Il Crocifisso Nazareno rappresenta Gesù di Nazaret sulla croce e unisce in un’unica immagine la sua passione, morte e risurrezione. Il termine “Nazareno” identifica Gesù in rapporto alla città di Nazaret, dove trascorse l’infanzia e la giovinezza, ma richiama anche il significato messianico del “germoglio” annunciato dai profeti.
Il crocifisso non è quindi soltanto la raffigurazione di uno strumento di esecuzione romana: per i cristiani è il segno della redenzione, dell’amore gratuito di Dio, del perdono e della vittoria della vita sulla morte. La croce mostra contemporaneamente l’apparente sconfitta del Crocifisso e la vittoria del Risorto.
Che cosa significa “Nazareno”
“Nazareno” è l’appellativo riferito a Gesù, che trascorse a Nazaret, in Galilea, l’infanzia e la giovinezza. Era naturale e non particolarmente insolito parlare di Gesù come del Nazareno, dato che dall’infanzia (non aveva neanche tre anni) era cresciuto, come figlio del falegname, nella città di Nazaret, che in linea d’aria si trova circa 100 km a N di Gerusalemme.
In quei giorni era comune associare le persone con il luogo da cui provenivano. Gesù era chiamato il Nazareno nei luoghi più diversi e da ogni tipo di persone. Gesù stesso accettò e usò questo nome.
Il nome deriva attraverso il latino Nazarènus e il greco Nazarenós, a loro volta collegati al toponimo Nazareth, città della Galilea, di etimo incerto. Forse è derivato dal verbo nasar, col significato di custodire, controllare, o dal verbo nazar, cioè consacrare.
Nazareno non va confuso con nazireo poiché, anche se in italiano i due nomi sono simili, derivano da termini ebraici differenti e con significato completamente diverso.
Il riferimento al “germoglio” messianico
[prob. dall’ebraico nètser, “germoglio”]. Epiteto descrittivo riferito a Gesù e in seguito ai suoi seguaci. Matteo mise in risalto che il nome “Nazareno” era stato profeticamente predetto come un altro segno che avrebbe identificato Gesù Cristo quale Messia promesso.
Nazaret non è menzionata nelle Scritture Ebraiche. Perciò alcuni suppongono che Matteo si riferisse a qualche libro profetico andato perduto o a una tradizione orale, ma l’espressione “dichiarato dai profeti” viene usata dagli scrittori delle Scritture Greche Cristiane solo in riferimento alla stessa collezione canonica delle Scritture Ebraiche che è pervenuta fino a noi.
La chiave sta evidentemente nel collegare Nazareno con nètser che, come si è detto, significa germoglio. Ciò premesso, è evidente che Matteo si riferiva a quello che Isaia (11:1) aveva detto del Messia: “Un ramoscello deve spuntare dal ceppo di Iesse; e dalle sue radici un germoglio [nètser] sarà fecondo”.
Un altro termine ebraico, tsèmach, pure significa germoglio, ed è usato da altri profeti a proposito del Messia. Matteo parla al plurale di “profeti” che avevano menzionato il venturo “Germoglio”. Per esempio, Geremia scrisse del “germoglio giusto” o progenie di Davide. Zaccaria descrisse un re-sacerdote “il cui nome è Germoglio”, profezia che si può riferire unicamente a Gesù il Nazareno, il grande edificatore del tempio spirituale.
Il significato del crocifisso cristiano
La croce cristiana è il simbolo cristiano più diffuso, riconosciuto in tutto il mondo. È una rappresentazione stilizzata dello strumento usato dai romani per l’esecuzione capitale tramite crocifissione, il supplizio che secondo i vangeli e la tradizione cristiana è stato inflitto a Gesù Cristo; è il simbolo di redenzione degli uomini.
Per i cristiani la croce costituisce un ricordo della passione, morte e risurrezione di Gesù, fasi inseparabili di una sola vicenda. Perciò la croce è principalmente un simbolo di speranza e di “negazione delle immagini sbagliate di Dio”.
La croce è per molti «scandalo» e «follia», ma proprio la ragione del suo scandalo - l’amore gratuito, misericordioso e onnipotente di Dio per gli uomini - è per i credenti la ragione della sua potenza e della sua verità.
La croce ha due facce, l’apparente sconfitta e la vittoria, il Crocifisso e il Risorto. Mostra tutta la malvagità e la miseria dell’uomo che non esita a condannare il Figlio di Dio innocente; ma anche tutta la profondità e l’efficacia del perdono di Dio.
L’ultima parola non è il peccato, ma l’amore! Qui, e non altrove, va cercata la vera ragione della speranza cristiana, la lieta notizia che dà senso e spessore alla vita e alla storia, nonostante i fallimenti.
Ma è una lieta notizia che esige conversione. Le folle - dice l’evangelista Luca narrando la passione - accorrono, guardano e ritornano «battendosi il petto» (23,48). Lo «spettacolo» della croce capovolge la vita.
Fa contemplare la profondità inaudita dell’amore di Dio, e fa comprendere che la nostra vita deve assomigliare alla vita di quel Crocifisso che si dona senza riserve, che, rifiutato, ama e perdona, e non rompe la solidarietà con chi lo rifiuta.

La croce nella storia e nella simbologia
Già nell’antichità precristiana, la croce, contraddistinta dal numero quattro, è simbolo dell’unione dei contrari (sopra-sotto, destra-sinistra). Era un simbolo molto diffuso per indicare la vita e quindi la divinità nelle varie forme che si svilupparono poi anche nella cristianità.
Come segno cosmico - relativo al sole e al suo corso o ai quattro punti cardinali - si incontra nella forma della croce a ruota o della croce uncinata: cosi presso i sumeri, nell’India antica e nella zona danubiana del neolitico. Come segno di salvezza o di protezione esso si presenta su numerosi sigilli e amuleti antichi.
Su una stele vediamo il re assiro Shamshi-Adad (824-810) portare una croce appesa al collo con una funicella, nella forma della crux quadrata. La parola “croce” deriva probabilmente dal sanscrito krugga che significa “bastone”; i Greci la chiamarono stauròs, “palo”; gli Ebrei ’es, “albero”.
Tutti questi nomi indicano l’origine primitiva della croce come supplizio: un albero o un palo al quale i condannati venivano confitti con chiodi, o legati con funi, oppure impalati.
La croce nell’Antico Testamento
Nell’Antico Testamento la croce era quasi sconosciuta; però i cadaveri dei giustiziati venivano appesi, ad accrescimento della loro ignominia. Dopo la lapidazione di un malfattore condannato a morte, lo si appendeva ad un albero.
Il serpente fissato a un’asta per ordine del Signore divenne in epoca neotestamentaria il “tipo”, cioè la prefigurazione di Gesù crocifisso: “Chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita” (Nm 21,8; cf Gv 3,14-15; 19,37).
Dalla pena infamante al simbolo cristiano
Prima dell’età costantiniana, la croce era nell’ambiente ellenistico-romano solo un servile supplicium e come tale la si ha nel Nuovo Testamento. Quanto alle testimonianze cristiane, se si eccettuano alcuni elementi in Ignazio di Antiochia, essa è assente nei Padri Apostolici e ha un posto secondario negli Apologisti.
La letteratura patristica e le testimonianze archeologiche hanno un loro punto di riferimento sulla croce nella festa della inventio crucis nata dalla dedicazione delle basiliche costantiniane del Santo Sepolcro e del Calvario (325).
Da allora si sviluppò il culto della croce dando luogo a tutta una serie omiletica ed iconografica ben individuabile. L’inventio Crucis (325) diede poi sviluppo alla croce come signum victoriae, alla crux invicta, tanto presente nell’iconografia antica, rapportata non più al crocifisso ma alla venuta gloriosa del Signore, nella forma della croce gemmata.
La crocifissione come pena giudiziaria fu soppressa dal primo Imperatore cristiano, Costantino (306-337). Fu così possibile passare ad una raffigurazione della croce nell’arte dal momento che non suscitava più associazioni negative.
Che cos’era la crocifissione romana
La pena della crocifissione, di origine orientale - in particolare persiana - venne adottata da cartaginesi e romani. Nella letteratura romana è descritta come punizione crudele e temuta; non era inflitta ai cittadini romani, ma riservata agli schiavi e ai non romani che avessero commesso atroci delitti, come assassini, gravi furti, tradimenti e ribellioni.
La crocifissione era considerata una condanna particolarmente esecrabile, perché il corpo restava esposto per giorni lungo la strada, in balia del sole, del maltempo e degli animali. In seguito, in epoca imperiale, si decise di estendere questo tipo di condanna anche agli uomini liberi.
Il procedimento romano della crocifissione doveva essere pressappoco così: avvenuta la condanna legale, il condannato stesso portava la trave trasversale, il patibulum, sul luogo fissato, per lo più fuori le mura cittadine.
Giunti sul luogo dell’esecuzione il condannato veniva spogliato e flagellato. Il condannato veniva legato a braccia tese alla trave che poggiava sulle sue spalle e quindi innalzato sul palo verticale già preparato.
La morte subentrava lentamente e tra sofferenze indicibili a causa dei crampi tetanici e per soffocamento, poiché il sangue del crocifisso non poteva circolare nelle membra violentemente tese; per lo stesso motivo i polmoni e il cuore si sentivano soffocare pur mantenendo il condannato la piena conoscenza.
Talvolta la morte veniva accelerata per mezzo della rottura delle gambe o con un colpo di lancia al cuore. Quando i familiari lo richiedevano, veniva concesso il cadavere.
La croce portata da Gesù fino al luogo dell’esecuzione non doveva essere, secondo la procedura comune, l’intera croce ma soltanto il palo trasversale. Di regola, il palo verticale veniva lasciato sul luogo dell’esecuzione, mentre quello trasversale veniva attaccato di volta in volta.
Le braccia del condannato venivano prima attaccate al palo trasversale mentre egli era disteso al suolo; poi il condannato veniva innalzato, insieme con il palo trasversale, su quello verticale, al quale venivano legati i suoi piedi.
Lo si attaccava con corde o con chiodi, che eventualmente erano quattro. Il criminale veniva sempre legato con corde intorno alle braccia, alle gambe, alla vita: i soli chiodi non avrebbero potuto reggere tutto il peso del corpo e le corde impedivano al condannato di scivolare giù.
La maggior parte del peso del corpo era sorretta da una specie di sostegno, il sedile, sporgente sul palo verticale e sul quale si poneva la vittima a cavalcioni. Il sostegno per i piedi, il suppedaneum, spesso rappresentato nell’arte cristiana, è invece sconosciuto all’antichità.
La vittima non era innalzata dal terreno più di mezzo metro: i presenti potevano facilmente raggiungere la bocca mettendo una spugna in cima a una canna. I romani crocifiggevano criminali interamente nudi e non vi è motivo di pensare che si facesse un’eccezione per Gesù.
La crocifissione nella tradizione biblica
Questo tipo di esecuzione, tanto ignominioso e crudele, era conosciuto, anche se non praticato, in Israele: “Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu lo avrai messo a morte e appeso a un palo, il suo cadavere non potrà rimanere tutta la notte al palo, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è maledetto da Dio” (Dt 21, 22-23; cf Gs 8,29; 10,26-27).
Resta tuttavia confermato che la crocifissione era un procedimento straordinario di condanna, abominevole e inusitato per il giudaismo; non invece per i romani ed altri popoli del vicino Oriente.
Le vesti dell’ucciso andavano in dono ai soldati. Un titolo con il nome del criminale e con il suo delitto veniva scritto su una tavoletta che si portava legata al collo fino al luogo dell’esecuzione; questa tavoletta con il titolo fu poi affissa al di sopra del capo di Gesù sulla croce.
Gesù Nazareno e il titolo sulla croce
Per l’ironia di Pilato, il titolo di Gesù non esprimeva un delitto ma l’espressione “re dei giudei”. Il titolo era scritto in tre lingue: aramaico, il dialetto del paese; greco, la lingua del mondo romano; e latino, la lingua ufficiale dell’amministrazione romana.
Secondo la prassi romana, gli insulti precedevano spesso la crocifissione, come accadde per Gesù. Per la legge romana, l’accusa per cui la pena della crocifissione fu inflitta a Gesù era quella di tradimento e di ribellione, delitti dei quali i Giudei lo avevano accusato.
Il termine INRI è l’acronimo dell’espressione latina Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, cioè “Gesù Nazareno Re dei Giudei”. La sigla deriva dal titulus crucis, la tavoletta che indicava la causa della condanna e che fu posta sopra il capo di Gesù.
| Sigla | Espressione | Significato |
|---|---|---|
| INRI | Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum | Gesù Nazareno Re dei Giudei |
| INBI | Iesous Nazoraios Basileus ton Ioudaion | Gesù Nazareno Re dei Giudei |
Le diverse formulazioni nei Vangeli
Nel Vangelo di Marco riguardo la targa posta sul capo di Gesù si legge solo: “L’iscrizione indicante il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei” (Marco 15, 26).
Matteo scrive: “Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: «Questi è Gesù, il re dei Giudei»” (Matteo 27,37). Nel Vangelo di Luca leggiamo invece: “C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei” (Lc 23,38).
Il Vangelo di Giovanni presenta un’interpretazione particolare. In occasioni di eventi solenni il titulus veniva scritto addirittura in tre lingue. Nel Vangelo di Giovanni è scritto che anche per la morte di Gesù fu così, e che Pilato volle farsi beffe di Cristo facendo scrivere il titulus in tre lingue.
“Pilato intanto fece scrivere anche il titolo, che diceva la causa della condanna, e lo fece porre sulla croce. Vi era scritto: ‘Gesù Nazareno, Re dei Giudei’. Or molti dei Giudei lessero quest’iscrizione, essendo il luogo dove fu crocifisso Gesù, vicino alla città. Ed era scritto in ebraico, in latino e in greco.”
“Dissero dunque i grandi Sacerdoti dei Giudei a Pilato: ‘Non scrivere: Re dei Giudei; ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei’. Rispose Pilato: ‘Quel che ho scritto, ho scritto’”. (Gv 19, 19-22).

Il nome di Gesù e la sua missione
Il nome aramaico “Yeshu” è la traslitterazione di יֵשׁוּעַ (Yeshu’a), e si pronuncia “Yeh-shoo”, senza la “a”. Il corrispettivo italiano è Giosuè, di cui Gesù è una forma alternativa, e significa “YHWH (Dio) è salvezza”.
Quando la Bibbia venne tradotta in greco e poi in latino il nome venne reso come Ἰησοῦς (Iēsoûs) e successivamente Iesus. Il nome Yehoshùa era piuttosto diffuso nei tempi raccontati nei Vangeli.
Il nome di Gesù è un tutt’uno con la Sua missione, col Suo destino. Quando l’angelo apparve in sogno a Giuseppe gli disse, riguardo a Maria: “Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Matteo 1,21).
Nel testo originale greco il nome menzionato dall’angelo è Ỉησοῦν, Iesùn, nei testi ebraici ישוע (Yeshùa). La frase in ebraico recitava: “lo chiamerai Yèshùa poiché egli salverà il suo popolo”, e nella frase troviamo l’interpretazione del nome: Yeshùa, “Yah salverà”, dove Yah è l’abbreviazione del nome di Dio e shùa significa “salvezza”.
Il significato spirituale della croce
L’evento della Redenzione operata da Cristo con la sua morte e risurrezione occupa il posto centrale in tutta la storia della salvezza. Cristo, venuto nel mondo dal seno del Padre, per redimerci ha offerto se stesso sulla Croce in un atto di amore supremo per l’umanità.
Gesù disse che coloro che lo seguono devono prendere la propria croce. Così perderanno la loro vita, per acquistarla. Non si tratta soltanto di un’allusione alla propria morte, ma anche dell’affermazione che la sequela di lui esige il rinnegamento di sé, il totale disprezzo della propria vita, del benessere, dei beni personali, ai quali si deve rinunciare se si vuole seguire Gesù.
La croce di Cristo è pensata da Paolo come evento salvifico che trasforma radicalmente il mondo e ne determina in maniera del tutto nuova il volere e l’agire. Il vangelo, per Paolo, è nel suo centro e nella sua totalità logos tou stauroú, cioè annuncio salvifico che ha per contenuto la croce di Cristo.
Con queste parole Paolo vuol dire che la croce non dev’essere intesa come un puro fatto immanente alla storia, bensì come intervento di Dio; tale intervento si realizza in questo, che la croce di Cristo si presenta agli uomini come «parola» di Dio, come il suo messaggio liberatore e nello stesso tempo vincolante.
Il messaggio della croce porta la sotería, la salvezza. La porta però ai credenti, cioè a coloro che nell’ubbidienza si sottomettono al giudizio che Dio pronuncia nella croce di Cristo contro la sapienza del mondo autosufficiente.
Questo messaggio salvifico, che giudica e libera a un tempo, apparirà altrettanto «scandaloso» a greci e giudei quanto anche a una cristianità aberrante, sia essa innamorata delle proprie esperienze religiose oppure caduta in un legalismo rinnegatore della croce di Cristo.
Il vangelo si concentra dunque tutto sulla croce di Cristo, e ben lo dimostrano le parole di Fil 2, 8: l’inno che Paolo ha ripreso dalla tradizione parla della rinuncia di colui che è uguale a Dio per umiliarsi nell’ubbidienza fino alla morte. Ma Paolo non si contenta di parlare della morte, e completa: fino alla morte di croce.
Il Crocifisso Nazareno nell’arte cristiana
La raffigurazione del Crocifisso Nazareno rende visibile il legame tra l’identità storica di Gesù e il significato universale della sua morte. Il titolo “Nazareno” ricorda l’uomo concreto proveniente da Nazaret, mentre la croce manifesta la sua missione redentrice.
Presso i cristiani ebbe molto sviluppo la croce monogrammatica nelle composizioni di X (Chi Jota), XP (Chi Rho) e nel monogramma a forma di croce. Un particolare sviluppo ebbe anche il signum crucis, usato prima di ogni azione, assurto a valore rituale di efficacia sacramentale e di appartenenza al cristianesimo.
Si diventava cristiani da quando si veniva segnati sulla fronte. La croce divenne così non soltanto il ricordo della morte di Gesù, ma anche un segno di appartenenza, protezione, memoria della salvezza e orientamento della vita.
Il Crocifisso Nazareno invita quindi a contemplare insieme l’umiliazione e la gloria, il dolore e la speranza, la condanna umana e il perdono divino. La sua immagine richiama la fedeltà di Dio nella risurrezione del Figlio e l’esigenza di trasformare la propria vita secondo l’amore di Cristo.
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