Concilio di Trento eucaristia: significato, presenza reale e sacrificio

Secondo il Concilio di Trento, nell’Eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, sotto l’apparenza delle specie del pane e del vino. Il significato dell’Eucaristia comprende quindi la presenza reale di Cristo, la transustanziazione, il sacrificio della Messa, l’adorazione e la comunione con lui.

Il Concilio di Trento afferma inoltre che l’Eucaristia è stata istituita da Cristo nell’ultima cena come memoriale della sua morte, alimento spirituale, antidoto contro il peccato, pegno della gloria futura e segno dell’unità della Chiesa. La Messa rende presente in modo incruento l’unico sacrificio della croce: la vittima è la stessa, Gesù Cristo, mentre diverso è il modo di offrirsi.

Il contesto storico del Concilio di Trento

Il Concilio di Trento si inserisce in un periodo segnato da profonde tensioni nella vita della Chiesa. La prassi eucaristica nei secoli che precedono il Concilio di Trento, è caratterizzata da una profonda contraddizione: le celebrazioni dell’Eucaristia sono numerosissime, ma la partecipazione dei fedeli ad esse, con la comunione sacramentale, è molto scarsa.

Si giunse in tal modo alla riduzione della messa a devozione. Così, mentre nella Chiesa dei primi secoli l’Eucaristia era il punto di convergenza e di costituzione della comunità cristiana come corpo, alle soglie del Concilio tridentino ritroviamo la celebrazione eucaristica come espressione della pietà del singolo sacerdote, o come sacrificio propiziatorio offerto per le necessità private.

Di questo passo si giunse a gravi abusi che ridussero le celebrazioni eucaristiche ad un disdicevole commercio. Questo del «pagare», «commissionare» la messa, definendo l’intenzione per cui doveva essere celebrata, purtroppo si era ridotto ad essere l’unica forma di partecipazione dei cristiani all’eucaristia.

La celebrazione, infatti, nel suo complesso (per la lingua e i riti), risultava incomprensibile al popolo. Anche la partecipazione al sacrificio per mezzo della comunione sacramentale era spesso ridotta al comunicarsi del solo sacerdote celebrante.

La distanza tra celebrazione e comunione

Questo fu il risultato di un progressivo infiltrarsi nella Chiesa di una mentalità che si rifaceva ai principi della purità rituale dell’AT, secondo la quale, per accostarsi alle cose sante si dovevano avere determinati requisiti di purezza e santità.

Quando poi troviamo che i pastori o i Concili devono giungere a prescrivere la comunione come necessaria almeno una volta l’anno, si comprende che ormai si è instaurata una tradizione di rispettosa distanza dal Mistero, non conforme certo alla tradizione genuina delle prime assemblee cristiane.

La controversia suscitata da Berengario e la successiva marcata affermazione della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, come persona viva, ha favorito l’accentuarsi di un solo aspetto del culto eucaristico: il pane e il vino vengono un po’ astratti dal loro originario significato, non indicano più solo una realtà voluta da Cristo per nutrire la vita di fede dei credenti, ma ci si è rapportati all’ostia come al luogo della presenza di una persona, con la quale si parla e che si può vedere.

Così, alla comunione sacramentale si sostituì sempre più la «comunione spirituale», per la quale non erano necessari gli stessi requisiti di purità rituale.

La contestazione dei riformatori

La protesta di Lutero, e poi degli altri riformatori, venne a scuotere così le coscienze e le istituzioni. Essi contestavano soprattutto il fatto che, attraverso il moltiplicarsi delle celebrazioni eucaristiche dietro pagamento di un’offerta, si era venuta formando nella mente dei fedeli una certa idea di automatismo riguardo alla salvezza.

Per Lutero, ciò si poneva in contrasto con l’autenticità del Vangelo: la grazia, infatti, è un dono offerto gratuitamente all’uomo e che egli non può in alcun modo acquistarsi, ma solo accogliere con fede.

A partire da tale principio, si negò, da parte protestante, il nucleo che faceva della messa una realtà da poter «offrire» a Dio e cioè il fatto che l’Eucaristia sia realmente sacrificio.

A sostegno di tale negazione si portava la tesi secondo cui, se tutte le celebrazioni eucaristiche sono sacrificio, questa molteplicità di azioni sacrificali smentisce o sminuisce la verità che Cristo è morto sulla croce una volta per tutte, offrendo così a Dio l’unico sacrificio che salvò tutti gli uomini.

Dai diversi riformatori fu inoltre negata, in vari gradi, la presenza reale, che stava alla base delle forme di culto eucaristico di cui era ridondante la pietà popolare dell’epoca.

Né Lutero, né Zwingli, né Calvino accettavano la transustanziazione. Lutero parlava di «consustanziazione», cioè del permanere della sostanza del pane accanto a quella del corpo di Cristo. Per Zwingli il sacramento era solo segno e figura della presenza di Cristo, che la comunione produce nei fedeli. Calvino ammetteva che il sacramento fosse tramite di una «virtù» che emanava da Cristo sedente nei cieli.

Si rimproverava ai cattolici di aver, in certo senso, sviato il fine del sacramento: Cristo aveva dato il suo corpo e il suo sangue perché ne mangiassero e ne bevessero, essi invece ne avevano fatto oggetto di culto, cadendo così, secondo i Riformatori, in una sorta di idolatria.

I protestanti accusavano inoltre i cattolici di inadempienza alle parole del Salvatore che aveva detto del calice, come del pane: «Prendetene tutti», mentre la Chiesa aveva riservato la partecipazione al calice, ormai da molti secoli, solo ai presbiteri.

La risposta dottrinale del Concilio

Il Concilio di Trento ha manifestato il massimo della sua fede nell’Eucaristia al Concilio di Trento del secolo XVI, il concilio che ha riformato alcuni costumi ecclesiastici sbagliati, ha reagito all’ignoranza del popolo sulla dottrina della fede, ha ribadito e chiarito con limpida purezza le verità essenziali della fede.

Preoccupati di trovare risposte immediate alle obiezioni e alle posizioni dei Protestanti, i Padri conciliari non hanno saputo dare ai documenti emanati in materia, l’ampio respiro della Scrittura e della Tradizione propri della Chiesa fino all’epoca patristica.

La prova più evidente si ha nella formulazione dei decreti sull’Eucaristia, dove troviamo cristallizzato il dualismo allora in uso: in un decreto si parla del Sacramento, in un secondo del Sacrificio della Messa.

Nel «Decreto sul santissimo sacramento dell’Eucaristia», emanato nella Sessione XIII, viene ribadita la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino consacrati. Questo dato di fede è specificato da tre avverbi, ciascuno dei quali ben soppesato: veramente, realmente, sostanzialmente; formando così un crescendo di intensità.

Per spiegare questa presenza il Concilio assume la dottrina della transustanziazione, già espressa nel Concilio Lateranense IV. Il Decreto parla inoltre, sempre in chiave polemica coi riformatori, della presenza di Cristo anche prima e dopo la comunione e, da questa presenza «indipendente dall’uso», fa derivare l’eccellenza dell’Eucaristia sugli altri sacramenti e giustifica il culto di latria reso ad essa anche fuori dalla celebrazione.

La presenza reale di Cristo

Prima di tutto questo santo sinodo insegna e professa chiaramente e semplicemente che nel divino sacramento della santa eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente, sotto l’apparenza di quelle cose sensibili, il nostro signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.

Non sono, infatti, in contrasto fra loro questo due cose: che lo stesso nostro Salvatore sieda sempre nei cieli alla destra del Padre, secondo il modo naturale di esistere, e che, tuttavia, presente in molti altri luoghi, sia presso di noi con la sua sostanza, sacramentalmente, con quel modo di esistenza, che, anche se difficilmente possiamo esprimere a parole, possiamo, tuttavia, comprendere con la nostra mente, illuminata dalla fede, essere possibile a Dio.

Il Concilio collega questa fede alle parole dell’istituzione eucaristica. Questo, infatti, tutti i nostri padri, che vissero nella vera chiesa di Cristo, e che hanno trattato di questo santissimo sacramento, hanno professato chiarissimamente: che il nostro Redentore ha istituito questo meraviglioso sacramento nell’ultima cena, quando, dopo la benedizione del pane e del vino, affermò con parole esplicite e chiare di dare ad essi il proprio corpo e il proprio sangue.

Queste parole, riportate dai santi evangelisti, e ripetute poi da S. Paolo, hanno per sé quel significato proprio e chiarissimo, secondo cui sono state comprese dai padri.

Il Concilio rifiuta quindi le interpretazioni che riducono l’Eucaristia a una semplice immagine. È pertanto sommamente indegno che esse vengano distorte da alcuni uomini rissosi e corrotti a immagini fittizie e immaginarie, con le quali è negata la verità della carne e del sangue di Cristo.

La transustanziazione

La dottrina della transustanziazione costituisce il modo con cui il Concilio descrive il mutamento avvenuto nella consacrazione. Poiché, poi, Cristo, nostro redentore, disse che era veramente il suo corpo ciò che dava sotto la specie del pane, perciò fu sempre persuasione, nella chiesa di Dio, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue.

Questa trasformazione, quindi, in modo adatto e proprio è chiamata dalla santa chiesa cattolica transustanziazione.

Il Concilio insegna che attraverso le parole del sacerdote, pronunciate sul pane e sul vino, si muta la sostanza di ciò che è sull’altare. La sostanza, ovvero l’essenza o il quid che è sull’altare, la quale prima della consacrazione è pane e vino, dopo non è più pane né vino, ma corpo e sangue di Cristo.

La sostanza è la realtà che esiste in se stessa. Per esempio un albero, un gatto, un uomo sono sostanze perché esistono in se stessi. Invece le loro dimensioni, il loro colore e le loro proprietà sono certamente delle realtà, ma non esistono in se stesse, bensì in qualcos’altro.

Nell’Eucaristia la sostanza del pane e del vino diventa il corpo e il sangue di Gesù, mentre rimangono immutati gli accidenti, cioè le specie o apparenze del pane e del vino. Quindi le dimensioni dell’ostia non cambiano, e non cambiano il colore, l’odore e il sapore, poiché tutte queste cose sono accidenti o specie. Cambia invece la sostanza.

Avviene quando il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione. Quando il sacerdote ha finito di dire: «Questo è il mio corpo», il pane non c’è più, e al suo posto c’è il corpo del Signore, e quando ha finito di dire: «Questo è il mio sangue», il vino non c’è più, e al suo posto c’è il sangue del Signore.

Corpo, sangue, anima e divinità

La santissima eucaristia ha questo di comune con gli altri sacramenti: che è simbolo di una cosa sacra e forma visibile della grazia invisibile. Tuttavia in essa vi è questo di eccellente e di singolare: che gli altri sacramenti hanno il potere di santificare solo quando uno li riceve, mentre nell’eucaristia vi è l’autore della santità già prima dell’uso.

Sempre vi è stata nella chiesa di Dio questa fede, che, cioè, subito dopo la consacrazione, vi sia, sotto l’apparenza del pane e del vino, il vero corpo di nostro Signore e il suo vero sangue, insieme con la sua anima e divinità.

In forza delle parole, il corpo è sotto la specie del pane e il sangue sotto la specie del vino; ma lo stesso corpo sotto la specie del vino, e il sangue sotto quella del pane, e l’anima sotto l’una e l’altra specie, in forza di quella naturale unione e concomitanza, per cui le parti di Cristo Signore, che ormai è risorto dai morti e non muore più, sono unite fra loro; ed inoltre la divinità per quella sua ammirabile unione ipostatica col corpo e con l’anima.

È quindi verissimo che sotto una sola specie si contiene tanto, quanto sotto l’una e l’altra. Cristo, infatti, è tutto e intero sotto la specie del pane e sotto qualsiasi parte di questa specie; e similmente è tutto sotto la specie del vino e sotto le sue parti.

Specie consacrataPresenza secondo il decreto
PaneIl corpo di Cristo, insieme con il sangue, l’anima e la divinità
VinoIl sangue di Cristo, insieme con il corpo, l’anima e la divinità
Una sola specieTutto Cristo, intero e indiviso

L’Eucaristia come sacramento e sacrificio

Secondo Tommaso vi è un duplice modo di considerare l’Eucaristia: come sacramento oppure come sacrificio.

Come sacramento, l’eucaristia è una realtà sacra che contiene il corpo di Cristo stesso, vittima di salvezza. «L’eucaristia è il sacramento perfetto della passione del Signore, in quanto contiene Cristo stesso che ha sofferto», non solo quindi secondo significato o figura ma nella sua realtà oggettiva.

La Messa è un vero sacrificio, perché memoriale della passione del Signore e perché attraverso di essa possiamo prendere parte ai frutti della passione.

La Messa, inoltre, non compromette l’unicità del sacrificio della croce essendo medesima la vittima: «quella che Cristo ha offerto e quella che noi offriamo… essendosi Cristo immolato una volta sola… Come unico è il corpo che viene offerto in ogni luogo, e non molti corpi, così pure unico è il sacrificio».

La dimensione sacrificale della Messa è data soprattutto dalla consacrazione delle due specie: il sangue, consacrato separatamente, rappresenta in modo esplicito il sacrificio di Cristo in quanto ogni sacrificio cruento avviene «con la separazione del sangue dal corpo».

Altri elementi che attestano il carattere rappresentativo, memoriale, della passione sono: la mescolanza dell’acqua con il vino nel calice che indica la fuoriuscita del sangue e dell’acqua dal costato del Salvatore e la frazione delle specie quale un segno della passione del Signore che si è compiuta nel suo vero corpo.

Il rapporto tra la croce e la Messa

Il Concilio di Trento rispondendo alle obiezioni dei Riformatori, ha voluto mettere in luce che la Messa è anzitutto un sacrificio, non in quanto opera buona dell’uomo che si esplica nell’offerta di un dono fatto a Dio come pensava Lutero, ma in quanto realtà istituita da Cristo stesso.

Di conseguenza, il Concilio afferma che la grazia che si ottiene partecipando al sacrificio eucaristico non è frutto del merito che deriva dalle opere dell’uomo ma dal mistero della morte di Cristo che è operante nella Messa.

Se i protestanti sottolineano l’unicità del sacrificio della croce, il Concilio afferma che, sebbene Cristo si sia offerto una volta per tutte sull’altare della croce, tuttavia, la perennità del suo sacerdozio implica necessariamente anche la perennità del suo sacrificio.

Per questa ragione Cristo lascia alla Chiesa una forma visibile di sacrificio «ripresentativo e memoriale» del sacrificio che egli stava per offrire una volta per tutte sul Golgota e che avrebbe messo in azione la «virtus» salvifica della croce, applicandola «alla remissione dei peccati che si commettono quotidianamente».

Cristo, inoltre, nell’offerta rituale del corpo e sangue sotto le specie del pane e del vino, dà alla sua Chiesa, agli apostoli e ai loro successori, il compito di celebrare e quindi - offrire - il sacrificio incruento con le parole: «Fate questo in memoria di me».

La Messa come memoriale della Pasqua

La natura sacrificale del sacrificio del corpo e del sangue di Cristo mette in evidenza la sua dimensione pasquale. Infatti la Pasqua ebraica, che era in memoria del passaggio dalla schiavitù alla liberazione ha trovato il suo compimento in Cristo.

Cristo è la nuova Pasqua tanto sul piano dell’avvenimento, il suo «passaggio-Pasqua» da questo mondo al Padre con la morte in croce, quanto sul piano celebrativo, perché «il sacrificio della Chiesa» è l’immolazione rituale, «sub signis visibilibus», di Cristo agnello pasquale, fatta in memoria del suo «passaggio», morte, quando tutti portò alla liberazione.

In questa prospettiva, la Messa è sacrificio perfettivo di tutti i sacrifici offerti nel mondo, non solo quelli dell’antico testamento, perché essa si identifica con «l’offerta pura», annunciata da Malachia.

Il sacrificio propiziatorio

Il Concilio di Trento sottolinea inoltre che la Messa è un vero sacrificio propiziatorio sia per vivi che per i defunti.

Poiché la Messa è offerta incruenta del sacrificio della croce, in essa si hanno in forma abbondantissima i «frutti» del sacrificio della croce. È infatti per mezzo di questa offerta che i peccatori possono ritrovare perdono e salvezza.

Dio, infatti, placato dall’offerta, perdona i peccati, libera dalle conseguenze del male e volge verso l’uomo uno sguardo benevolo in ogni sua necessità.

E poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si immolò una sola volta cruentemente sull’altare della croce, il santo sinodo insegna che questo sacrificio è veramente propiziatorio.

Si tratta, infatti, della stessa, identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per mezzo dei sacerdoti, egli che un giorno si offrì sulla croce. Diverso è solo il modo di offrirsi. E i frutti di quella oblazione, di quella cruenta, vengono percepiti abbondantemente per mezzo di questa, incruenta.

Il culto di adorazione

Non vi è, dunque, alcun dubbio che tutti i fedeli cristiani secondo l’uso sempre ritenuto nella chiesa cattolica, debbano rendere a questo santissimo sacramento nella loro venerazione il culto di latria, dovuto al vero Dio.

Non è, infatti, meno degno di adorazione, per il fatto che sia stato istituito da Cristo signore per essere ricevuto. Crediamo, infatti, che è presente in esso lo stesso Dio.

Il culto eucaristico deriva dalla presenza reale di Cristo. Se nell’Eucaristia è presente lo stesso Signore, il sacramento non può essere considerato soltanto in funzione del momento della comunione.

Il Decreto parla inoltre della presenza di Cristo anche prima e dopo la comunione e, da questa presenza «indipendente dall’uso», fa derivare l’eccellenza dell’Eucaristia sugli altri sacramenti e giustifica il culto di latria reso ad essa anche fuori dalla celebrazione.

Processioni, tabernacolo e conservazione dell’Eucaristia

Dichiara, inoltre, il santo concilio, che con pensiero molto pio e religioso è stato introdotto nella chiesa di Dio l’uso di celebrare ogni anno con singolare venerazione e solennità e con una particolare festività questo nobilissimo e venerabile sacramento, e di portarlo con riverenza ed onore per le vie e per i luoghi pubblici, nelle processioni.

È giustissimo, infatti, che siano stabiliti alcuni giorni festivi, in cui tutti i cristiani manifestino con cerimonie particolari e straordinarie il loro animo grato e memore verso il comune Signore e Redentore, per un beneficio così ineffabile e divino, con cui viene ricordata la sua vittoria e il suo trionfo sulla morte.

L’uso di conservare la santa eucarestia in un tabernacolo è così antico che fu conosciuto anche ai tempi del concilio di Nicea.

Che poi la stessa santa eucarestia venga portata agli infermi, e che a questo scopo venga diligentemente conservata nelle chiese, oltre che esser sommamente giusto e ragionevole, è anche comandato da molti concili ed è stato predicato con antichissima consuetudine dalla chiesa cattolica.

Questo santo sinodo, perciò, stabilisce che quest’uso del tutto salutare e necessario debba esser conservato.

Quando le ostie o anche il vino consacrati non sono consumabili si conservano in una tabernacolo dignitoso, di fronte al quale si accende la lampada eucaristica. Di fronte al quale ci si genuflette e di fronte al quale si sta in ginocchio.

La preparazione alla comunione

Se non è lecito ad alcuno partecipare a qualsiasi sacra funzione, se non santamente, certo, quanto più il cristiano percepisce la santità e la divinità di questo celeste sacramento, tanto più diligentemente deve guardarsi dall’avvicinarsi a riceverlo senza una grande riverenza e santità.

Chi, quindi, intende comunicarsi, deve richiamare alla memoria il suo precetto: L’uomo esamini se stesso.

E la consuetudine della chiesa dichiara che quell’esame è necessario così che nessuno, consapevole di peccato mortale, per quanto possa credere di esser contrito, debba accostarsi alla santa eucaristia senza aver premesso la confessione sacramentale.

Il santo sinodo stabilisce che questa norma si debba sempre osservare da tutti i cristiani, anche da quei sacerdoti che sono tenuti per il loro ufficio a celebrare, a meno che non manchino di un confessore. Se poi, per necessità, il sacerdote celebrasse senza essersi prima confessato, si confessi al più presto.

I modi di ricevere l’Eucaristia

Quanto al retto e sapiente uso, i nostri padri distinsero tre modi di ricevere questo santo sacramento.

  • Alcuni lo ricevono solo sacramentalmente, come i peccatori.
  • Altri solo spiritualmente, quelli, cioè che desiderando di mangiare quel pane celeste, loro proposto, con fede viva, che agisce per mezzo dell’amore, ne sentono il frutto e l’utilità.
  • Gli altri lo ricevono sacramentalmente e spiritualmente insieme, e sono quelli che si esaminano e si preparano talmente prima, da avvicinarsi a questa divina mensa vestiti della veste nuziale.

Nel ricevere la comunione sacramentale fu sempre uso, nella chiesa di Dio, che i laici la ricevessero dai sacerdoti; e che i sacerdoti che celebrano si comunicassero da sé. Quest’uso, che deriva dalla tradizione apostolica, deve a buon diritto esser osservato.

Finalmente questo santo sinodo con affetto paterno esorta, prega e supplica, per la misericordia del nostro Dio, che tutti e singoli i cristiani convengano una buona volta e siano concordi in questo segno di unità, in questo legame di amore, in questo simbolo di concordia.

L’Eucaristia come alimento e vincolo di unità

Il Signore, quindi, nell’imminenza di tornare da questo mondo al Padre, istituì questo sacramento. In esso ha effuso le ricchezze del suo amore verso gli uomini, rendendo memorabili i suoi prodigi, e ci ha comandato di onorare, nel riceverlo, la sua memoria e di annunziare la sua morte, fino a che egli venga a giudicare il mondo.

Egli volle che questo sacramento fosse ricevuto come cibo spirituale delle anime, perché ne siano alimentate e rafforzate, vivendo della vita di colui, che disse: Chi mangia me, anche lui vive per mezzo mio.

Lo volle anche come antidoto, con cui liberarsi dalle colpe d’ogni giorno ed essere preservati dai peccati mortali.

Volle, inoltre, che esso fosse pegno della nostra gloria futura e della gioia eterna; e quindi simbolo di quell’unico corpo, di cui egli è il capo, e a cui volle che noi fossimo congiunti, come membra, dal vincolo strettissimo della fede, della speranza e della carità, perché tutti professassimo la stessa verità, e non vi fossero scismi fra noi.

La celebrazione eucaristica è quindi inseparabile dall’unità della Chiesa. L’Eucaristia è segno di unità e di amore, legame di carità e simbolo di concordia.

Memori di tanta maestà e di così meraviglioso amore di Gesù Cristo, nostro signore, che sacrificò la sua vita diletta come prezzo della nostra salvezza, e ci diede la sua carne da mangiare, i cristiani sono chiamati a credere e venerare questi sacri misteri del suo corpo e del suo sangue con costanza e fermezza di fede, con devozione dell’anima, con pietà ed ossequio.

Il Concilio collega questo atteggiamento alla comunione frequente: da questo triste pellegrinaggio possano giungere alla patria celeste, dove potranno mangiare, senza alcun velo, quello stesso pane degli angeli, che ora mangiano sotto sacre specie.

Il significato dell’Eucaristia nella dottrina tridentina

Il significato dell’Eucaristia secondo il Concilio di Trento può essere espresso attraverso alcuni elementi inseparabili:

  1. Presenza reale: Cristo è presente veramente, realmente e sostanzialmente.
  2. Transustanziazione: la sostanza del pane diventa la sostanza del corpo di Cristo e la sostanza del vino diventa la sostanza del suo sangue.
  3. Presenza integrale: sotto ciascuna specie è presente tutto Cristo, con il corpo, il sangue, l’anima e la divinità.
  4. Sacrificio: la Messa rende presente sacramentalmente l’unico sacrificio della croce.
  5. Memoriale: l’Eucaristia annuncia e rende operante la morte salvifica di Cristo fino alla sua venuta.
  6. Alimento spirituale: il sacramento nutre e rafforza la vita dell’anima.
  7. Adorazione: il Cristo realmente presente è degno del culto di latria.
  8. Unità: l’Eucaristia unisce i fedeli come membra dell’unico corpo di Cristo.
  9. Preparazione: la comunione richiede riverenza, esame della coscienza e, in caso di peccato mortale, la confessione sacramentale.

Ma poiché non basta dire la verità, se non si scoprono e non si ribattono gli errori, è piaciuto al santo sinodo aggiungere questi canoni, di modo che tutti, conosciuta ormai la dottrina cattolica, sappiano anche da quali eresie devono guardarsi e devono evitare.

Se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell’eucarestia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, tutto il Cristo, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema.

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