Catechismo: come fingere una cena ebraica per comprendere la Pasqua e l’Eucaristia

Una cena ebraica simulata può diventare un momento di preghiera e catechesi per aiutare bambini e ragazzi a comprendere la Pasqua ebraica, l’Ultima Cena e il significato dell’Eucaristia. Non si tratta di celebrare la Pasqua ebraica, ma di ripercorrere con rispetto alcuni gesti, parole e simboli del Seder per capire meglio il contesto in cui Gesù istituì l’Eucaristia.

La cena pasquale ebraica è il memoriale della liberazione dalla schiavitù d’Egitto e il rendimento di grazie per le grandi opere compiute da Dio. Per i cristiani, la Santa Messa è la nuova Cena pasquale di salvezza, nella quale si fa memoria del sacrificio di Cristo e della sua risurrezione.

Perché proporre una cena ebraica nel catechismo

La religione ebraica è per molti versi madre e matrice di quella cristiana. Per questo, conoscere e riproporre la cena pasquale ebraica significa capire meglio ciò che ha fatto Gesù nell’ultima cena e rendersi conto che l’Eucaristia è nata in ambiente ebraico, all’interno di un incontro conviviale di preghiera, di lode e di gioia.

La cena ebraica che facciamo vuole aiutarci a capire come Gesù ha innestato in quel rito antico il nuovo rito, il rito che celebra la nuova alleanza. Partecipando invece alla celebrazione eucaristica viviamo concretamente il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, dalla antica alla nuova Alleanza.

La cena pasquale ebraica non è una celebrazione cristiana da sostituire alla Messa. Noi cristiani non “celebriamo” la Cena Pasquale ebraica, perché la nostra Cena Pasquale è la Santa Messa. Tuttavia, in prossimità del Triduo Pasquale riviviamo i riti dell’antica Cena per comprendere la novità della Pasqua di Cristo.

Il significato della Pasqua ebraica

Pèsach o Pèsah è la Pasqua ebraica, una parola tradotta letteralmente in italiano con “passaggio”, dal verbo pāsaḥ, “passare oltre”. Si tratta di una ricorrenza molto importante nella storia religiosa del popolo ebraico, perché ricorda il passaggio dalla schiavitù d’Egitto alla liberazione e all’esodo verso la Terra Promessa.

Nella storia d’Israele la Pasqua è la festa che riassume tutta la fede. È la festa che celebra il passaggio di Dio in mezzo al suo popolo. È l’ora della liberazione dalla schiavitù in Egitto, della salvezza, dell’alleanza.

La Pasqua è la più grande festa degli ebrei. Il popolo ricordava la liberazione dall’Egitto e il patto di amicizia stabilito da Dio sul monte Sinai. La Pasqua si celebrava ogni anno all’inizio della primavera con una cena, con preghiere e canti.

Il racconto dell’Esodo da spiegare ai bambini

Il capitolo 12 del libro dell’Esodo spiega la Pasqua ebraica. Racconta che Dio parla a Mosè e ad Aronne chiedendo di riferire a tutta la comunità le sue indicazioni su come celebrare la Pasqua, dalla scelta dell’agnello al modo di immolarlo, cucinarlo e mangiarlo.

Dice loro anche di porre un po’ di sangue dell’agnello sugli stipiti e sull’architrave delle loro case affinché vengano risparmiati dal flagello di sterminio con cui invece Egli colpirà gli egiziani, cioè la morte dei figli primogeniti.

Per convincere il faraone a liberare gli ebrei dalla schiavitù, Dio aveva mandato nove terribili piaghe che avevano devastato l’Egitto. Tuttavia, il sovrano si ostinava a tenere il popolo prigioniero.

Così, Dio annunciò la decima piaga: avrebbe colpito ogni primogenito nel Paese. Tramite il profeta Mosè, ordinò al popolo di Israele di marcare gli stipiti delle loro porte con il sangue di agnello, affinché gli ebrei scampassero al massacro.

Così, Mosè dispose che nel pomeriggio del 14 del mese di abīb, in seguito detto nisān, ogni famiglia ebrea immolasse un agnello facendo come Dio aveva ordinato. Le carni dell’animale sacrificato dovevano poi essere arrostite e mangiate in fretta, insieme con pane non fermentato, azimo, ed erbe amare.

Le abitazioni degli ebrei vennero così risparmiate, mentre tutti i primogeniti che dormivano nelle case non marchiate dal sangue d’agnello vennero uccisi. Vinto da quest’ultima, tragica piaga, il faraone acconsentì a lasciare il popolo ebraico libero di lasciare l’Egitto.

La storia raccontata durante il Seder

Durante la cena il più piccolo della famiglia chiedeva al padre: «Perché facciamo questa cena? Perché sulla tavola c’è la carne di agnello, ci sono erbe amare e pani non lievitati?». Allora il capo famiglia cominciava a raccontare:

I nostri padri erano schiavi in Egitto, ma il Signore, nostro Dio, si ricordò delle promesse fatte ad Abramo, ad Isacco e alla loro discendenza. Egli suscitò Mosè suo profeta e lo inviò al faraone per liberare il popolo dalla schiavitù.

Ma il faraone non volle credere alle parole del profeta. Allora Dio disse loro: «Ogni famiglia prenda un agnello, sparga il suo sangue sulla porta della casa perché questa notte io passerò per il paese d’Egitto e colpirò ogni primogenito. Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro; io vedrò il sangue e passerò oltre».

«In quella notte mangerete l’agnello. Lo mangerete con pane non lievitato perché non ci sarà tempo di farlo lievitare; con erbe amare perché vi ricordiate dell’amarezza della schiavitù d’Egitto. Lo mangerete in fretta, con il bastone in mano. È la pasqua del Signore, cioè il passaggio del Signore che viene a liberarvi».

«Ogni anno celebrerete questa festa con un rito perenne, perché in questo giorno Dio vi ha fatto uscire dall’Egitto con mano forte e potente».

Che cos’è il Seder

Nell’Antico Testamento, Pesach indica la cena rituale celebrata nella notte fra il 14 e il 15 del mese di Nisan, in ricordo della festività che aveva preceduto la liberazione dalla schiavitù in Egitto.

La prima sera si celebra il Seder, che in ebraico vuol dire “ordine”. Si tratta di una cena speciale, durante la quale vengono rievocate e discusse le fasi dell’Esodo secondo un ordine prestabilito, rileggendo l’antico testo della Haggadah.

Nel celebrare il Seder si legge l’Haggadah, una forma di narrazione che racconta la storia degli Ebrei, in particolare l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto.

Il rito si divide in quattro parti accompagnate da quattro coppe di vino, una per ciascuna parte.

La tavola della cena ebraica

Ancora oggi gli ebrei festeggiano la Pasqua radunandosi in famiglia, con degli amici, come fece Gesù nell’ultima cena, e facendo una cena Seder.

Preparano la tavola con il pane azzimo, un pane non lievitato che ricorda quando sono fuggiti dall’Egitto in fretta senza avere il tempo di far lievitare la pasta, il vino, simbolo della gioia della libertà ritrovata, le verdure amare, che ricordano l’amarezza dell’essere schiavi, un uovo, simbolo della vita nuova nella libertà, e un agnello arrostito, che ricorda il sangue versato sugli stipiti e la salvezza per i figli degli ebrei.

Durante la cerimonia della prima sera, il piatto del Seder, solitamente decorato con i principali simboli della festa, rappresenta la parte centrale della narrazione che precede la cena.

Si mettono tre matzòt, azzime, sul tavolo, una sopra l’altra, di cui verrà spezzata in due solo quella di mezzo.

ElementoSignificato
Pane azzimo o matzàRicorda la fuga dall’Egitto, avvenuta in fretta, senza il tempo di far lievitare il pane, e richiama la durezza della schiavitù.
VinoÈ simbolo della gioia della libertà ritrovata.
Erbe amareRicordano l’amarezza della schiavitù.
Uovo sodoÈ simbolo della vita nuova nella libertà e ricorda anche il lutto per la distruzione del Tempio.
AgnelloRicorda il sacrificio e il sangue posto sugli stipiti delle case.
CharosetRicorda l’argilla con cui gli ebrei fabbricavano i mattoni durante la schiavitù in Egitto.

I cibi e i loro simboli

Sul piatto del Seder ci sono il karpas, un gambo di sedano o cipolla cruda, che rievoca la primavera e la mietitura; la betzà, un uovo sodo, simbolo del lutto per la distruzione del Tempio e anche della nascita della nazione di Israele.

Ci sono inoltre lo zeroà, collo di pollo arrostito o zampa di agnello, a ricordo del sacrificio nella notte della morte dei primogeniti egiziani; il maror, erbe amare come cren, rafano o gambi di lattuga, che rappresentano la durezza della schiavitù.

La charoset è una sorta di marmellata a base di frutta fresca, secca e vino che ricorda l’argilla con cui gli ebrei fabbricavano i mattoni durante la schiavitù in Egitto.

Una ragazza ha raccontato: “Mi ha colpito il significato della marmellata con cui è stata servita la lattuga amara. La sua dolcezza ricordava che la speranza di ritornare alla libertà era sempre accesa”.

Il pane azzimo e il divieto del lievito

Per tutta la durata della ricorrenza è vietato cibarsi di qualsiasi alimento contenente lievito, persino di possederlo, in ricordo di quando gli ebrei, liberati dalla schiavitù, furono costretti a lasciare l’Egitto talmente in fretta da non avere il tempo di far lievitare il pane.

Si mangia invece il matzà, pane non lievitato e scondito, simbolo della durezza della schiavitù.

Nei giorni che precedono la Pasqua ebraica si pulisce tutta la casa per essere sicuri che siano eliminati anche i più piccoli residui di sostanze lievitate, da qui l’espressione “pulizie di Pasqua” o “di primavera”.

La preghiera, la Parola e la Menorah

La cena ebraica è un momento di preghiera e di ascolto della Parola di Dio. Ogni gesto, ogni momento di questa cena ha un significato importante.

Il capitolo 12 del libro dell’Esodo può essere letto durante l’incontro, insieme al racconto dell’Ultima Cena. La narrazione aiuta i bambini a collegare la liberazione dall’Egitto alla Pasqua di Gesù senza confondere i due riti.

La Menorah è il candelabro ebraico dalle sette fiamme, con braccia che ricordano i sette giorni della creazione.

Un momento di preghiera può iniziare con l’accensione delle candele della Menorah e proseguire con una breve liturgia della riconciliazione, la lettura della Parola, canti e spiegazioni.

tavola del Seder con simboli pasquali

La lavanda delle mani

La lavanda delle mani è uno dei gesti da spiegare con attenzione. Nella cena ebraica, gli ebrei facevano abluzioni prima di prendere un pasto.

Gesù, essendo capotavola, per primo si lava le mani e passa una bacinella e l’asciugamano per far lavare le mani agli altri che siedono a tavola.

Gesù ha fatto il successivo gesto, ha lavato i piedi. Un segno di grande umiltà, poiché soltanto i servi lavavano i piedi ai padroni, ed ecco che così facendo Egli ha voluto dire: dovete lavare i piedi, così come servire gli uni agli altri.

La lavanda delle mani può quindi essere proposta come gesto di preparazione e di attenzione, mentre la lavanda dei piedi va collegata al servizio e all’umiltà dell’Ultima Cena.

Il collegamento con l’Ultima Cena

Anche Gesù nell’ultima cena celebra la Pasqua. La sua passione, morte e resurrezione avvengono proprio nei giorni della Pasqua ebraica.

Il Vangelo di Giovanni narra: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”.

La cena ebraica è il rito che Gesù ha vissuto con i suoi discepoli nell’imminenza della sua passione, in quella che chiamiamo l’Ultima Cena.

In essa ha dato un significato nuovo ai due gesti dello spezzare il pane e distribuirlo tra tutti e del passare tra tutti un calice di vino, facendo dei due elementi il segno vivo e memoriale del suo Corpo dato e Sangue versato.

Dalla Pasqua ebraica alla Pasqua cristiana

La Pasqua per i cristiani è la festa di Gesù risorto. Ogni settimana comincia con la domenica, che è festa come il giorno di Pasqua.

I cristiani si riuniscono attorno alla mensa che si chiama altare. Ricordano i gesti e le parole di Gesù nella sua ultima cena. Fanno memoria del suo sacrificio sulla croce e della sua risurrezione.

Mangiano il pane e bevono il vino che sono il Corpo e il Sangue di Gesù. Questa è l’Eucaristia, la Cena del Signore. È la nuova Pasqua di salvezza per tutti gli uomini.

Oggi noi chiamiamo Pasqua quei giorni di festa in cui ricordiamo che “Gesù ci ha amati fino alla fine”. Gesù, quindi, ha dato un significato nuovo alla Pasqua.

Il significato dell’Eucaristia

L’Ultima Cena costituiva il memoriale dell’avvenimento fondante del popolo di Israele: la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto.

Questa cena rituale, legata all’immolazione degli agnelli, era memoria del passato ma, nello stesso tempo, anche memoria profetica, ossia annuncio di una liberazione futura.

Il popolo aveva sperimentato che quella liberazione non era stata definitiva, poiché la sua storia era ancora troppo segnata dalla schiavitù e dal peccato. Il memoriale dell’antica liberazione si apriva così alla domanda e all’attesa di una salvezza più profonda, radicale, universale e definitiva.

È in questo contesto che Gesù introduce la novità del suo dono. Istituendo il sacramento dell’Eucaristia, Gesù anticipa ed implica il Sacrificio della croce e la vittoria della risurrezione.

Al tempo stesso, Egli si rivela come il vero agnello immolato, previsto nel disegno del Padre fin dalla fondazione del mondo.

Collocando in questo contesto il suo dono, Gesù manifesta il senso salvifico della sua morte e risurrezione, mistero che diviene realtà rinnovatrice della storia e del cosmo intero.

L’istituzione dell’Eucaristia mostra, infatti, come quella morte, di per sé violenta ed assurda, sia diventata in Gesù supremo atto di amore e definitiva liberazione dell’umanità dal male.

Un rito da presentare con rispetto

In questo modo Gesù inserisce il suo novum radicale all’interno dell’antica cena sacrificale ebraica. Quella cena per noi cristiani non è più necessario ripeterla.

Come giustamente dicono i Padri, figura transit in veritatem: ciò che annunciava le realtà future ha ora lasciato il posto alla verità stessa.

L’antico rito si è compiuto ed è stato superato definitivamente attraverso il dono d’amore del Figlio di Dio incarnato.

Il memoriale del suo dono perfetto non consiste nella semplice ripetizione dell’Ultima Cena, ma propriamente nell’Eucaristia, ossia nella novità radicale del culto cristiano.

Per questo, nel catechismo è importante presentare l’attività come una rievocazione didattica e una preghiera cristiana ispirata al contesto della Pasqua ebraica, non come una celebrazione della Pasqua ebraica né come una sostituzione della Santa Messa.

Come organizzare l’attività per bambini e ragazzi

Il materiale può essere utilizzato durante la Settimana Santa, il lunedì o il giovedì prima della partecipazione alla Santa Messa, con i giovani di Azione Cattolica, con un gruppo di catechismo o con un Clan.

Un libretto completo può essere corredato da immagini, canti, letture animate, gesti e spiegazioni. È utile preparare anche un elenco del necessario per la tavola e per le vivande.

Per i bambini dei primi anni del catechismo è utile proporre un breve confronto tra la Pasqua ebraica e quella cristiana. Per i bambini più grandi si può presentare la storia dell’Eucaristia divisa in tre passaggi: la Pasqua ebraica, la Pasqua di Gesù e la nostra Pasqua.

I bambini vengono particolarmente coinvolti nel Seder in modo che possano apprendere le vicende dell’uscita dall’Egitto sin da piccoli e considerarle una parte fondamentale della loro storia.

Alcuni bambini possono avere la funzione di chiedere delucidazioni sulle particolarità della cena. Le loro domande aiutano a spiegare il significato del pane azzimo, delle erbe amare, dell’uovo, dell’agnello, del vino, delle coppe e dei gesti rituali.

Schema essenziale dell’incontro

  1. Preparare la tavola con i simboli della cena.
  2. Accendere le candele e introdurre il significato della Menorah.
  3. Spiegare che la Pasqua ebraica ricorda la liberazione dalla schiavitù d’Egitto.
  4. Leggere il capitolo 12 del libro dell’Esodo.
  5. Presentare il pane azzimo, il vino, le erbe amare, l’uovo, l’agnello e la salsa dolce.
  6. Compiere la lavanda delle mani spiegandone il significato.
  7. Condividere il cibo in un clima di silenzio, ascolto e preghiera.
  8. Leggere il racconto dell’Ultima Cena.
  9. Proporre la lavanda dei piedi come gesto di servizio e umiltà.
  10. Spiegare il passaggio dalla Pasqua ebraica all’Eucaristia cristiana.
  11. Concludere con una preghiera di ringraziamento.

Il clima dell’incontro

I ragazzi possono vivere questo rituale significativo con compostezza, silenzio, attenzione, osservando ogni dettaglio.

La partecipazione a questa cena speciale può suscitare emozioni e riflessioni. Una ragazza ha detto: “Leggendo le preghiere tutti insieme eravamo un corpo unico”.

Un ragazzo ha osservato: “La storia degli ebrei mi ha fatto capire che si può vivere da schiavi”. Un’altra partecipante ha aggiunto: “Il silenzio che abbiamo mantenuto per tutta la cena mi ha ricordato la celebrazione della Messa”.

Il clima di silenzio e di preghiera può aiutare tutti a vivere bene la dimensione contemplativa del momento. La cena può essere vissuta anche a lume di candela, se questa scelta favorisce la preghiera e l’interiorizzazione.

Un possibile finale cristiano

La cena può concludersi con due letture: il racconto dell’Ultima Cena nella versione di San Paolo e la lavanda dei piedi.

È possibile proporre una preghiera di ringraziamento per il dono della salvezza, della libertà e dell’Eucaristia.

Grazie, Signore, per questo momento di preghiera intensa.

Pesach: la pasqua ebraica. prof. Luca Vergani

Per raccontare la Pasqua ebraica ai bambini in modo semplice e intuitivo, può essere d’aiuto guardare insieme a loro il film d’animazione “Il principe d’Egitto”, incentrato sulla storia di Mosè, da principe d’Egitto a guida del popolo d’Israele verso la Terra Promessa.

Un quiz a risposta multipla sulla Pasqua ebraica e cattolica può essere utilizzato come verifica finale. Una breve scheda sulle analogie e sulle differenze tra la Pasqua ebraica e la Pasqua cristiana può aiutare i bambini a fissare i concetti principali.

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