La confessione di Pietro avviene nella regione di Cesarèa di Filippo, quando Gesù domanda ai discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,15-16), mentre Marco conserva la forma più breve: «Tu sei il Cristo» (Mc 8,29), e Luca: «Il Cristo di Dio» (Lc 9,20).
Questo episodio costituisce una svolta nei Vangeli sinottici: Pietro riconosce in Gesù il Messia e, nel racconto di Matteo, riceve una particolare parola di beatitudine, una missione e la promessa delle chiavi del regno dei cieli. La confessione, tuttavia, deve essere letta insieme alla scena immediatamente successiva, nella quale Pietro non comprende ancora la via della croce e viene rimproverato da Gesù.

Il contesto biblico della confessione
Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti» (Mt 16,13-14).
Nel Vangelo di Marco, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo e, per la strada, interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti» (Mc 8,27-28).
Luca colloca la domanda in un luogo solitario: Gesù si trovava a pregare e i discepoli erano con lui. Egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto» (Lc 9,18-19).
Le risposte della folla mostrano che Gesù era percepito come una figura profetica straordinaria, ma non ancora riconosciuto nella sua identità piena. Gli uni credevano che fosse risorto Elia, che ritenevano dovesse tornare, altri che fosse risorto Giovanni, che sapevano che era stato decapitato, o qualcuno degli antichi profeti.
La domanda decisiva: «Ma voi, chi dite che io sia?»
Dopo aver ascoltato l’opinione della gente, Gesù introduce una contrapposizione decisiva: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). La domanda non riguarda più la reputazione pubblica di Gesù, ma la fede personale dei discepoli.
In Marco la domanda è riportata così: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo» (Mc 8,29). In Luca, Pietro risponde: «Il Cristo di Dio» (Lc 9,20).
Matteo amplia la confessione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). La risposta di Pietro riassume l’identità messianica e divina di Gesù e diventa il centro teologico del racconto.
Pietro non ha aspettato di sapere l’opinione del popolo, ma ha espresso subito la sua dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Egli ha riassunto ogni cosa, esprimendo la natura e il nome che comprende la somma delle virtù.
Il significato dei titoli «Cristo» e «Figlio del Dio vivente»
«Tu sei il Cristo»
Il termine «Cristo» corrisponde al titolo messianico e indica l’Unto. La confessione di Pietro identifica Gesù con il Messia atteso, ma il racconto evangelico mostra che Pietro deve ancora comprendere quale tipo di Messia sia Gesù.
La confessione non è soltanto il riconoscimento di un profeta o di un maestro religioso. Essa afferma che Gesù è il Cristo, colui nel quale si compiono le promesse di Dio.
«Il Figlio del Dio vivente»
L’espressione «Figlio del Dio vivente» approfondisce la confessione messianica. Pietro non riconosce soltanto una funzione o una missione, ma proclama una relazione unica tra Gesù e Dio.
In questo solo nome è espressa la divinità, l’Incarnazione, la fede e la Passione. E sebbene gli apostoli lo sappiano anche loro, Pietro risponde a nome di tutti: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).
Colui che è, è sempre, non comincia ad essere, né finisce di essere. La confessione di Pietro non si limita dunque a definire l’identità storica di Gesù, ma riconosce in lui la presenza e l’azione del Dio vivente.
La rivelazione del Padre
Gesù risponde a Pietro: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17).
La beatitudine di Pietro non deriva semplicemente dalla sua intelligenza, dalla sua esperienza o dalla sua capacità di interpretare gli eventi. La conoscenza confessata da Pietro è presentata come una rivelazione del Padre.
La carne e il sangue possono, infatti, rivelare solamente ciò che è terrestre; mentre chi parla in spirito dei misteri, non si fonda sugli insegnamenti della carne e del sangue, ma sull’ispirazione divina.
La risposta di Pietro, secondo Matteo, è quindi autentica nella sua origine, anche se la comprensione del significato della messianicità di Gesù resterà ancora incompleta. Pietro confessa correttamente chi è Gesù, ma deve ancora comprendere come Gesù realizzerà la sua missione.
Perché Gesù ordina il silenzio?
Dopo la confessione, Gesù ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo (Mt 16,20). Anche Marco conclude il dialogo con un ordine severo: «E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno» (Mc 8,30).
Il comando di non divulgare immediatamente il titolo messianico è collegato al rischio di interpretare «Cristo» secondo aspettative politiche, nazionalistiche o trionfalistiche. La messianicità di Gesù potrà essere compresa pienamente soltanto alla luce della sua passione, morte e risurrezione.
La nuova comunità di credenti in Gesù Cristo attendeva la sua inaugurazione, doveva passare attraverso la croce perché senza questo sacrificio non vi può essere alcun perdono, alcun vangelo, quindi, alcuna Chiesa.
«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»
Nel testo di Matteo la confessione di Pietro è seguita da una dichiarazione particolare: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (Mt 16,18).
È la prima volta che compare la parola «chiesa» nel Nuovo Testamento. Dopo aver confessato Gesù come il Figlio del Dio vivente, per rivelazione dall’alto, Pietro riceve una risposta immediata da Gesù, percepita da quel «anch’io ti dico».
È come se Gesù avesse risposto: «Tu hai detto chi sono io ed ora ti spiego la portata della tua confessione». Il collegamento tra la confessione cristologica e la missione di Pietro è quindi diretto: la missione dell’apostolo nasce dalla sua professione di fede, ma dipende dall’iniziativa di Gesù.
Il nome di Pietro
L’apostolo viene chiamato con quattro nomi nel Nuovo Testamento: Σίμων, Συμεών, Πέτρος, Κηφᾶς. Il nome di nascita era certamente Shim’on, nome tradizionale ebraico, trascritto in greco come Simeon in Atti 15,14 e 2 Pietro 1.
Simone era il suo nome proprio, nome abituale, molto diffuso nell’ambiente semitico. Gesù gli conferisce il nome di Kefas, che ci riporta a Giovanni 1,42: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; tu sarai chiamato Cefa» (che si traduce «Pietro»).
Simone, figlio di Giovanni, soprannominato Pietro, era un pescatore di Cafarnao, nella periferica Galilea: un uomo semplice e rozzo, ostinato e caparbio, entusiasta e impulsivo, generoso ma incostante, fino alla viltà del rinnegamento del Maestro.
Le diverse interpretazioni della «pietra»
Nella storia dell’esegesi, queste parole di Gesù hanno portato e portano a una profonda spaccatura, determinata dalla loro interpretazione. Ci sono tre gruppi principali di interpretazione: quelli che vedono l’uomo Pietro come la pietra base della Chiesa; quelli che vedono nella confessione di Pietro la pietra in questione; quelli che affermano che Cristo è la pietra.
Per capire ciò che Gesù intende, bisogna andare alla lingua originale, perché a volte le traduzioni non rendono completamente il significato. Il Vangelo di Matteo è stato scritto in greco, quindi il greco e non il latino della Vulgata di Gerolamo costituisce il riferimento per definire il testo esatto.
Il testo greco dice: «Su ei Petros kai epi taute petra». Il primo termine è «petros», che significa «sasso» o «mattone», quindi qualcosa che si può raccogliere, che si può lanciare e che può essere adoperato per costruire qualcosa. Il secondo è «petra», che significa «roccia», quindi qualcosa di stabile che non si può scalfire.
Un altro particolare non di poco conto è la distinzione delle parole di Gesù: prima si riferisce a Pietro con il nome al maschile, «Tu sei petros», ma poi identifica la base della Chiesa con un altro nome, «petra», distinguendo così le due parole.
Dunque è su «petra» che Gesù edificherà la Chiesa e non su «petros». Se Gesù avesse voluto stabilire la Chiesa su Pietro, non si sarebbe espresso in questo modo, ma avrebbe detto chiaramente: «E su petros edificherò la mia Chiesa». Invece Gesù edificherà la sua Chiesa su «petra».
Nella lingua italiana, purtroppo, la traduzione «Tu sei Pietro e su questa pietra» ha fatto credere come se Pietro e pietra fossero il maschile e il femminile di uno stesso nome, per cui la Chiesa è fondata su Pietro. Ma nel greco non è così e c’è una grande differenza.
Pietro è solo un sasso mentre Gesù è pietra di inciampo, pietra angolare e roccia. La roccia, la pietra sulla quale si costruisce la comunità, questa roccia che non si può scalfire, è Gesù, poi ognuno di noi è chiamato, come Pietro, ad essere un mattone o una pietra per costruire questa comunità.
Cristo come roccia nel Nuovo Testamento
Per sapere chi è questa «petra» basta consultare la Bibbia o una qualsiasi concordanza greca: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sopra la roccia» (Mt 7,24).
Paolo scrive: «Essi hanno urtato nella pietra d’inciampo, come è scritto: “Ecco, io metto in Sion un sasso d’inciampo e una roccia di scandalo; ma chi crede in lui non sarà deluso”» (Rm 9,32-33).
La Prima lettera ai Corinzi afferma: «Bevevano tutti la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e questa roccia era Cristo» (1Cor 10,4).
La Prima lettera di Pietro presenta Cristo come la pietra vivente: «Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5).
La stessa lettera aggiunge: «Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno rigettata è diventata la pietra angolare, pietra d’inciampo e roccia di ostacolo» (1Pt 2,7-8).
Anche Paolo dice chiaramente che la roccia è Cristo e che Pietro, con gli altri apostoli e i profeti, sono il fondamento: «Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare» (Ef 2,20).
Quindi la roccia, la pietra sulla quale si costruisce la comunità, questa roccia che non si può scalfire, è Gesù, poi ognuno di noi è chiamato, come Pietro, ad essere un mattone o una pietra per costruire questa comunità.
La testimonianza dei Padri della Chiesa
Anche i Padri della Chiesa concordano nell’affermare che la Roccia è Cristo. Agostino da Ippona scrive: «Che cosa vuol dire: su questa pietra edificherò la mia chiesa? Vuol dire su questa fede, su quello che tu hai detto: Tu sei il Cristo, il Figliuolo dell’Iddio vivente».
Origene afferma: «Se tu immagini che solo su Pietro sia stata fondata la Chiesa che cosa potresti dire di Giovanni, il figlio del tuono, o di qualsiasi altro apostolo? Se anche noi diciamo “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente”, allora anche noi diventiamo Pietro: perché ciascuno che si rende simile a Cristo diviene Pietro».
Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, precisa: «Pietro ottenne un primato, ma un primato di confessione e non d’onore, un primato di fede e non di ordine».
I credenti, dunque, come Pietro sono pietre viventi per essere parte dell’edificio di Dio, «per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,5).
La tensione tra la confessione e il rimprovero
La scena di Matteo non si conclude con la beatitudine di Pietro. Subito dopo, Gesù comincia a spiegare ai discepoli che dovrà andare a Gerusalemme, soffrire molto, essere messo a morte e risorgere.
Pietro reagisce negativamente alla prospettiva della sofferenza del Messia. Per questo Gesù gli dice: «Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini» (Mt 16,23).
Pietro prima è beato, ora è diabolico. Il momento di gloria dura pochissimo, infatti pochi versetti dopo Gesù lo chiama «Satana», una parola che non usa con nessun altro nel Vangelo.
Pietro non ha capito affatto la missione di Gesù, e questo episodio è un’ulteriore prova che la sua confessione messianica non è semplicemente frutto della sua capacità personale. Il discepolo riconosce il titolo di Gesù, ma tenta ancora di separarlo dalla croce.
La scena mostra così la fragilità dell’apostolo: un attimo prima riceve rivelazione da parte di Dio e pronuncia qualcosa di meraviglioso, ma subito dopo pronuncia una parola contraria al disegno divino.
La bontà di Cristo è grande: egli dona ai suoi discepoli quasi tutti i suoi nomi. «Io sono la luce del mondo», ha detto, e questo nome di cui egli si gloria lo ha dato ai suoi discepoli dicendo: «Voi siete la luce del mondo».
Cristo era la pietra: «Bevevano infatti dalla pietra spirituale che li accompagnava, e la pietra era Cristo»; e Cristo non rifiuta la grazia di questo nome al suo discepolo affinché anch’egli sia Pietro, in modo che abbia della pietra la solidità della costanza, la fermezza della fede.
Le chiavi del regno dei cieli
Nel seguito della promessa, Gesù dice a Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).
Le immagini delle chiavi, del legare e dello sciogliere esprimono una responsabilità autorevole nella comunità dei discepoli. La promessa riguarda il servizio affidato a Pietro nel contesto della fede confessata e della missione della Chiesa.
Questa autorità non può essere separata da Cristo, che resta il fondamento e il capo della comunità. Paolo afferma infatti che Cristo «è il capo del corpo, cioè della Chiesa; è lui il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato» (Col 1,18).
La Lettera agli Efesini aggiunge: «Ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla Chiesa» (Ef 1,22).
La Chiesa e la vittoria sulle potenze della morte
Gesù promette che «le potenze degli inferi non prevarranno» sulla Chiesa. L’espressione «le porte dell’Ades» indica il regno dei morti, la dimora dei defunti e, in senso più ampio, la potenza della morte.
Nell’Antico Testamento l’espressione «le porte dell’Ades» è una figura comune per la dimora dei defunti. Gesù sta dicendo che le porte dell’Ades, cioè del regno dei morti e della morte, non avranno il sopravvento contro la Chiesa.
Le porte della morte sono anche le diverse specie di peccato. Se tu avrai fornicato, avrai varcato le porte della morte. Se ferisci la buona fede altrui, ti apri le porte dell’inferno. Se hai commesso un peccato mortale, sei entrato per le porte della morte.
Invece le porte della Chiesa sono quelle della castità e della giustizia. «Apritemi le porte della giustizia, ed io, entrato in essa, loderò il Signore» (Sal 117,19). «Questa è la porta del Signore, i giusti vi entreranno» (Sal 117,20).
Fuggi perciò l’ostinazione nel peccato, in modo che le porte dell’inferno non possano prevalere: se infatti il peccato sarà il tuo padrone, la porta della morte trionfa.
La confessione di Pietro come modello di fede
La confessione di Pietro non è soltanto una formula dottrinale, ma una risposta personale alla domanda di Gesù. «Ma voi chi dite che io sia?» interpella ogni discepolo e chiede una presa di posizione davanti all’identità di Cristo.
Credi dunque nel modo in cui ha creduto Pietro, per poter essere anche tu beato, e meritare anche tu di sentirti dire: «Perché non la carne e il sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17).
La fede cristiana non consiste soltanto nel ripetere ciò che dice la folla. Le opinioni della folla possono identificare Gesù con Giovanni il Battista, Elia o uno dei profeti, ma la fede apostolica proclama: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
La confessione di Pietro diventa così la soglia tra l’opinione su Gesù e la fede in Gesù. Essa conduce dalla domanda «che cosa dice la gente?» alla domanda «chi è Gesù per me e per la comunità dei credenti?».
Pietro tra fragilità e missione
La figura di Pietro nel Nuovo Testamento è caratterizzata da una forte tensione tra entusiasmo e debolezza. Egli è generoso ma incostante, capace di una confessione luminosa ma anche di un fraintendimento della croce, fino alla negazione del Maestro.
Che l’affidabilità dei racconti evangelici non venga sostanzialmente intaccata si desume dal fatto che, nonostante il rispetto con cui gli scrittori del Nuovo Testamento scrivono di Pietro, questi autori non nascondono né i suoi difetti né i rimproveri mossigli da Gesù stesso, né la sua negazione del Maestro e nemmeno il suo rimprovero da parte di Paolo.
La fonte principale della vita di Pietro è il Nuovo Testamento; questo però deve essere integrato da fonti patristiche e da testimonianze archeologiche. Nel Nuovo Testamento sono i quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli i testi che più parlano di Pietro, ma anche Paolo, nelle lettere ai Corinzi e ai Galati, ne fa menzione.
Benché questi scritti forniscano una moltitudine di dati e di racconti sull’apostolo, non è possibile scrivere una biografia esaustiva nel senso moderno della parola, sia perché le notizie non sono complete sia perché i dati biblici devono essere letti nell’insieme del quadro teologico del libro che li contiene.
Dalla confessione alla missione universale
Nell’apostolo Pietro sono radicate fin dall’infanzia le più profonde convinzioni giudaiche e il conseguente stile di vita. Tra le osservanze rituali c’è la proibizione di avere contatti con i pagani, e soprattutto il divieto di sedersi a mensa con loro.
La visione che Pietro ha a Ioppe fa cadere queste barriere del suo spirito. Inoltre la sua partenza per Cesarea con i messaggeri del centurione Cornelio è come l’inizio della sua conversione: «Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo» (At 10,28).
Lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. I fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo (At 10,44-45).
Grazie alla parola e all’esempio missionario di Pietro, anche la comunità-madre si converte e glorifica il Signore: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!» (At 11,18).
Il primo si va «convertendo» alla missione tra i pagani sotto la spinta degli avvenimenti e delle lezioni della storia. Il secondo, in misura maggiore, è scelto direttamente da Dio per proclamare nel mondo il messaggio dell’universalismo cristiano e diventa, per eccellenza, l’apostolo dei Gentili.
Pietro e Paolo nella diffusione del cristianesimo
La diffusione del Cristianesimo è legata principalmente all’azione di Pietro e Paolo. Il distacco progressivo e irreversibile della Chiesa primitiva dal suo ambiente originario, l’Ebraismo, è raffigurato in modo emblematico dalle figure principali degli apostoli: Pietro e Paolo.
Due personalità differenti e speculari furono accomunate da una missione comune: testimoniare la vita e l’insegnamento di Cristo. Il primo, San Pietro, fu scelto da Cristo per guidare gli apostoli e la nascente comunità cristiana.
Il secondo, San Paolo o Saulo di Tarso, non conobbe Gesù ma credette, ebbe fede e insegnò ai pagani e alle genti il suo messaggio. Era un persecutore di cristiani fino a quando non rimase folgorato dalla sua maestà e si convertì.
La solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo unisce in una sola celebrazione due figure molto diverse, che nella vita si incontrarono poche volte, ma si scontrarono per divergenze di vedute. La Chiesa così ci insegna che l’unità non è uniformità, ma sinfonia.
La testimonianza di Pietro negli Atti degli Apostoli
Luca narra la cattura e la prodigiosa liberazione di Pietro (At 12,3-18) nel 42, durante il regno di Erode Agrippa, chiudendo così la prima grande pagina della storia della Chiesa.
Gli abitanti di Gerusalemme portavano i malati sulle strade, su lettucci e barelle, affinché, passando Pietro, almeno la sua ombra li coprisse (At 5,15). L’ombra di Pietro era viva e operosa e lasciava dietro di sé luce e vita.
Era senza dubbio l’ombra di Gesù. Non esiste ombra senza luce: il sole di Cristo illuminava Pietro, avvolgeva la sua persona, guidava ogni suo passo.
Come Pietro, anche noi siamo chiamati ad essere ombra di Gesù. Un’ombra benefica che dona sollievo e protezione, come l’ombra di una grande roccia in una terra arida.
La memoria di Pietro a Roma
Sul martirio e la sepoltura di Pietro a Roma si è raggiunta ormai la certezza storica. Ciò è stato possibile dopo le esplorazioni archeologiche del 1939-1949.
Tali lavori hanno consentito di individuare il luogo di sepoltura in un ambiente sottostante l’altare della Confessione della basilica vaticana. Con riferimento al martirio di Pietro, la tradizione della morte per crocifissione è esplicita nel Martyrium Petri del III secolo ed è stata diffusa da Tertulliano e da Origene.
L’apostolo Pietro venne sepolto in una fossa scavata sulle pendici meridionali del colle Vaticano, nelle vicinanze di luoghi ove vennero fatti uccidere diversi cristiani dall’imperatore Nerone.
Su questa modesta sepoltura, un secolo dopo il martirio dell’apostolo, si decise di costruire una piccola edicola funeraria. Tale «trofeo» fu ricordato dal presbitero Gaio alla fine del II secolo.
Quell’edicola, generalmente chiamata «trofeo di Gaio», indicò ai primi cristiani la tomba di Pietro, che già prima di Costantino fu meta di pellegrinaggi, testimoniati dai numerosi graffiti latini con il nome di Cristo e Pietro, tracciati su una parete intonacata in prossimità dell’edicola petrina.
In particolare, su un piccolo frammento di intonaco proveniente dal cosiddetto «muro rosso» vennero incise le lettere greche: PETR[.] ENI[.]. Il graffito è stato interpretato con la frase «Pietro è qui», oppure con un’invocazione a lui rivolta: «Pietro in pace».
La presenza di questa sepoltura determinò la costruzione della prima basilica, edificata sulla tomba dell’apostolo nel IV secolo dal Papa Silvestro e dall’imperatore Costantino.
La confessione di Pietro nella vita della Chiesa
La storia di Pietro, prima debole, spavaldo e pauroso, poi intrepido assertore della verità e martire come Cristo per testimoniare la propria fedeltà, è diventata sostanzialmente la storia della nostra Chiesa e di tanti cristiani.
La liturgia mostra Pietro con le chiavi del regno, primo e principe degli apostoli. La sua confessione ormai appartiene ai seguaci della stessa fede e richiama l’origine dell’appartenenza a Cristo, la fonte del credo e l’impegno a essere testimoni.
La diffusione del Cristianesimo è legata principalmente all’azione di Pietro e a quella dei suoi collaboratori. Un altro indizio dei viaggi e dell’evangelizzazione di Pietro può essere individuato nell’indirizzo della sua Prima lettera, inviata ai cristiani delle regioni dell’Asia Minore, «dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia» (1Pt 1,1).
La stessa lettera offre un altro elemento che consente di affermare la venuta dell’apostolo a Roma e la sua eminente posizione in quella comunità. Si legge infatti alla fine: «Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia» (1Pt 5,13).
La confessione di Pietro e la responsabilità del credente
La fede confessata da Pietro non elimina la responsabilità personale del discepolo. I credenti sono chiamati a essere «pietre viventi» per essere edificati sulla roccia che è Cristo Gesù.
Non basta quindi avere il fondamento giusto, ma bisogna anche edificarci sopra con le pietre giuste: «Ciascuno badi a come vi costruisce sopra; poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù» (1Cor 3,10-11).
C’è la responsabilità di Dio, che è quella di mettere un buon fondamento, e lui l’ha fatto per mezzo di Gesù, che è la «Pietra Angolare» su cui edificare l’edificio spirituale; ma poi c’è la nostra responsabilità, che è quella di essere «pietre viventi».
I credenti chiamati da Dio devono seminare e annaffiare, in quanto sono collaboratori di Dio; però sappiamo che è Dio che fa crescere: «Io ho piantato, Apollo ha annaffiato, ma Dio ha fatto crescere» (1Cor 3,6).
La confessione di Pietro invita quindi a riconoscere Cristo come il fondamento della Chiesa e a vivere come pietre vive dell’edificio spirituale. Pietro è testimone di una fede ricevuta dall’alto, ma anche di un cammino nel quale la fede deve maturare attraverso la prova, la correzione, il perdono e la testimonianza.
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