La crocifissione nella tradizione ebraica

La crocifissione non era una pena tipica della tradizione ebraica, ma una forma di esecuzione associata soprattutto ai poteri stranieri, in particolare ai Romani. Nell’Antico Testamento, tuttavia, i cadaveri dei giustiziati potevano essere appesi a un albero per accrescere la loro ignominia, mentre la Legge prescriveva che il corpo non rimanesse esposto durante la notte.

Nel contesto della morte di Gesù, questa distinzione è fondamentale: la condanna religiosa formulata dai capi dei Giudei riguardava la bestemmia, mentre davanti a Pilato l’accusa fu trasformata in un reato politico, la pretesa di essere «il re dei Giudei». La crocifissione fu quindi eseguita secondo la procedura romana, fuori dalle mura di Gerusalemme, in un luogo che la tradizione evangelica chiama Golgota.

La crocifissione nell’Antico Testamento e nella tradizione ebraica

La parola “croce” deriva probabilmente dal sanscrito krugga che significa “bastone”; i Greci la chiamarono stauròs, “palo”; gli Ebrei 'es “albero”. Tutti questi nomi indicano l'origine primitiva della croce come supplizio: un albero o un palo al quale i condannati venivano confitti con chiodi, o legati con funi, oppure impalati.

Nell'Antico Testamento la croce era quasi sconosciuta; però i cadaveri dei giustiziati venivano appesi, ad accrescimento della loro ignominia. Dopo la lapidazione di un malfattore condannato a morte, lo si appendeva ad un albero.

«Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu lo avrai messo a morte e appeso a un palo, il suo cadavere non potrà rimanere tutta la notte al palo, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l'appeso è maledetto da Dio» (Dt 21, 22-23; cf Gs 8,29; 10,26-27).

Questo testo esprime il carattere infamante dell’esposizione del corpo, ma stabilisce anche un limite preciso: il cadavere doveva essere sepolto lo stesso giorno. La pratica dell’impiccagione o dell’esposizione su un palo non coincideva quindi automaticamente con la crocifissione romana, che era una procedura penale complessa e pubblica.

Il serpente sull’asta come prefigurazione

Il serpente fissato a un'asta per ordine del Signore divenne in epoca neotestamentaria il “tipo”, cioè la prefigurazione di Gesù crocifisso: «Chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita» (Nm 21,8; cf Gv 3,14-15; 19,37).

Il collegamento tra il serpente innalzato e Cristo crocifisso appartiene alla rilettura cristiana delle Scritture e non significa che la croce fosse già una pratica ordinaria dell’ebraismo. Esso interpreta l’innalzamento come immagine di guarigione, vita e salvezza.

La crocifissione prima del cristianesimo

La pena della crocifissione, di origine orientale - in particolare persiana - venne adottata da cartaginesi e romani. Nella letteratura romana è descritta come punizione crudele e temuta; non era inflitta ai cittadini romani, ma riservata agli schiavi e ai non romani che avessero commesso atroci delitti, come assassini, gravi furti, tradimenti e ribellioni.

Presso i Cartaginesi la condanna alla morte di croce è inflitta ai capi militari e ai politici colpevoli di rivolta e tradimento. I romani, che la conoscono durante le guerre pudiche, la riservano ai delinquenti delle classi “umili”, stranieri e schiavi.

Nei periodi di agitazioni sociali e di rivolte civili la condanna alla morte di croce è usata come strumento di repressione e dissuasione. Nelle province dell'impero e in particolare in Giudea, si ricorre alle crocifissioni esemplari dei ribelli antiromani o di pericolosi briganti, per tenere sotto controllo le situazioni di crisi sociale e politica.

Le testimonianze sulla Giudea

Flavio Giuseppe conferma l'uso della crocifissione nell'epoca degli Asmonei, prima del dominio di Roma. Lo storico ebreo racconta lo scontro, dall'esito incerto, tra il capo della nazione ebraica, Alessandro Ianneo, e il re seleucida Demetrio, detto Acairo.

Alessandro Ianneo, per vendicarsi del tradimento dei Giudei di Gerusalemme, che si sono alleati con Demetrio, fa crocifiggere 800 Giudei - farisei - nel mezzo della città e fa uccidere sotto i loro occhi le mogli e i figli, mentre egli sta gozzovigliando in mezzo alle sue concubine.

Giuseppe condanna questa feroce repressione che, a suo modo di vedere, confina con l'empietà (G. Flavio, Bell. 1,4,5-6 [93-98]; Ant. 13,14,2 [380-381]). Un'eco di questa orrenda vendetta di Alessandro Ianneo si trova a Qumran, nel commento al testo di Nahum 2,12.

«La sua interpretazione si riferisce al Leone furioso (Alessandro Ianneo) che [riempì la sua tana con una moltitudine di cadaveri, eseguendo ven]dette contro i cercatori di interpretazioni facili, che appese uomini vivi [all'albero, commettendo un abominio che non si commetteva] in Israele dall'antichità, poiché è terribile per l'appeso vivo all'albero» (4QpNah I, 6-8 [4Q169], fr. 3-4, col. I).

Giuseppe narra che Antioco Epifane crocifisse gli ebrei che si erano rifiutati di obbedire ai suoi decreti sulla ellenizzazione, e che Alessandro Ianneo aveva crocifisso i suoi avversari farisei.

La repressione romana

Con la presenza militare di Roma s'intensificano le esecuzioni capitali mediante la croce nella provincia della Giudea, fino a raggiungere il parossismo nell'ultimo periodo della guerra antiromana del 66-70 d.C.

Flavio Giuseppe ricorda le crocifissioni collettive e di singoli eseguite dai romani. Alla morte di Erode, nel 4 a.C., in seguito alle rivolte nelle città e villaggi, il legato imperiale Quintilio Varo fa mettere in croce, nei pressi di Gerusalemme, duemila ribelli ebrei.

Il legato imperiale della Siria Ummidio Durmio Quadrato, nel 51 d.C., venuto a Cesarea Marittima, dopo aver appurato chi erano i responsabili degli scontri tra Giudei e Samaritani, fa crocifiggere i prigionieri catturati dal governatore della Giudea Ventidio Cumano.

Antonio Felice - governatore della Giudea negli anni cinquanta - dopo aver fatto prigioniero il capobrigante Eleazar, con molti della sua banda, prese «un'infinità di briganti, che lui stesso fece crocifiggere».

Giuseppe racconta la feroce repressione messa in atto dal governatore Gessio Floro, negli anni che precedono la grande rivolta antiromana (64-66 d.C.). Giunto a Gerusalemme, nonostante l'intervento dei capi dei sacerdoti e dei notabili della città per evitare il peggio, Gessio Floro diede ordine ai soldati di saccheggiare la città e di uccidere chiunque incontrassero, fece flagellare dinanzi al suo tribunale e poi crocifiggere anche persone appartenenti all'ordine equestre, ebrei per nascita, ma romani per il rango sociale.

ContestoUso della crocifissione
Tradizione ebraicaEsposizione del cadavere appeso a un albero come accrescimento dell’ignominia
Periodo asmoneoEsecuzioni di avversari politici, come quelle ordinate da Alessandro Ianneo
Dominio romanoPena pubblica per schiavi, stranieri, briganti, ribelli e traditori
Giudea del I secoloStrumento di repressione politica e deterrenza

La condanna di Gesù tra legge ebraica e diritto romano

Matteo 26 descrive come i capi dei Giudei condannarono Gesù per bestemmia poiché Egli diceva di essere il Figlio di Dio. Sotto la legge di Mosè la pena inflitta per la bestemmia era la morte.

I Giudei però vivevano sotto le leggi di Roma e non potevano mettere a morte nessuno senza il permesso delle autorità romane. Inoltre, secondo la legge romana la bestemmia non era punibile con la morte.

Matteo 27 parla di come i Giudei cambiarono l’accusa quando portarono Gesù davanti a Pilato. Infatti Lo accusarono di aver proclamato di essere il re dei Giudei, reato punibile con la morte in quanto tradimento contro il governo di Roma.

Per la legge romana, l'accusa per cui la pena della crocifissione fu inflitta a Gesù era quella di tradimento e di ribellione, delitti dei quali i Giudei lo avevano accusato (Lc 23,2-5; Gv 19,12).

Il dialogo con Pilato

Quando Pilato chiese: «Sei tu il re de’ Giudei?» Gesù rispose: «Si, lo sono». Vedere in Giovanni 18:33-38 ulteriori informazioni riguardo a questa conversazione tra Gesù e Pilato.

Nel racconto di Giovanni, Pilato presenta Gesù ai capi dei sacerdoti e alle guardie dicendo: «Ecco l’uomo!». Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa».

Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

Barabba e la scelta della folla

La liberazione di Barabba costituisce un momento decisivo del processo. Barabba è presentato nei Vangeli come un prigioniero coinvolto in una rivolta e associato alla violenza, mentre Gesù viene consegnato alla crocifissione.

Riguardo Barabba, Frazer scrive: «Se Gesù fu l'Aman dell’anno, dov'era il Mordecai? Forse possiamo trovarlo nella persona di Barabba», il cui nome, lo sappiamo, significa in aramaico “figlio del padre”.

Questa interpretazione appartiene però a un’ipotesi storico-religiosa successiva e non coincide con il racconto evangelico, che descrive Barabba come il prigioniero liberato al posto di Gesù.

La procedura romana della crocifissione

La crocifissione, eseguita con la regolarità delle esecuzioni capitali, è preceduta dalla flagellazione. Nei Vangeli di Marco, Matteo e Giovanni la flagellazione è appena accennata, come punizione previa alla crocifissione: «(Pilato) lo fece flagellare» (Mc 15,15; Mt 27,26; Gv 19,1).

La flagellazione romana - verberatio - è una forma di tortura e di punizione preliminare alla crocifissione. Il condannato, spogliato delle sue vesti, è legato a un palo biforcuto e percosso a sangue con il flagrum o flagellum, “flagello” dal manico corto, provvisto di due o tre corregge di cuoio, spesse e larghe, recanti alle estremità due palline di metallo e/o ossicini di montone.

La flagellazione, limitata a 39 colpi presso gli Ebrei, provoca profonde lacerazioni cutanee e muscolari con emorragie che debilitano l'organismo. Non è infrequente il caso che il condannato muoia sotto i colpi dei flagelli.

La parodia dell’incoronazione

Dopo la flagellazione di Gesù, nei Vangeli di Marco, Matteo e Giovanni si racconta la parodia dell'incoronazione, inscenata dai soldati nel cortile del pretorio.

I soldati rivestono Gesù di uno straccio di porpora, segno di regalità, gli cingono la testa con una corona di spine, per imitare l'incoronazione regale, poi mimano l'omaggio imperiale con il saluto: «Salve, re dei Giudei» (Mc 15,16-18; Mt 27,29).

La derisione, secondo il racconto evangelico, si tramuta in una tortura con percosse e oltraggi che ricordano quelli della notte presso il sommo sacerdote (Mc 14,65; Mt 26,67-68).

L'autore del quarto Vangelo lo descrive come vera e propria incoronazione regale - «lo rivestirono di un mantello di porpora» - e prolungamento della flagellazione e in vista della presentazione di Gesù ai Giudei come “re” (Gv 19,2-3.5).

La scena di derisione non è inverosimile. La tradizione relativa all'investitura e derisione di Gesù potrebbe ispirarsi a analoghi usi o rituali riferiti dagli scrittori antichi: un prigioniero è intronizzato come re da burla per cinque giorni prima della sua condanna a morte.

La via della croce e il Golgota

Dopo la flagellazione e la scena di dileggio, il racconto dei tre Vangeli sinottici prosegue con la frase: «lo conducono fuori per crocifiggerlo» (Mc 15,20; Mt 27,31; Lc 23,26).

Il percorso dal luogo della condanna a quello dell'esecuzione offre lo spunto per inserire l'episodio di Simone di Cirene, costretto dai soldati a portare la croce di Gesù (Mc 15,21; Mt 27,32; Lc 23,26).

Normalmente il condannato porta la trave trasversale, chiamata patibulum, fino al luogo dell'esecuzione, dove è già infisso il palo verticale, lo stipes.

L'episodio di Simone, originario della colonia ebraica di Cirene, che sta rientrando dalla campagna - Marco precisa che è il padre di Alessandro e Rufo - costretto a prendere e portare la croce di Gesù, per i lettori dei Vangeli ha un significato paradigmatico: chi vuole seguire Gesù deve prendere e portare la sua croce (cf. Mc 8,34; Lc 9,23).

Golgota fuori mura Gerusalemme antica

Il luogo dell’esecuzione

L'esecuzione del condannato alla croce deve avvenire con la massima pubblicità e in luogo aperto - strada, anfiteatro - alla vista di tutti.

A Gerusalemme c'è il Gòlgota, interpretato come “luogo del cranio”, in latino Calvarius, dove sono piantati i pali per la crocifissione.

Il vocabolo aramaico Golgolà, nel determinativo Golgolthà, con la caduta di una elle (=1) diventa Golgothà, corrisponde all'ebraico Gulgoleth (cf. Gdc 9,53; 2Re 9,35).

Il luogo dove Gesù è stato crocifisso si trova appena fuori della porta della città. Questo particolare è indicato non solo nel racconto dei Vangeli di Marco e di Giovanni - “lo conducono fuori. uscì verso il luogo detto del Cranio” -, ma anche nell'accenno della Lettera agli Ebrei: «(Gesù) subì la passione fuori dalla porta della città» (Eb 13,12).

L'autore del quarto Vangelo, presentando la discussione tra i capi dei sacerdoti dei Giudei e Pilato sull'iscrizione della croce, dice che «il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città» (Gv 19,20).

La crocifissione avviene nelle vicinanze della città, in luogo pubblico, perché serva come deterrente.

Il Golgota e il cimitero ebraico

Gesù Cristo fu crocifisso veramente in un cimitero ebraico. Il Golgota (cioè “luogo del cranio”, in latino Calvario) era poco fuori le mura della città di Gerusalemme al tempo di Gesù: una piccola elevazione di pochi metri che attualmente è inglobata dentro la Basilica del Santo Sepolcro.

Era usanza nella tradizione ebraica seppellire i morti fuori dalle mura cittadine (…) in particolar modo era prescritto dalla Legge che le condanne a morte venissero eseguite fuori dalle mura.

Ma come mai, allora, il Golgota, luogo dell’esecuzione di Gesù e dei due ladroni, si trova dentro la città vecchia? È facile intuirlo: al tempo di Gesù quella zona del Golgota si trovava fuori dalle mura della città.

La Kenyon appurò che in quella zona non vi erano resti di abitazioni che si potevano far risalire al I sec. d.C. e inoltre all’epoca di Cristo quella era una zona adibita a cava che però era stata abbandonata per la scarsa qualità della pietra.

L’archeologa inglese provò quindi che questa collinetta del Golgota era fuori dalle mura di Gerusalemme, e in particolare fuori da quelle che Giuseppe Flavio chiama le “seconde mura”, quindi provando che è vero ciò che dice il Nuovo Testamento a proposito del Golgota: «egli patì fuori dalle mura della città» (Eb 13, 12).

Fu Erode Agrippa, tra il 41 e il 44 d. C., che fece costruire la nuova cerchia di mura più ampia, inglobando l’area della crocifissione e della sepoltura nel nuovo perimetro della città.

La sepoltura di Gesù

A pochi metri di distanza Gesù fu sepolto in un sepolcro nuovo scavato sulla roccia. «E inoltre, proprio perché era una cava andata in disuso, fu adibita a zona di sepolcri e discarica.

Ricordiamo che i condannati alla crocifissione, una volta morti venivano lasciati in pasto ai cani e agli uccelli, oppure gettati in zone di discariche.

Nella zona della cava abbandonata era stata scavata nella roccia la tomba di Giuseppe d’Arimatea e che poi fu il sepolcro di Gesù: lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia (Mt 27,60).

Gesù era un ebreo ed è stato sepolto, secondo i riti e gli usi ebraici, in un cimitero ebraico in un sepolcro donato da un ebreo facoltoso membro del Sinedrio, la più alta autorità dell’ebraismo a quel tempo.

La struttura della croce e il supplizio

La forma a X - croce di S. Andrea - non si usava nell'antichità. La croce sulla quale fu crocifisso Gesù era o la crux commissa, a forma di T, o la crux immissa o capitata, a forma di daga o pugnale.

Il fatto che il titolo della condanna fosse posto al di sopra della testa (Mt 27,37) fa pensare alla seconda forma di croce.

Dato che l'esecuzione di Gesù era stata affidata ai soldati romani, è probabile che si seguisse la maniera di esecuzione romana.

Il procedimento romano della crocifissione doveva essere pressappoco così: avvenuta la condanna legale, il condannato stesso portava la trave trasversale (il patibulum) sul luogo fissato, per lo più fuori le mura cittadine.

Giunti sul luogo dell'esecuzione il condannato veniva spogliato e flagellato. Il condannato veniva legato a braccia tese alla trave che poggiava sulle sue spalle e quindi innalzato sul palo verticale già preparato.

La morte subentrava lentamente e tra sofferenze indicibili a causa dei crampi tetanici e per soffocamento, poiché il sangue del crocifisso non poteva circolare nelle membra violentemente tese.

Talvolta la morte veniva accelerata per mezzo della rottura delle gambe o con un colpo di lancia al cuore.

Chiodi, corde e sostegni

La croce portata da Gesù fino al luogo dell'esecuzione non doveva essere, secondo la procedura comune, l'intera croce ma soltanto il palo trasversale.

Di regola, il palo verticale veniva lasciato sul luogo dell'esecuzione, mentre quello trasversale veniva attaccato di volta in volta.

Le braccia del condannato venivano prima attaccate al palo trasversale mentre egli era disteso al suolo; poi il condannato veniva innalzato, insieme con il palo trasversale, su quello verticale, al quale venivano legati i suoi piedi.

Lo si attaccava con corde o con chiodi, che eventualmente erano quattro. Il criminale veniva sempre legato con corde intorno alle braccia, alle gambe, alla vita: i soli chiodi non avrebbero potuto reggere tutto il peso del corpo e le corde impedivano al condannato di scivolare giù.

La maggior parte del peso del corpo era sorretta da una specie di sostegno, sedile, sporgente sul palo verticale e sul quale si poneva la vittima a cavalcioni.

Il sostegno per i piedi (suppedaneum), spesso rappresentato nell'arte cristiana, è invece sconosciuto all'antichità.

La vittima non era innalzata dal terreno più di mezzo metro: i presenti potevano facilmente raggiungere la bocca mettendo una spugna in cima a una canna (Mt 27,48; Mc 15,36).

Il titolo della condanna

Un titolo con il nome del criminale e con il suo delitto veniva scritto su una tavoletta che si portava legata al collo fino al luogo dell'esecuzione; questa tavoletta con il titolo fu poi affissa al di sopra del capo di Gesù sulla croce.

Per l'ironia di Pilato, il titolo di Gesù non esprimeva un delitto ma l'espressione “re dei giudei” (Mt 27,37; Mc 15,26; Lc 23,38; Gv 19,19-22).

Il titolo era scritto in tre lingue: aramaico, il dialetto del paese; greco, la lingua del mondo romano; e latino, la lingua ufficiale dell'amministrazione romana.

La morte sulla croce

Nella crocifissione la vittima si lasciava morire di fame e di sete. Se necessario, la morte veniva affrettata spezzando le gambe della vittima con delle clavi, come si fece coi criminali crocifissi insieme a Gesù (Gv 19,32ss).

I soldati furono sorpresi del fatto che Gesù morisse così presto, dato che la morte per crocifissione in genere avveniva solo dopo qualche giorno.

Era un'abitudine giudaica, non romana, quella di somministrare al condannato una bevanda narcotica prima dell'esecuzione per attutirne la sensibilità (Mt 27,34; Mc 15,23). Anche a Gesù venne offerta questa bevanda, ma egli la rifiutò.

I romani crocifiggevano criminali interamente nudi e non vi è motivo di pensare che si facesse un'eccezione per Gesù. Le vesti dell'ucciso andavano in dono ai soldati (Mt 27,35).

La crocifissione di Gesù secondo i Vangeli

La vicenda terrena di Gesù si chiude con la sua morte in croce. Il racconto dei quattro Vangeli, reticente circa i particolari della crocifissione, concorda su questo punto: «Poi lo crocifissero» (Mc 15,24; Mt 27,35; Lc 23,33; Gv 19,18).

Anche negli schemi della predicazione cristiana, riportati nel NT, si presenta la morte di Gesù sulla croce come l'ultimo atto della sua passione: «Gesù di Nazaret, uomo accreditato da Dio. per mano di empi appendendolo (alla croce) l'avete ucciso» (At 2,22.23; cf. 5,30; 10,39; Fil 2,8; Col 2,14).

Secondo il racconto di Luca, assieme a Gesù, sono condotti al luogo della crocifissione anche due kakoúrgoi, “malfattori”, che saranno crocifissi con lui, uno a destra e l'altro a sinistra (Lc 23,32.33; cf. 23,39; Gv 19,18).

Nei Vangeli di Marco e Matteo si accenna ai due crocifissi, solo dopo aver raccontato la crocifissione di Gesù: «Con lui crocifissero anche due briganti, uno a destra e uno alla sua sinistra» (Mc 15,27; Mt 27,38).

I due crocifissi assieme a Gesù sono chiamati le'stái, “briganti” (cf. Mt 27,44). Con questo termine Flavio Giuseppe, in genere, designa i “briganti”, ladri, rapinatori e assassini, e in particolare i “ribelli” antiromani, identificati in alcuni testi con i sicarii.

Dato il significato decisamente negativo e politicamente pericoloso dell'appellativo le'stés, equivalente a “terrorista”, l'immagine di Gesù crocifisso assieme a due briganti non può essere un prodotto della predicazione cristiana.

Nel racconto lucano della passione la scena della crocifissione di Gesù tra due “malfattori”, annunciata con la citazione di Isaia 53,12: «Fu annoverato tra gli empi», fa da sfondo al dialogo tra i crocifissi (Lc 22,37; 23, 39-43).

Nei Vangeli di Marco e Matteo i due crocifissi si associano ai passanti e alle autorità ebraiche negli insulti a Gesù morente (Mc 15,32; Mt 27,44).

La testimonianza del Vangelo di Giovanni

Gesù uscì [dal pretorio] portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa».

Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.

Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete».

Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca.

Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

Aman, Ester e la tradizione della crocifissione

Nel Libro di Ester compare la storia di Aman, il funzionario che prepara un legno per Mordecai e viene poi condannato a essere appeso su quel legno.

«Disse il re: “Sia impiccato su quel palo”. Allora Aman fu appeso al legno che aveva preparato per Mordecai» (Ester 7.9-10).

Le sorti di Aman il malvagio e Mordecai il giusto sono ormai perfettamente ribaltate.

La croce fu alta abbastanza per appenderci Aman e i suoi dieci figli.

Sulla volta della Cappella Sistina si trova rappresentata la crocifissione di Aman - nel pennacchio in corrispondenza dell’altare, a destra.

Aman crocifisso, dunque non impiccato, un dettaglio che dopo Cristo dice molto, parla moltissimo.

Forse la fonte di Michelangelo o dei suoi consulenti è il Canto XVII del Purgatorio, dove Dante incontra Aman: «Un crucifisso dispettoso e fero, ne la sua vista, e cotal si morìa; intorno ad esso era il grande Assuero, Estèr sua sposa e ‘l giusto Mardoceo, che fu al dire e al far così intero» (Pg, XVII, 26-30).

In realtà, una fonte ancora più remota di questa strana crocifissione è la versione latina della Bibbia di San Gerolamo (la Vulgata), dove la parola greca “legno” (îýëïí) su cui fu appeso Aman è tradotta per tre volte con la parola crux: «Iussit excelsam parari crucem» (Est 5,14).

La tradizione della crocifissione di Aman è stata allora qualcosa di importante nel Medioevo, che si intrecciava anche con il rapporto, sempre difficile, tra le comunità cristiane e quelle ebraiche.

Purim e il rovesciamento delle sorti

Il Libro di Ester è molte cose insieme, e tra queste “cose” c’è anche la fondazione della festa ebraica di Purim, una parola che significa “sorti”.

Le sorti dei protagonisti, infatti, si ribaltano nel corso della storia.

Purim è una festa simile al nostro carnevale - maschere, feste, vino e banchetti -, ma soprattutto Purim somiglia molto ai romani Saturnali.

Durante i Saturnali romani, tra l’altro, veniva eletto tramite estrazione a sorte un princeps, un Saturno dell’anno, cui, per i soli giorni della festa, veniva assegnato ogni potere.

Oggi sappiamo che all’origine dei Saturnali romani ci sono le Sacee babilonesi. Durante le Sacee, come ci racconta il sacerdote babilonese Beroso, i rapporti sociali si ribaltavano e gli schiavi comandavano sui loro padroni.

Durante le Sacee «i persiani prendono uno dei prigionieri condannati a morte e lo fanno sedere sul trono reale, gli danno le vesti regali, e lo lasciano comandare, bere e fare baldoria e approfittare delle concubine del re durante quei giorni, e nessuno gli impedisce di fare ciò che preferisce. Poi però lo denudano, lo flagellano e lo crocifiggono».

La festa ebraica dei Purim nasce con ogni probabilità in Babilonia - il suo primo riferimento è nel libro di Ester, un testo recente, post-esilico, e forse la stessa parola purim è di origine babilonese.

L’ipotesi di Frazer

Da qui la tesi del grande storico delle religioni scozzese James George Frazer che anche Purim, non solo i Saturnali, fosse una forma più o meno mascherata della festa babilonese delle Sacee.

Fin qui non dovremmo essere particolarmente stupiti, perché sappiamo che il meticciato culturale nel mondo antico era la regola per le religioni, per i riti, per le feste.

Frazer però non si ferma alla genesi di Purim e dei Saturnali; si spinge molto oltre, con ipotesi sulla passione e morte di Gesù Cristo che sono forse sorprendenti, certamente appassionanti.

Stando al libro di Ester, l’editto di sterminio di Aman viene emanato il 13 del mese di Nisan (Est 3,12), e tutti gli eventi decisivi del racconto si svolgono nell’arco di 3-4 giorni, quindi tra il 13 e il 15 o 16 di Nisan.

Nel mondo ebraico il 15 di Nisan è il primo giorno di Pesah, della Pasqua.

Da qui l’ipotesi di Frazer: la passione e morte di Gesù va letta all’interno dei Saturnali romani e di Purim ebraico.

«La celebrazione dei Saturnali può aver coinciso con Pesah; e quindi Cristo, in quanto criminale condannato, può essere stato consegnato ai soldati romani, che si divertivano trattandolo come il Saturno dell’anno».

Quindi si chiede: «Non è possibile che possano aver obbligato un criminale condannato ad assumere il tragico ruolo, e che quindi Cristo sia morto così mentre impersonava Aman? … E se la veste viola o scarlatta, lo scettro di canna e la corona di spine, che i soldati imposero a Cristo, fossero i segni distintivi dell’Aman dell’anno?»

Il parallelismo tra la crocifissione di Aman e quella di Cristo è solo una ipotesi, ma è stata presente e operante per secoli in ambito sia cristiano sia ebreo.

È importante distinguere questa ipotesi interpretativa dalla narrazione evangelica: i Vangeli non descrivono Gesù come un attore rituale che impersona Aman, ma come un condannato giustiziato dai Romani con la crocifissione.

Il Talmud e il Salmo 22

Il Talmud, testo post-cristiano, in linea con il libro di Ester, dice che Aman fu crocifisso nel secondo giorno di Pesah, che nei vangeli era anche il giorno della crocifissione di Cristo.

Molto importante, infine, notare l’uso del Salmo 22 in ambito cristiano ed ebreo.

Nel Vangelo di Marco questo salmo - “Eli, Eli … Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” - è il testo più usato per descrivere la passione e morte di Cristo.

Nel Talmud è Ester a gridare quel salmo: giunta dal re per fargli la sua richiesta, Ester emise «un grido di sconforto: “Eli, Eli lama ‘azabtani!”» (Megillah 15a).

Il significato del legno nella tradizione ebraica

La crocifissione era un procedimento straordinario di condanna, abominevole e inusitato per il giudaismo; non invece per i romani ed altri popoli del vicino Oriente.

La formula dell’“appeso al legno” conserva tuttavia un peso teologico e simbolico nella tradizione biblica. Il legno è collegato all’umiliazione pubblica, alla maledizione e alla necessità di rimuovere il corpo prima della notte.

La rilettura cristiana della croce collega questa tradizione con il racconto della morte di Gesù e con la frase paolina «maledetto l’appeso al legno».

Il parallelismo tra la crocifissione di Aman e quella di Cristo è solo una ipotesi, ma è stata presente e operante per secoli in ambito sia cristiano sia ebreo, e, purtroppo, qualche volta è stata usata dai cristiani come pretesto antisemita.

Per questo motivo è necessario evitare di trasformare i racconti evangelici in un’accusa collettiva contro gli Ebrei. La decisione romana di eseguire la crocifissione e la responsabilità specifica dei diversi protagonisti devono essere considerate nel loro contesto storico e politico.

La croce nella tradizione cristiana e il rapporto con l’ebraismo

La croce è per molti «scandalo» e «follia», ma proprio la ragione del suo scandalo - l'amore gratuito, misericordioso e onnipotente di Dio per gli uomini - è per i credenti la ragione della sua potenza e della sua verità.

La croce ha due facce, l'apparente sconfitta e la vittoria, il Crocifisso e il Risorto.

Mostra tutta la malvagità e la miseria dell'uomo che non esita a condannare il Figlio di Dio innocente; ma anche tutta la profondità e l'efficacia del perdono di Dio.

L'ultima parola non è il peccato, ma l'amore! Qui, e non altrove, va cercata la vera ragione della speranza cristiana, la lieta notizia che dà senso e spessore alla vita e alla storia, nonostante i fallimenti.

La croce di Cristo è pensata da Paolo come evento salvifico che trasforma radicalmente il mondo e ne determina in maniera del tutto nuova il volere e l'agire.

Il vangelo, per Paolo, è nel suo centro e nella sua totalità logos tou stauroú, cioè annuncio salvifico che ha per contenuto la croce di Cristo.

Con queste parole Paolo vuol dire che la croce non dev'essere intesa come un puro fatto immanente alla storia, bensì come intervento di Dio.

Il messaggio salvifico, che giudica e libera a un tempo, apparirà altrettanto «scandaloso» a greci e giudei quanto anche a una cristianità aberrante.

La croce come memoria della redenzione

L'evento della Redenzione operata da Cristo con la sua morte e risurrezione occupa il posto centrale in tutta la storia della salvezza.

Invitati a fare una speciale memoria della Redenzione affinché essa penetri più a fondo nel nostro pensiero e nella nostra azione, cercheremo di approfondire il significato di Croce e di Crocifisso dal momento che Cristo, venuto nel mondo dal seno del Padre, per redimerci ha offerto se stesso sulla Croce in un atto di amore supremo per l'umanità.

Le folle - dice l'evangelista Luca narrando la passione - accorrono, guardano e ritornano «battendosi il petto» (23,48).

Lo «spettacolo» della croce capovolge la vita. Fa contemplare la profondità inaudita dell'amore di Dio, e fa comprendere che la nostra vita deve assomigliare alla vita di quel Crocifisso che si dona senza riserve, che, rifiutato, ama e perdona, e non rompe la solidarietà con chi lo rifiuta.

La croce nelle opere d’arte: Aman, Gesù e il popolo ebraico

Michelangelo e la crocifissione di Aman

Quando Michelangelo immortalò Aman col suo gesto eternizzò quel parallelismo e con la forza infinita della sua arte riscattò Aman dal suo inferno - Dante incontra Aman nel Purgatorio, non nell’Inferno dove noi, piccoli, ce lo aspettavamo.

Anche queste sono pagine non scritte dall’antico autore biblico ma vergate dall’anima profetica della grande arte che è soprattutto un luogo di redenzione delle vittime.

Perché, dopo il Golgota, ogni volta che una persona finisce su una croce ritorna un’eco incarnata della morte di Cristo.

E un’anima del popolo cristiano intuì che anche il supplizio di un maledetto della Bibbia aveva preannunciato qualcosa della croce di Gesù, che muore tra due compagni maledetti.

Giovanni Bellini e il cimitero ebraico

Giovanni Bellini, Crocifisso in un cimitero ebraico, olio su tavola, 1501-1503 circa, Collezione Banca Popolare di Vicenza, Galleria Palazzo degli Alberti, Prato.

Bellini rappresenta in modo simbolico e sintetico tutto ciò e collega strettamente la crocifissione con la sepoltura e la resurrezione.

Infatti, ben sette teschi sono sparsi in questo cimitero: cinque di essi sono allineati poco distante dalla base della Croce.

I crani rappresentano il cranio di Adamo che, secondo la tradizione ripresa da Origene, era sepolto sotto il Golgota; il sette è il numero dei giorni della creazione, secondo la Genesi.

Il sangue che scende in sottili rivoli fino al terreno rappresenta il sacrificio di amore di Dio verso l’uomo, Adamo, che lo rende nuovo, Cristo “nuovo Adamo”, dando inizio alla “nuova Creazione”.

È questo il tema di meditazione di questo dipinto di devozione privata: il rapporto tra l’Antico Patto e la Nuova Alleanza, introdotta dal sacrificio d’amore di Cristo.

Sul Golgota, come abbiamo visto, è attestata da scavi archeologici la presenza di un cimitero ebraico.

Dunque, è corretta la scelta di Bellini di accompagnare la Croce infissa e bloccata da tre zeppe sulla roccia, da quattro cippi funerari con scritte in ebraico.

La morte di Gesù è dentro una continuità storica con l’ebraismo, si inserisce dentro la storia del popolo di Dio e ne è parte integrante.

La croce è conficcata sulla nuda roccia, così come sulla nuda roccia è stato posto il corpo di Gesù morto.

Gesù nella Sacra Scrittura è paragonato alla pietra scartata dai costruttori che è diventata testata d’angolo di una costruzione nuova, la Chiesa, che è fondata sulla roccia.

La Crocifissione Bianca di Marc Chagall

La Crocifissione Bianca di Marc Chagall

La Crocifissione Bianca, dipinta nel 1938, rappresenta un punto di svolta fondamentale per Chagall.

Questa opera non solo mette in luce l’immagine di Cristo come martire, ma richiama drammaticamente l’attenzione sulla persecuzione e sulla sofferenza del popolo ebraico negli anni ’30.

Il dipinto illustra la sofferenza sia degli ebrei che di Gesù, rappresentando conflitti violenti, come l’incendio delle sinagoghe.

Al centro, Gesù è raffigurato crocifisso, ornato con uno scialle da preghiera, simbolicamente rappresentato come ebreo.

La Crocifissione Bianca rivela influenze dell’arte italiana del XIV secolo e presenta un valore coloristico significativo.

I legami tematici con la pittura religiosa del Rinascimento, in particolare con le opere di Michelangelo, e i riferimenti all’elezione della Croce di Rembrandt, arricchiscono il significato dell’opera.

Attorno a Gesù, sono rappresentati tre patriarchi biblici e una matriarca, vestiti con abiti tradizionali ebraici.

Ai lati della croce, Chagall illustra la devastazione dei pogrom: a sinistra, un villaggio saccheggiato costringe i rifugiati a fuggire in barca, mentre tre figure barbute scappano a piedi, una delle quali stringe la Torah.

A destra, una sinagoga e l’arca della Torah sono in fiamme, mentre in basso una madre conforta il suo bambino.

Insieme a Guernica di Pablo Picasso, la Crocifissione Bianca è una delle più eloquenti condanne della guerra e dell’odio del XX secolo, con un messaggio ancora drammaticamente attuale.

Il Cristo crocifisso è simbolo dell’ebraismo. Raffigurato con la testa in avanti, il suo ventre è coperto dal Tallit, lo scialle che gli uomini ebraici indossano durante la preghiera.

Sopra la croce, appare la scritta in latino INRI con la stessa scritta in ebraico.

La scala appoggiata alla croce assume il ruolo simbolico di unione tra cielo e terra, uomo e Dio.

Infine, il Cristo crocifisso è illuminato da un fascio di luce bianca divina che illumina la croce come riflettore da palcoscenico.

Intorno a Cristo crocifisso ci sono scene di distruzione, morte e violenza interconnesse l’una con l’altra.

A sinistra, un gruppo di soldati avanza armato mentre sventolano bandiere rosse.

Questi soldati simboleggiano gli uomini che hanno preso parte alle pogrom, le terribili violenze antisemite che tra 1881 e 1921 hanno colpito gli ebrei in Russia.

L’artista ha dipinto una barca ricolma di profughi ebrei che stanno cercando di buttare l’ancora per salvarsi e attraccare su terra sicura.

In basso a sinistra, in primo piano, sono raffigurati tre uomini che si allontanano portando con sé alcuni oggetti.

L’ultimo della fila, vestito blu scuro ha tra le braccia la Torah, la Legge Ebraica.

In basso al centro, invece, c’è la Menorah, il candelabro ebraico a 7 braccia, che fa la veglia a Gesù sulla croce.

A destra della Crocifissione Bianca di Chagall si vede un rotolo che sta bruciando producendo delle fiamme bianche che arrivano fino alla croce: sono i libri della Sacra Scrittura.

Infine, in alto a destra c’è una sinagoga che brucia in rappresentanza di tutte le sinagoghe bruciate in Germania durante la 2° guerra mondiale.

Il profondo significato spirituale dell’opera offre al visitatore un’opportunità di meditazione straordinaria, rendendo la fruizione di questo capolavoro non solo un momento di eccezionale valore artistico, ma anche un’importante occasione di introspezione e riflessione sul mistero della croce, simbolo di speranza di redenzione e resurrezione dopo le atrocità, e vittoria sulla morte.

La croce e il Crocifisso nella memoria cristiana

Cristo è rappresentato sulla croce con sotto di essa la madre, Maria, e San Giovanni apostolo.

La croce è di colore nero e su di essa vi è una fiamma che simboleggia lo Spirito Santo.

Sotto la croce è il Golgota, che in ebraico significa il cranio, e dove, secondo la tradizione ebraica, vi è la tomba di Adamo.

La raffigurazione principale di tutto il mosaico è certamente la Crocifissione che domina nella parete centrale.

Qui l'artista, p. Marko Rupnik, ha voluto rappresentare Gesù dopo la morte, quindi con gli occhi aperti.

La sua posizione sulla croce non è di un uomo sofferente o morente, ma è quella di colui che, con le braccia spalancate, accoglie chi entra in chiesa, come per abbracciarlo.

La croce è nera, perché il nero è il colore delle tenebre, del peccato e della morte.

Cristo è là dove c'è la morte, il peccato e la notte dello spirito.

La Croce è piantata sul monte Golgota, che in ebraico significa cranio.

Secondo la tradizione rabbinica è il luogo dove fu sepolto Adamo, il primo uomo.

Così si è sempre creduto che il Nuovo Adamo, Cristo, sia sceso negli inferi per riscattare coloro che erano morti prima di lui, fino ad Adamo.

Il teschio sotto la Croce simboleggia proprio che attraverso la morte Cristo è entrato nel regno delle tenebre e lo ha vinto.

Come dichiarato nella Lettera agli Ebrei, Cristo ha offerto se stesso una volta per tutte.

«Tale era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli; che non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso, il Signore nostro Gesù Cristo».

Libero arbitrio, responsabilità e memoria

Era necessario che Gesù morisse, ma questo non significa che Giuda doveva per forza tradire il Salvatore.

Il presidente George Q. Cannon, già consigliere della Prima Presidenza, disse: «Non era preordinato che Giuda dovesse essere un diavolo. Fu lui a scegliere questa parte esercitando il libero arbitrio».

La lettura della passione distingue quindi tra il significato salvifico attribuito alla morte di Gesù e le scelte concrete dei protagonisti.

La responsabilità morale non scompare perché gli eventi vengono interpretati come compimento di una profezia o di un disegno religioso.

Sebbene la risurrezione di Gesù sia di estrema importanza per testimoniare che Egli è il Cristo, il presidente Gordon B. Hinckley quand’era membro del Quorum dei Dodici Apostoli ricordò che nessun credente dovrebbe dimenticare il prezzo pagato dal Redentore.

«Non dobbiamo mai dimenticarla, poiché fu sulla croce che il nostro Salvatore, il nostro Redentore, il Figlio di Dio si offrì in sacrificio per ognuno di noi».

La croce conserva così una duplice memoria: da una parte ricorda una forma storica di pena, imposta soprattutto dai poteri imperiali; dall’altra è diventata, nella fede cristiana, il segno della redenzione, della solidarietà con le vittime e della speranza nella vita oltre la morte.

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