La Chiesa del Rosario di Pietro Castellino è la Parrocchia di Maria Santissima del Rosario situata in via Traccia a Poggioreale 570, a Napoli, nella diocesi di Napoli e nella Regione Ecclesiastica Campania.
La chiesa storica di San Pietro Apostolo a San Pietro a Patierno, invece, è un edificio distinto: sorge al centro dell’omonimo quartiere di Napoli, sulla seicentesca-settecentesca Masseria della Luce attorno al Casale di San Pietro, ed ebbe almeno fino alla fine degli anni Cinquanta del Novecento il patrocinio della Sacra Congrega del Santissimo Rosario e dell’antica Arciconfraternita di San Francesco da Paola.
Identificazione e collocazione
La denominazione «Chiesa del Rosario di Pietro Castellino» può riferirsi alla Parrocchia di Maria Santissima del Rosario, mentre il materiale storico e architettonico riportato riguarda soprattutto la venerabile Chiesa di San Pietro Apostolo a San Pietro a Patierno.
La Parrocchia di Maria Santissima del Rosario è indicata in via Traccia a Poggioreale 570, Napoli.
| Voce | Informazione |
|---|---|
| Regione ecclesiastica | Campania |
| Diocesi | Napoli |
| Parrocchia | Maria Santissima del Rosario |
| Collocazione | Via Traccia a Poggioreale 570 - Napoli (NA) |
La Chiesa di San Pietro Apostolo a San Pietro a Patierno
La chiesa, a parte poche e non significative modifiche, appare con lo stesso impianto dell’inizio del ’900 napoletano: l’ingresso è dato dalla piazza Guarino e preceduto da un ampio spazio rettangolare protetto da una massiccia cancellata in ferro battuto.
La facciata a registro sobrio, con ai lati dell’ingresso le due statue dei Santi Pietro e Paolo e al centro del frontespizio la statua del Cristo, reca un motivo decorativo più ampio e ottimo da un punto di vista architettonico, lasciata così come si presentava agli inizi del 1900, ultima data risalente all’ultimo rifacimento.
Una tiara papale posta in alto sul frontale, accompagnata da altre due tiare in bronzo dorato poste ai lati dell’ingresso, ricordano che la chiesa è dedicata a San Pietro Apostolo.

Impianto interno e opere
Oltre l’ingresso si trova la cantoria con un organo di notevoli dimensioni, elettrico a due tastiere e una pedaliera del 1920 perfettamente funzionante.
Sopra l’anzidetto organo un tempo trovava posto una tela ritraente la «Tradizione delle Chiavi» del Santo, poi rubata e mai più ritrovata.
La chiesa è ad una sola navata con quattro cappelle laterali per lato.
Si ricordano le cappelle dedicate a Sant’Anna e alle Anime del Purgatorio, a San Gennaro, sede della tomba del monsignor Francesco Barbato, ed infine la cappella dove si conserva la statua di San Pietro, ove tra l’altro è adagiata anche la tomba del venerabile Guarino.
Mentre le spoglie di Giuseppe Garzillo trovano riposo in una tomba di pregevole fattura in stile neoclassico in fondo alla chiesa a sinistra.
Affreschi della volta, della cupola e delle lunette
La volta a botte contiene quattro affreschi di datazione ed autore incerti, raffiguranti scene di vita legate alla tradizione dell’Apostolo Pietro.
- La «Tradizione delle chiavi».
- Il «Miracolo dello Storpio guarito da Pietro».
- La «Liberazione dello stesso Pietro».
- La «Vocazione degli Apostoli».
Nella cupola sono affrescati i profeti Isaia, Geremia, Daniele ed Ezechiele, ritoccati dal Grucchetti nel 1930.
Nelle lunette sottostanti sono raffigurati i quattro evangelisti con i relativi simboli.

Presbiterio e altare maggiore
Ai lati del presbiterio si trovano due altari di marmo: uno dedicato alla Santissima Vergine Maria Addolorata e l’altro destinato ad accogliere le sacre particole del 1772, trafugate da ignoti e mai più ricollocate.
Una balaustra di marmo divide gli ambienti della navata dal presbiterio, occupato da un preziosissimo altare in marmo policromo abbastanza maestoso.
Sull’altare si erge il trono di San Pietro, composto da due colonne in stucco che racchiudono la tela del Santo benedicente con le chiavi in mano.
Origini medievali e patrimonio della chiesa
È questa la chiesa nata sulla dote di un modesto patrimonio secondo il sistema giuridico delle chiese dette «proprie».
Sviluppatosi, questo sistema, nell’Italia centro-meridionale a metà dell’VIII secolo d.C., la chiesa fu eretta sul fondo di proprietà di tale Sergio, figlio di Costantino, probabilmente imparentato con un cimiliarca della diocesi napoletana.
Alla congregazione detta della «Stefania», con sede nell’omonima chiesa napoletana oggi scomparsa, Sergio lasciò per testamento un’enorme somma di danaro ottenuta dalla vendita del terreno adiacente alla stessa chiesa.
Sulla medesima area resta l’anfratto del battistero di San Giovanni in Fonte alla Cattedrale di Napoli.
Da tale Sergio, ricco possidente terriero registrato in quel che si considera ufficialmente l’atto di costituzione della dote datato «anno Domini 932», la chiesa e la dote associata passarono nel 954 a una certa Pietra, figlia di Campulo e moglie di Stefano.
Alla qual Pietra il religioso Leone, figlio di Pietro Carangio, quale canonico di San Pietro, prometterà di officiare giorno e notte in quella chiesa e di girarle gli eventuali ricavi.
Patronati e trasformazioni istituzionali
Comparsa poi nella documentazione già menzionata sotto il patronato del monastero dei Santi Sergio e Bacco di Napoli, il 3 aprile del 1088 Stefano, presbitero figlio di Domezio, promette di versare alla congregazione dei Santi Sergio e Bacco le quote di pertinenza della chiesa, due a Natale e due a Pasqua.
Dovrà attendersi il 1132, allorché il monastero di San Sebastiano passa dai Basiliani di rito ortodosso ai Benedettini di rito romano, tale rimanendovi fino al 1425.
Dopo il 1425 il monastero fu concesso da Martino V alle monache di San Pietro al Castello dell’Ordine Domenicano con il titolo dei Santi Sebastiano e Sossio.
Stessa indomita sorte capiterà alla chiesa di San Pietro a Patierno, come è evinto dagli atti della nomina del rettore Aniello De Mare del 9 febbraio 1569, a seguito della libera rinuncia fatta da Giuseppe Avitabile.
Giuseppe Avitabile era stato nominato rettore dopo la morte, nel 1555, del venerabile Francesco Perillo, primo cappellano della Congrega del Corpus Christi.
La parrocchia dopo il Concilio di Trento
Dopo il Concilio di Trento il primo parroco della chiesa di San Pietro Apostolo a San Pietro a Patierno è stato De Criscio, dal 1566 al 1577.
La parrocchia risulta nelle Cronache delle Sante Visite senza parroco nel 1580.
Al sacerdote Antonio Capolino, detto anche amministratore ad interim della parrocchia, spettava una quota annua sulla preparazione della festa del Corpus Domini secondo le leggi dei maestri estauritari.
Gli era concesso l’alloggio vicino alla cappella, mentre nelle altre stanze veniva data ospitalità ai poveri, per maggior accrescimento in spirito di carità al sacerdote ospitato.
Beni, rendite e arredi sacri
I beni della chiesa in questo periodo comprendevano un fabbricato con stanze superiori, un orto contiguo e una piscina confinante con le proprietà di Giacomo Aurino e Nicola Antonio Masone.
Comprendevano inoltre un terreno di quattro moggi dato in affitto a Minico Spinuso per 37 ducati l’anno e numerosissime altre entrate minuziosamente elencate negli atti delle Sante Visite, per un ammontare di 170 carlini.
Tra i beni figuravano anche arredamenti, oggetti sacri, reliquiari d’argento, palli, paramenti sacri, pianete e altri ornamenti liturgici.
Il titolo dei Santi Pietro e Paolo
Nel corso dei secoli la chiesa subisce vari rimaneggiamenti, tutti pressoché ricordati e diligentemente redatti nei registri, come si evince dagli Atti della Santa Visita del 1674.
In particolare, dalla relazione del parroco Desio Valente risulta che la parrocchia abbia preso il titolo di Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, probabilmente da un’icona raffigurante la Vergine Maria con alla sua destra San Pietro e alla sua sinistra San Paolo.
È del 1640 la notizia della benedizione somma della Congrega di San Francesco di Paola a nome del cardinale Boncompagni.
Le reliquie conservate nella chiesa
Gli atti delle Sante Visite, oltre all’elencazione dei beni in possesso della chiesa di San Pietro Apostolo, riferiscono con attendibilità presunta sul materiale reliquiario presente a quell’epoca.
In questi locali si sarebbero conservate le ossa di San Pietro in una teca d’argento con cristallo.
Ci sarebbe stata anche la lettera del Prefetto del Sacrario Saverio Cristiani, con la quale si dava credito alle notizie sul fatto che fosse addirittura stato autorizzato ad esporle in chiesa assieme ad altre reliquie, come quelle di Sant’Antonio da Padova, con lettera testimoniale del vescovo Silvestro Strana.
Le reliquie fino a tutto il Settecento erano segno di ricchezza e di potere.
Si sarebbero inoltre conservati ed esposti alla pubblica venerazione il Velo della Vergine e un panno intriso del Sangue di San Francesco di Sales, con lettera testimoniale del vescovo di Potenza Biagio De Dura datata 17 novembre 1748.
Nelle epoche sei-settecentesche, sulla buona scorta di esperienze ancora più antiche, le reliquie vere o presunte di questo o quel santo, o in alcuni casi addirittura riferibili a Cristo, alla Vergine, agli Angeli e agli Arcangeli, erano segno di ricchezza e di potere.
Il furto sacrilego del 1772
Il 27 gennaio del 1772 alcuni ladri introdottisi in chiesa rubarono le pissidi dall’altare maggiore, attirati dall’idea del facile guadagno derivante dalla vendita del pezzo d’oro.
Essi ignoravano il ben più grave atto sacrilego di disperdere altrove le sacre reliquie in esse contenute.
Le particole furono ritrovate due mesi dopo, sepolte sotto il terreno, da alcuni abitanti letteralmente attratti da certi strani lumi in «Ducis Criptarum», dal popolo detto «Duca delle Grottelle», sulla strada Regia di Caserta.

La sentenza del 1774 e il culto eucaristico
Il 9 agosto del 1774, per letta sentenza, si legge: «Sia le apparizioni in loco sia il fatto che le stesse particole vennero ritrovate intatte sotto il terreno, pur essendovi rimaste sepolte per più settimane e senza alcuno scrupolo di proteggerle dalla forza degli elementi, debbano dunque questi fatti ritenersi gravissimi per i loro autori ma altrettanto prodigiosi e ovvero sia miracolosi a beneficio della fede del popolo di San Pietro a Patierno».
Il «Miracolo Eucaristico di San Pietro a Patierno», pubblicato a Napoli nel 1974, fu curato dal parroco Michele Chianese.
Con questa e altre pubblicazioni il reverendo parroco cercò di farne riscoprire, a distanza di due secoli, il grande significato.
Per questo motivo la parrocchia di San Pietro a Patierno fu elevata a Santuario Eucaristico Diocesano dall’allora cardinale Corrado Ursi il Giovedì Santo del 1967, e una lapide esposta in chiesa lo ricorda.
Indicazioni riportate per Pietro Castellino
Con l’automobile, dall’uscita Zona Ospedaliera, in direzione Cardarelli, occorre passare davanti al Pronto Soccorso e continuare per via D’Antona fino all’incrocio con Pietro Castellino.
Si percorre via Castellino e al terzo semaforo si gira a destra per via 11 Fiori del Melarancio.
Dall’uscita Arenella si segue la strada fino al semaforo, si gira a destra fino a piazza Muzii, poi si mantiene la sinistra e si gira a destra per via Maurizio Piscicelli.
Al semaforo si prosegue diritto fino al primo incrocio, quindi si gira a destra; il divieto di accesso consente di raggiungere il cortile della parrocchia.
Dall’uscita Camaldoli, in direzione Vomero, alla fine della strada, via Jannelli, si gira a sinistra per via S. Martini.
La si percorre tutta, quindi si gira a sinistra e ancora a sinistra fino al primo incrocio, poi a destra; il divieto di accesso consente di raggiungere il cortile della parrocchia.
Con la metropolitana Linea 1 si scende all’uscita Montedonzelli, si va a sinistra e si scende per via S. Giacomo dei Capri.
La parrocchia si trova al primo incrocio sul lato sinistro.
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