Commento al Vangelo di domenica 7 aprile: la Divina Misericordia e l’incontro con il Risorto

La II Domenica di Pasqua, o Domenica della Divina Misericordia, presenta Gesù risorto che entra nella paura dei discepoli, sta in mezzo a loro e dona la pace. Il Vangelo mostra che la risurrezione non cancella le ferite della passione: il Risorto si identifica proprio attraverso le mani e il fianco trafitti, trasformando i segni della morte in feritoie di grazia.

Il brano di Giovanni invita anche a riconoscersi in Tommaso, nella sua fatica di credere e nel suo bisogno di incontrare personalmente il Signore. Gesù non lo umilia e non lo giudica: gli va incontro, lo attende nella comunità riunita e lo conduce dalla richiesta di vedere e toccare alla professione di fede: «Mio Signore e mio Dio!». La fede cresce nel tempo, nella comunità, nell’ascolto, nel servizio e nell’accoglienza della misericordia.

Il Vangelo della domenica: Giovanni 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».

Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

La liturgia del 7 aprile 2024

La II Domenica di Pasqua è anche chiamata Domenica della Divina Misericordia. Il colore liturgico è il bianco.

ElementoRiferimento
Prima letturaAtti degli Apostoli 4,32-37
Salmo responsorialeSalmo 117 (118)
Seconda letturaPrima lettera di san Giovanni apostolo 5,1-6
VangeloGiovanni 20,19-31
Titolo liturgicoOtto giorni dopo venne Gesù

La colletta presenta il significato della celebrazione: «Dio di eterna misericordia, che ogni anno nella festa di Pasqua ravvivi la fede del tuo popolo santo, accresci in noi la grazia che ci hai donato, perché tutti comprendiamo l’inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti».

Un’altra preghiera liturgica invoca il Padre così: «O Padre di misericordia, che in questo giorno santo raduni il tuo popolo per celebrare il memoriale del Signore morto e risorto, effondi il tuo Spirito sulla Chiesa perché rechi a tutti gli uomini l’annuncio della salvezza e della pace».

Dalla paura alla pace

Domenica scorsa abbiamo contemplato la risurrezione di Gesù, la sua vittoria sul peccato e la morte. Una vittoria che è passata attraverso il duro crinale della passione e della croce. Esperienza che ha sconquassato, frammentato la Comunità dei discepoli: c’è chi ha tradito, chi ha rinnegato, chi è scappato.

Gesù Risorto allora, con pazienza, cerca di ricomporre la sua Comunità, di infondere in loro fiducia e coraggio. Come ha fatto con i discepoli, così oggi fa con ciascuno di noi, dato che le esperienze dei discepoli sono riflesse nei nostri cuori e nella nostra vita, tanto che noi possiamo rispecchiarci in quello che loro hanno vissuto.

«La sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù»: il testo fa riferimento al giorno della Risurrezione, a quel giorno che noi da allora chiamiamo Pasqua.

Gesù Risorto è già apparso a Maria; ora si presenta ai Discepoli, i quali, per paura dei giudei, sono «chiusi», a indicare che non hanno ancora capito quanto avvenuto, che non hanno fede.

Le porte chiuse sono il segno concreto della paura, ma anche l’immagine di un cuore ripiegato su se stesso. I discepoli sono insieme, ma non sono ancora una comunità ricomposta: sono feriti, disorientati e incapaci di comprendere pienamente ciò che è accaduto.

Gesù irrompe nella stanza, nella vita, nei cuori dei discepoli. E nonostante quello che hanno fatto nei suoi riguardi nei giorni precedenti, dice «Pace», mostrando i segni della passione.

Questo ritorno compie la promessa fatta ai discepoli: «Ritornerò da voi… voi mi vedrete» (Gv 14,18-19). Si tratta di un nuovo conoscere e un nuovo vedere.

Il dono della «pace» non è un semplice augurio, ma è saluto pasquale, incoraggiamento per superare la paura. La pace di Gesù è dono reale, è dono di salvezza che già aveva offerto: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo io la do a voi. Non si turbi il vostro cuore e non abbiate paura» (Gv 14,27).

«Stette»: è lo stesso verbo usato per la Madonna sotto la croce: Stava (Gv 19,25). E’ uno stare che indica presenza, continuità, forza di un esserci. Un rimanere quasi pietrificato, cementato al suolo. Ormai il Risorto STA con i suoi, anche se in modo misterioso, come STA la Madre.

Gesù risorto in mezzo ai discepoli

Le ferite del Risorto

«Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco»: Gesù si identifica con il crocifisso, non nasconde la sua identità di Uomo dei dolori, crocifisso e morto.

È un modo per rimarcare che la passione e la morte sono parte del cammino verso la risurrezione. È un modo per confermare la sua nuova realtà di uomo risuscitato. È un modo per risvegliare la loro fede, per far cogliere che la morte in croce non è stata un fallimento, ma evento di «gloria».

La risurrezione non propone un Gesù separato dalla storia, dalla sofferenza e dalla croce. Il Risorto porta nel corpo i segni della passione, perché l’amore con cui ha attraversato la morte non viene cancellato dalla vita nuova.

Le ferite del Risorto diventano il luogo in cui i discepoli possono riconoscere la continuità tra il Crocifisso e il Vivente. La gloria non elimina la croce, ma ne rivela il significato d’amore.

Al contatto salvifico con le piaghe del Risorto, Tommaso manifesta le proprie ferite, le proprie piaghe, le proprie lacerazioni, la propria umiliazione; nel segno dei chiodi trova la prova decisiva che era amato, che era atteso, che era capito.

Si trova di fronte un Messia pieno di dolcezza, di misericordia, di tenerezza. Era quello il Signore che cercava, lui, nelle profondità segrete del proprio essere, perché aveva sempre saputo che era così.

E quanti di noi cerchiamo nel profondo del cuore di incontrare Gesù, così come è: dolce, misericordioso, tenero! Perché noi sappiamo, nel profondo, che Lui è così.

La missione affidata ai discepoli

«Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi»: in ogni apparizione troviamo il tema della missione, dell’invio.

C’è dunque un’unica missione che parte dal Padre e attraverso il Figlio raggiunge i discepoli. La missione dei discepoli è perciò il prolungamento della missione di Gesù.

Così la nostra missione non è «nostra», ma è quella di Gesù e quindi deve corrispondere al suo contenuto, al suo stile.

La missione cristiana nasce dall’incontro con il Risorto. Non è un’attività autonoma, né una semplice prestazione religiosa o sociale: è la continuazione dell’invio ricevuto dal Figlio.

La missione è preceduta, sostenuta e accompagnata dalla presenza dello Spirito Santo. Il gesto di Gesù, «soffiò», richiama la Genesi, lì dove Dio crea l’uomo (Gen 2,7).

In questo modo con Gesù ha inizio un mondo nuovo, una nuova creazione. Il soffio del Risorto comunica vita e rende possibile ai discepoli una esistenza rinnovata.

Lo Spirito non è separabile dall’invio. I discepoli non sono mandati a portare se stessi, ma a rendere presente la vita nuova ricevuta dal Signore.

Il perdono come forma della missione

«A chi rimetterete i peccati, saranno perdonati…»: la missione comporta il perdono dei peccati. È missione di misericordia, perché la missione dell’Agnello di Dio è quella di togliere il peccato del mondo, «purifica da ogni peccato».

Perdonare e avere compassione dev’essere quindi l’arte principale dei discepoli, come lo è stata per Gesù. E’ l’arte di Dio perché è la sua stessa essenza.

Dio è misericordia e non può che essere misericordioso. Così i suoi discepoli. Così ciascuno di noi, anche se questo crea scandalo ai perbenisti di tutti i tempi.

Gesù crocifisso, Misericordia del Padre, non può trasformarsi in un feticcio da appendere ai muri o al collo, ma deve diventare vita in noi. Misericordia in noi. Compassione in noi. Perdono in noi.

Il perdono cristiano non è una formula astratta e non coincide con una benevolenza superficiale. È la forma concreta con cui la misericordia del Risorto entra nelle relazioni, cura le ferite e ricostruisce la comunione.

Questo significa rispettare l’altro nella sua fatica, nella sua infedeltà, nella sua incredulità, nel suo dubbio e nella sua lotta. Anche nel suo essere peccatore.

Ciò significa farsi compagni di viaggio, non maestri. Significa accostarsi con sguardo misericordioso e non di giudizio.

Tommaso e la comunità ferita

«Tommaso, uno dei Dodici, non era con loro…»: l’assenza di Tommaso indica che la Comunità dei Discepoli è incompleta, imperfetta, ferita e disgregata.

Tommaso non accetta la testimonianza dei discepoli, non accetta l’esperienza del Risorto fatta da altri, rivelandosi come incredulo, colui che è ancora chiuso al mistero: «Se non vedo nelle sue mani i segni dei chiodi…».

Dettaglio, quello dei chiodi per la crocifissione, riportato solo da Giovanni.

Tommaso non è soltanto il discepolo che dubita. È anche il discepolo assente, colui che non si trovava nella comunità quando Gesù venne. La sua vicenda mostra quanto l’isolamento possa rendere più difficile riconoscere la presenza del Risorto.

Oggi, seconda tappa del cammino, viene tratteggiato un primo profilo del nostro essere credenti in Gesù, ed è il fatto che non siamo perfetti! Non ci è subito tutto chiaro.

Come Tommaso, la fatica del credere è parte connaturale della nostra vita, della nostra vocazione, del nostro servizio. Credere in Gesù non è un fatto automatico, non è un’esperienza facile a cui aderire.

Il credere è impastato di tempo e di cammino, di assenza e di presenza, di umiltà e di coraggio, di cadute e di ripartenze.

La fede non elimina le domande e non cancella le fragilità. Può attraversare l’incertezza, il dubbio, l’attesa e persino la distanza, senza per questo cessare di essere un cammino verso il Signore.

Otto giorni dopo: il Risorto nella comunità riunita

«Otto giorni dopo»: è importante questa indicazione: l’ottavo giorno è il giorno della risurrezione di Gesù, e la comunità dei credenti ha imparato a riunirsi per la preghiera e la celebrazione eucaristica.

«Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso». Venne, meglio, letteralmente «viene Gesù», il verbo al presente indica che, ogni volta che la comunità si riunisce, in essa c’è la presenza di Gesù, «a porte chiuse, stette in mezzo».

Tommaso «crede» quando impara a «stare» in Comunità: si arriva cioè alla fede in Gesù nella misura in cui s’impara a «stare», ad aderire alla vita della Comunità che è la Chiesa.

Come è vero il movimento contrario: l’adesione di fede a Cristo Gesù inserisce in una comunità, porta a una comunità.

La fede cristiana non è un’esperienza esclusivamente privata. Si riceve, si celebra e si approfondisce nella comunità dei credenti, dove la testimonianza degli altri sostiene il cammino personale.

Credere insieme significa riconoscere che il Signore non è possesso individuale. «Credo in Gesù ma non nella Chiesa»: ma è proprio nella e con la Chiesa che impariamo a conoscere Gesù, diversamente consociamo «il mio Gesù», ma non il Gesù morto e risorto.

Perché il nostro essere credenti è un fatto che si manifesta comunitariamente, anche quando sembra che si agisca da soli.

Ecco perché la Comunità dei credenti si ritrova così alla domenica, giorno del Signore Risorto - Pasqua della settimana - per ripartire con slancio nel vivere gli impegni della settimana: senza Domenica non possiamo dirci cristiani!

Comunità cristiana riunita per la celebrazione

«Non essere incredulo, ma credente»

«Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”»: Tommaso è presente e Gesù lo invita a toccare e vedere.

Va incontro alla sua incredulità: non giudica. Gesù conosce i segreti dei cuori, ma in quell’invitare a vedere e toccare desidera aiutare i discepoli a superare la «fisicità», a entrare nella visione di fede.

Gesù non rimprovera Tommaso con durezza e non lo allontana dalla comunità. Gli offre esattamente il segno che egli aveva chiesto, trasformando il suo dubbio in una possibilità di incontro.

A Tommaso dirà: «Smetti di essere incredulo e diventa credente». A questo «rimprovero», Tommaso risponde dicendo: «Mio Signore e mio Dio!».

Un’autentica professione di fede in Gesù, Figlio di Dio. Giovanni aveva presentato Gesù come colui che era la rivelazione di Dio, e Gesù, a Filippo, aveva detto: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9).

E, sempre Gesù, aveva detto: «Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora saprete che io sono» (Gv 8,28), che è il nome divino (cfr Es 3,14).

Ebbene Tommaso è il primo tra i discepoli a riconoscere in Gesù la pienezza della divinità, la pienezza della condizione divina, «Mio Signore e mio Dio!».

Ritrovato il contatto personale con l’amabilità e la misericordiosa pazienza del Cristo, Tommaso comprende il significato profondo della sua Risurrezione e, intimamente trasformato, dichiara la sua fede piena e totale in Lui esclamando: «Mio Signore e mio Dio!» (v. 28).

Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto

«Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”».

Ci sono due beatitudini nel vangelo di Giovanni, strettamente legate tra loro: una, quella nella Ultima Cena, dopo il servizio che Gesù ha fatto della lavanda dei piedi, quando dice: «Beati se le metterete in pratica» (Gv 13,17), cioè beati se vivrete questo atteggiamento di servizio; l’altra è questa che è strettamente collegata: l’atteggiamento di servizio permette di sperimentare il Cristo risorto nella propria vita, «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Nella domenica di Pasqua - prima tappa del cammino - c’è stato ricordato che noi credenti siamo discepoli di Gesù Risorto; non siamo semplicemente operatori sociali, educatori o chissà cos’altro.

Non siamo la nostra professionalità, il nostro servizio. Siamo prima di tutto discepoli di Gesù risorto. È Lui la causa della nostra vita e della nostra gioia. E per Lui, solo per Lui, poi siamo disposti a fare quanto ci viene chiesto.

Noi siamo dunque già «beati» perché crediamo in Gesù, il Risorto, senza averlo visto né toccato.

Ma solo attraverso le sue ferite, che si rivelano per noi feritoie di grazia, possiamo venire salvati. La salvezza di Gesù, il suo infinito amore misericordioso, non cessa di sgorgare dal suo costato aperto: spetta a noi alzare lo sguardo.

Credere. E credere insieme, perché la fede è un fatto comunitario.

La prima comunità: un cuore solo e un’anima sola

La prima lettura degli Atti degli Apostoli descrive la conseguenza concreta della fede nel Risorto: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune».

Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa «figlio dell’esortazione», un levìta originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.

Che in fondo è quanto richiamato e descritto nel libro degli Atti proposto dalla liturgia nella prima lettura: «…Aveva un cuore solo e un’anima sola…fra loro tutto era comune…» perché avevano scoperto e compreso che il patrimonio più importante era ed è Gesù.

La comunione dei beni non è presentata come un gesto isolato, ma come la forma visibile di una comunità trasformata dalla risurrezione. La fede ricevuta diventa condivisione, attenzione ai bisogni e responsabilità reciproca.

«Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre», risponderemo nel salmo.

La comunità cristiana è chiamata a rendere credibile l’annuncio della risurrezione attraverso relazioni nuove, nelle quali nessuno venga lasciato solo nella necessità e nessuno venga ridotto alla propria fragilità.

La fede che vince il mondo

La seconda lettura afferma: «Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato».

In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.

Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?

Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

Comunità, rilancerà il testo della seconda lettura, talmente appassionata di Gesù che cerca di piacerGli in tutto accogliendo i suoi comandamenti.

Mettendo in pratica quanto Gesù stesso ha vissuto con amore e nell’amore. La fede che vince il mondo non è una fuga dalla realtà, ma una forza capace di trasformare la vita secondo l’amore del Cristo.

La misericordia che rialza

Riguardiamo a Gesù: Tommaso non c’era, potremmo dire era rimasto indietro. Gesù non lo ha umiliato, non lo ha rimproverato. Lo ha atteso.

Si è sintonizzato con le sue fatiche, le sue fragilità, il suo linguaggio. E nella misericordia di Gesù Tommaso è risorto. Ha ritrovato vita. Fiducia.

Viene da domandarsi se sappiamo farci «prossimi» di quanti fanno fatica, restano indietro.

Domandarci se il vangelo per noi è solo un «copia e incolla», due formule imparate a memoria o se invece permettiamo al vangelo di farsi vita in noi.

Se ci pensiamo, anche noi nella vita andiamo avanti a tentoni, come un bambino che inizia a camminare, e cade; pochi passi e cade ancora; cade e ricade, e ogni volta qualcuno lo rialza o lo invita a farlo.

La mano che ci rialza sempre è la misericordia: Dio sa che senza misericordia restiamo a terra, che per camminare abbiamo bisogno di essere rimessi in piedi.

Potrei anche obiettare: «Ma io non smetto mai di cadere!». Ricordate la terza caduta di Gesù: Egli è caduto quanto ormai alla fine del cammino: un po’ come noi, quando vediamo ormai la meta, ci sentiamo ormai sicuri e…ecco che cadiamo, cediamo!

Perché ci sentiamo forti di noi stessi invece che del Signore! Il Signore lo sa ed è sempre pronto a risollevarmi.

Egli non vuole che ripensiamo continuamente alle nostre cadute, ma che guardiamo a Lui, che nelle cadute vede dei figli da rialzare, nelle miserie vede dei figli da amare con misericordia.

Lungo la via Crucis è caduto tre volte, proprio per dirci che Lui ci raggiunge un’infinità di volte lì dove cadiamo e pensiamo di essere soli e abbandonati: no, Lui c’è. Per consolarci e rialzarci.

Mani che rialzano una persona caduta

«Dammi la tua miseria»

«Io sono l’amore e la misericordia stessa; non c’è miseria che possa misurarsi con la mia misericordia», disse Gesù a santa Faustina Kowalska.

E una volta che la santa disse a Gesù, con soddisfazione, di avergli offerto tutta la vita, tutto quel che aveva, la risposta di Gesù la spiazzò: «Non mi hai offerto quello che è effettivamente tuo».

Che cosa aveva trattenuto per sé quella santa suora? Gesù le disse con amabilità: «Figlia, dammi la tua miseria» (10 ottobre 1937).

Anche noi possiamo chiederci: «Ho dato la mia miseria al Signore? Gli ho mostrato le mie cadute perché mi rialzi? Oppure c’è qualcosa che tengo ancora dentro di me? Un peccato, un rimorso del passato, una ferita che ho dentro, un rancore verso qualcuno, un’idea su una determinata persona?…»

Il Signore attende che gli portiamo le nostre miserie, per farci scoprire la sua misericordia. Come Tommaso, non temiamo di tornare: il Signore ci ama!

La misericordia non chiede di nascondere le ferite, ma di portarle davanti al Signore. Nel costato aperto del Risorto ogni miseria può diventare il luogo di un incontro nuovo, di una fiducia ritrovata e di una vita rimessa in cammino.

Maria Maddalena: riconoscere la voce del Signore

Abbiamo vivo in noi il ricordo della Domenica di Pasqua appena trascorsa, e la liturgia ci fa rivivere quei primi istanti dopo la Risurrezione, quei primi momenti dell’annuncio cristiano, che esplode nel grido di gioia di Maria: «Ho visto il Signore!».

Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine all’evento della Risurrezione, ma è dirompente: è un fatto incredibile.

Maria inizialmente ci mostra la normale perplessità davanti a questo evento: lei piange, nonostante trovi due angeli ai lati del sepolcro, e continua a piangere nonostante abbia davanti Gesù, perché non lo riconosce, e pensa che sia il custode del giardino.

Gli occhi sono annebbiati dal dolore, pur davanti a Gesù Risorto. Maria, diremmo noi oggi, si comporta in modo razionale: l’uomo che vede deve essere il custode del giardino, poiché Gesù è morto, lo hanno visto tutti, lo ha visto anche lei, e ora non può ritrovarselo davanti.

Tuttavia, la nebbia scompare al suono di una sola parola. Tutta la nebbia è dissipata da un piccolo raggio di sole, da un nome che la donna sente pronunciare: «Maria!».

È il suo nome! Quella voce e quel nome tolgono ogni dubbio: quell’uomo è Gesù! Nessuno pronuncia il nostro nome con lo stesso amore.

Maria lo sa, e riconosce il suo Signore, il suo Maestro. Forse abbiamo difficoltà a immaginare una gioia come la sua in quel momento.

Verosimilmente il cuore le batteva all’impazzata: il Maestro è risorto, ogni dubbio è caduto, lui è davvero chi diceva di essere, lui è il Cristo, lui è il Figlio di Dio.

Quanta luce che sorge su quella donna di Màgdala! A lei Gesù affida il primo annuncio: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».

Maria mette subito in pratica la richiesta di Gesù, e corre dai discepoli, e corre fino a noi, oggi, e ci annuncia: «Ho visto il Signore!».

Lasciarsi trovare dal Risorto

A volte cammino tra gli alberi, lungo un sentiero che profuma di terra e di erbe e di fiori, e non me ne accorgo nemmeno. La mente è altrove: un problema da risolvere, un progetto da portare avanti, un pensiero che gira e rigira.

La bellezza è lì, tutt’intorno, ma io non la vedo. Ci passo in mezzo come si attraversa una stanza vuota.

Penso a Maria di Magdala, quella mattina nel giardino del sepolcro. Piange davanti alla tomba aperta e non riesce a vedere.

Ci sono persino degli angeli, e lei quasi non ci fa caso. Poi qualcuno le parla, e lei lo scambia per il giardiniere.

Gesù è lì, a un passo da lei - risorto, vivo - eppure il suo dolore, i suoi pensieri, le sue paure le riempiono gli occhi al punto da renderla cieca.

Basta una parola: «Maria!». Il suo nome, pronunciato con quella voce. E tutto cambia.

Non è che Gesù sia arrivato in quel momento: c’era già. Era lei che non riusciva a riconoscerlo.

Forse è proprio questo il punto. Gesù non è lontano da noi.

Siamo noi che camminiamo distratti, con lo sguardo rivolto verso l’interno, troppo pieni dei nostri pensieri per accorgerci di una Presenza che ci è accanto da sempre.

Nella bellezza di un tramonto che non guardiamo, nel silenzio di una preghiera che recitiamo sovrappensiero, nella voce di qualcuno che ci chiama per nome.

Non serve andare a cercarlo chissà dove. Basterebbe, ogni tanto, fermarsi. Alzare gli occhi. E lasciarsi trovare.

La pace del Risorto nel mondo

Gesù risorto ci porta il dono della pace. L’esperienza della Risurrezione, l’incontro, le sue ferite d’amore nella Domenica della Divina Misericordia, avvolgono la Pace con la sua mano cordiale.

La pace è il dono del suo amore trafitto, delle sue ferite che ci hanno guarito, della gioia che ci rende più fratelli e autenticamente umani.

Esprimiamo come comunità credente cosa significa la Risurrezione, che Cristo vive ed è in mezzo a noi, al mondo, alla società.

Non lasciamoci vincere dal pessimismo, dalla violenza o da una dannosa indifferenza. Il Risorto ci commuove con il dono della pace. Non dimentichiamolo.

Alcuni avranno bisogno di segni, di prove… Non c’è prova più della sua donazione, dei segni del suo abbandono per Amore, della sua fedeltà al Padre, del donarsi fino all’estremo…

Non c’è modo di vivere il Signore risorto se non nell’incontro con Lui, perciò non perdetelo, vi manca.

Sia che siamo Tommaso, Pietro, Maria,… Incontrando Gesù risorto. Compito principale del tempo pasquale.

La pace ricevuta dai discepoli diventa una responsabilità: entrare nelle situazioni segnate dalla paura, dalla violenza e dall’indifferenza portando la misericordia, il perdono e la speranza del Risorto.

Il richiamo della celebrazione domenicale

La domenica è il giorno del Signore Risorto, la Pasqua della settimana, il tempo in cui la comunità si ritrova per ascoltare la Parola, celebrare l’Eucaristia e riprendere il cammino.

Nel rito della Messa, la comunità rivive l’esperienza pasquale di Gesù e accoglie il dono dello Spirito, che le dà la forza e la impegna a realizzare nella sua vita lo stesso dono nell’amore.

La memoria di Gesù, della sua parola e del suo insegnamento, della sua passione e morte, può ridursi a una dimensione puramente rituale, a una rigorosa fedeltà alle cerimonie e al culto, all’elaborazione di formule teoriche di dottrina, a una devozione emotiva e vuota.

Le religioni hanno avuto spesso una grande capacità di trasformare e ridurre a riti e celebrazioni, insegnamenti che erano per la vita. Oppure hanno promosso forme di partecipazione sentimentale, senza conseguenze effettive, senza un impegno concreto per il cambiamento.

Chi si nutre della realtà umana di Gesù, del suo corpo e del suo sangue, entra, attraverso Gesù, nell’intimità con il Padre.

La sua vita si trasforma in pane offerto per la vita di tutti, ed egli saprà riconoscere il corpo ferito di Gesù in tutti i crocifissi del mondo di oggi, e lotterà per schiodarli e distruggere le loro croci.

Ad imitazione di Gesù, molti martiri divennero pane per la vita del popolo. Non devono essere mai dimenticati.

Ma c’è anche un altro modo di farsi pane: nella realizzazione quotidiana, nella testimonianza di una vita spesa nell’amore.

Questa realizzazione fedele è possibile solo se la Parola, fatta carne, ci alimenta in modo permanente e ci sostiene nel nostro cammino.

Le letture bibliche della celebrazione

Prima lettura: Atti 4,32-37

La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.

Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore.

Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

Salmo responsoriale: Salmo 117 (118)

Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.

Dica Israele: «Il suo amore è per sempre». Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre». Dicano quelli che temono il Signore: «Il suo amore è per sempre».

La destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze. Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore.

La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.

Seconda lettura: 1 Giovanni 5,1-6

Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.

In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.

Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! (Gv 20,29)

Per pregare e meditare

  • La Risurrezione è per me un evento lontano o una realtà presente, che vive nella mia vita?
  • Mi lascio contagiare dalla gioia della vittoria definitiva della vita sulla morte, oppure le sento come parole lontane?
  • Cosa faccio per coltivare in me la consapevolezza che quell’annuncio, quella gioia, quella notizia di Cristo risorto è per me, oggi, e per la mia vita?
  • Ho dato la mia miseria al Signore?
  • Gli ho mostrato le mie cadute perché mi rialzi?
  • So farmi prossimo di quanti fanno fatica e restano indietro?
  • Permetto al Vangelo di farsi vita in me?

La celebrazione si conclude con l’invio della comunità: «Portate a tutti la gioia del Signore risorto. Andate in pace. Alleluia, alleluia».

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