cui, il 31 dicembre, fu deportato a Monaco di Baviera, nel carcere di Stadelheim.

Il 15 febbraio 1944, giunse nel carcere di Kaisheim e, nel marzo dello stesso anno, venne ulteriormente trasferito a Löpsingen in una fabbrica di proiettili.

Dopo una prima emottisi, il 20 giugno successivo, fu ricoverato nell’infermeria del carcere di Kaisheim, dove rimase circa dieci mesi. Il 23 aprile 1945 fu mandato a Dachau.

Il 29 aprile 1945, il campo di concentramento di Dachau venne liberato dagli Alleati ma la salute del Venerabile Servo di Dio continuò a peggiorare a causa della mancanza di cure e delle insopportabili condizioni subite nel lager, in particolare per il lavoro massacrante, la fame e l’insufficienza igienica.

Morì di tubercolosi il 21 maggio 1945 a Dachau (Germania). Il Venerabile Servo di Dio visse le virtù cristiane in forma eroica.

La fede durante la prigionia

La fede, fondamento della vita sacerdotale, lo conduceva a vedere in tutto la volontà del Signore e quindi a vivere ogni circostanza con un profondo senso della presenza di Dio.

La fervorosa e impegnata attività apostolica era sostenuta da un grande amore per la Liturgia delle Ore, al riguardo della quale, già cinque mesi prima di essere ordinato sacerdote diceva: “Il breviario come è bello e caro, e con quale gioia di amore ai piedi del Tabernacolo a dirlo anche facendo sacrificio di metterci…e lasciare un poco la vita”.

Visse eroicamente la virtù della speranza soprattutto nell’esperienza di prigionia, in particolare attraverso il canto nella cella e l’incoraggiamento ai compagni di detenzione.

L’eroico esercizio della carità verso Dio e verso il prossimo caratterizzarono l’intero vissuto umano e spirituale del Servo di Dio.

La formazione e il ministero di Antonio Seghezzi

Antonio Seghezzi nacque il 25 agosto 1906 a Premolo, in diocesi di Bergamo. Compiuti gli studi superiori, entrò in seminario. Ottenne anche la laurea in Scienze sociali presso l’Istituto cattolico di Bergamo.

Il 23 settembre 1929 fu ordinato presbitero e, tre giorni dopo, nominato coadiutore del parroco di Almenno San Bartolomeo. Si dedicò strenuamente a perfezionare la propria vita interiore e, con eccellente sollecitudine e prudenza, si prendeva cura del cammino spirituale dei giovani.

In parrocchia rifondò il Circolo Giovanile di Azione Cattolica. Nel 1932 Adriano Bernareggi, Vescovo di Bergamo, lo chiamò ad insegnare lettere agli alunni del ginnasio presso il seminario.

Per circa due anni, nel periodo della guerra in Etiopia, svolse il compito di cappellano militare in Africa Orientale. Tornò in Italia nel 1937 e fu deputato Assistente ecclesiastico della Federazione Giovanile dell’Azione Cattolica e Segretario della Giunta diocesana.

Era straordinario nell’accogliere i giovani, proporre loro ritiri spirituali e guidarli nella sequela di Gesù. Tutti trovarono sempre in lui la carità di un aiuto sincero.

Portava avanti per lettera la direzione spirituale di tanti, che erano partiti militari. Negli anni di questo suo ministero rifulsero in modo particolare le sue virtù.

Educava i giovani alla fede e alla giustizia. Il suo modo di vivere manifestava la sua temperanza e sobrietà, e la purezza di cuore rendeva visibile il suo amore esclusivo per Dio.

Con molte iniziative, che esigeva fossero ben preparate, esprimeva il proprio desiderio che si diffondesse sempre più fra i giovani la gioia del Vangelo e la bellezza dell’associazionismo cattolico.

L’arresto e la deportazione

Fin dagli anni del fascismo anche il Servo di Dio, così come molti sacerdoti impegnati nelle associazioni cattoliche e per la promozione sociale, soffrì azioni persecutorie.

Durante il periodo della seconda guerra mondiale preferì assecondare l’invito del Vescovo, il quale, temendo più tragiche conseguenze della sua latitanza, cercava di convincerlo a consegnarsi.

Agli amici, che al contrario cercavano di convincerlo alla fuga, rispondeva che spesso aveva chiesto nella preghiera di conoscere la volontà di Dio attraverso la voce dei superiori.

Per lui il desiderio del Vescovo era un vero e proprio ordine e non avrebbe sopportato che qualcuno soffrisse per lui, così come voleva lasciare ai suoi giovani un esempio di fedeltà e integrità.

Accettò così di essere processato per l’ingiusta accusa di complicità con bande armate irregolari e fu condannato, il 22 novembre 1943, a 5 anni di reclusione.

Alla fine dell’anno venne deportato in Germania, prima nel carcere di Stadelheim, poi nel campo di lavoro di Keisheim. Fu costretto a selezionare le calzature dei soldati caduti al fronte, poi a lavorare in una fabbrica di proiettili.

A causa delle condizioni miserevoli della prigionia, si ammalò di tubercolosi. In quegli stessi mesi, insieme ad altri sacerdoti tenuti prigionieri, ricercava la preghiera assidua e la continua meditazione.

Raramente avevano la possibilità di accostarsi all’Eucaristia, ma si impartivano quasi quotidianamente l’assoluzione dei peccati.

Già in pessime condizioni di salute, fu trasferito a Dachau, dove spirò, con grande pietà, il 21 maggio 1945.

La memoria e la causa di beatificazione

Il suo corpo fu sepolto nel cimitero di Dachau e la sua tomba fu ritrovata soltanto alcuni anni più tardi. I suoi resti mortali vennero traslati in Italia, nel cimitero di Premolo, nel 1952 e finalmente, dall’anno 2006, riposano nella cripta della chiesa parrocchiale.

Le testimonianze sulle sue virtù eroiche e le circostanze tanto drammatiche della sua prigionia e morte fecero sì che molti lo ritenessero un santo.

Poiché questa fama di vita esemplare non è mai venuta meno col passare degli anni, si decise di aprire la Causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio.

La prima Inchiesta diocesana sul presunto martirio si ebbe presso la Curia ecclesiastica di Bergamo dal 4 maggio 1991 all’11 novembre del 1995, e di essa questa Congregazione delle Cause dei Santi decretò la validità giuridica il 16 novembre 1996.

Si celebrò quindi, presso la medesima Curia ecclesiastica, l’Inchiesta suppletiva dal 10 febbraio al 21 maggio 2006, il cui decreto sulla validità giuridica fu emanato da questa stessa Congregazione il 25 gennaio 2008.

Preparata la Positio, si è discusso, secondo consuetudine, se il Servo di Dio abbia esercitato in grado eroico le virtù cristiane. Il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi ebbe esito favorevole l’8 aprile 2014.

I Padri Cardinali e Vescovi, nella Sessione Ordinaria del 1 dicembre 2020, hanno riconosciuto che il Servo di Dio ha esercitato in modo eroico le virtù teologali, cardinali ed annesse.

Il sottoscritto Cardinale Prefetto ha quindi riferito tutte queste cose al Sommo Pontefice Francesco. Sua Santità, accogliendo e confermando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, ha oggi dichiarato: Sono provate le virtù teologali Fede, Speranza e Carità verso Dio e verso il prossimo, nonché le cardinali Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza ed annesse in grado eroico del Servo di Dio Antonio Seghezzi, Sacerdote diocesano, Assistente diocesano della Gioventù maschile di Azione Cattolica, nel caso e per il fine di cui si tratta.

Il Sommo Pontefice ha poi disposto che il presente decreto venga pubblicato e inserito negli atti della Congregazione delle Cause dei Santi. Dato a Roma il 21 dicembre nell’anno del Signore 2020.

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