Comunicare lo Spirito Santo a San Pietro: Pentecoste, annuncio e unità della Chiesa

Comunicare lo Spirito Santo significa annunciare la Parola di Dio non soltanto con discorsi e strumenti umani, ma “nello Spirito Santo”, lasciando che egli trasformi il cuore dell’annunciatore e renda comprensibile il Vangelo a persone diverse per lingua, cultura e mentalità. A Pentecoste gli Apostoli, prima impauriti e chiusi nel cenacolo, ricevono il dono dello Spirito, escono allo scoperto e proclamano che Gesù è risorto.

San Pietro, insieme agli altri Apostoli, mostra così che lo Spirito Santo è il vero agente dell’evangelizzazione: egli dà coraggio, illumina l’intelligenza del cuore, apre le frontiere, mette in comunicazione persone diverse e realizza l’unità e l’universalità della Chiesa.

Pentecoste Apostoli nel cenacolo lingue di fuoco

Lo Spirito Santo, principale agente dell’evangelizzazione

Parto dalla frase spesso ripetuta del Beato Paolo VI secondo cui “lo Spirito Santo è il principale agente dell’evangelizzazione”. La Dei Verbum parla brevemente del posto privilegiato che deve avere la Parola di Dio nella predicazione della Chiesa (DV, nr. 24), ma non si occupa direttamente dell’annuncio, anche perché a questo argomento il Concilio dedica un documento a parte, l’Ad gentes divinitus, sull’attività missionaria della Chiesa.

Dopo questo testo conciliare, il discorso è stato ripreso e aggiornato dal Beato Paolo VI con la Evangelii nuntiandi, da san Giovanni Paolo II, con la Redemptoris missio, e da papa Francesco con la Evangelii gaudium. Quello che è possibile fare, in accordo con il taglio dato a queste meditazioni, è mettere in luce qualche aspetto più direttamente spirituale del problema.

Il soffio di Dio e la comunicazione della Parola

Ora, qual è il mezzo primordiale e naturale con cui si trasmette la parola? E’ il fiato, il soffio, la voce. Esso prende, per così dire, la parola che si è formata nel segreto della mia mente e la porta all’orecchio dell’ascoltatore.

Tutti gli altri mezzi non fanno che potenziare e amplificare questo mezzo primordiale del fiato o della voce. Anche la scrittura viene dopo e suppone la viva voce, giacché le lettere dell’alfabeto non sono che segni indicanti dei suoni.

Anche la Parola di Dio segue questa legge. Essa si trasmette per mezzo di un soffio. E qual è, o chi è, il soffio, o la ruah, di Dio, secondo la Bibbia? Lo sappiamo: è lo Spirito Santo!

Così, in modo analogo s’intende, la Parola di Dio non può essere animata che dal soffio di Dio che è lo Spirito Santo. Questa è una verità semplicissima e quasi ovvia, ma di immensa portata. E’ la legge fondamentale di ogni annuncio e di ogni evangelizzazione.

Le notizie umane si trasmettono o a viva voce, o via radio, stampa, internet e via dicendo; la notizia divina, in quanto divina, si trasmette via Spirito Santo. Lo Spirito Santo ne è il vero, essenziale mezzo di comunicazione, senza del quale non si percepisce, del messaggio, che il rivestimento umano.

Le parole di Dio sono ” Spirito e vita” (cf. Gv 6,63) e non si possono perciò trasmettere o accogliere che “nello Spirito”.

Gesù, gli Apostoli e il mandato ricevuto nello Spirito

Questa legge fondamentale è quella che vediamo in atto, concretamente, nella storia della salvezza. Gesù cominciò a predicare “con la potenza dello Spirito Santo (Lc 4,14 ss.). Egli stesso dichiarò: “Lo Spirito del Signore è su di me…Mi ha consacrato con l’unzione, per portare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4,18).

Apparendo agli apostoli nel cenacolo la sera di Pasqua, egli disse: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 21-22).

Nel conferire agli apostoli il mandato di andare in tutto il mondo, Gesù conferì loro anche il mezzo per poterlo compiere -lo Spirito Santo- e lo conferì, significativamente, nel segno del soffio, dell’alito.

Secondo Marco e Matteo, l’ultima parola che Gesú disse agli apostoli prima di salire al cielo fu “Andate!”: “Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15; Mt 28, 19). Secondo Luca, il comando finale di Gesú sembra l’opposto: Restate! Rimanete!: “Restate in città finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24, 49).

Naturalmente, non c’è alcuna contraddizione; il senso è: andate in tutto il mondo, ma non prima di aver ricevuto lo Spirito Santo.

Pentecoste: San Pietro comunica il Vangelo a tutti

Gesù lo aveva promesso ai suoi discepoli e dieci giorni dopo la Sua Ascensione al cielo lo inviò loro: il para-kletós, che significa «colui che parla al fianco»: è l'amico che ci accompagna, ci incoraggia e ci guida lungo il cammino.

"1In occasione dell'anniversario di Pentecoste, Erano tutti insieme nello stesso posto. 2All'improvviso, giunse dal cielo un ruggito, come di un vento impetuoso, che riempì tutta la casa in cui erano seduti. 3Videro delle lingue, simili a fiamme, apparire e dividersi, atterrando sopra ognuno di loro. 4Erano tutti pieni di Spirito Santo E cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro la parola» (Atti 2:1-4).

Tutto il racconto della Pentecoste serve a mettere in luce questa verità. Viene lo Spirito Santo ed ecco che Pietro e gli altri apostoli, a voce alta, cominciano a parlare di Cristo crocifisso e risorto e la loro parola ha una tale unzione e potenza che tremila persone si sentono trafiggere il cuore.

Lo Spirito Santo, venuto sugli apostoli, si trasforma in essi in un irresistibile impulso a evangelizzare. San Paolo arriva ad affermare che senza lo Spirito Santo è impossibile proclamare che “Gesù è il Signore!” (1 Cor 12, 3), che è l’inizio e la sintesi di ogni annuncio cristiano.

San Pietro, dal canto suo, definisce gli apostoli “coloro che hanno annunciato il Vangelo nello Spirito Santo” (1 Pt 1,12). Indica con la parola “Vangelo” il contenuto e con l’espressione “nello Spirito Santo” il mezzo, o il metodo, dell’annuncio.

Il vento e il fuoco: il significato della Pentecoste

Per gli ebrei, era una delle tre grandi feste. All'inizio, il ringraziamento per il raccolto del grano (primi frutti), ma a questo si aggiunse la festa per la consegna della Torah, la La Torahil "Manuale di istruzioni". del mondo e dell'uomo, che ha donato la saggezza a Israele.

Era la festa dell'alleanza per vivere sempre secondo la volontà di Dio manifestata nella Sua legge. Le immagini utilizzate da Luca per indicare l'irruzione dello Spirito Santo - il vento e il fuoco - alludono al Sinai, dove Dio si era rivelato al popolo di Israele e aveva concesso loro la sua alleanza (cfr. Es 19:3 e seguenti).

La festa del Sinai, che Israele celebrava cinquanta giorni dopo la Pasqua, era la festa dell'alleanza. Parlando di lingue di fuoco (cfr. Atti 2:3), Luca vuole presentare il Cenacolo come un nuovo Sinai, come la festa dell'Alleanza che Dio fa con la sua Chiesa, che non abbandonerà mai: questa è la Pentecoste.

Shavuot è la festa ebraica che commemora la consegna dei Dieci Comandamenti della Legge di Dio a Mosè sul Monte Sinai, dopo la fuga del popolo di Israele dall'Egitto. Si svolge quindi sette settimane dopo la Pasqua, che è la festa più importante per gli ebrei, in quanto celebra la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù del Faraone.

In ebraico “Shavuot” significa “settimane” e significa anche giuramento: l'alleanza che Dio fece con il suo popolo attraverso la Legge.

La comprensione delle lingue e l’unità della Chiesa

Con il potere dello Spirito Santo si fanno capire da tutti, qualunque sia la loro origine e la loro mentalità: Ora a Gerusalemme abitavano dei Giudei, uomini devoti di ogni nazione sotto il cielo.

Quando si udì quel rumore, la folla si radunò e rimase perplessa, perché ognuno li sentiva parlare nella propria lingua. Si stupirono e si meravigliarono, dicendo: 'Non sono forse galilei tutti questi che parlano? Come mai, dunque, li sentiamo ciascuno nella propria lingua materna? Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e della parte della Libia presso Cirene, stranieri romani, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi, li sentiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi cose di Dio" (Atti 2:5-11).

Infatti, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo, gli Apostoli “non furono più come prima”, ma uscirono e cominciarono a predicare che Gesù è risorto, “in maniera tale che ognuno li capiva nella propria lingua”.

Perché, sottolinea Papa Francesco “lo Spirito cambia il cuore, allarga lo sguardo dei discepoli” e “li rende capaci di comunicare a tutti le grandi opere di Dio”, oltrepassando “i confini culturali e religiosi entro cui erano abituati a pensare e a vivere”.

Li mette in grado di raggiungere gli altri rispettando le loro possibilità di ascolto e di comprensione, nella cultura e linguaggio di ciascuno. In altre parole, lo Spirito Santo mette in comunicazione persone diverse realizzando l’unità e l’universalità della Chiesa.

Babele e Pentecoste: dalla confusione alla comunione

Ciò che accade in quel giorno, con l'azione dello Spirito Santo, è l'antitesi del racconto biblico delle origini dell'umanità: a quel tempo tutta la terra parlava la stessa lingua e le stesse parole.

Mentre si spostavano da est, trovarono una pianura nella terra di Shinar e vi si stabilirono. -Facciamo dei mattoni e cuociamoli nel fuoco! In questo modo, i mattoni fungevano da pietre e l'asfalto da malta.

Poi dissero: -Costruiamoci una città e una torre la cui cima raggiunga il cielo! Allora saremo famosi, in modo da non essere dispersi sulla faccia di tutta la terra.

Così da lì il Signore li disperse sulla faccia di tutta la terra ed essi smisero di costruire la città. Ecco perché fu chiamata Babele, perché lì il Signore confuse la lingua di tutta la terra e da lì il Signore li disperse sulla faccia di tutta la terra (Gen 11:1-9).

Quando le persone nella storia biblica iniziarono a lavorare come se Dio non esistesse, scoprirono che loro stessi erano diventati disumanizzati, perché avevano perso un elemento fondamentale degli esseri umani, che è la capacità di essere d'accordo, di capirsi e di agire insieme.

Ciò che l'orgoglio umano ha rotto, l'azione dello Spirito Santo lo rimette insieme. Anche oggi, è la docilità allo Spirito Santo che ci dà l'aiuto necessario per costruire un mondo più umano, dove nessuno si senta solo, privato dell'attenzione e dell'affetto degli altri.

Lo Spirito Santo e la comunicazione autentica

Questo testo contiene una verità perenne. Nell'attuale società altamente tecnologica, con così tanti mezzi di comunicazione e di informazione, parliamo sempre meno e ci capiamo sempre meno, e perdiamo la reale capacità di comunicare in un dialogo aperto e sincero.

Abbiamo bisogno di qualcosa che ci aiuti a recuperare questa capacità di essere aperti agli altri. Gesù ha promesso agli apostoli e a ciascuno di noi: "Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito perché sia sempre con voi" (Gv 14:16).

Egli usa una parola greca para-kletós che significa "colui che parla accanto a": è l'amico che ci accompagna, ci incoraggia e ci guida lungo il cammino.

Lo Spirito Santo “ci rende nuove creature” come fece a Pentecoste con gli Apostoli, “vince tutte le nostre titubanze”, e “mette in comunicazione persone diverse”, realizzando così “l’unità e l’universalità della Chiesa”.

Il coraggio di uscire dal cenacolo

Quel giorno a Gerusalemme, ricorda il Pontefice, “i discepoli di Gesù erano ancora disorientati e impauriti. Non avevano ancora il coraggio di uscire allo scoperto”. Anche noi, a volte, preferiamo rimanere tra le mura protettive dei nostri ambienti.

Ma il Signore sa come raggiungerci e aprire le porte del nostro cuore. Egli manda su di noi lo Spirito Santo che ci avvolge e vince tutte le nostre titubanze, abbatte le nostre difese, smonta le nostre false sicurezze.

Lo Spirito Santo vince la loro paura, spezza le loro catene interiori, lenisce le loro ferite, li unge di forza e dà loro il coraggio di andare incontro a tutti per annunciare le opere di Dio.

Lo Spirito apre le frontiere, prima di tutto, dentro di noi. È il dono che apre la nostra vita all'amore. E questa presenza del Signore dissolve le nostre durezze, la nostra chiusura mentale, il nostro egoismo, le paure che ci paralizzano, il narcisismo che ci fa ruotare solo intorno a noi stessi.

Uscire dal proprio io

La prima condizione ci è suggerita dalla parola che Dio rivolse ad Abramo: “Esci dalla tua terra e va’” (cf. Gen 12, 1). Non c’è missione e invio senza una previa uscita.

Parliamo spesso di una Chiesa “in uscita”. Dobbiamo renderci conto che la prima porta da cui uscire, non è quella della Chiesa, della comunità, delle istituzioni, delle sacrestie; è quella del nostro “io”.

Lo ha spiegato bene, in una occasione, papa Francesco: “Essere in uscita, diceva, significa innanzitutto uscire dal centro per lasciare al centro il posto a Dio”. Secondo un’espressione di Teilhard de Chardin, bisogna “decentraci da noi stessi e ricentrarci su Cristo”.

È l’unico modo per vincere il pullulare di invidie, gelosie, paure di perdere la faccia, rancori, risentimenti, situazioni di antipatia che riempiono il cuore dell’uomo vecchio; per essere “abitati” dal Vangelo e diffondere odore di Vangelo.

La Parola prima accolta, assimilata e vissuta

La Bibbia ci offre un’immagine che contiene più verità di interi trattai di pastorale dell’annuncio: quella del libro mangiato che si legge in Ezechiele: “Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo.

Lo spiegò davanti a me; era scritto all’interno e all’esterno e vi erano scritti lamenti, pianti e guai. Mi disse: “Figlio dell’uomo, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele”.

Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele (Ez 2, 9 - 3, 3; cf anche Ap 10, 2).

C’è una differenza enorme tra la parola di Dio semplicemente studiata e proclamata e la parola di Dio prima “mangiata” e assimilata. Nel primo caso si dice di un predicatore che “parla come un libro stampato”; ma non si arriva così al cuore della gente, perché al cuore arriva solo ciò che parte dal cuore.

“Cor ad cor loquitur, era il motto del beato cardinal Newman. Riprendendo l’immagine di Ezechiele, l’autore dell’Apocalisse vi apporta una piccola, ma significativa variante.

Dice che il libro ingoiato era sì dolce come il miele sulle labbra, ma amaro come il fiele nelle viscere (cf. Ap 10, 10). Sì perché, prima di ferire gli ascoltatori la parola deve ferire l’annunciatore, mostrargli il suo peccato e spingerlo alla conversione.

Parole e opere nell’annuncio cristiano

La prima cosa da evitare quando si parla di evangelizzazione è quella di pensare che essa sia sinonimo di predicazione e quindi riservata a una categoria particolare di cristiani. In altre parole, non si evangelizza soltanto con le parole, ma prima ancora con le opere e la vita; non con quello che si dice, ma con quello che si fa e che si è.

La Dei Verbum dice: “L’economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto”.

Questa legge che vale per la Rivelazione nel suo nascere, vale anche per il suo diffondersi. Una frase, anch’essa spesso ripetuta, di Paolo VI nella Evangelii nuntiandi dice: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”.

C’è un detto in inglese che acquista un significato tutto particolare applicato all’evangelizzazione: “I fatti parlano più forte delle parole”: “Deeds speak louder than words”.

La testimonianza silenziosa

Gli uomini non sanno che farsene di “indicatori stradali” che indicano la direzione da prendere, ma loro non si spostano di un centimetro. Il contributo maggiore, anche se nascosto, che l’ordine dei Cappuccini ha dato all’evangelizzazione nei cinque secoli della sua storia non è stato, credo, quello dei predicatori di professione, ma quello della schiera di “fratelli laici”: semplici e incolti portinai dei conventi o questuanti.

Intere popolazioni hanno ritrovato o mantenuto la loro fede grazie al contatto con essi. Uno di essi, il Beato Nicola da Gesturi, parlava così poco che la gente lo chiamava “Frate silenzio”, eppure in Sardegna, a 58 anni dalla sua morte, l’ordine dei Cappuccini si identifica con fra Nicola da Gesturi, oppure con fra Ignazio da Laconi, un altro santo frate questuante del passato.

Si è realizzata la parola che Francesco d’Assisi rivolse un giorno ai frati predicatori: ”Perché vi gloriate della conversione degli uomini? Sappiate che a convertirli sono stati i miei frati semplici con le loro preghiere”.

Se concepisce il proprio lavoro come servizio al Papa e alla Chiesa; se rinnova ogni tanto questa intenzione e non permette che la preoccupazione della carriera prenda il sopravvento nel suo cuore, il modesto impiegato di una Congregazione contribuisce all’evangelizzazione più di un predicatore di professione, se questi cerca di piacere agli uomini più che a Dio.

Maria, modello di accoglienza e comunicazione del Vangelo

Una volta, durante un dialogo ecumenico, un fratello pentecostale mi chiese - non per polemica, ma per cercare di capire - perché noi cattolici chiamiamo Maria “la Stella dell’evangelizzazione”.

Giunsi alla conclusione che Maria è la stella dell’evangelizzazione perché non ha portato una parola particolare a un popolo particolare, come hanno fatto anche i massimi evangelizzatori della storia; ha portato la Parola fatta carne e l’ha portata (anche fisicamente) al mondo intero!

Non ha mai predicato, non ha pronunziato che pochissime parole, ma era piena di Gesú e dovunque andava ne spandeva il profumo, tanto che Giovanni Battista lo avvertì fin dal seno di sua madre.

A Pentecoste Maria, gli Apostoli, i discepoli e i discepoli con loro furono riempiti di uno Spirito di unità, che radicò per sempre le loro diversità nell'unico Signore Gesù Cristo.

San Pietro e la memoria della confessione di fede

La Confessione è lo spazio sacro che si apre davanti l’altare maggiore della basilica per lasciare scorgere dall’alto la sepoltura di San Pietro. Il termine “Confessione” evoca il martirio di Pietro sul colle vaticano, bagnato dal sangue dei protomartiri romani al tempo delle persecuzioni dell’imperatore Nerone.

Sotto l’altare papale sovrastato dal baldacchino di bronzo sul cui cielo è raffigurata la colomba dello Spirito Santo è riconoscibile la tomba di Pietro nella cosiddetta “Nicchia dei Palli”, così chiamata perché sul piano di questa nicchia alla vigilia della solennità dei Santi Pietro e Paolo vengono collocati i “palli”, le stole di lana bianca con croci nere che il Papa consegna agli arcivescovi metropoliti.

La “Nicchia dei Palli” corrisponde all’edicola eretta nel II secolo sulla sepoltura di Pietro. Quella che ancora oggi ammiriamo è l’edicola funeraria che, pur con alcune trasformazioni e rivestimenti in mosaico, è rimasta intatta per quasi diciotto secoli.

Tra i mosaici laterali degli apostoli Pietro e Paolo, al centro della “Nicchia dei Palli”, vi è la raffigurazione in mosaico del Salvatore che sostiene il libro aperto del Vangelo su cui è scritto: ego svm via veritas et vita / qvi credit in me vivet (Io sono la Via, la Verità e la Vita; chi crede in me vivrà, Gv 14,6; 11,25).

Davanti alla Confessione papa Leone († 461) affermò: “[. ] come permane ciò che Pietro ha creduto in Cristo, così permane ciò che Cristo ha istituito nella persona di Pietro [. ] In tutta quanta la Chiesa, Pietro proclama ogni giorno: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (De Natale ipsius, III, SCh 200, pp. 256, 258).

Confessione Basilica San Pietro tomba Apostolo

Lo Spirito Santo nella vita della Chiesa

In questa veglia di Pentecoste ci troviamo intimamente legati dalla vicinanza di Dio, dal Suo Spirito che unisce le nostre storie a quella di Gesù. Siamo coinvolti nelle cose nuove che Dio sta facendo, affinché la sua volontà di vita si compia e prevalga sulla volontà di morte.

Come l'amore ci rende familiare il profumo della persona amata, così questa sera riconosciamo gli uni negli altri il profumo di Cristo. È un mistero che ci sorprende e ci fa riflettere.

Non molte missioni, ma una sola missione. Non introversa e bellicosa, ma estroversa e luminosa.

Lo Spirito di Gesù cambia il mondo perché cambia i cuori. Ispira, infatti, quella dimensione contemplativa della vita che allontana l’autoaffermazione, la mormorazione, lo spirito di polemica, il dominio delle coscienze e delle risorse.

Sinodalità, fraternità e partecipazione

La sera della mia elezione, guardando con emozione il popolo di Dio qui riunito, ho ricordato la parola “sinodalità”, che esprime felicemente il modo in cui lo Spirito plasma la Chiesa.

In questa parola risuona la syn -Significato con- che è il segreto della vita di Dio. Dio non è solitudine. Dio è “con” in se stesso - Padre, Figlio e Spirito Santo - ed è Dio con noi.

Allo stesso tempo, la sinodalità ci ricorda il modo in cui -odós- perché dove c'è lo Spirito, c'è movimento, c'è una via. Noi siamo un popolo in cammino.

In un mondo spezzato e senza pace, lo Spirito Santo ci insegna a camminare insieme. La terra riposerà, la giustizia sarà affermata, i poveri gioiranno e la pace tornerà se smetteremo di muoverci come predatori e inizieremo a muoverci come pellegrini.

Che le vostre aggregazioni e comunità siano luoghi in cui si praticano la fraternità e la partecipazione, non solo come luoghi di incontro, ma anche come luoghi di spiritualità.

È il percorso che chiede a ciascuno di noi di riconoscere il proprio debito e il proprio tesoro, sentendosi parte di una totalità, al di fuori della quale tutto appassisce, anche il più originale dei carismi.

L’evangelizzazione come opera di Dio

L’evangelizzazione, cari fratelli e sorelle, non è una conquista umana del mondo, ma la grazia infinita che si diffonde attraverso vite trasformate dal Regno di Dio.

È la via delle beatitudini, un itinerario che percorriamo insieme, in continua tensione tra il “già” e il “non ancora”, affamati e assetati di giustizia, poveri in spirito, misericordiosi, miti, puri di cuore, che lavorano per la pace.

Per seguire Gesù in questo cammino che Lui ha scelto, non bastano potenti protettori, impegni mondani o strategie emotive. L’evangelizzazione è un’opera di Dio e, se a volte passa attraverso le nostre persone, è grazie ai legami che essa rende possibili.

Le sfide che l’umanità deve affrontare saranno meno spaventose, il futuro meno oscuro, il discernimento meno difficile, se insieme obbediremo allo Spirito.

Lo Spirito Santo e la pace nelle relazioni

Solo un cuore pacifico può diffondere la pace nella famiglia, nella società, nelle relazioni internazionali. Lo Spirito di Cristo risorto apra vie di riconciliazione ovunque ci sia guerra; illumini i potenti e dia loro il coraggio di compiere gesti di distensione e di dialogo.

Che il vento potente dello Spirito venga su di noi e dentro di noi, apra le frontiere del cuore, ci dia la grazia di incontrare Dio, allarghi gli orizzonti dell’amore e sostenga i nostri sforzi per costruire un mondo dove regni la pace.

Lo Spirito apre le frontiere anche nelle nostre relazioni. Quando l'amore di Dio abita in noi, siamo capaci di aprirci ai nostri fratelli, di superare le nostre rigidità, di vincere la paura del diverso, di educare le passioni che nascono in noi.

Lo Spirito trasforma anche quei pericoli più nascosti che contaminano le nostre relazioni, come le incomprensioni, i pregiudizi e le strumentalizzazioni.

Lo Spirito Santo, invece, "fa maturare in noi i frutti che ci aiutano a vivere relazioni autentiche e sane: "amore, gioia e pace, benevolenza, generosità, mitezza, bontà e fiducia" (Gal 5,22).

Una Chiesa accogliente e senza frontiere

E questo è anche un criterio decisivo per la Chiesa; siamo veramente la Chiesa del Risorto e i discepoli della Pentecoste solo se tra di noi non ci sono né frontiere né divisioni ((ha citato qui Papa Francesco)), se nella Chiesa sappiamo dialogare e accoglierci a vicenda, integrando le nostre differenze, se come Chiesa diventiamo uno spazio accogliente e ospitale per tutti.

Come afferma Benedetto XVI: "Lo Spirito Santo fa il dono della comprensione. Egli supera la rottura iniziata a Babele - la confusione dei cuori, che ci mette gli uni contro gli altri - e apre le frontiere.

La Chiesa deve diventare sempre di nuovo ciò che è già: deve aprire le frontiere tra i popoli e abbattere le barriere tra le classi e le razze. Nella Chiesa non ci possono essere né i dimenticati né i disprezzati. Nella Chiesa ci sono solo liberi fratelli e sorelle di Gesù Cristo.

E oggi ci dice tanto questa realtà dello Spirito Santo, quando nella Chiesa ci sono dei gruppetti che cercano sempre la divisione, di staccarsi dagli altri. Questo non è lo Spirito di Dio: lo Spirito di Dio è armonia, è unità, unisce le differenze.

La Chiesa "è per tutti, come ha fatto vedere lo Spirito Santo il giorno di Pentecoste".

Il comandamento dell’amore

Lo Spirito Santo, la prima cosa che insegna, ricorda e imprime nei nostri cuori è il comandamento dell’amore, che il Signore ha posto al centro e al vertice di tutto.

E dove c'è amore, non c'è spazio per i pregiudizi, per le distanze di sicurezza che ci allontanano dai nostri vicini, per la logica dell'esclusione che purtroppo vediamo emergere anche nel nazionalismo politico.

Lo Spirito allarga le frontiere delle nostre relazioni con gli altri e ci apre alla gioia della fraternità.

La preghiera di invocazione

Ora che stiamo parlando con Dio in questo momento di preghiera, ci chiediamo alla sua presenza: mi sforzo di costruire la mia vita professionale e familiare, le mie amicizie, la società in cui vivo, come un mondo costruito dai miei sforzi senza la preoccupazione di Dio per me?

Oppure voglio ascoltare ed essere docile alla voce amorevole dello Spirito Santo, quel compagno inseparabile che Gesù ha messo al mio fianco per guidarmi e incoraggiarmi?

Possiamo invocare lo Spirito Santo con un'antica e bellissima preghiera della Chiesa: Vieni Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in loro il fuoco del tuo Amore.

E chiediamo alla Beata Vergine, Sposa di Dio Spirito Santo, che, come Lei, possiamo lasciare che Lui faccia grandi cose nelle nostre anime, in modo da sapere come amare Dio e gli altri, e costruire un mondo migliore con il Suo aiuto.

Maria Santissima, Donna della Pentecoste, Vergine visitata dallo Spirito, Madre piena di grazia, ci accompagni e interceda per noi.

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