La diocesi di Tre Taverne: origini, storia e memoria dell’antica sede episcopale

La diocesi di Tre Taverne nacque nell’antico insediamento di Tres Tabernae, sviluppatosi lungo la Via Appia nella pianura pontina, presso l’odierna Cisterna di Latina. La sua importanza derivò dalla posizione strategica della stazione di posta e dalla memoria del passaggio di San Paolo, che secondo gli Atti degli Apostoli incontrò qui la delegazione dei cristiani di Roma mentre era condotto prigioniero nella capitale.

Tre Taverne può vantare la cattedra episcopale fin dal 313, con il vescovo Felice. La diocesi sopravvisse fino alla metà del IX secolo, anche se per un periodo di circa due secoli e mezzo fu unita a Velletri in seguito alle distruzioni longobarde della fine del VI secolo. Dopo il progressivo impaludamento dell’area pontina, la sede scomparve definitivamente e fu unita a Velletri.

Il passaggio di San Paolo sulla Via Appia

San Paolo si era imbarcato a Cesarea per uno sfortunato viaggio in mare funestato da un naufragio sulle coste di Malta. Era detenuto in attesa di giudizio. Un centurione lo conduceva al tribunale dell’imperatore a Roma dove lo attendeva il processo per l’accusa di aver provocato gravi disordini a Gerusalemme.

Con una seconda nave erano poi ripartiti da Malta, avevano sostato a Siracusa e Reggio ed erano sbarcati nel porto di Pozzuoli. Dopo una settimana di sosta si erano rimessi in viaggio, questa volta via terra. Avevano percorso la Via Campana fino a Capua e lì avevano imboccato la Via Appia.

La comunità cristiana di Roma aveva saputo in anticipo dell’arrivo di Paolo e gli aveva mandato incontro una delegazione che lo accogliesse, gli desse il benvenuto e gli testimoniasse l’affetto che il grande apostolo meritava, anche se egli giungeva incatenato e scortato dai soldati. I christifideles romani si spinsero fino a cinquanta chilometri dalla città, alla stazione della Via Appia chiamata Tres Tabernae. Qualcuno arrivò anche più lontano, al Forum Appii.

San Paolo ne fu commosso e confortato e si persuase che il messaggio cristiano aveva ormai in Roma radici profonde. Il suo amico Luca racconta l’arrivo di Paolo in Italia nel libro degli Atti degli Apostoli:

Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma. I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio (Atti 28, 12-15).

San Paolo sulla Via Appia

Di somma importanza per la storia del cristianesimo a Roma è questo passo degli Atti degli apostoli. Vi si narra l’incontro, avvenuto probabilmente nella primavera dell’anno 61 d. C., tra alcuni christifideles romani e l’apostolo Paolo, condotto prigioniero nella capitale dell’Impero con l’accusa di aver provocato gravi disordini a Gerusalemme: la più antica testimonianza della presenza, nell’Urbe, di una comunità cristiana appena pochi decenni dopo la morte di Gesù.

Una comunità che doveva essere già numerosa, se appena tre anni dopo, nel 64, epoca della persecuzione seguita all’incendio neroniano, veniva descritta dallo storico Tacito come una multitudo ingens. Nel citato brano di Luca, cui si attribuisce la redazione degli Atti, Foro di Appio e Tre taverne erano un importante luogo di sosta per quanti, provenendo da Sud, risalivano la via Appia imboccata a Capua: la prima località era situata al XLIII miglio della regina viarum, la seconda al XXXIII, ossia circa cinquanta chilometri prima di Roma.

La Via Appia e la pianura pontina

Se volessimo ripercorrere i passi di San Paolo e rivedere i luoghi dei suoi due incontri con i cristiani di Roma, cosa troveremmo oggi, trascorsi due millenni di storia?

Sorprendentemente la Via Appia è ancora al suo posto, perfettamente sovrapposta al tracciato dell’antica regina viarum. Certo, oggi l’asfalto sostituisce i basoli romani e due file di pini marittimi segnano a perdita d’occhio i margini della strada. Ma la “fettuccia” tra Cisterna e Terracina segue ancora il percorso perfettamente lineare che era stato progettato da Appio Claudio trecento anni prima della nascita di Cristo.

Non solo. Il canale che raccoglie le acque della bonifica e costeggia fedelmente l’Appia odierna è ancora il canale Decennovium che i Romani avevano scavato per evitare l’impaludamento della strada e che correva parallelo all’Appia per una lunghezza di diciannove miglia, da Forum Appii a Terracina.

Intorno all’Appia, invece, è successo di tutto. Dopo il tramonto di Roma le acque si erano impadronite della pianura e si erano impaludate. La malaria rendeva la vita impossibile per molti periodi dell’anno. Successive bonifiche avevano restituito la terra a un’agricoltura redditizia.

I borghi di fondazione sorti dopo la bonifica di Mussolini si erano popolati di coloni veneti. Un brandello del paesaggio delle paludi pontine è oggi protetto dal parco nazionale del Circeo. La ferrovia e nuove strade solcano la piana pontina.

Le origini di Tres Tabernae

Nel 312 a.C. il console Appio Claudio Cieco avvia la costruzione della Via Appia che passa dall’agro pontino. Con la via Appia nacquero i centri di Ad Sponsas e di Tres Tabernae, così chiamata forse a causa della presenza di tre taverne, oggi riprese nello stemma cittadino.

Tres Tabernae è citata negli Atti degli Apostoli, ove si descrive il viaggio di San Paolo prigioniero verso Roma e si ricorda che i primi cristiani romani, si portarono verso di lui incontrandolo proprio a Tres Tabernae ed al Foro Appio, odierno Borgo Faiti.

Intorno al III secolo d.C. Tres Tabernae crebbe progressivamente di importanza e diventò sede vescovile. Vi fu edificata una cattedrale paleocristiana, dedicata a San Paolo, in ricordo del passaggio dell’apostolo, di cui non è rimasta traccia.

Nel 307 vi fu assassinato l’imperatore Flavio Severo. Ai tempi dell’invasione longobarda si conclamò l’espansione delle paludi pontine.

La mansio romana di Tre Taverne

Il nome Tres tabernae, contrassegnato dalla vignetta di un edificio termale - e ciò dice la rilevanza del sito - compare come mansio nella famosa Tabula Peutingeriana, copia medievale di un itinerario stradale dell’Impero romano disegnato verso la metà del IV secolo d.C.

Con questo termine mansio, da manere, cioè fermarsi e rimanere, venivano definite, in età imperiale, le stazioni di sosta distribuite lungo le vie consolari per il riposo di dignitari, ufficiali o di chi viaggiasse per ragioni di Stato, lo stesso imperatore poteva alloggiarvi nei suoi spostamenti.

Erano strutture di ospitalità, di solito fornite di ogni comfort, compresi i bagni termali, il presidio medico e il mercato. E tale doveva essere Tre taverne, dove il termine taberna, più che “taverna” come la pensiamo oggi, va inteso nel senso di “ostello”.

Queste anticipazioni delle moderne stazioni di servizio sulle nostre autostrade distavano in media 40 chilometri l’una dall’altra, intervallate ogni 17 chilometri da punti di sosta minori per il cambio dei cavalli. Durante l’Impero esse costituirono un importante strumento di colonizzazione e controllo delle nuove province.

Un confortevole luogo di sosta, i bagni, un ristoro, la stazione di cambio dei cavalli, il posteggio e un albergo per la notte costituivano ciò di cui avevano ragionevolmente bisogno le persone affaticate e stanche per il viaggio. Mutatis mutandis, la mansio romana somigliava molto alle stazioni di servizio che oggi troviamo sulle nostre autostrade.

Col tempo, infatti, attorno ad una mansio poteva svilupparsi un vero e proprio centro residenziale. E proprio questo accadde a Tre taverne, importante incrocio della via Appia con l’asse trasversale tra i Monti Lepini e la costa.

Gli scavi archeologici di Tre Taverne

L’antica stazione di sosta di Tres Tabernae sulla via Appia sta progressivamente riemergendo dall’oblio che l’aveva avvolta, grazie a uno scavo archeologico in corso. Si trova, com’è logico, sul bordo dell’attuale strada statale, che qui semplicemente si sovrappone al vecchio basolato della regina viarum.

Lo scavo, segnalato da un pannello, è localizzato all’altezza del km 58,1 dell’Appia, alla periferia sud di Cisterna di Latina, di fronte a una casa cantoniera. Se il cancello è chiuso, l’area resta comunque visibile percorrendone il recinto esterno.

Scavi recenti hanno identificato il sito di Tre Taverne al chilometro 51,1 della piana, in un’area di circa due ettari a sud di Cisterna di Latina. Qui, lungo il margine destro della moderna statale Appia, perfettamente sovrapposta al tracciato romano tra due filari di bellissimi pini marittimi, è stata rinvenuta parte di un più vasto insediamento che si estendeva su entrambi i lati della via pubblica.

Resti di epoche diverse e scarsamente conservati in elevato hanno restituito tuttavia numerosi mosaici con motivi geometrici e vegetali, insieme a frammenti di affreschi. Chiaramente riconoscibili sono alcuni edifici di carattere commerciale, un piccolo impianto termale dai tipici pavimenti rialzati su pilastrini per la circolazione dell’aria calda, un pozzo e una cisterna per l’acqua; non mancano spazi aperti che dovevano essere sistemati a orto.

È stato rimesso in luce anche un viottolo pavimentato con basoli di calcare che si diparte dall’Appia, dotato di una piazzola per consentire le manovre dei carri. L’area comprendeva una derivazione della strada, in basoli di calcare, fornita di marciapiede e di slargo utile per la manovra dei carri, un piccolo impianto termale, un pozzo e una cisterna per l’acqua e i locali di servizio.

Scavi archeologici Tre Taverne

Il quartiere residenziale e gli edifici di prestigio

L’originalità della scoperta è però il quartiere residenziale che si affiancò nel tempo alla statio. Lungo un corridoio si aprono alcuni ambienti residenziali dotati di raffinati pavimenti a mosaico, con motivi geometrici e vegetali.

Nelle vicinanze spicca un grande edificio di prestigio della tarda età antonina, circa 180 dopo Cristo, con una sontuosa sala per i banchetti. I ruderi di un grande edificio di lusso che si sviluppava attorno ad un giardino fanno invece pensare ad una funzione alberghiera per viaggiatori importanti.

Uno degli ambienti, forse una sala di rappresentanza, ha restituito un mosaico policromo particolarmente raffinato: una scena agreste che vede raffigurati in primo piano due servi mentre caricano sul dorso di un mulo la preda di un cervo, mentre in alto due personaggi mollemente sdraiati sono intenti a conversare dopo la battuta di caccia.

Possiamo immaginare che San Paolo vi abbia trovato la gioia dell’amicizia dei suoi fratelli nella fede giunti da Roma ad accoglierlo, ma anche il conforto di una comoda sosta.

La fondazione della diocesi

Se a ciò si aggiunge il prestigio derivante dal passaggio dell’apostolo Paolo, si comprende meglio come già all’indomani della pace religiosa sancita da Costantino nel 313 il piccolo borgo diventasse sede vescovile: ciò che suppone la presenza di un complesso ecclesiastico le cui tracce saranno forse rivelate da futuri scavi.

Del primo vescovo ci è stato tramandato anche il nome: Felice. Tres Tabernae e Terracina possono vantare la cattedra fin dal 313, la prima con Felice, la seconda con Savino.

Molte comunità della nostra Chiesa affondano le radici della loro storia almeno nella Roma repubblicana, se non in epoche ancora più antiche, ed oltre a Terracina anche Priverno, Sezze, Norma e Cori sono civitates di diritto romano. Tres Tabernae, già dal nome denunzia la sua origine come stazione di posta, successivamente elevata a rango di civitas.

Questo significa che se in queste città, nel periodo apostolico o in seguito, è sorta una comunità cristiana, automaticamente erano considerate sedi vescovili perché il responsabile della comunità era un episcopus.

I primi vescovi di Tre Taverne

Per il periodo più antico, dagli apostoli a Costantino, solo tradizioni, orali o scritte, presentano nomi di vescovi unicamente per la Chiesa di Terracina; ma gli studiosi che hanno sottoposto queste testimonianze al vaglio di una critica serena, sono arrivati a conclusioni negative riguardo il loro valore come fonti e testimonianze storiche di una qualche validità.

La presenza certa e documentabile dei vescovi nelle nostre Chiese l’abbiamo testimoniata dal tempo di Costantino per le sole Terracina e Tres Tabernae, ma la ricerca fa riemergere pian piano anche le altre comunità ad una dignità prima sconosciuta.

Tres Tabernae possono vantare la cattedra fin dal 313, con Felice. Gli anni successivi evidenziano una diversa storia. Mentre Tres Tabernae nel sec. V offre una presenza che possiamo definire “continua” nel servizio episcopale con Lucifero nel 465 e Decio negli anni 457-499, a Terracina per incontrare un successore di Sabino dobbiamo attendere il decennio conclusivo dello stesso secolo.

PeriodoVescovo o situazione
313Felice, primo vescovo tramandato
465Lucifero
457-499Decio
590-604Unione della Chiesa di Tres Tabernae con Velletri sotto Gregorio I Magno
762Parvus
769Pinis
826Leonino
853Anastasio
868Giovanni
Dopo la seconda metà del sec. IXScomparsa della Chiesa di Tres Tabernae e unione definitiva a Velletri

La crisi e l’unione con Velletri

Il cammino delle due Chiese presenta delle particolarità nei due secoli successivi; così, mentre Terracina continua ad avere una presenza episcopale, anche se in modo molto discontinuo, Tres Tabernae deve registrarne la provvisoria conclusione, tanto che Gregorio I Magno, 590-604, nel prendere atto delle mutate situazioni storiche unisce questa Chiesa a quella di Velletri.

Nello stesso periodo, cioè il pontificato di Gregorio Magno, la sede di Terracina ci presenta i vescovi Pietro e Agnello I, con cui il papa mantiene rapporti epistolari; Agnello viene trasferito a Terracina da Fondi e poi nominato cardinale.

A causa dell’impaludamento dell’area pontina attraversata dall’Appia, che determinò il progressivo abbandono dell’abitato, facendo preferire a chi viaggiava un percorso alternativo, la diocesi non sopravvisse oltre la metà del IX secolo, con un intervallo di due secoli e mezzo in cui fu trasferita a Velletri in seguito alle distruzioni longobarde della fine del VI.

La diocesi nell’Alto Medioevo

Questo periodo storico ci offre la visione di una particolare vitalità di due Chiese, Tres Tabernae e Priverno, che hanno una successione vescovile più omogenea di quella che troviamo nella Chiesa di Terracina che, dopo un’“apparizione” nel 650 del vescovo Agnello II, ripresenterà la successione episcopale solo nella seconda metà del sec. IX.

Per Tres Tabernae e Priverno testimonianze scritte assicurano la presenza vescovile nella seconda metà del sec. VIII. Tali testimonianze sono collegate alla lotta iconoclasta, che insieme alla conquista dei patrimoni della Chiesa di Roma in Sicilia da parte di Leone III Isaurico, porta come ulteriore aggravio contro il papa l’occupazione dei territori di confine tra il ducato di Roma e quello di Gaeta.

Occupata cioè la città di Terracina, i confini dei due ducati arretrano sulla linea San Felice-Priverno. Insieme a questi fattori economico-politici, entra in gioco anche quello ecclesiale: così, per controbilanciare la perdita di tante Chiese meridionali passate dall’obbedienza romana a quella bizantina, i papi o riscoprono le sedi vescovili una volta fiorenti ed ora parte di altre Chiese, come Tres Tabernae che nel 762 presenta di nuovo un vescovo, Parvus, o ne creano di nuove forse sull’eco di testimonianze più antiche, come può essere successo per la città di Priverno.

Queste due Chiese presentano un cammino parallelo per circa un secolo: dagli anni sessanta del sec. VIII Bonifacio, 769, a Priverno e Parvus a Tres Tabernae, sino agli anni sessanta del secolo successivo con Martino nell’861 a Priverno e Giovanni nell’868 a Tres Tabernae.

Tra questi estremi nella prima Chiesa troviamo i vescovi Eleuterio nell’862 e Majo dall’853 all’855, mentre per Tres Tabernae troviamo Pinis nel 769, Leonino nell’826 ed Anastasio nell’853.

La scomparsa della sede episcopale

Dopo la seconda metà del sec. IX registriamo da una parte la scomparsa della Chiesa di Tres Tabernae unita definitivamente a Velletri; la temporanea perdita della sede vescovile a Priverno che presenta, per circa centotrenta anni, il fenomeno dell’incastellamento sotto la spinta delle scorrerie saracene, mentre si nota una certa continuità a Terracina.

La seconda metà del sec. X vede rifiorire una presenza vescovile sistematica nella Chiesa di Terracina, con Benedetto nel 969; poi, concomitante alla conclusione del fenomeno dell’incastellamento ed alla presenza del vescovo Giovanni nella sede di Terracina dal 957 al 994, anche la città di Priverno rinasce come sede vescovile presentando Benedetto a capo della sua Chiesa nel 993.

La scomparsa di Tre Taverne fu quindi il risultato di un processo lungo, legato alla trasformazione dell’ambiente, all’abbandono della pianura pontina, alle incursioni e alla riorganizzazione delle sedi ecclesiastiche. Il declino dell’insediamento civile rese progressivamente impossibile mantenere una struttura episcopale autonoma.

Foro Appio e Borgo Faiti

Su Forum Appii il tempo ha steso un velo di terra e di oblio. Ma l’antico villaggio dà talvolta qualche segnale della sua vita remota e si diverte a rilasciare indizi della sua storia. Dal sottosuolo fanno capolino frammenti di ceramica, ex-voto, tegole, coppi, mattoni, cocci d’anfora.

E così il gradiometro e le prospezioni geofisiche degli archeologi hanno recentemente individuato nel sottosuolo la presenza di magazzini, di un porto fluviale, di una stazione di sosta, di un santuario, di un panificio, di laboratori per la produzione artigianale di ceramiche e metalli.

Grazie a queste informazioni si può ragionevolmente affermare che l’insediamento sia stato fondato alla fine del quarto o all’inizio del terzo secolo avanti Cristo, contemporaneamente alla costruzione della Via Appia; è stato abitato fino alla fine del quinto o l’inizio del sesto secolo dopo Cristo e poi abbandonato a causa dell’impaludamento medievale.

Forum Appii era così una delle varie stazioni di sosta, stationes, lungo il percorso dell’Appia, come Tres Tabernae, nei pressi di Cisterna di Latina, Tripontium, odierno Tor Tre Ponti, e Ad Medias, attuale Mesa di Pontinia.

Orazio vi aveva fatto tappa nel suo viaggio in compagnia del poeta greco Eliodoro e aveva notato, nella sua Satira quinta, come Forum Appii fosse brulicante di barcaioli e di osti malandrini, inde Forum Appi differtum nautis cauponibus atque malignis.

Quanto al Foro di Appio, precedente tappa di Paolo, le prospezioni geofisiche degli archeologi hanno individuato nel sottosuolo una analoga mansio con la presenza di magazzini, di un porto fluviale, di un santuario, di panifici e laboratori per la produzione di ceramiche e metalli.

Fondata probabilmente a fine IV-inizio III secolo a. C., contemporaneamente alla costruzione della via Appia, questa stazione di posta descritta da Orazio come brulicante di barcaioli e di osti malandrini rimase abitata fino agli inizi del VI secolo d.C. per venire anch’essa abbandonata nell’Alto Medioevo a causa della malaria che rendeva la vita impossibile.

Foro Appio e Borgo Faiti

In attesa che gli archeologi riscoprano quel che resta del Forum Appii, la memoria della sosta di San Paolo è oggi affidata al Borgo Fàiti, sorto a ridosso dei resti del villaggio romano.

Il piccolo borgo rurale fu costruito dall’Opera Nazionale Combattenti durante l’appoderamento delle paludi pontine bonificate e fu inaugurato nel 1933. Vi s’insediarono coloni di provenienza veneta, friulana e ferrarese, ai quali vennero assegnati i poderi bonificati.

Siamo al km 72 dell’Appia, alla confluenza del fiume Cavata e all’incrocio con la statale dei Monti Lepini. Al borgo si accede grazie a due ponti sul Canale Linea Pio.

Le abitazioni si distribuiscono intorno alla piazza, alla chiesa e alla scuola. Da apprezzare sono il monumento alle vittime del terrorismo, alcuni casali rurali d’interesse storico e una settecentesca stazione di posta, oggi hotel.

La memoria di San Paolo a Borgo Faiti

Una lapide sulla facciata della chiesa, collocata nel 1961, ricorda il passaggio dell’apostolo a diciannove secoli esatti dal suo incontro con la comunità cristiana di Roma.

La lapide sulla facciata della chiesa ricorda il passaggio dell’apostolo delle genti e il suo incontro con la delegazione romana. In attesa di scavi che riportino in luce l’antica mansio, ogni anno gli abitanti del posto, discendenti degli assegnatari veneti, friulani e ferraresi dei poderi bonificati, organizzano una rievocazione storico-religiosa dell’evento con costumi e scenografie d’epoca.

La gente del borgo organizza annualmente una rievocazione storico-religiosa dell’incontro tra San Paolo e i fedeli romani con ambientazioni, scenografie, costumi e sapori dei tempi antichi.

Di nuovo un san Paolo in catene percorre con la sua scorta militare le vie del piccolo borgo e, incontrati i fratelli di fede, ne trae coraggio per affrontare ciò che lo attende a Roma.

Il viaggio paolino e le possibili vie terrestri

Questa citazione viene normalmente utilizzata dagli studiosi per indicare gli inizi della Chiesa in terra lepino-pontina, perché in essa vengono nominate due località, Foro Appio, Borgo Faiti-Tre Ponti, e Tres Tabernae, Cisterna, che fanno parte del territorio della diocesi.

Occorre però notare che Foro Appio e Tre Taverne sono presentati come mete raggiunte dai cristiani di Roma che si fanno incontro all’apostolo Paolo e non come sedi di comunità cristiane che accolgono il prigioniero. Le conversioni alla nuova religione e la nascita di comunità ci saranno più tardi, ma è certo che il brano citato non testimonia cristiani del luogo.

Comunque il libro degli Atti degli apostoli ci può aiutare a riscoprire e comprendere possibili e interessanti momenti vissuti da alcune delle nostre città di origine romana.

Finora si è tenuto in poco conto soprattutto il contesto di At 28; vogliamo allora cercare di evidenziare quelle notazioni che situano il viaggio paolino, da Pozzuoli a Foro Appio, nella stagione meteorologica nella quale è stato effettuato.

Abbiamo dato per scontato che Paolo abbia utilizzato la via Appia per l’attraversamento della palude Pontina da Feronia, Ponte Maggiore-Terracina, all’incontro con i cristiani di Roma; schematizzando, il suo tragitto sarebbe stato: Terracina, Feronia, via Appia, Foro Appio, Tres Tabernae, Roma.

Riteniamo invece che non sia stato questo il viaggio fatto dall’apostolo. Per individuare quello più verosimile bisogna tener presente anche il cap. 27 degli Atti, in cui vengono narrate la partenza per Roma di Paolo e di «alcuni altri prigionieri», At 27, 1, la tempesta e il naufragio a Malta.

L’autore specifica che la navigazione era pericolosa, poiché «era già passata la festa dell’Espiazione», At 27, 9, una festa ebraica che veniva celebrata nell’equinozio di autunno; Luca presenta tale festa come data ultima per concludere i viaggi per mare in modo sicuro prima dell’inverno.

Difatti, nonostante le esortazioni di Paolo, dopo quattordici giorni trascorsi in balia del mare, la loro nave fece naufragio a Malta. Rimangono sull’isola per tutto l’inverno: infine «dopo tre mesi» salparono su «una nave di Alessandria che aveva svernato nell’isola», At 25, 11.

Questa nota indica che il viaggio fu ripreso al più presto ai primi di marzo, arrivando la comitiva a Siracusa forse nella prima decade dello stesso mese. Qui fanno una sosta di tre giorni e ne impiegano altri due di navigazione per arrivare a Pozzuoli, dove si fermano una settimana su invito dei cristiani di quella comunità.

Infine ripartono per Roma e, presumibilmente, sono a Terracina, città che peraltro non viene citata nella narrazione degli Atti, verso la decade conclusiva del mese di marzo con l’ultima tappa certa, fatta alla stazione di posta di Feronia, prima di percorrere la parte che più interessa questa ricerca, cioè il tragitto fino a Foro Appio.

Quindi Paolo si trova al margine inferiore della palude a primavera già iniziata, e si sa che questo è il periodo delle piogge, allora molto più abbondanti per il clima umido dovuto alla palude; piovosità più accentuata significa che una quantità considerevole di acqua si riversava dai Lepini e dagli Ausoni nella palude e rendeva la via Appia inagibile per l’innalzamento del livello normale della stessa.

In una situazione del genere c’erano solo due possibilità per arrivare a Foro Appio: o prendere la barca e compiere il percorso fatto e descritto dal poeta Orazio, ma questa volta controcorrente e con tutti i rischi del caso; oppure, sempre partendo da Feronia, prendere la via Pedemontana che, costeggiando i monti Ausoni, portava alla Privernum romana, da qui saliva a Sezze e infine arrivava a Tor Tre Ponti e a Foro Appio.

Questa alternativa esisteva già ai tempi del poeta Lucilio che ne ha lasciato una testimonianza scritta. Perciò se teniamo presenti le circostanze del viaggio evidenziate pensiamo sia naturale e logico ipotizzare per la comitiva dell’apostolo un viaggio via terra che comportava meno rischi e, attraversando delle città, poteva offrire anche dei momenti di ristoro.

Questo significa che, oltre Terracina, Foro Appio, Tre Ponti e Tres Tabernae, la presenza dell’apostolo Paolo deve aver arricchito anche Priverno e Sezze, città che peraltro hanno avuto una parte fondamentale nella storia della Chiesa della nostra terra.

Il rapporto con Priverno, Terracina e Sezze

Questo periodo storico ci offre la visione di una particolare vitalità di due Chiese, Tres Tabernae e Priverno, che hanno una successione vescovile più omogenea di quella che troviamo nella Chiesa di Terracina.

Priverno continua ad essere sede vescovile per circa cinquant’anni: Pietro succede a Benedetto dal 1005 al 1029. Con il successore di Pietro, il vescovo Giovanni testimoniato nel 1036, dobbiamo affrontare il discorso dell’unione di questa Chiesa con quella di Terracina.

La presenza di Tre Taverne si inserisce quindi in una rete di antiche sedi episcopali della regione, legate alle città romane e alle principali vie di comunicazione. Terracina, Priverno, Sezze e Tre Taverne rappresentavano realtà diverse, ma appartenenti allo stesso quadro storico e territoriale.

Mentre Priverno si avvia alla conclusione del suo cammino di Chiesa episcopale, non è per caso che ci è attestata questa realtà nella vicina città di Sezze, dove ritroviamo la famiglia dei conti di Ceccano che vi hanno mire ben precise e nella quale svolgeranno una costante presenza ed una influenza politica notevole.

Il 3 novembre del 1037, in un atto di donazione del vescovo di Perugia Andrea in favore del locale monastero di S. Pietro, tra gli altri vescovi si sottoscrive Stefano di Sezze, insieme a Giovanni di Priverno e a Giovanni di Terracina.

A Stefano succede il vescovo Pollidio, che nel 1046 concede al monaco benedettino Lidano d’Antena il permesso di edificare un monastero nella campagna di Sezze, «in locum qui vulgariter dicitur ad tres arcus iuxta montem Antongiani, sub vocabulo beate Cecilie virginis».

Pollidio è dunque vescovo di Sezze negli anni in cui si concretizza l’unione tra Priverno e Terracina. Successore di Pollidio nella sede setina è il vescovo Drusino, che il 2 luglio 1118 si reca «cum clero et populo» nel monastero di S. Cecilia e, prelevato il corpo di Lidano, lo fa collocare «sub altare maiori ecclesie sancte Marie de civitate setina».

Nel 1122 il vescovo setino Alessandro è presente tra quelli che dedicano una cripta nella chiesa cattedrale di Perugia.

Il significato storico della diocesi di Tre Taverne

La storia di Tre Taverne unisce tre dimensioni: la funzione infrastrutturale della Via Appia, la memoria cristiana del passaggio di San Paolo e lo sviluppo di una sede episcopale nell’età tardoantica.

Il sito nacque come stazione di posta e si trasformò gradualmente in un insediamento articolato, dotato di servizi per i viaggiatori, edifici commerciali, impianti termali, spazi residenziali e strutture di prestigio. La crescita dell’abitato favorì la sua elevazione a civitas e, dopo la pace religiosa del 313, la sua organizzazione ecclesiastica.

La diocesi non fu però in grado di resistere alle profonde trasformazioni del territorio e della società. L’espansione delle paludi, la malaria, l’abbandono della Via Appia come itinerario sicuro, le incursioni e le distruzioni longobarde modificarono l’equilibrio della pianura pontina e portarono alla scomparsa dell’antico centro.

La memoria della sede episcopale sopravvive oggi nelle fonti storiche, nei resti archeologici della mansio, nel tracciato della Via Appia e nella tradizione legata all’incontro tra San Paolo e i cristiani provenienti da Roma.

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