Il Vangelo di Giovanni presenta Gesù mentre alza gli occhi al cielo e prega il Padre nell’ora decisiva della sua missione. La vita eterna non è semplicemente un luogo o un tempo senza fine: è una relazione, cioè conoscere Dio attraverso Gesù Cristo.
Il brano invita a domandarci se la nostra fede sia davvero un incontro oppure soltanto un’abitudine religiosa. La vita eterna comincia nel momento in cui Cristo smette di essere un discorso e diventa qualcuno da conoscere, amare e seguire.
Il Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare.
E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola.
Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro.
Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».
Parola del Signore.
«Padre, è venuta l’ora»
Oggi il Vangelo di Giovanni -che da giorni stiamo leggendo- inizia parlandoci ”dell’ora”: «Padre, è giunta l’ora» (Gv 17,1). Il culmine, la glorificazione di tutte le cose, la donazione massima di Cristo per tutti.
“L’ora” è ancora una realtà nascosta agli uomini. Si rivelerà man mano che la trama della vita di Gesù ci va aprendo la prospettiva della croce.
È giunta l’ora? L’ora di cosa? Ebbene, è giunta l’ora nella quale gli uomini conoscono il nome di Dio, cioè la Sua azione, il modo di dirigersi all’umanità, il modo di parlare a noi nel Figlio, in Cristo che il Padre ama.
Prima delle parole (…), il Vangelo ci fa contemplare un atteggiamento di Gesù: l’Evangelista dice che pregava «alzati gli occhi al cielo» (Gv 17,1). Sono le ore finali della sua vita, sente il peso dell’angoscia per la passione che si avvicina, avverte l’oscurità della notte che sta per abbattersi su di Lui, si sente tradito e abbandonato; ma proprio in quel momento, anche in quel momento, Gesù alza gli occhi al cielo.
Alza lo sguardo verso Dio. Non abbassa la testa davanti al male, non si lascia schiacciare dal dolore, non si ripiega nell’amarezza di chi è sconfitto e deluso, ma guarda in alto.
La preghiera ci apre alla fiducia in Dio anche nei momenti difficili, ci aiuta a sperare contro tutte le evidenze, ci sostiene nella battaglia quotidiana.
Non è una fuga, un modo per scappare dai problemi. Al contrario, è l’unica arma che abbiamo per custodire l’amore e la speranza in mezzo a tante armi che seminano morte.
Non è facile alzare lo sguardo quando siamo nel dolore, ma la fede ci aiuta a vincere la tentazione di ripiegarci su noi stessi! Forse vorremmo protestare, gridare la nostra sofferenza anche a Dio: non dobbiamo avere paura, anche questa è preghiera.
La vita eterna è conoscere Dio
«Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo». In queste parole del Vangelo di Giovanni troviamo una delle definizioni più belle della vita eterna.
Per noi cristiani, infatti, la vita eterna non è semplicemente un luogo o un tempo senza fine. È una relazione. La vita eterna è conoscere Dio attraverso Gesù Cristo.
E nella Bibbia il verbo “conoscere” non significa soltanto sapere qualcosa di qualcuno, ma entrare in una comunione profonda con lui. Ne facciamo esperienza anche nei nostri amori umani.
Quando amiamo davvero qualcuno, ci sembra di toccare qualcosa di infinito. A volte diciamo persino: “Mi sembra di essere in paradiso”. È il segno che l’amore autentico apre sempre uno spiraglio sull’eternità.
Se una creatura può suscitare questo dentro di noi, quanto più dovrebbe accadere nell’incontro con Dio? Gesù è il modo concreto attraverso cui Dio raggiunge la nostra vita.
Non un’idea astratta, non una teoria religiosa, ma una presenza viva. Per questo trovare Cristo significa trovare la vita eterna già dentro questa esistenza.
Il cristianesimo non è una vaga religiosità o un insieme di principi morali. È una relazione precisa con una persona precisa. La nostra fede ha un nome, un volto, una storia: Gesù Cristo.
Ed è proprio questa relazione che cambia il modo di vivere, di soffrire, di amare, di sperare. Il Vangelo di oggi ci invita allora a domandarci se la nostra fede sia davvero un incontro oppure soltanto un’abitudine religiosa.
Perché la vita eterna comincia nel momento in cui Cristo smette di essere un discorso e diventa qualcuno da conoscere, amare e seguire.
L’incontro con Cristo cambia la vita
La vita eterna non è un posto ma bensì qualcuno. Solo chi ama può capire qualcosa di questo tentativo estremo del Vangelo di spiegarci qualcosa che è fuori dalla nostra portata e dalla nostra immaginazione.
Ci sono cose che dopo che le hai incontrate non ti lasciano più uguale a prima. Tra queste cose ce n’è una radicale, la più decisiva, è quella dell’incontro con Cristo.
Chi lo ha incontrato veramente non ha più la stessa vita di prima. Nulla è più come prima. È entrata la dinamica dell’eternità lì dove noi sperimentiamo solitamente la dinamica delle cose che finiscono.
Dopo che hai assaggiato un vino buono, nessun altro vino sarà uguale, perché hai un termine di paragone che ti fa accorgere di ciò che vale da ciò che non vale.
Prima di quel sorso di vino buono, anche un vino scadente poteva essere ritenuto buono, ma dopo quel sorso nulla è come prima.
L’incontro con Cristo ci fornisce un termine di paragone che cambia completamente la percezione della vita. Si capisce subito ciò che vale da ciò che non vale, ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è bene da ciò che è male, ciò che ci intrattiene da ciò che invece ci salva.
Gesù prega per i suoi discepoli
«Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato».
È bello poter pensare che noi siamo l’oggetto della preghiera di Gesù. Egli infatti ci considera come qualcosa di profondamente Suo: «Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro».
Dovremmo darci del tempo nella preghiera per “sentire” nella parte più profonda di noi stessi che siamo Suoi, come la cosa in cui più si gioca l’amore che Egli ha per il Padre.
Sentirsi di Qualcuno è la vita eterna.
«Non prego per il mondo»: come mai, a Gesù è indifferente la vita di qualcuno? Dio ama tutti ma rispetta la scelta di ciascuno.
L’amore meraviglioso di Dio cerca ogni modo rispettoso e delicato per dare vita ma mai impone nulla. Senza piena libertà non si può trattare di amore pienamente autentico.
La missione di Paolo e la testimonianza del Vangelo
La prima lettura mostra Paolo mentre saluta gli anziani della Chiesa di Efeso e ripercorre il servizio svolto tra umiltà, lacrime e prove.
In quei giorni, da Milèto Paolo mandò a chiamare a Èfeso gli anziani della Chiesa. Quando essi giunsero presso di lui, disse loro: «Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei.
Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù.
Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni.
Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio.
E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il Regno. Per questo attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio».
La testimonianza di Paolo mostra che il servizio cristiano non consiste nel cercare una vita senza difficoltà, ma nel portare a compimento la missione ricevuta dal Signore.
La fede non elimina automaticamente le prove. Essa sostiene la persona perché possa affrontarle senza perdere la direzione, la speranza e la fedeltà al Vangelo.
Lo Spirito Santo, Consolatore e guida
«Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza».
È bello pensare che quando Gesù parla dello Spirito Santo, lo chiami il Consolatore. Dio solo sa di quanta consolazione abbiamo bisogno.
La vita delle volte ci fa attraversare regioni buie, cariche di afflizioni, di cose che non vorremmo mai vivere. E non ci appaga sapere che tutto questo finirà, abbiamo bisogno di chi possa essere forza per noi proprio nel momento del buio, nell’ora della prova, nello scandalo delle contraddizioni.
Ecco che cos’è il Consolatore, è Colui che ci porta un Amore che sana, che sostiene, che illumina, che rende testimonianza all’opera del Figlio.
Chi è raggiunto da un Amore così diventa esso stesso testimone e testimonianza. E non importa più se sarà difficile, se saremo incompresi, se non sempre il mondo girerà dalla parte giusta.
Ciò che conta è avere il necessario per affrontare ciò che avremo davanti. Gesù sta annunciando questo ai suoi discepoli.
Non gli sta promettendo che andrà sempre bene, ma sta dicendo loro che anche quando non andrà bene avranno il necessario per affrontare ogni cosa.
Ascoltare davvero questa pagina del Vangelo significa lasciare che la Parola converta la nostra idea distorta di fede.
La fede non è una rassicurazione, ma una forza che ci aiuta a scegliere anche quando le gambe ci tremano, quando le parole si impastano e i ragionamenti smettono di essere chiari.
«Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato».
Il Gesù in cui crediamo gioca a carte scoperte. Non ci nasconde nulla della fatica e anche delle difficoltà di cui è fatto il viaggio della nostra esistenza.
Ed è proprio perché lo sappiamo che possiamo fare memoria di ciò che conta. Saperlo non ci risparmia la fatica ma non ci fa trovare impreparati.
La memoria delle parole di Gesù ci riposiziona continuamente davanti alla vita.
La gloria di Dio e la pienezza dell’uomo
Gli uomini e le donne di oggi, conoscendo Dio attraverso Gesù («Le parole che hai dato a me io le ho date a loro»: Gv 17,8), riusciamo ad essere testimoni della vita, della vita divina che si realizza in noi per il sacramento battesimale.
In Lui viviamo, ci muoviamo e siamo, in Lui troviamo parole che alimentano e che ci fanno crescere; in Lui scopriamo quel che Dio vuole da noi: la pienezza, la realizzazione umana, una vita vissuta senza vanagloria personale ma un atteggiamento esistenziale basato su Dio e la Sua Gloria.
Ci ricorda Sant Ireneo che «La Gloria di Dio è che l’uomo viva». Lode e Gloria a Dio affinché la persona umana arrivi alla sua pienezza.
Siamo segnati dal Vangelo di Gesù; lavoriamo per la Gloria di Dio, compito che si traduce in un maggior servizio alla vita di uomini e donne di oggi.
Questo significa: lavorare per una vera comunicazione umana, per la vera felicità della persona, far gioire chi è triste, compatirsi con i deboli. in definitiva. aperti alla Vita (con maiuscola).
Per lo Spirito, Dio lavora in ognuno di noi e abita nel più recondito di ogni persona, e non smette di stimolare tutti noi a vivere il Vangelo e i suoi valori.
La Buona Notizia è espressione della felicità liberatrice che Lui vuole dare a noi.
Una comunione che genera unità
«In modo tale che tutti noi non siamo nient'altro che una sola cosa nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo: una sola cosa per identità di condizione, per l'attrazione che opera l'amore, per la comunione della santa umanità di Cristo e per la partecipazione dell'unico e Santo Spirito» (San Cirillo Alessandrino).
«Conoscere Gesù significa conoscere il Padre, e conoscere il Padre vuol dire entrare in vera comunione con l’Origine stessa della vita, della luce e dell’amore» (Benedetto XVI).
La comunione con Dio non rimane una realtà privata e astratta. Essa plasma il modo di stare nel mondo, di servire gli altri e di costruire relazioni segnate dalla verità, dalla misericordia e dalla speranza.
Vigilanza e perseveranza nella fede
«(…) La vigilanza è “custode del cuore” e Gesù chiede al Padre di “custodirci nel suo nome” (Gv 17,11). Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa vigilanza.
Questa domanda acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale. “Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante" (Ap 16,15)» (Catechismo della Chiesa Cattolica, nº 2.849).
La vigilanza cristiana non è paura, ma attenzione alla presenza di Dio, alle parole di Gesù e alle scelte che custodiscono la vita ricevuta.
Il Salmo responsoriale
R/. Regni della terra, cantate a Dio.
Pioggia abbondante hai riversato, o Dio, la tua esausta eredità tu hai consolidato e in essa ha abitato il tuo popolo, in quella che, nella tua bontà, hai reso sicura per il povero, o Dio.
Di giorno in giorno benedetto il Signore: a noi Dio porta la salvezza. Il nostro Dio è un Dio che salva; al Signore Dio appartengono le porte della morte.
Il dono dello Spirito e la novità della vita
La splendida sequenza che recitiamo oggi, invoca lo Spirito come luce beatissima, perché i nostri cuori siano da essa illuminati e trasformati.
Lo Spirito supera fratture e negatività e colloca al di là di quanto richiede la stessa Legge: il suo frutto «è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».
Ma è l’intera liturgia che coglie lo Spirito come dinamico operatore di novità: lo fa il Salmo 103 celebrandolo nel suo coinvolgimento nell’azione creatrice, quotidianamente rinnovata: «Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra».
Lo fa il Vangelo di Giovanni così denso di verbi orientati al futuro, e non solo dal punto di vista grammaticale. Lo Spirito darà testimonianza a Gesù, guiderà i discepoli a una pienezza di verità, annuncerà le cose che devono venire.
A Lui si deve quindi quello sguardo profetico, che cerca di imparare a leggere i tempi sempre nuovi della storia nella luce del Vangelo di Gesù.
A Lui si deve pure lo sguardo contemplativo, che tenacemente esplora la verità del mistero donatoci; quello che, sapendo di averne compreso solo una parte, cerca coraggiosamente ogni giorno, nella Parola, una luce più piena.
La pienezza dell’esistenza credente non può che attingere, insomma, allo Spirito; per questo sempre a Lui diciamo «vieni», invocandolo come «padre dei poveri», «datore dei doni», «luce dei cuori», «consolatore perfetto», «ospite dolce dell’anima».
Il testo degli Atti degli apostoli evidenzia pure l’impatto potente dello stesso Spirito sulla vita della prima comunità, anch’essa attivata dal suo dinamismo.
Le lingue, infatti, non sono cancellate, ma divengono spazio nel quale ognuno e ognuna può intendere «le grandi opere di Dio», proclamate in forme a lui familiari.
È la figura di una comunità capace di farsi intendere da ogni uomo e ogni donna nell’annuncio del Vangelo di salvezza, imparando ad esprimerlo in parole e stili di vita prossimi a ognuno e ognuna.
Le lingue di fuoco, che si dividono, posandosi sugli apostoli, suggeriscono, del resto, l’immagine di una pluralità operata dallo stesso Spirito, proprio mentre tutti invia per la missione condivisa.
Non a caso la Pentecoste viene spesso celebrata come grande festa ecumenica, come celebrazione di uno Spirito che - lo sottolinea spesso papa Francesco - è a un tempo fonte di una varietà di doni e origine della comunione tra di essi.
Una preghiera che diventa servizio
La preghiera di Gesù non lo separa dalla storia e dalle persone. Egli guarda al Padre proprio mentre sta per affrontare la croce e, nella sua preghiera, porta con sé coloro che il Padre gli ha affidato.
Anche la preghiera cristiana conduce a una maggiore disponibilità al servizio. Chi contempla il volto di Cristo impara a riconoscere la dignità delle persone, a sostenere chi soffre e a diventare testimone della vita.
La gloria che Gesù chiede al Padre non è una gloria mondana. È la manifestazione dell’amore fedele, capace di donarsi fino in fondo e di trasformare anche l’ora della prova in una testimonianza.

Per la preghiera personale
- «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo».
- Quale spazio occupa nella mia vita la conoscenza concreta e personale di Gesù?
- La mia fede è un incontro vivo oppure soltanto un’abitudine religiosa?
- Riesco ad alzare lo sguardo verso Dio nei momenti di dolore e di prova?
- Quale servizio alla vita degli altri nasce dalla mia preghiera?
- Invoco lo Spirito Santo come Consolatore, luce dei cuori e guida nelle scelte?
La preghiera ci apre alla fiducia in Dio anche nei momenti difficili, ci aiuta a sperare contro tutte le evidenze, ci sostiene nella battaglia quotidiana.