Commenti al discorso missionario di Nicolini

Il discorso missionario di Matteo 10 presenta la missione cristiana come partecipazione alla compassione di Gesù per le folle stanche e sfinite, come annuncio gratuito del Regno di Dio e come testimonianza coraggiosa anche nelle difficoltà. Al centro vi è l’invito ripetuto tre volte: «Non abbiate paura».

Gesù non nasconde ai discepoli i rischi della missione: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi». Tuttavia li rassicura ricordando che il Padre conosce e custodisce ogni vita: «Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati» e «voi valete più di molti passeri!».

Gesù invia i Dodici in missione

Il discorso missionario nel Vangelo di Matteo

Il secondo grande discorso nel Vangelo di Matteo, dopo quello della montagna, è detto “discorso missionario” perché riguarda le istruzioni date da Gesù ai discepoli che egli ha chiamato attorno a sé prima di inviarli in missione. Si tratta di un vasto discorso che si può schematizzare in questi momenti:

  • introduzione 9,35-38;
  • la chiamata dei dodici 10,1-4;
  • istruzioni ai dodici 10,4-16;
  • le persecuzioni 10,17-25;
  • non temere 10,26-33;
  • esigenze radicali 10,34-39;
  • accoglienza ai missionari 10,40-42.

Domenica scorsa abbiamo iniziato la lettura del “discorso apostolico”, detto anche “discorso missionario”, presentato nel capitolo 10 del Vangelo di Matteo. Il brano evangelico ci aveva introdotti a questo discorso con queste parole: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (9,36).

Gesù ha voluto coinvolgere i Dodici nella sua compassione e ha deciso di inviarli in missione. Il Maestro ha dato loro le sue raccomandazioni (10,5-25). La lettura liturgica salta parte di queste istruzioni per esigenze di brevità, non perché esse non siano attuali.

Erano valide per gli apostoli e per la Chiesa delle origini, e lo sono tuttora per noi oggi. San Matteo raccoglie qui diverse sentenze del Signore sulle esigenze della missione e della vita del discepolo.

La compassione come origine della missione

Con un sommario dell’attività di Gesù che insegna e guarisce, Matteo riassume i capitoli 5-9 e introduce le istruzioni missionarie del 10. Al centro di questa introduzione vi è la compassione di Gesù per le pecore senza pastore.

La compassione di Gesù per la folla contrasta con la superiorità e il disprezzo dei farisei che guardavano al popolo come ignoranti della Legge (Gv 7,49). La chiamata e l’invio dei discepoli si radicano nella compassione di Gesù verso il popolo ed è la partecipazione dei discepoli alla missione di Gesù.

Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.

La missione cristiana nasce quindi da uno sguardo rivolto alle persone concrete, alle loro fatiche e alla loro solitudine. Non nasce dal desiderio di affermare se stessi, ma dalla partecipazione alla compassione di Gesù.

La chiamata dei Dodici

I chiamati sono dodici, numero simbolico che richiama la totalità delle dodici tribù d’Israele e che ora simbolizzerà l’universalità della comunità dei discepoli di Gesù.

Il termine “apostolo”, raro nel greco classico, in ambiente giudaico indicava gli inviati occasionali del sinedrio di Gerusalemme alle comunità della diaspora. Nel NT diventa il termine tecnico per indicare il gruppo dei dodici che Gesù scelse tra il gruppo più vasto dei suoi discepoli.

Apre la lista Simone già col suo nuovo nome di Pietro e la chiude Giuda il traditore. In mezzo vi sono tutti gli altri, personalità diverse: pescatori, esattore delle imposte e uno appartenente al partito degli zeloti, nomi ebraici e greci.

Questa lista che ricorre con alcune varianti in altri testi del NT (Mc 3,16.19; Lc 6,14-16; At 1,13) in Mt ha queste peculiarità: Simone è detto “primo”, a Matteo viene aggiunto “il pubblicano”.

Matteo presenta la missione degli apostoli in continuità con quella di Gesù: ad essi infatti viene conferito il potere di cacciare i demoni e di guarire ogni malattia come fa Gesù. Al messia succede la comunità messianica.

A questo primo gruppo missionario Gesù indirizza il secondo discorso: discorso della missione.

Dalla folla ai discepoli

Questo secondo discorso di Gesù è interamente rivolto ai Dodici: “Chiamati a sé i suoi dodici discepoli…”. Più in generale, possiamo dire che Gesù si rivolge ai discepoli di ogni tempo.

Sarebbe quindi opportuno domandarci: sento questo discorso rivolto anche a me? Due categorie di persone seguono Gesù: la folla e i discepoli.

La folla lo accompagna per simpatia: è attirata dai suoi prodigi e miracoli, dalla sua parola e dal suo insegnamento nuovo, dalla sua personalità libera e profetica. Il discepolo, invece, segue Gesù perché desidera ascoltare la sua parola e condividere il suo stile di vita.

In genere, tutti noi iniziamo la vita cristiana come folla simpatizzante. A un certo momento, però, il Signore ci chiama a diventare discepoli.

Si tratta di staccarsi dalla folla per stargli accanto e, nello stesso tempo, di impegnarsi per la folla, per gli altri. La tentazione è quella di farci sordi e di rimanere nella folla, cioè di simpatizzare con i valori proposti da Cristo senza impegnarci più di tanto.

Domandiamoci, dunque: da che parte sto? Tra la folla anonima o nel gruppo dei discepoli?

Le istruzioni ai Dodici

Queste istruzioni riflettono una missione dei dodici temporanea e limitata. La prima direttiva (vv. 5-6), “non andate tra i pagani”, sembra sorprendente soprattutto se si confronta con Mt 28,19, “fate discepoli tra tutti i popoli”.

La missione di Gesù si è svolta principalmente in Israele (15,24) e anche la prima comunità cristiana continuò ad annunciare Gesù come il messia promesso. Era necessario anzitutto dimostrare a Israele che Dio manteneva le sue promesse.

Dopo la risurrezione, però, il Signore ha inviato i suoi discepoli a tutto il mondo (Mt 28,16-20) come poi verrà illustrato nel libro degli Atti degli Apostoli (At 1,8).

Il contenuto dell’annuncio dei dodici è quello del Battista (3,2) e di Gesù (4,17) e riguarda la vicinanza del Regno di Dio che si manifesta nelle guarigioni e nella sconfitta di satana (vv 7-8).

Proprio di Matteo, a differenza di Marco 6,12, è l’ordine di risuscitare i morti e risanare i lebbrosi e questo fa riferimento a testi messianici di Isaia (26,19; 35,5; cf. Mt 11,5).

Gli apostoli ripetono non solo il messaggio di Gesù ma anche le sue opere che sono i segni concreti della vicinanza del Regno. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (v.8), questo detto di Gesù esprime sinteticamente l’anima della missione, dono gratuito che deve essere gratuitamente condiviso.

A imitazione di Gesù i missionari devono imitare il suo stile itinerante e povero: non due tuniche, non oro o denaro, vivere alla giornata. Per questo devono aver fiducia nelle persone che accolgono il messaggio e accettare la loro ospitalità.

La città inospitale (v. 14s) è come una terra pagana della cui polvere gli Ebrei si liberavano prima di porre piede nella Terra Santa per non contaminarla (cf. At 13,21).

Elemento della missioneIndicazione evangelica
Destinatari inizialiLe pecore perdute della casa d’Israele
Contenuto dell’annuncioIl regno dei cieli è vicino
Opere missionarieGuarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni
StileGratuità, povertà, itineranza e fiducia
AtteggiamentoPrudenza come i serpenti e semplicità come le colombe

La povertà e la gratuità dell’annuncio

La missione non è presentata come un’impresa fondata sul possesso, sulla sicurezza economica o sulla ricerca del consenso. Il discepolo è inviato senza oro, argento e denaro, senza una sacca da viaggio e senza due tuniche.

“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” indica che l’annuncio non può essere trasformato in uno strumento di potere o di interesse personale. Il missionario trasmette un dono ricevuto e lo comunica nella stessa logica della gratuità.

La missione che Dio dona a ciascun essere umano è minacciata anzitutto dal nemico più subdolo che si chiama “consenso”. Occorre temere quando ci aspettiamo solo applausi e riconoscimenti, vuol dire che non amiamo la nostra missione ma i suoi risultati.

La missione allora non è un’impresa manageriale dai tratti sensazionali, quanto l’esperienza di uno sguardo gratuito e disinteressato devoluto per la costruzione di un Regno di pace e di amore.

Le persecuzioni e la testimonianza

Gesù non nasconde le difficoltà e i rischi di tale missione: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi” (v. 16).

L’orizzonte si allarga, riferendosi al tempo in cui le autorità ebraiche perseguiteranno gli apostoli di Gesù. Matteo allude alle sofferenze che stanno vivendo le comunità del suo tempo, segno di quanto capiterà a ogni cristiano che vuole vivere il Vangelo.

I dissidi all’interno delle famiglie, la comparizione di fronte ai tribunali, il distacco/espulsione della comunità cristiana dalla comunità ebraica nell’anno verso il 70 d.C., l’odio scatenato verso i cristiani: tutto questo fu moneta corrente nelle prime comunità.

Gesù dice ai suoi amici che verrà il momento in cui saranno portati davanti a re e governatori. Scateneranno reazioni del tutto sproporzionate rispetto a qualsiasi provocazione derivante dal diffondere gli insegnamenti di un uomo pio.

Viene detto loro di affrontare le persecuzioni e perfino la morte con coraggio e speranza, e poi vengono inviati a predicare, senza un soldo e disarmati, ad accettare la bontà delle case che li accolgono e a evitare coloro che li insultano.

Chiaramente Gesù sta guardando avanti, alle grandi turbolenze che travolgeranno i suoi apostoli e i suoi seguaci quando inizieranno a proclamare la grande verità che Gesù aveva, in effetti, solo sussurrato, poiché non poteva essere compresa finché egli non avesse dato la vita e l’avesse ripresa.

Chi avrebbe capito o creduto che, attraverso un pubblicano e qualche pescatore, egli stesse cambiando la storia dell’universo? Quindi non c’è alcuna sproporzione.

Se Dio si accorge della caduta di un passero, se suo Figlio accetta di vivere come un galileo e da quel luogo umile trasforma il mondo, allora c’è solo un miracolo, sia esso sussurrato o proclamato.

La storia di ciascuno dei 12 discepoli di Gesù

«Non abbiate paura»: il centro del discorso

Possiamo immaginare quale potrebbe essere stata la reazione degli apostoli: la paura! Ecco perché il Vangelo di oggi è imperniato attorno al triplice invito di Gesù: “Non abbiate paura!”.

La paura è un sentimento molto umano. Fa parte dell’istinto di sopravvivenza e, quindi, è naturale provarla. Ma guai a noi se essa diventa il principio della nostra azione.

Sarebbe come avanzare con il freno a mano tirato. Il motore della vita, invece, è la fiducia. Nel nostro tempo la paura è uno dei sentimenti più diffusi.

Ed è anche una delle più grandi minacce alla fede cristiana. La paura è l’atteggiamento di “un’anima incarcerata”, diceva Papa Francesco.

Ecco perché la prima parola che Dio rivolge all’uomo quando lo incontra è spesso: “Non avere paura!”. Si è soliti dire che nella Bibbia questo invito risuoni 365 volte, una per ogni giorno dell’anno; secondo altri, perfino qualcuno in più, per alcune circostanze straordinarie.

Il secondo grande discorso di Gesù prepara i discepoli alla missione attraverso una parola che non nega il pericolo, ma impedisce che il pericolo abbia l’ultima parola.

Le tre paure indicate da Gesù

La paura degli uomini

“Non abbiate paura degli uomini!” La prima paura proviene da dentro di noi. Spesso nasce proprio dalle esigenze del messaggio stesso: è la paura di essere inadeguati al compito che Dio ci affida.

Come posso testimoniare la mia fede se anch’io ho i miei momenti di dubbio? Se nemmeno io la vivo pienamente? Se ho i miei limiti e difetti?

Si tratta della paura che ci vengano rinfacciate le nostre incoerenze. Gesù, invece, ci invita ad annunciare il messaggio senza timore, in piena luce, sulle terrazze.

Per contrastare questa paura, coltiviamo la consapevolezza di non essere inviati allo sbaraglio, ma di essere nelle mani dello Spirito.

La paura della morte

“E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo”. La seconda paura è la morte. Si tratta della nostra paura radicale.

Per non doverla affrontare, essa è diventata un argomento tabù nella nostra società. Il carpe diem, “afferra il giorno”, di Orazio - o “cogli l’attimo”, come si preferisce dire oggi - è diventato la massima di molti.

Ma solo vincendo la paura della morte ci si può innamorare della bellezza della vita e gustarne ogni momento. Per vincere la paura della morte non basta ignorarla.

Bisogna affrontarla, riconciliandosi con questa realtà, accettando le piccole “morti” quotidiane e guardando con serenità lo scorrere dei giorni nella clessidra della vita.

Ma soprattutto occorre coltivare la speranza della vita eterna: il meglio deve ancora venire!

La paura del futuro

“Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!” La terza paura è il domani, il futuro.

Le esigenze del discepolato spesso ci tolgono quelle sicurezze umane in cui confidiamo come garanzie per il nostro domani. Altrove Gesù aveva detto: “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena” (6,34).

Anche lì aveva parlato di passeri e di gigli. Non sono semplici immagini poetiche, ma espressioni di una grande tenerezza, quella che l’evocazione del Padre suscita nel cuore di Gesù.

La paura buona e i veri nemici dell’anima

Infine la paura che deve inquietare il missionario è quella di considerarsi inadeguato e senza sapore. «Valete più di molti passeri»: il verbo originaleδια, nella forma transitiva, vuol dire “portare attraverso, condurre per”.

La missione esprime possibilità di vita piena se non dipende da ciò che è capace di dimostrare agli altri o da ciò che appare, ma se nutre la certezza di essere custodita e accompagnata da un Altro.

In secondo luogo il discepolo di Gesù non teme la precarietà fisica o materiale, ma la rovina della sua vita. Non siamo solo vita fisica da preservare a tutti i costi, ma siamo spirito incarnato.

Perdere qualcosa di noi stessi non vuol dire già perdere tutto: lasciarci rubare la libertà dello spirito in noi sì! La missione che siamo supera i criteri dell’efficienza individuale per camminare con le ali della vita, grazie a noi e - nello stesso tempo - nonostante noi.

Di una sola cosa bisogna aver paura, dice Gesù: di ciò che può uccidere la nostra anima, che può spegnerla e farla diventare assuefatta e tiepida.

L’apatia, l’accidia, il pessimismo, la rassegnazione, la superficialità, l’egoismo sono i veri nemici dell’anima e della vita.

Il rovescio della paura è racchiuso proprio qui: vivere senza questa gratuità.

I passeri, i capelli e la cura del Padre

Sembra che l’esortazione “non abbiate paura” si trovi nella Bibbia 365 volte, come dire: ogni giorno dell’anno possiamo alleggerire il cuore e affrontare le fatiche del vivere ricordando questa Parola di consolazione, fondata sulla certezza che Dio ha cura per ciascuno di noi: qualunque cosa accada, non avere paura, sei nelle Sue mani.

È questo il filo rosso del discorso con il quale Gesù manda i suoi apostoli ad annunciare nel mondo il Regno di Dio.

Facendosi portatori della Parola, annunciando un Dio Amore, prendendo posizione a favore dei più deboli, orientando i cuori alla verità, praticando la gratuità e il perdono come Lui, di certo incontreranno molte forze ostili e saranno come pecore in mezzo ai lupi.

Il mondo, infatti, preferisce altre logiche, si affida alla potenza, sposa spesso le mezze verità perché alla luce del sole preferisce la penombra. Un Dio che ama e invita all’amore è, ieri come oggi, elemento di disturbo.

Tuttavia, Gesù vuole rassicurare i suoi apostoli e ciascuno di noi: anche se a volte il male sembra farsi strada in modo invincibile, anche se il Vangelo a volte non fa rumore e sembra restare nascosto nelle pieghe di una storia ancora segnata dalla notte, anche se quando ti impegni nell’amore, nel perdono, nell’accoglienza sembri essere un perdente e pare che non si smuova nulla, tu non avere paura.

Il bene e la verità, anche se silenziosamente, si fanno strada da soli. Pur restando apparentemente nascosta, l’opera di Dio trasforma, libera e guarisce, finché sarà gridata sui tetti.

E anche se restare al Vangelo costa il martirio, fisico o spirituale che sia, in realtà tu non muori e la parola porta il suo frutto.

Dentro le vicende della nostra vita, quando il bene resta nascosto e il male talvolta prevalere, Gesù ci svela la cura di Dio per noi attraverso due immagini: i passeri e i capelli del capo.

Neanche un passero cade se il Padre non vuole: non è il richiamo a un Dio capriccioso che decide in modo arbitrario, ma, al contrario, è come dire: anche per la caduta di un passero Dio si coinvolge e davanti a Lui non passa inosservata.

Ora - sembra dire Gesù - se è così per i passeri che valgono poco, tanto più questa cura di Dio è rivolta a te: sei un figlio amato e Lui ha contato perfino i capelli del tuo capo.

Anche quando sono tagliati e cadono a terra, nessuno di essi andrà perduto, perché Dio li ha contati uno per uno: nessuno rimane solo nella notte o a terra per essere caduto: Dio si abbassa per raccoglierci e ci tiene nelle sue mani, qualunque cosa accada.

Se ho un Dio che mi ama così, allora posso camminare con fiducia. Allora, anche mentre cammino in una valle oscura, io non ho paura.

Riconoscere Cristo davanti agli uomini

La pericope evangelica termina con l’invito ad avere il coraggio di riconoscere Cristo davanti agli uomini e con un suo severo avvertimento: “Chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio”.

È un monito che troviamo anche altrove nel Nuovo Testamento. In un’epoca di persecuzione, la Chiesa era ben consapevole di questo rischio.

È la tentazione in cui soccombe san Pietro: “Non conosco quell’uomo!” (Matteo 26,74). Questo pericolo è reale, oggi più che mai, quando un cristiano su sette vive in contesti di persecuzione.

Anche noi viviamo in una società che spesso ci deride. Questo tipo subdolo di persecuzione lo troviamo ormai anche in famiglia.

Il cristiano che si propone di vivere i valori evangelici si ritrova ad andare controcorrente e, per quanto cerchi di evitarlo, prima o poi si scontra con incomprensioni e opposizioni.

Ecco allora una quarta paura, quella buona, da coltivare: il timore di rinnegare Cristo davanti agli uomini. Questa paura coincide con il sano timore di Dio di cui Gesù ha parlato prima.

Come coltivare questo timore per non soccombere alla tentazione di Pietro? Non bastano la prudenza e il coraggio; occorre soprattutto la preghiera.

È quanto chiediamo al Padre ogni giorno: “E non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male”.

La fede come fiducia e affidamento

Gesù, sul punto di inviare i Dodici in missione, pronuncia un “discorso apostolico”, detto anche “discorso missionario”. Il brano di questa domenica ne fa parte e vi troviamo anzitutto una raccomandazione, ribadita per ben tre volte, che sembra suggerire il tema delle letture di questa domenica: l’invito di non avere paura.

Infatti, dice Gesù: “Non temete gli uomini. Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo: Non abbiate dunque timore”.

Si tratta di ritrovare le ragioni profonde della fiducia da mantenere e consolidare anche in mezzo alle prove che comportano l’annunzio e la testimonianza del vangelo.

Gli apostoli avevano bisogno di quest’incoraggiamento per proclamare con coraggio la verità del vangelo, poiché la paura paralizza e può portare facilmente al rinnegamento o tradimento.

L’annuncio della verità è sempre pericoloso; Gesù insiste allora sul fatto che non si deve avere paura di chi uccide il corpo ma di chi compromette tutto il nostro essere e il nostro destino ultimo.

La Pentecoste racconta la forza trasformante dello Spirito Santo, che libera i discepoli dalla paura e li rende testimoni coraggiosi del Vangelo.

Nel Vangelo di questa domenica, Gesù invita i suoi discepoli a non avere paura e a testimoniare il Vangelo con coraggio. La fiducia nel Padre, che conosce e custodisce ogni vita, sostiene la fedeltà anche nelle prove.

Dai profeti ai martiri di ieri e di oggi, la Chiesa continua ad annunciare che l’amore di Cristo è più forte della paura.

La politica come spazio di testimonianza

La politica non è essenziale per la vita ma per un cristiano la politica è importante perché è lo spazio in cui coinvolgere nella nostra esperienza di fede anche chi non è cristiano, anche chi la pensa diversamente da noi.

Quindi per un cristiano la politica è un modo per condividere l’esperienza umana e nello stesso tempo è un’occasione di testimonianza della propria fede.

Venendo all’idea di politica di don Giuseppe Dossetti partirei da un premessa. Per lui la politica non può essere una professione perché è un servizio per il bene comune.

Per Dossetti la politica deve saper interpretare le urgenze della storia, ciò che accade. Il cristiano quindi è chiamato costantemente a confrontarsi con la storia, ad interpretare i cambiamenti sempre consapevole del dono della sua fede.

La politica è soprattutto questo confronto con la storia: non si può essere assenti.

La politica nasce quando trovi dentro di te un pensiero interessante sulla realtà che riesci a comunicare. La politica deve trasmettere una vivacità dell’interesse per il bene comune.

La politica «morta» e il dominio della finanza

In questa fase storica ho l’impressione che la politica sia morta, che tutto sia fermo in Italia e anche nel contesto più ampio.

Mi sembra che la politica sia morta perché oggi chi comanda è la finanza che è un sistema mondiale.

Ho in mente l’immagine di Trump che passeggia con il presidente della Cina nei giardini del palazzo imperiale che parlando di commercio e convengono su alcune questioni perché entrambi devono obbedire alle regole della finanza.

Due mondi, due sistemi politici agli antipodi oggi convengono su questioni commerciali. Le differenze politiche ormai sono morte.

Tornando a Dossetti è interessante notare come lui commentasse il suo ingresso nella politica ufficiale come membro della DC: “sono stato trascinato da eventi esterni. Un’incidente automobilistico”.

Così diventa segretario del partito. Per lui la politica era stata la montagna, la sua decisione di partecipare alla guerra di liberazione unendosi ai partigiani anche se non ha mai usato le armi.

Durante il discorso all’assemblea costituente Dossetti racconta della sua esperienza del periodo della resistenza ricordando il suo colloquio con il capo gruppo della sinistra marxista che stava morendo.

A Dossetti, che non era ancora prete, chiesero di parlare con lui. Alla domanda su cosa dovesse fare in quella circostanza Dossetti rispose: “devi offrire la tua vita per i tuoi compagni”.

La laicità e la Costituzione

Altro elemento fondamentale dell’idea politica di Dossetti è quello della laicità intesa come possibilità e capacità di trasferire in uno spazio pubblico tutta la potenza e la bellezza del Vangelo.

Il punto più alto di questa visione della laicità lo si raggiunge nell’esperienza costituente. I principi fondamentali della nostra Carta costituzionale non citano esplicitamente Dio ma esprimono chiaramente la concezione cristiana della storia.

Il Vangelo è la pienezza dell’umano; la sapienza evangelica è capace di ricostruire l’umano rendendolo più umano.

Dossetti stesso testimonia questa concezione dell’impegno per la polis quando prende posizione per difendere la Costituzione: scende in piazza per difendere il testo costituzionale.

Dossetti non nega la necessità di una riforma ma in quel momento storico erano in pericolo i valori fondamentali della Costituzione.

La città, l’Eucaristia e il bene comune

Nel 2017 è stato ripubblicato il libro di Giuseppe Dossetti “Per la vita delle città” che contiene la sua lezione magistrale sull’Eucarestia e la Città del 1987.

Un testo che rappresenta l’apice della sua riflessione spirituale e teologica sulla società, l’impegno del cristiano, il valore dell’Eucarestia.

Si tratta di un libro di vita attiva. E’ importante però ripercorrere la vicenda ed il contesto in cui questo libro viene scritto.

L’allora arcivescovo di Bologna … legato a don Giuseppe Dossetti volle realizzare un dialogo tra don Giussani e Dossetti che vide un’enorme partecipazione.

Il libro esprime l’attenzione e la tensione ad una laicità opposta a quella espressa da Comunione e Liberazione. Due linee quindi diverse che si incontrano e il card. Biffi non riuscì a trovare una sintesi.

Dossetti scrive questo libro partendo delle fatiche della costruzione della città che è il luogo dove si inserisce il dramma del peccato umano.

Non è quindi uno spazio facile per l’uomo ma è irrinunciabile. Dossetti si richiama alla tradizione della Chiesa antica dove il monaco del deserto lasciava l’eremo e faceva una visita in città per prendere la parola, per esprimere la propria opinione sulle questioni importanti che riguardavano la vita comune.

Il libro analizza il rapporto tra città ed Eucarestia sottolineando come ci sia troppo poco pane, ossia come il vero problema - ieri come oggi - sia quello di dimenticare come spezzare il pane.

Oggi facciamo molta fatica a spezzare il pane. Abbiamo un Nord del mondo ricco ed un Sud povero.

Lo spezzare il pane è un elemento fondamentale della nostra fede che ha anche a che fare con il tema della giustizia.

A mio avviso in ambito Nazioni Unite, bisognerebbe eleggere i 5 Paesi più poveri per dare loro voce, per sentite le ragioni degli ultimi.

Il «Libro Bianco» e il dialogo nella città

Venendo al “Libro Bianco” anche in questo caso va ricordato in quale contesto nasce. Siamo nel 1956 e l’arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro, chiede a Dossetti di candidarsi a sindaco della città.

Allora il Partito Comunista era fortissimo e Dossetti sapeva che sarebbe stata un battaglia persa. Quindi decise, prima delle elezioni, di redigere un “Libro bianco” con alcune proposte e attenzioni sociali e culturali di cui si doveva tener conto.

E così avvenne. Quando il partito comunista vinse le elezioni lo adottò subito come guida per il governo della città felsinea.

Questo fatto creò un clima bello, di dialogo, di confronto che a Bologna non si è perso più. In altre parti del Paese, penso al Nord, si è manifestato invece un odio viscerale tra cattolici e comunisti.

Credo sia necessario sempre, soprattutto in una stagione politica come quella attuale, avere uno sguardo diverso, più attento verso l’avversario.

Molti cristiani hanno guardato con attenzione ad una realtà come quella del marxismo perché in qualche modo rappresentava le istanze delle classi meno abbienti.

La città chiusa e la responsabilità verso lo straniero

Siamo in una stagione politica caratterizzata da una radicale autoreferenzialità. Non esiste più l’idea di competere su programmi diversi.

La politica ha bisogno che ci sia un avversario. Se l’unico problema è quello di far quadrare il bilancio economico le idealità tendono cadere.

Tra l’altro non mi sembra che le scelte economiche sia a livello italiano che globale stiano andando verso l’obiettivo di garantire una maggiore giustizia sociale.

Non stiamo andando verso una realtà autonoma e florida che viene minacciata dallo straniero. Non ci si rende conto che lo straniero è utile all’Italia sia sul piano economico che demografico.

Abbiamo bisogno di questi lavoratori. Non c’è nessuna ragione per escludere chi è estraneo alla nostra cultura che in realtà si sta dimostrando una sotto-cultura che non è in grado di risolvere i problemi e che si rifugia nell’odio e nel razzismo.

Rispetto a questa situazione, a queste derive sociali e politiche credo vi sia anche un responsabilità ecclesiale.

Nel 1949 la Chiesa ha scomunicato coloro che avevano votato comunista. In realtà si trattava di gente povera, che vedeva nel comunismo una risposta di solidarietà e di giustizia.

Non aveva certo la percezione di cosa fosse il materialismo storico.

La Bibbia e l’accoglienza dello straniero

Il pensiero biblico su questo è chiaro: Dio è padre di tutta l’umanità. Cristo è un dono di fede e una buona notizia per tutta l’umanità.

Siamo tutti fratelli e chi arriva qui da noi va accolto con umanità e in modo dignitoso.

In diversi Paesi europei i rifugiati vengono accolti in modo dignitoso. Li fanno riposare, li mandano fare dei corsi di formazione e gli trovano una sistemazione ed un lavoro.

Quando penso a queste persone mi viene in mente l’esodo degli ebrei, del popolo di Dio, la sua storia.

Mi chiedo sempre…come mai gli ebrei sono presenti i tutto il mondo? Perché ci sono ancora nonostante tutte le persecuzioni che hanno subito?

Non dobbiamo mai dimenticare che In Gesù siamo tutti figli di Dio.

Una responsabilità condivisa

Nella sua citta la Chiesa di Bologna si sta muovendo sul tema delle migrazioni. L’arcivescovo mons. Matteo Zuppi, lo scorso 21 giugno, ha guidato un veglia in ricordo dei profughi che hanno perso la vita in mare.

Il nostro Vescovo vorrebbe che si formasse un gruppo per fare qualcosa insieme al mondo laico. La sua indicazione pastorale è quella di collaborare con tutti.

L’idea è quella di costruire un modello di accoglienza che dialoghi con le istituzioni nazionali ma che sia in grado di dare risposte dignitose alle persone per farle gradualmente inserire nella nostra società e cultura.

Accogliere i missionari significa accogliere Cristo

Le frasi conclusive di questo lungo discorso della missione descrivono la ricompensa che riceveranno coloro che accolgono il messaggio dei missionari di Gesù.

Accogliere loro vuol dire accogliere Cristo. Il missionario è suo rappresentante come lui lo è del Padre.

Nelle comunità di Matteo la missione non era riservata ai soli dodici ma era compito di tutta la comunità con la varietà dei suoi carismi.

“Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.”

“Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

La missione cristiana nasce dalla compassione di Gesù e si manifesta nella gratuità del dono. L’annuncio del Regno diventa credibile quando passa attraverso gesti concreti di cura, prossimità e carità.

Il Vangelo ci conduce al cuore dell’Eucaristia: Gesù si dona come Pane vivo, perché la sua vita diventi la nostra vita.

Questa antologia di direttive/istruzioni di Gesù ai primi missionari è preziosa e attuale per la Chiesa di oggi.

tags: #commenti #al #discorso #missionario #nicolini