Il dibattito sul Reddito di cittadinanza non riguarda soltanto l’efficacia di una misura contro la povertà, ma anche il modo in cui la società interpreta i poveri, il lavoro, la responsabilità individuale e il ruolo dello Stato sociale. Il Reddito di cittadinanza introdotto nell’ordinamento welfaristico italiano è un “reddito minimo garantito” e, cioè, un sussidio non categoriale, non contributivo, selettivo e condizionato, che spetta solo a coloro che sono sprovvisti di mezzi a prescindere da altri criteri come l’età, l’eventuale inabilità o lo stato di disoccupazione, ed è legato a percorsi di accesso al mondo del lavoro.
Il confronto pubblico è stato tuttavia spesso ridotto a contrapposizioni morali: da una parte i poveri considerati meritevoli, dall’altra i beneficiari descritti come «parassiti», dipendenti dal sussidio o privi di volontà di lavorare. Il dibattito sul Reddito di cittadinanza e sulle politiche di contrasto della povertà si sta sviluppando in termini molto riduttivi: non tiene conto dei dati prodotti da istituzioni come Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, l’Istat, INPS, Anpal, Eurostat, organizzazioni internazionali come l’Oecd e l’Ilo (International Labour Organization) e delle numerose ricerche accademiche realizzate in questi anni.
Il Reddito di cittadinanza tra povertà, lavoro e inclusione
Il Reddito di cittadinanza dovrebbe contrastare fenomeni sociali come la povertà, l’alta disoccupazione, la precarietà e più in generale l’esclusione sociale, che caratterizzano sempre più la società contemporanea. Le profonde trasformazioni sociali, alimentate dalla globalizzazione dell’economia e dei mercati, dai processi demografici e migratori e, da ultimo, dalla generale crisi economica, ulteriormente aggravata dalla pandemia, hanno rivoluzionato, come è ben noto, le garanzie tradizionali del diritto del lavoro, inteso come parte costitutiva del diritto sociale.
Nella società capitalistica contemporanea si è passati dal modello produttivo fordista-taylorista, dove il lavoro a tempo indeterminato e a full-time era un fondamento e la protezione sociale dipendeva direttamente dal lavoro e dall’occupazione, a un sistema in cui il mantra dominante è la flessibilità dell’industria 4.0. Flessibilità, assieme a mobilità, rischio, innovazione sono le nuove parole d’ordine del capitalismo post-fordista, che hanno già cambiato radicalmente i paradigmi del lavoro.
Nell’epoca fordista, il lavoro era diventato un fattore fondamentale, rappresentava l’elemento principale per essere riconosciuti cittadini e quindi degni di godere di tutti i diritti civili. Aveva, con il tempo, preso la forma di elemento che determinava l’inclusione sociale e considerato un prerequisito per ottenere lo status sociale simbolo del fordismo. Attraverso il lavoro era permesso partecipare allo stato di benessere economico da cui di seguito derivava la posizione sociale.
Con l’evoluzione che si è presentata della nostra società, la disponibilità di un lavoro, non è più considerato come fattore che permette di garantire l’inclusione sociale. A tal proposito, vi è, nei giorni nostri, un incremento del fenomeno definito working poors, cioè, coloro che pur lavorando, non riescono a superare la soglia di povertà; fenomeno che con il fordismo sembrava inconcepibile.
Dal welfare lavorista al welfare income-based
Il dibattito sulle cosiddette politiche di reddito minimo è da quasi un ventennio al centro delle agende dei governi democratici. Concepite in piena transizione post-fordista per convivere con le altre classi di policy sociali produttiviste o industriali, queste hanno certamente dato prova, soprattutto con il ciclo di austerity e poi con la crisi pandemica, di contribuire a contrastare povertà - anche familiare - ed esclusione sociale.
Con il modello di capitalismo che va affermandosi nella tarda globalizzazione, il tema della diseguaglianza strutturale si pone sempre più come centrale per i governi occidentali, e quella pressione sull’universalità dei meccanismi di welfare iniziata con la transizione post-fordista pare riflettersi sia sugli obiettivi che la politica del welfare verrà a perseguire, sia sugli strumenti di policy attraverso cui lo farà.
Se questi apparivano infatti chiari per il vecchio Stato Nazionale a Welfare Keynesiano - produttivista, industriale, labor-based - e consistevano nel ridurre le diseguaglianze sociali prodotte dal capitalismo attraverso la cittadinanza democratica e la sua demercificazione, davanti alla prospettiva di automazione avanzante, disoccupazione involontaria crescente e cristallizzazione della marginalità sociale, molte democrazie mature sembrano procedere a vista nella pianificazione della politica sociale.
Ed è anche in questo contesto che si inserisce la crescente diffusione delle politiche di sostegno al reddito, prima di tutto quelle di reddito minimo. Come era stato per il welfare labor-based al tempo del fordismo, attraverso una diffusa politica sociale del reddito, molti governi europei, anche dentro cornici di cosiddetto workfare, sembra stiano faticosamente ricercando un principio di sostenibilità della diseguaglianza per la condizione postdemocratica o neodemocratica, virando, passo a passo, verso un welfare income-based.
Ciò che sembrerebbe intravedersi è una sorta di passaggio a modelli sociali e di integrazione democratica basati sul reddito, in cui la filosofia dell’intervento sociale pare sempre più modellata sulla monetizzazione e individualizzazione delle misure. Ben al di là, dunque, della efficacia delle misure di reddito minimo nel contrastare, temporaneamente, povertà ed esclusione, questa tendenza espansiva - e il consenso ampio che riceve, dai governi ai movimenti di promozione, ad esempio, un’idea come il basic income - propone sul lungo periodo alcuni interrogativi per i sistemi di welfare e per quello democratico tout court, soprattutto per il modello sociale europeo.
Reddito minimo e reddito di base: una distinzione necessaria
Come è noto per “reddito di cittadinanza” si intende a livello teorico “un trasferimento universale, rivolto a tutti i cittadini senza alcuna distinzione e senza alcuna contropartita. Non solo chi è sprovvisto di reddito, dunque, ma anche i più agiati. Il suo importo dovrebbe essere sufficiente a condurre una vita dignitosa anche senza l’integrazione, in linea di principio, di altri redditi da lavoro o da trasferimento”.
In realtà il reddito di cittadinanza introdotto nell’ordinamento welfaristico italiano è un “reddito minimo garantito” e, cioè, un sussidio non categoriale, non contributivo, selettivo e condizionato, che spetta solo a coloro che sono sprovvisti di mezzi a prescindere da altri criteri come l’età, l’eventuale inabilità o lo stato di disoccupazione, ed è legato a percorsi di accesso nel mondo del lavoro.
Il reddito di cittadinanza è stato preceduto nel sistema di social security italiano da un altro istituto: il “reddito di inclusione”, attraverso la legge-delega 15 marzo 2017, n. 33, inserito in un più generale piano nazionale per il contrasto alle povertà e alla esclusione sociale e la sua funzione teleologica dovrebbe essere quella di contrastare fenomeni sociali come la povertà, l’alta disoccupazione, la precarietà e più in generale l’esclusione sociale, che caratterizzano sempre più la società contemporanea.
| Misura o concetto | Caratteristiche |
|---|---|
| Reddito di base | Trasferimento universale, rivolto a tutti i cittadini senza alcuna distinzione e senza alcuna contropartita. |
| Reddito minimo garantito | Sussidio non categoriale, non contributivo, selettivo e condizionato, destinato a coloro che sono sprovvisti di mezzi. |
| Reddito di cittadinanza italiano | Misura legata a percorsi di accesso al mondo del lavoro e a percorsi di inclusione sociale. |
Per alcuni il basic income è considerato uno strumento ottimale come rimedio alle numerose piaghe sociali, a partire dalla povertà, per altri invece, è solo una soluzione difficilmente praticabile in quanto insostenibile economicamente. La tragedia della pandemia e il conseguente inasprimento della drammatica crisi economica e sociale già in atto, hanno sollecitato l’ipotesi di un’estensione dell’area dei beneficiari del reddito di cittadinanza, fino a ipotizzarne una erogazione senza alcuna condizionalità.
Le cinque semplificazioni del dibattito pubblico
Il dibattito non riguarda gli aspetti critici del reddito di cittadinanza, quali, per esempio, la scala di equivalenza utilizzata per l’accesso e la definizione dell’entità del beneficio, le capacità operative dei centri per l’impiego e la loro relazione con i servizi sociali dei comuni, l’enfasi sul sistema sanzionatorio, ma aspetti più generali che riguardano la sostenibilità finanziaria della misura, i suoi effetti sulla motivazione al lavoro e sulla crescita della dipendenza dei beneficiari dai benefici economici, le distinzioni tra poveri che meritano aiuto e poveri che si ritiene non si impegnino nella ricerca di un lavoro.
Il sussidio non è un vitalizio
Prima semplificazione: il reddito di cittadinanza è un vitalizio, una sorta di sussidio erogato da 18 anni fino alla pensione. In realtà, nella maggioranza dei casi chi ha un reddito al di sotto di una soglia convenzionale di povertà, e pertanto ha diritto a ricevere il reddito di cittadinanza, non rimane nella stessa condizione per molto tempo.
La povertà si misura sulla base del reddito, dei consumi, di indicatori non monetari comprendendo inevitabilmente storie di vita molto differenti, condizioni fluide e deprivazioni stabili nel tempo. Le deprivazioni spesso diventano stabili e si cronicizzano, penso per esempio ad una disabilità, ad una dipendenza o un disturbo mentale, quando non sono affrontate con strumenti sociali e sanitari adeguati.
I dati che annualmente ci fornisce l’European Statistics on Income and Living Conditions (EU-SILC) ci dicono che circa il 45% degli episodi di povertà si conclude entro un anno e il 70% entro tre anni, circa il 14% dura tre anni o più. La fluidità di una condizione si riflette nell’accesso ai benefici economici.
L’INPS rileva che nei primi dieci mesi del 2022 sono decaduti dal diritto a ricevere il reddito di cittadinanza oltre 264mila persone: nell’anno 2021 sono decaduti 307mila e 233mila persone nel 2020. La causa di decadenza più frequente è legata alla variazione dell’ISEE.
Già negli anni Ottanta del secolo scorso Bane e Ellwood (1986) sostenevano che le misure nazionali di contrasto della povertà si configurano come “un ponte” che aiutano ad uscire dalla povertà: se l’intervento è tempestivo e adeguato nella maggioranza dei casi le famiglie riescono a raggiungere il loro obiettivo in pochi mesi o pochi anni in quanto dopo un evento negativo riescono a migliorare la loro condizione, in altri casi, meno frequenti, il superamento di una condizione di povertà può richiedere tempi più lunghi.
La povertà non è una colpa individuale
Seconda semplificazione: il povero è responsabile della sua condizione. Le cause strutturali della povertà sono scomparse nel dibattito sulla povertà e sul reddito di cittadinanza.
In Italia persistono rischi strutturali di povertà molto elevati che coinvolgono gruppi molto ampi di persone e che non dipendono da scelte individuali. Per esempio, livelli di salario molto spesso inferiori alla linea convenzionale di povertà, la precarietà lavorativa, la condizione dei working poor, il costo degli affitti, costituiscono rischi strutturali di povertà.
L’incidenza della povertà in Italia è molto più alta della media europea. Nessuna colpa è attribuita alle dinamiche prevalenti nel mercato del lavoro, alle trappole del lavoro nero, alla assenza di mobilità sociale per le persone che provengono da famiglie con basso reddito, al sistema dell’istruzione.
Così come prevede la Legge di Bilancio per l’inserimento lavorativo delle persone ritenute occupabili fra i beneficiari del reddito di cittadinanza, persone di tra i 18 e i 59 anni che vivono in famiglie senza disabili, minori o anziani, si ritiene sufficiente avviare percorsi formativi e politiche di attivazione di pochi mesi dando per scontato che queste politiche creino rapidamente l’occupabilità di questi soggetti e soprattutto che il sistema produttivo sarà in grado di creare posti di lavoro anche per loro.
Il sostegno economico è una condizione dell’attivazione
Terza semplificazione: è necessario sostituire il beneficio economico con politiche di attivazione. Il reddito di cittadinanza è definito una sorta di «metadone di Stato» che crea dipendenza e passività, non migliora una condizione di deprivazione e lascia le persone nella condizione in cui si trovano. L’alternativa sono le politiche di attivazione, i corsi di formazione, la creazione di lavoro.
Come è noto, in tutti i paesi europei esistono ormai da decenni misure di contrasto della povertà, Sozialhilfe in Austria; Revenue d’integration in Belgio; lo Starthjalp in Danimarca; l’RSA in Francia, l’Universal Credit nel Regno Unito, che hanno una doppia funzione: di protezione e di attivazione.
In queste misure il supporto economico è il prerequisito di ogni percorso di attivazione, è parte di un percorso di recupero alla vita lavorativa, crea una sorta di sicurezza economica transitoria che consente di partecipare ad iniziative di riqualificazione professionale e progetti di lungo periodo.
È evidente che per le persone immediatamente occupabili e appetibili per il mercato del lavoro il sussidio economico sarà erogato per pochi mesi e sostituito da un più dignitoso reddito da lavoro.
Il lavoro non esclude automaticamente la povertà
Quarta semplificazione: la maggioranza dei poveri non ha voglia di lavorare. Il sussidio è immorale per tutti quelli che sono in condizioni di lavorare. Solo alcuni poveri, pochi, sono ritenuti meritevoli, in quanto si trovano in questa condizione a causa di circostanze di carattere collettivo, per esempio, la chiusura di una grande azienda.
Gli altri si ritiene che abbiano in gran parte valori e comportamenti moralmente riprovevoli che sono la causa primaria del loro stato. Create le distinzioni tra poveri meritevoli e poveri che non meritano aiuto, la gestione della povertà richiede soprattutto strumenti più di controllo e sorveglianza che di welfare.
Così l’Inps durante le verifiche per evitare frodi procede alla sospensione preventiva dell’erogazione delle mensilità lasciando senza reddito i beneficiari, a ottobre circa 70mila. Per le famiglie degli immigrati, 77mila su un milione di famiglie beneficiarie, la sorveglianza è ancora più severa a livello delle commissioni Inps e dell’attività dei centri per l’impiego.
In realtà, molti poveri e molti percettori del reddito di cittadinanza lavorano, ma non basta lavorare per non essere poveri! In Italia circa l’11,8% dei lavoratori sono poveri, in Europa il 9,2%; circa il 25% dei lavoratori percepisce una retribuzione inferiore al 60% della mediana e più di un lavoratore su dieci è in condizione di povertà.
L’ANPAL (2022) rileva che i beneficiari del reddito di cittadinanza indirizzati ai servizi per il lavoro sono 919.916. Di questi, 173mila (18,8%) risultano occupati. Oltre la metà dei beneficiari occupati, il 53,5%, ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato o in apprendistato.
Fra tutti i beneficiari che lavorano con contratti a tempo determinato, il 39,2%, oltre la metà ha un contratto con durata pari o inferiore a 6 mesi. Il 72,8%, dei 660mila beneficiari soggetti al patto per il lavoro, dunque non occupati, non esonerati e non rinviati ai servizi sociali, non ha avuto un contratto di lavoro subordinato o para-subordinato negli ultimi 3 anni.
L’inclusione sociale non coincide con il semplice trasferimento monetario
Quinta semplificazione: niente cambia per le persone non occupabili affidate ai servizi sociali. Nel dibattito pubblico il supporto economico alle persone più fragili non è messo in discussione, e questo è un fatto positivo, ma nulla si prevede per organizzare in termini differenti i progetti di inclusione sociale.
L’INAPP (2022) ha rilevato che sono 336mila le famiglie, contattate dai comuni, che sono state avviate al percorso del patto per l’inclusione, di queste per ora solo 1/3 l’ha sottoscritto.
Conseguentemente, sono pochi gli intervistati a cui è stato proposto un PUC (Progetto di Utilità Collettiva): poco meno del 20% ha cominciato a parteciparvi, per il 38% non sono ancora iniziati e il 42% non ha ancora ricevuto un invito alla sua sottoscrizione.
| Indicatore | Valore |
|---|---|
| Famiglie avviate al patto per l’inclusione | 336mila |
| Famiglie che hanno sottoscritto il patto | 1/3 |
| Partecipazione ai PUC già iniziata | poco meno del 20% |
| PUC non ancora iniziati | 38% |
| Invito alla sottoscrizione non ancora ricevuto | 42% |
Ciò di cui si sente la necessità è di una riflessione e un confronto pubblico sulla efficacia delle attuali politiche di inclusione al fine di delineare strategie di integrazione che tengano conto della complessità delle situazioni personali, capaci di comporre una pluralità di interventi sociali e sanitari, di attivazione di risorse personali, di cura e di accompagnamento sociale.
Superando la sotterranea rassegnazione sugli esiti degli interventi che spesso accompagna questi progetti. Il fallimento di frettolose politiche attive costituisce spesso la giustificazione per erogare solo politiche passive di supporto al reddito non sufficienti per superare una condizione di deprivazione economica, ma che comunque assicurano un controllo e una fragile integrazione.
La condizionalità tra lavoro e diritti sociali
La tragedia della pandemia e il conseguente inasprimento della drammatica crisi economica e sociale già in atto, hanno sollecitato l’ipotesi di un’estensione dell’area dei beneficiari del reddito di cittadinanza, fino a ipotizzarne una erogazione senza alcuna condizionalità.
Un’ipotesi rispetto alla quale sono state opportunamente sollevate eccezioni: “Anzitutto una simile misura, avrebbe costi ingenti difficilmente sostenibili, se essa si cumulasse con gli altri interventi di welfare; se invece dovesse sostituirli, come è nelle visioni dei sostenitori dello stato minimo, comporterebbe effetti regressivi peggiorando le condizioni complessive dei più poveri.
Ma contro la sua generalizzazione militano anche ragioni di principio, in quanto una simile erogazione economica senza condizioni rischierebbe di disincentivare il lavoro e di implicare quasi la rinuncia alla possibilità di sostenere un lavoro dignitoso per tutti; in ogni caso darebbe un messaggio negativo che sminuisce il valore del lavoro come contributo delle persone in grado di svolgerlo alla comunità in cui vivono”.
Ampio spazio è dedicato alla questione della “condizionalità”, come tratto distintivo dei percorsi disegnati in vista del reinserimento lavorativo e/o dell’inclusione sociale. Anche in questo caso sono poste in evidenza diverse criticità in ordine alla compatibilità con il tessuto dei principi costituzionali, alla luce di una corretta considerazione della correlazione tra principi personalista, solidarista e lavorista, mentre si prova a indicare in quella del welfare generativo una prospettiva, costituzionalmente fondata, di revisione del sistema delle politiche di contrasto alla povertà.
Il ruolo del terzo settore e il rischio di disintermediazione
L’avanzare di questa politica sociale del reddito, income-based, risulta quindi interessante anche in ragione delle sue possibili implicazioni di lungo periodo, perché interroga sulla capacità del governo pubblico di intervenire sulla sostenibilità sociale della diseguaglianza in contesti a capitalismo maturo, contrastando alcune tendenze che sembrano destinate a segnare le democrazie nei prossimi decenni: la diffusa povertà anche lavorativa, l’esclusione sociale strutturale, la robotizzazione, la disoccupazione involontaria crescente, la tendenziale scarsità dei benefit sociali in un contesto di pressione populista per l’immigrazione e di welfare chauvinism crescente.
La letteratura si è infatti finora principalmente esercitata nell’analizzare articolatamente gli effetti di medio-breve periodo su povertà ed esclusione sociale della politica sociale del reddito, ancora poco ci si è interrogati sugli effetti di lungo periodo.
A interrogare sono infatti anche le implicazioni generali per il modello di welfare che perverrebbero dal consolidamento di una filosofia di intervento sociale più basata su un’idea contrattualistica, monetizzata ed individualizzante della politica sociale che su una politics di progressiva rimozione delle diseguaglianze strutturali tra famiglie, gruppi, e forse anche classi sociali.
Siamo, forse, davanti al superamento del paradigma welfarista - anche rimodulato nei suoi passaggi post-fordisti dal welfare mix a quello orizzontale - e dunque alla prospettiva di modelli di politica sociale centrati sul reddito, che rinunciano al potenziamento delle capacità di cittadinanza democratica di individui, famiglie e gruppi sociali immaginando di rendere sostenibile la diseguaglianza principalmente trasferendo reddito su base individuale e/o familiare, e dunque non intervenendo sui meccanismi di redistribuzione della ricchezza e della mobilità sociale?
La questione investe alcuni nodi essenziali della cosiddetta condizione postdemocratica. Perché quella che oggi appare come una, non improbabile, prospettiva - cioè il completo passaggio da modelli di protezione sociale post-produttivisti e/o work-oriented ad altri centrati sul reddito - presenta infatti delle implicazioni potenzialmente molto rilevanti sui due lati della disarticolazione del tessuto sociale e della disintermediazione del sistema politico.
Particolarmente nel campo delle misure di sostegno al reddito, tale cambiamento è variamente caratterizzato da spinte al post-produttivismo, come dalla difesa e anche dalla critica alle teorie di social investment.
Generalmente è comunque segnato, in molti sistemi dell’Europa continentale, dall’affermazione di nuove tipologie di policy - e di nuovi social benefits - che rispetto al welfare industriale presentano alcuni caratteri di fondo: una più sfumata, o diversamente declinata, ispirazione “lavorista” delle politiche di welfare; il crescere di benefits sociali spesso slegati da un orizzonte di integrazione produttivista, e sovente centrati sul trasferimento monetario di reddito sia familiare ma anche - e forse in misura crescente - su base individuale; la tendenziale dilatazione, dunque, di una politica sociale income-based, che nell’idea del policy maker si implementa senza grande sforzo burocratico e senza il rilevante intervento, anche di progettazione, dei corpi intermedi sociali come quelli del terzo settore.
In questo senso, pone qualche interrogativo il consenso crescente che segmenti di opinione tra loro apparentemente opposti - di stampo sia tecno-liberale come di opposizione populista - stanno manifestando non solo verso l’istituzionalizzazione e l’allargamento delle misure di reddito minimo, ma più in generale di una politica di welfare sempre più centrata su misure di trasferimento di reddito.
Che tipo di implicazioni questo avrebbe in termini di disarticolazione del tessuto sociale su cui si regge la democrazia? E che impatto hanno, anche già le politiche del reddito minimo, sul ruolo di intermediazione e aggregazione sociale svolto dai soggetti del terzo settore?
Povertà, responsabilità pubblica e posizione della Caritas
Ascoltare, osservare, valutare insieme, fare proposte e, dove necessario, agire direttamente. È il metodo della Caritas.
Caritas Italiana, ad esempio, monitora le misure di contrasto alla povertà messe in atto dai governi nel corso degli anni. Così per il Reddito di cittadinanza.
Il dibattito sul Reddito di cittadinanza e sulle politiche di contrasto della povertà si sta sviluppando in termini molto riduttivi: non tiene conto dei dati prodotti da istituzioni come Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, l’Istat, INPS, Anpal, Eurostat, organizzazioni internazionali come l’Oecd e l’Ilo (International Labour Organization) e delle numerose ricerche accademiche realizzate in questi anni.
La prospettiva della Caritas si colloca quindi dentro una critica alle letture che trasformano la povertà in una questione esclusivamente morale o comportamentale. In Italia persistono rischi strutturali di povertà molto elevati che coinvolgono gruppi molto ampi di persone e che non dipendono da scelte individuali.
Per esempio, livelli di salario molto spesso inferiori alla linea convenzionale di povertà, la precarietà lavorativa, la condizione dei working poor, il costo degli affitti, costituiscono rischi strutturali di povertà. L’incidenza della povertà in Italia è molto più alta della media europea.
La discussione pubblica dovrebbe quindi considerare insieme sostegno economico, servizi sociali, interventi sanitari, formazione, politiche del lavoro e progetti di partecipazione alla vita della comunità. Ciò di cui si sente la necessità è di una riflessione e un confronto pubblico sulla efficacia delle attuali politiche di inclusione al fine di delineare strategie di integrazione che tengano conto della complessità delle situazioni personali.
Il quadro europeo e costituzionale
La lotta alle povertà costituisce uno degli obiettivi sociali nelle policies dell’Unione europea. Già i trattati di Amsterdam e di Nizza attribuivano alla Comunità europea al tempo, l’impegno a supportare le iniziative degli Stati membri in materia di politica sociale, ma con il varo della “Strategia di Lisbona”, in occasione del Consiglio europeo tenutosi il 23 e 24 marzo del 2000 nella capitale lusitana, venne dichiarato che “il numero delle persone che nell’unione vivono al di sotto della soglia di povertà e in condizioni di esclusione sociale è inaccettabile”.
Nello stesso anno viene rilanciata “L’Agenda della politica sociale 2001-2006”, assunta dal Consiglio europeo di Nizza, a cui seguì l’introduzione di un nuovo “Metodo aperto di coordinamento” (MAC), relativo alle politiche di protezione e inserimento sociale.
Nel 2010 si passa alla “Strategia Europa 2020”, per promuovere “le condizioni per un diverso tipo di sviluppo economico, più intelligente, sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, sostenibile, promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva, e inclusivo, promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale”.
Nel novembre 2017, 28 capi di Stato e premier dei paesi aderenti all’Unione europea hanno discusso di “Europa sociale”, con una discussione preceduta dal tema dell’adozione del cosiddetto “Pilastro europeo dei diritti sociali”, sviluppatosi, in particolare, dall’avvio di una consultazione pubblica nel marzo 2016 e dall’adozione nell’aprile del 2017 di una proposta definitiva di testo, sotto forma di Raccomandazione proprio in vista del Vertice di Goteborg.
E più di recente il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha adottato un parere d’iniziativa sul tema “Per una direttiva quadro europea in materia di reddito minimo”, in cui esorta la Commissione europea a introdurre un quadro vincolante dell’Ue che stabilisca un reddito minimo adeguato in tutta Europa, adattato al tenore di vita di ciascuno Stato membro.
L’art. 3, comma 2, della nostra Costituzione ha rappresentato la chiave di volta per la costruzione del sistema di welfare in Italia, ma che, nel tempo, ha subito una sistematica erosione a causa della progressiva perdita di sovranità degli Stati-nazione in conseguenza del “turbocapitalismo” e delle politiche di austerity imposte dalla Unione europea, che ha privilegiato la tenuta dell’euro e la competitività dell’economia europea nel mercato globale in presenza della grave crisi finanziaria, con l’affermazione di una visione burocratica e tecnocratica e la conseguente anomia politica.
Lo Stato sociale costituzionale creato nel secondo dopoguerra nei sistemi liberaldemocratici, è stato caratterizzato dal primato della politica sull’economia, il primato della funzione politica, cioè, esercitato per mezzo del diritto rispetto al mercato e, nell’esperienza costituzionale italiana, il primato del principio lavorista, posto a fondamento della costruzione nel nostro Paese di un moderno Stato sociale.
Reddito, dignità e cittadinanza democratica
Con le legge sul reddito di cittadinanza milioni di persone sono state sostenute nei loro bisogni vitali con una misura redistributiva ed egualitaria che l’Unione europea ci chiedeva dal 1993. Ciò nonostante, alla legge si imputa, in chiave distruttiva, di non avere per tutti creato occasioni di lavoro; sebbene sia innegabile qualche ritardo nelle previste politiche attive, è evidente che i posti di lavoro non possono magicamente essere creati dal nulla.
Piuttosto, essa costituisce un primo passo verso una generale libertà di autodeterminazione in un’epoca di transizione tecnologica nella quale la ricchezza sociale è sempre più il prodotto dell’intelligenza collettiva.
Il truismo per cui la piena dignità delle persone non si garantisce con un mero sussidio per i bisogni vitali, ma con un lavoro decente e con l’accesso a una cittadinanza che consenta la “fioritura umana” non toglie che, in attesa che il mondo si renda kantianamente coerente con queste nobili visioni, agli “ultimi”, incolpevoli per lo scarto tra la narrazione ottimistica del progresso economico e le sue realizzazioni in contesti capitalisticamente organizzati, debbano essere assicurate condizioni di vita libere e dignitose.
Il fatto che il RdC renda meno intollerabile pro tempore, e con quei limiti che necessariamente riguardano un istituto che interviene sui “minimi”, la povertà è innegabile: il reddito minimo garantito è, infatti, quell’istituto che le società occidentali hanno in sostanza costituzionalizzato nella seconda metà del Novecento per governare il pericolo di una classe di esclusi per sempre e per proteggere la coesione sociale.
Senza questa copertura essenziale, le proclamazioni costituzionali sulla solidarietà sarebbero del tutto vuote e ipocrite come per decenni è avvenuto in Italia, ove il welfare, salvo che per l’istruzione e la sanità, ha sino al 2017 in sostanza ignorato coloro che non possedevano lo status di “lavoratori”, discriminando sensibilmente, peraltro, quelli non subordinati.
Indubitabile è anche l’altra affermazione, correlata alla prima, dei sostenitori della legge, e cioè che il RdC abbia costituito uno zoccolo imprescindibile di un nuovo welfare, coerente con gli stili di vita e i sistemi produttivi contemporanei nei quali certamente il “lavoro” ha una configurazione ben diversa dalle società novecentesche, che sembravano avviarsi al “pieno impiego”.
Anche in questo caso, l’ironia dei grandi media è del tutto fuori luogo: potrà non piacere, ma il RdC introduce una novità assoluta nel welfare italiano consentendo alle strutture pubbliche di governare in modo molto più inclusivo le dinamiche sociali e di fronteggiare, con misure che questo Paese non conosceva, se non nelle misere e avvilenti forme di assistenza dei ReI, le nuove patologie generate dalla disoccupazione tecnologica o dal processo di riconversione digitale della produzione.
È su questo terreno prioritario, che concerne il rifiuto della disuguaglianza estrema attraverso una strategia immediata di “capacitazione” delle persone prive di mezzi sufficienti, che la normativa sul RdC va giudicata, sulla capacità del nuovo istituto di rendere nell’immediato il nostro Paese più civile, più coeso, privo di territori nei quali la dignità delle persone rimane una parola vuota o che appaiono incontrollabili anche dal punto di vista dell’ordine pubblico, per carenza diffusa dei mezzi elementari per vivere.
Tra sostegno economico e partecipazione alla comunità
La prospettiva, ad esempio, di una democrazia che potremmo paradossalmente definire del reddito o income-based, cioè che distribuisce i punti di equità sociale - o le social chances - se non esclusivamente almeno prevalentemente trasferendo benefit sociali sotto forma di quote monetarie, ha in re ipsa un qualche portato antisociale sul lungo periodo?
E ancora, quanto la prospettiva di sostituire la politica del welfare con, ad esempio, il reddito di base produrrebbe un’idea individualistica e non collettiva della coesione sociale?
La domanda non mette in discussione l’utilità del sostegno economico, ma riguarda la sua capacità di integrarsi con politiche pubbliche e relazioni sociali capaci di ricostruire autonomia, fiducia e partecipazione. L’inclusione, infatti, non coincide soltanto con la disponibilità di una somma di denaro, così come l’attivazione non può essere ridotta a un obbligo amministrativo o a un sistema di sanzioni.
In questo quadro, i Progetti utili alla comunità possono rappresentare un punto di osservazione sul rapporto tra trasferimento monetario, servizi territoriali e terzo settore. Conseguentemente, sono pochi gli intervistati a cui è stato proposto un PUC: poco meno del 20% ha cominciato a parteciparvi, per il 38% non sono ancora iniziati e il 42% non ha ancora ricevuto un invito alla sua sottoscrizione.
La loro attuazione mostra quindi la distanza tra l’enunciazione formale dell’inclusione sociale e la capacità concreta delle istituzioni di accompagnare le persone, costruire percorsi personalizzati e coinvolgere i soggetti intermedi. Ciò di cui si sente la necessità è di una riflessione e un confronto pubblico sulla efficacia delle attuali politiche di inclusione al fine di delineare strategie di integrazione che tengano conto della complessità delle situazioni personali, capaci di comporre una pluralità di interventi sociali e sanitari, di attivazione di risorse personali, di cura e di accompagnamento sociale.
