Nella mentalità comune la Quaresima è considerata il classico tempo penitenziale, ma questa caratteristica non è primaria, né tanto meno esclusiva. La Quaresima dipende essenzialmente dalla Pasqua che per la sua massima importanza ha suggerito un periodo di preparazione attestatosi, nel corso del tempo, sul numero di quaranta giorni.
La Quaresima è un periodo liturgico di 40 giorni durante il quale i fedeli si avvicinano alla Santa Pasqua, l'importantissima solennità cristiana in cui si celebrano la Resurrezione di Gesù Cristo ed il riscatto dei peccati dell'umanità. È un tempo di grazia, di ascolto della Parola, di preghiera, di digiuno, di carità e di rinnovamento interiore, orientato non alla tristezza fine a se stessa, ma alla gioia della Pasqua.
Che cosa rappresenta la Quaresima nella mentalità comune
Nonostante l’impegno delle nostre comunità per programmare il tempo di Quaresima, c’è da notare che «ad aspettare la Quaresima oggi sono in pochi. In un mondo occidentale profondamente materialistico molte festività e i periodi di preparazione a esse associati, che in passato erano carichi di una grandissima valenza simbolica e spirituale, sono stati svuotati di contenuto lasciando solo la propria “carcassa”. La Quaresima ne è un esempio».
In una cultura come la nostra, estremamente edonistica, individualista e narcisista, suona stonato e fuori luogo parlare di conversione e tanto meno di privazione, digiuno o di pentimento e, tuttavia, la Quaresima è ancora un periodo liturgico estremamente ricco di possibilità per un attento monitoraggio della nostra vita.
Il tempo quaresimale è un dono. Ricordarlo ci aiuta a superare una sua concezione riduttiva, quasi sempre ritmata da interpretazioni che fanno torto alla sua bellezza umana e cristiana. È un tempo liturgico segnato dall’ascolto della Parola, dalla preghiera e dalla carità, ma è contemporaneamente orizzonte di libertà, riscoperta di bisogni fondamentali quali la fame di consolazione e di fraternità, di orientamento e di verità.
La fame di Parola e quella di preghiera s’intersecano con quelle di autenticità e di umanità. La Quaresima è come una sveglia che suona. Ci avverte che è scoccata ancora una volta l’ora della conversione, di un nuovo convergere in Cristo.
Contrariamente a come appare, è un momento di gioia, di «radiosa tristezza», perché è il momento opportuno per immergerci nell’amore di Dio che perdona, purifica, ridona vita e fa nuove tutte le cose. È il tempo ideale per conoscerci più a fondo, per capire dove “mettere mano” nella nostra vita; alla base di ogni conversione c’è la conoscenza di sé stessi e del proprio peccato, necessaria per disfarsi di tutto ciò che rallenta il cammino spirituale, perché convertirsi è riscoprire l’essenziale, il senso profondo dell’esistenza.
La Quaresima è orientata alla Pasqua
La Quaresima non è un tempo fine a sé stesso ma volge lo sguardo alla Pasqua; scrive a questo proposito un teologo orientale: «Quando uno parte per un viaggio, deve sapere dove va. Così è per la Quaresima. Anzitutto la Quaresima è un viaggio spirituale e la sua destinazione è la Pasqua, “la Festa delle feste”. È la preparazione al “compimento della Pasqua, la vera Rivelazione”. L’intera liturgia della chiesa è organizzata intorno alla Pasqua e perciò l’anno liturgico, cioè la successione di stagioni e feste, diventa un viaggio, un pellegrinaggio verso la Pasqua, verso la Fine, che è al tempo stesso il Principio: fine di tutto ciò che è vecchio, principio della vita nuova».
La Quaresima è sempre un tempo di grazia, quel «momento favorevole» di cui parla l’Apostolo: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Un tempo in cui Dio si china sulla nostra umanità fragile e ci apre spazi nuovi di speranza.
È il tempo del ritorno e della rinascita; non una parentesi rituale nel corso dell’anno liturgico, ma un vero movimento di conversione, un processo che coinvolge tutta la persona e tutta la comunità. È un tempo per lasciarsi condurre fuori dalle abitudini che immobilizzano, dalle paure che paralizzano, dalle illusioni che offuscano la gioia del Vangelo.
La Quaresima è il tempo in cui lo Spirito ci invita a lasciarci rigenerare dal Vangelo. Non temiamo di percorrere le vie della conversione: esse conducono sempre alla gioia della Pasqua.
Il significato simbolico dei quaranta giorni
La scelta dei quaranta giorni è simbolica. Secondo la religione cristiana infatti, tanti furono i giorni e le notti che Gesù passò nel deserto (dove fu anche tentato dal Diavolo) dopo essere stato battezzato da Giovanni Battista.
È un numero simbolico molto significativo, ispirato ai quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto (e in tempi più lontani da Mosè sul monte Sinai) prima di iniziare il suo ministero pubblico. Proprio in ossequio al digiuno effettivo di quaranta giorno (di domenica non si digiunava) la Quaresima fu anticipata nel rito romano al Mercoledì detto poi delle Ceneri.
Grande segno sacramentale è la Quaresima, tempo di salvezza donata da Dio, pregustamento della grazia e della gioia pasquale, aurora che riceve la luce del sole della Pasqua.
| Elemento | Significato |
|---|---|
| Quaranta giorni | Richiamo ai quaranta giorni di Gesù nel deserto e ai quaranta giorni di Mosè sul monte Sinai |
| Destinazione | La Pasqua, “la Festa delle feste” |
| Finalità | Conversione, rinnovamento spirituale e preparazione alla celebrazione della Risurrezione |
| Pratiche principali | Ascolto della Parola, preghiera, digiuno, penitenza e carità |
Quando inizia e quando termina
Il tempo di Quaresima decorre dal Mercoledì delle Ceneri fino alla Messa della Cena del Signore esclusa. Il giorno conclusivo è il Mercoledì Santo.
In questo lasso di tempo, che inizia con il Mercoledì delle Ceneri e termina con il Giovedì Santo (ossia il giovedì che da calendario precede la domenica di Pasqua), i cristiani preparano la loro anima con preghiere, messe particolari e atti di penitenza come il digiuno.
Nel rito Ambrosiano però - quello celebrato a Milano e dintorni - il Mercoledì delle Ceneri non è previsto. Per i milanesi dunque la Quaresima inizia con la domenica successiva.
Il Mercoledì delle Ceneri
Il mercoledì delle ceneri è il giorno con cui si inaugura il periodo di Quaresima. Un tempo in questa data l'intera comunità cristiana era invitata ad astenersi completamente dal cibo, ma ora molti si limitano semplicemente a mangiare di magro (cioè senza carni e senza eccessi).
La cenere simboleggia l'umile condizione terrena dell'uomo mortale e la sua debolezza nei confronti del peccato. Durante la messa infatti il sacerdote cosparge un po' di cenere sul capo dei fedeli e pronuncia la frase «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» oppure «Convertiti e credi al Vangelo».
Per tradizione le ceneri utilizzate durante le funzioni liturgiche dovrebbero essere ricavate bruciando le palme e i rami d’olivo benedetti in occasione della domenica delle Palme dell’anno precedente.

Le pratiche della Quaresima
Ascolto della Parola di Dio
Ma è anche nell’ascolto più frequente della Parola di Dio che si esprime maggiormente lo spirito della Quaresima, poiché la Parola suscita la volontà di conversione, risveglia la Fede, propone il significato del mistero pasquale, provoca il dialogo, ossia la risposta della preghiera.
Questo è il periodo nel quale si deve comprendere che “non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esc dalla bocca di Dio”. Dalla parola di Dio Gesù trae la forza per vincere satana e da essa i cristiani traggono il vigore per combattere il male e restare fedeli a Dio.
Le letture bibliche della Quaresima, disposte nel ciclo triennale A B e C, sviluppano una linea storica salvifica con l’evocazione degli eventi dell’Antico Testamento e una linea sacramentale con i grandi temi battesimali e i forti richiami alla conversione.
Preghiera
Concepita come un tempo di ascolto più frequente della Parola di Dio, di più intensa preghiera e di digiuno per favorire l’incontro con Dio, la Quaresima fu scelta nel passato come preparazione dei catecumeni al battesimo.
La fame di Parola e quella di preghiera s’intersecano con quelle di autenticità e di umanità. La Quaresima è come una sveglia che suona.
Digiuno e penitenza
La Quaresima come tempo di conversione che non può fermarsi all’esteriorità, ma che deve raggiungere «la radice dell’io, l’educarsi al pensiero e al cuore di Cristo», perché, altrimenti, i suoi «segni, pur importanti, come l’imposizione delle ceneri, gli atti di digiuno e di penitenza, le opere di misericordia corporale e spirituale, sono pura apparenza».
Dunque, una Quaresima, con il suo digiuno, concreto e ideale, da vivere come «decisione di assimilare la mentalità e il sentire di Cristo, vero centro affettivo della vita del cristiano» e come possibilità di riconoscere la «piena fisionomia di Gesù».
Il digiuno quaresimale, immedesimazione alla persona amata di Gesù, ci mette davanti la nostra persona con i doni e i difetti che abbiamo, ci richiama a un salutare ri-dimensionamento delle pretese del nostro io troppo spesso, in questi tempi di inizio millennio, reclinato su di sé.
La penitenza diventa una disciplina liberante, un prepararsi al dono di sé, uno svincolarsi da quanto ci schiavizza e ci orienta in funzione solo di noi stessi.
Carità e misericordia
Oggi l’intero popolo di Dio nel suo itinerario verso la Pasqua rivive il ricordo del proprio battesimo, approfondendone il significato e rinnovandone gli impegni di fedeltà a Dio e di lotta contro il male. E, nello stesso tempo, si riconosce penitente e peccatore, pronto ad accogliere, con opere di penitenza e di carità verso i fratelli, ad accogliere il perdono di Dio e la grazia di una vita nuova.
Non c’è Quaresima senza riconciliazione, e non c’è risurrezione senza insurrezione contro tutto quello che ci impedisce di abbracciare la piena umanità che Dio ci ha donato e che continuamente ci riconquista grazie al suo Figlio Gesù.
Le norme liturgiche principali
Le domeniche di questo tempo hanno sempre precedenza assoluta, anche sulle feste del Signore e su tutte le solennità. Il Mercoledì delle Ceneri è giorno di digiuno; nei venerdì di Quaresima si osserva l’astinenza delle carni.
Durante il tempo di Quaresima non si dice il Gloria, di domenica si fa sempre la professione di fede con il Credo, non si canta l'alleluia. Il colore liturgico di questo tempo è il viola, fatta eccezione per le feste, le solennità e la 4^ Domenica di Quaresima nella quale si può scegliere il rosaceo.
| Momento o pratica | Indicazione |
|---|---|
| Inizio | Mercoledì delle Ceneri nel rito romano |
| Conclusione | Messa della Cena del Signore esclusa |
| Mercoledì delle Ceneri | Giorno di digiuno |
| Venerdì di Quaresima | Astinenza delle carni |
| Gloria | Non si dice durante il tempo di Quaresima |
| Alleluia | Non si canta durante il tempo di Quaresima |
| Colore liturgico | Viola, con possibilità del rosaceo nella 4^ Domenica di Quaresima |
Il cammino battesimale
La Quaresima fu scelta nel passato come preparazione dei catecumeni al battesimo (che anticamente avveniva, assieme alla Cresima e all’Eucarestia nella notte di Pasqua) e quindi come periodo di penitenza per i peccatori pubblici che venivano riconciliati prima del triduo pasquale.
Così tutta la Chiesa, accresciuta di nuovi figli con i peccatori pentiti e riconciliati, poteva partecipare in pienezza alla vittoria pasquale di Cristo sul peccato e sulla morte.
Riscoprire il battesimo potrebbe risultare una indicazione scontata e riduttiva, in realtà è il punto di partenza per ritrovare la Via e avviare un serio cammino di conversione. Il Battesimo è il sacramento fontale; il punto di partenza per riscoprire e vivere coerentemente la nostra identità cristiana.
È la fonte della corresponsabilità ecclesiale: ci introduce nella Chiesa come membri responsabili. È in esso che si radica l’esigenza di essere tutti evangelizzatori.
Dall’acqua e dallo Spirito Santo ogni persona rinasce come figlio di Dio e membro del Corpo di Cristo. Siamo spinti a vedere riflesso nel volto di ogni fratello e sorella il volto del Signore e a curvarci con amore su tutti i suoi bisogni, questo ci apre allo specifico della carità cristiana, che non è filantropia, ma apre la strada a una testimonianza efficace della fede e della speranza.
La Quaresima, nella liturgia della Parola di quest’anno A, ci offre la grande opportunità di fare l’antico e sempre nuovo cammino catecumenale che segna la preparazione immediata dei catecumeni che riceveranno i sacramenti dell’Iniziazione cristiana nella Veglia pasquale.
Noi, che il battesimo l’abbiamo già ricevuto, abbiamo l’opportunità di rifare il cammino catecumenale per riscoprirne la bellezza e giungere, nella Veglia pasquale, alla rinnovazione delle promesse battesimali non come formale atto liturgico, bensì come occasione per impegnarci nuovamente a percorrere la Via.
Le letture bibliche dei tre cicli liturgici
Il ciclo A: acqua, luce e vita
Le letture delle domeniche dell’anno A - che possono essere usate in tutti e tre gli anni - sono incentrate, in particolare le ultime tre, sul tema battesimale (samaritana, cieco nato e risurrezione di Lazzaro).
Sono le tre classiche letture utilizzate fin dall’antichità per spiegare il significato del Battesimo: vita che sgorga dall’acqua (samaritana), illuminazione per il dono della fede (cieco nato), passaggio dalla morte alla vita (risurrezione di Lazzaro).
In ciascuno di questi episodi, Gesù incontra qualcuno che vive un limite - la sete, la cecità, la morte - e trasforma quel limite in salvezza. Egli attraversa barriere culturali e sociali, si spinge oltre il buon senso comune per donare acqua, luce e vita.
Il ciclo B: il mistero pasquale
L’anno B propone alcuni aspetti del mistero pasquale prendendo come i paragoni che il Signore fa del tempio, del serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto e del grano di frumento che deve morire per dare frutto.
Il ciclo C: la bontà divina
I vangeli dell’anno C girano attorno della bontà divina per il peccatore: l’atteggiamento tenuto da Gesù di fronte ad alcuni fatti pietosi, il figlio prodigo e il perdono accordato all’adultera.
Le tentazioni di Gesù e gli idoli della vita
Quella che emerge, non a caso, con particolare forza, nelle tentazioni evangeliche nel deserto. Tentazioni comprensibili a ognuno di noi perché, come scrive Benedetto XVI, «esse rappresentano tutte le possibili tentazioni della vicenda umana, personale e sociale».
La Quaresima offre un’occasione annuale per affrontare e vincere i tre idoli della nostra vita, così ben rappresentati nelle tre tentazioni a cui si sottopone Gesù: l’idolo del potere (“ti darò tutta questa potenza e la gloria”), l’idolo economico (“che queste pietre diventino pane”) e quello religioso (“gli angeli ti sosterranno”).
Le risposte di Gesù al maligno «altro non sono che un invito a prendere sul serio le preghiere di domanda contenute nel Padre nostro: non il facile benessere, prima tentazione, ma “dacci oggi il nostro pane quotidiano”; non il potere, la seconda, ma “venga il tuo regno”, non l’autoaffermazione narcisa di sé, ma “sia fatta la tua volontà”.
Cristo ha vinto le tentazioni con l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e il digiuno; quest’ultimo come presa di distanza anche dal nostro corpo, per non appesantirci nella ricerca di quello che non ci sazia.
Abbiamo il desiderio di ritrovare le sorgenti autentiche della nostra umanità? Che tipo di fame abbiamo? Domande che i credenti non possono evitare, ma che sono rivolte a tutti, perché la Quaresima è un dono anche alla società.
Dalla religiosità alla fede viva
È bello custodire le nostre tradizioni, i riti, le consuetudini che hanno nutrito la fede del nostro popolo. E qui penso agli intensi momenti della religiosità popolare della Settimana Santa, che tra poco vivremo insieme, eredità preziosa da non disperdere.
Ma certamente questo non basta. Se la religiosità si ferma al gesto esteriore, se diventa abitudine ripetuta e non incontro con il Dio vivente, allora rischia di spegnersi e di non generare più frutti di vita nuova.
Già il profeta Isaia ammoniva: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29,13). E questa non è fede!
La fede è un cammino da intraprendere ogni giorno, una conversione continua del cuore che nasce dal lasciarsi incontrare dal Signore, che per primo si muove verso di noi donandoci la sua Parola. Un incontro che trasforma la vita!
Una fede così vissuta per sua natura diventa diffusiva. Sì, essa non si trasmette per inerzia, ma per testimonianza. La fede si consolida e cresce condividendola con gli altri.
Senza un confronto autentico con il nostro tempo, senza un’apertura ai bisogni concreti degli uomini e delle donne di oggi, senza un dialogo sincero con tutti, corriamo il rischio di spegnere il fuoco della profezia che è il Vangelo stesso.
La fede è dinamica! Siamo chiamati a far risplendere la luce del Signore Crocifisso e Risorto ovunque, perché «voi siete la luce del mondo» e «così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,14.16).
Entriamo coraggiosamente in contatto con tutti, senza timori e senza chiusure. Egli sa sempre andare oltre per dare vita.
Anche noi siamo invitati a fare altrettanto: non possiamo restare chiusi nei nostri ambienti sicuri, crogiolandoci nelle nostre abituali attività pastorali, dandoci l’illusione di evangelizzare.
È necessario uscire verso chi è lontano, verso chi non si sente accolto, verso chi non crede di essere degno dell’amore di Dio. Andare non per condividere riti stanchi di una religiosità solo superficialmente cristiana, ma la bellezza di un incontro che ha portato luce e speranza.
Abbiamo ricevuto dal Signore non abitudini stanche, ma la forza della sua luce pasquale. Siamo chiamati a riflettere quella luce, non perché siamo migliori, ma perché la grazia ci ha toccati e trasformati.
Che la nostra fede, generativa nella carità, diventi allora sguardo che riconosce la dignità dell’altro, voce che consola, gesto che costruisce fraternità.
Dalla mentalità di conservazione alla missione
La seconda conversione è un appello al coraggio: passare da una mentalità di conservazione allo slancio missionario. C’è una tentazione sottile che affligge le nostre parrocchie, quella di pensare che basti gestire l’esistente, mantenere le strutture, curare il “piccolo gregge” che già frequenta.
Ma un gregge che non esce al pascolo è destinato a deperire e a divenire sempre più piccolo. Non possiamo vivere la fede arroccati a logiche di difesa o di mantenimento.
La Chiesa che il Signore sogna per i nostri tempi è una Chiesa in uscita, così come la descrive papa Francesco: un ospedale da campo, attento alle ferite del mondo e capace di offrire compassione, prossimità, speranza.
Lo stile missionario chiede di uscire da noi stessi, dai nostri schemi consolidati, per farci prossimi a chi è in ricerca, a chi soffre, a chi è rimasto ai margini.
Missione non significa moltiplicare iniziative, ma aprire spazi di relazione vera, di ascolto, di fiducia. Siamo chiamati ad essere una comunità accogliente per tutti, aperta e disponibile, in particolare verso chi cerca senso e dignità per la propria vita.
Uscire, in fondo, significa iniziare ad ascoltare davvero. E l’ascolto è la prima forma di carità, mentre il servizio dà volto alla missione evangelizzatrice della Chiesa.
Dall’individualismo alla comunione
La terza strada che ci è dato di percorrere è quella dall’individualismo alla comunione. Certamente non è terza per importanza! Anzi la ritengo condizione necessaria per la realizzazione delle prime due: è la comunione che può dare forza e robustezza alla fede e alla missione.
Viviamo in una società che esalta l’autonomia e la competizione, ma il Vangelo ci indica la via della condivisione e della fraternità. Anche nella vita ecclesiale rischiamo talvolta di agire isolatamente: ciascuno con i propri progetti, le proprie idee, le proprie passioni.
Ma senza comunione, anche le opere più belle perdono splendore. L’individualismo è il veleno della nostra epoca e, purtroppo non risparmia la vita ecclesiale.
Quanti “io” soffocano il “noi”! Quanti campanilismi, quante gelosie tra gruppi, quanta fatica a lavorare insieme tra sacerdoti e laici.
La comunione non è un optional organizzativo, è il segno distintivo del cristiano: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni gli altri» (Gv 13,35).
La comunione non è semplicemente lavorare insieme, ma riconoscersi parte dello stesso Corpo di Cristo, in cui ogni membro vive e serve per la vita di tutti.
Nella comunione si respira l’aria della fraternità, che è segno profetico del Regno di Dio in mezzo a noi. Quando viviamo in comunione rendiamo visibile l’amore trinitario, che è la fonte stessa della nostra fede.
La conversione nella vita quotidiana
Papa Francesco, nella sua lettera apostolica Evangelii gaudium, legge la realtà della persona di oggi con gli occhi della fede e ci fa comprendere che il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata.
Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene.
Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita.
Tutti noi ci accorgiamo quanto questo sia vero nell’esperienza che facciamo quotidianamente: atteggiamenti di crescente di permalosità in quanto si è persa la consapevolezza di sè; una sempre più grande suscettibilità dovuta al non accettare più un dialogo che faccia conoscere i propri sbagli e immaturità; un più vasto fastidio perché l’altro è colto come un peso, un ostacolo, un concorrente: tutto ciò porta ad un nervosismo sempre più presente.
Aumenta anche la ricerca dell’interesse personale perché non si fa più l’esperienza dell’essere amati e allora ci si pone in una relazione narcisistica che porta ad usare le altre persone come oggetti, in una mentalità dove tutto è dovuto.
In questo modo, si spreca la vita, si perde la pace del cuore, si vive con pensieri tristi, non si fa altro che lamentarsi, non esistono belle notizie, non si vede più il bello, il vero ed il buono.
Conversioni concrete
- dalla permalosità, all’acquisizione della consapevolezza di sé in uno stile che sa riconoscere le cose da migliorare per poter crescere e maturare costantemente;
- dalla suscettibilità, all’imparare a ridere di se stessi, in un sano umorismo che rende la vita più gioiosa e serena;
- dal fastidio, all’accoglienza dell’altro come fratello e sorella, dono della vita e di Dio, in una relazione che permette di valorizzare la propria vita e la diversità nella reciprocità;
- dal nervosismo, all’acquisizione del giusto valore del tempo, in una maggiore calma, che ti fa gustare il sapore della vita che è la bellezza di vivere assieme;
- dalla ricerca del mero interesse personale, al raggiungimento del bene comune e reciproco;
- dal tutto è dovuto, al vivere delle relazioni nelle quali il proprio diritto si coniuga con il dovere di giustizia e di uno stile di vita basato sul servizio.
Tutto questo, perché la beatitudine proposta dal Cristo ci permetta di spendere la nostra vita in ciò che fa bene a noi e agli altri.
La conversione personale
Sul piano della vita personale la Quaresima esige «quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio suo».
È l’invito a crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita. La Quaresima è il tempo favorevole per un serio e attento discernimento personale per mettere ordine nella nostra vita, a partire dall’indicazione venuta da Gesù stesso: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24).
Senza la liberazione dall’idolatria di sé stessi, la sequela di Cristo risulta infruttuosa, perché costruita su un amore disordinato e ripiegato su di sé.
Mentre quando ci rinneghiamo, in senso evangelico, non facciamo altro che dispiegare le nostre migliori energie per vivere la gratuita e sovrana libertà dell’amore, che ha in Cristo il suo modello.
Il clima culturale che viviamo spesso condiziona e determina tanti nostri atteggiamenti, per cui abbiamo bisogno di vigilanza, innanzitutto su noi stessi, sulla nostra vita, sulle scelte che facciamo.
Vigilare perché non cadiamo nel sonno della coscienza, che abbassa le nostre difese immunitarie spirituali e ci apre ad atteggiamenti che ci allontanano dal Vangelo e rendono possibili tanti compromessi che ci rendono opachi e ambigui nella testimonianza della vita.
Vigilare sul nostro cuore è fondamentale, perché come insegna Gesù nel Vangelo, è dal cuore che vengono fuori tante scelte e atteggiamenti cattivi.
Un cuore alla deriva ci priva di quell’equilibrio e quella compostezza che rendono tutta la nostra vita orientata a una saggia prudenza, a una solida giustizia, a una fortezza disarmata e a una coraggiosa temperanza.
Un cuore vigilante non si sottrae alla responsabilità personale; le parole di Gesù: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12, 48), non sono una minaccia ma un invito a saper rendere conto dei doni ricevuti, delle scelte maturate, delle responsabilità esercitate.
Per questo non possiamo sottrarci a un rigoroso esame di coscienza che in ascolto della voce dello Spirito Santo, sotto l’autorità della Parola di Dio, ci aiuti a fare verità sulla nostra vita per imparare a vederla con gli occhi di Dio che se da un lato sa cogliere i limiti, le fragilità, i peccati degli uomini, dall’altro li sa curare versando «sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza».
La conversione sinodale e la comunione
La comunione non è un optional organizzativo, è il segno distintivo del cristiano. L’esperienza sinodale che stiamo facendo in diocesi ci aiuta a gustare questo stile: ascoltarci, dialogare, discernere insieme ciò che lo Spirito suggerisce a ciascuno.
Tuttavia, i documenti da soli non bastano né tantomeno è sufficiente accoglierli come semplice strumento pastorale, ma è necessario avviare un serio cammino di conversione e educazione a una mentalità sinodale.
Di qui il mio invito ad avviare una fase di conversione sinodale approfittando del tempo di Quaresima, tempo particolarmente adatto all’ascolto dello Spirito Santo, che attraverso la Parola di Dio, assiduamente ascoltata e generosamente accolta, può innescare processi di conversione ecclesiale.
Lo stile sinodale non è un optional ma è quanto lo Spirito Santo sta chiedendo alla Chiesa del nostro tempo, per restare fedele all’annuncio del Vangelo in un mondo che cambia.
Non possiamo consentire che l’io prevalga sul noi e generi personalismi, campanilismi e atteggiamenti di potere e autoreferenzialità che non consentono relazioni autentiche e fraterne, e finiscono per allontanare tante persone, soprattutto giovani, dalle nostre comunità.
Un serio discernimento richiede libertà interiore, umiltà, preghiera, fiducia reciproca, apertura alle novità e abbandono alla volontà di Dio. Non è mai affermazione di un punto di vista personale o di gruppo, né si risolve nella semplice somma dei pareri individuali.
La Quaresima come riscoperta dell’umanità
Per il credente la penitenza è sempre attesa dello Sposo, incontro da preparare, accettazione di una purificazione non dalla vita ma dal peso di un’esistenza bloccata o mai sbocciata, acciaccata nello spirito.
Accanto a Gesù la nostra umanità non solo si rinnova, ma si ritrova. Cadute tutte le maschere, abbandonato uno stile di vita vuoto e superficiale può emergere la vera fame da saziare: il desiderio di una vita piena e felice, dove Dio non è un rivale ma l’alleato principale per realizzarla.
Altro che Quaresima come vertice di una concezione della vita pessimista e oscurantista! Il tempo liturgico si fa vitale e il cammino di fede diventa umanizzante, rigenerante.
La Quaresima può riaccendere l’attenzione alla nostra umanità che, seppur stanca, talvolta logora, persino incattivita in alcune manifestazioni è pur sempre il “luogo” dove si manifesta la presenza e la salvezza di Dio.
È nell’ottica della misericordia di Dio, offerta a tutti e che crea l’amore vicendevole tra i suoi figli, uniti dalla nuova parentela cristiana, che nasce, il criterio per la ricostruzione dei legami sociali.
Pregare per la pace, essere uomini di pace significa domandare a Cristo, la nostra pace, la conversione nostra e di ogni nostro “fratello uomo”.
Il deserto come luogo di ascolto
Ogni cammino di fede, personale e comunitario, passa attraverso il deserto: ma proprio lì, nella sobrietà e nel silenzio, Dio parla al cuore e rinnova la sua alleanza.
Come ci assicura il profeta Osea: «La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).
È il tempo del ritorno e della rinascita; non una parentesi rituale nel corso dell’anno liturgico, ma un vero movimento di conversione, un processo che coinvolge tutta la persona e tutta la comunità.
Lasciamoci condurre dalla Parola, nutriamoci dell’Eucaristia, custodiamo la carità fraterna. Così, passo dopo passo, potremo giungere a una fede più matura, una missione più coraggiosa e una comunione più luminosa.
Che COS'È la QUARESIMA? - Breve Riassunto
Solo così il mondo potrà intravedere in noi un segno credibile della Pasqua del Signore.