Calvario di Gesù Cristo: significato, storia e racconto biblico

Il Calvario è il luogo vicino a Gerusalemme nel quale Gesù Cristo fu crocifisso, morì e fu deposto in un sepolcro; nei Vangeli è chiamato anche Golgota, termine aramaico che significa «luogo del Cranio». Il Calvario non è una persona, ma un luogo di grande significato nella Bibbia, ricordato come simbolo del sacrificio di Gesù per l’umanità.

Nella fede cristiana, il Calvario è il punto culminante della Passione: Gesù vi arriva dopo la Via Crucis, viene crocifisso tra due malfattori, perdona i suoi persecutori, affida il suo spirito al Padre e muore. Il luogo di morte diviene così anche il luogo della speranza, perché secondo il racconto evangelico Gesù risorge il terzo giorno.

Calvario e basilica Santo Sepolcro

Il significato del nome Calvario e Golgota

Il termine Calvario deriva etimologicamente dal latino Calvariae locus cioè ‘luogo del cranio’, in seguito divenuto Calvarium; tale termine è la traduzione dell’aramaico gūlgūta (cranio, teschio) divenuto in greco Golgotha.

CALVARIO, Monte (lat. Calvariae locus, voce corrispondente all’aramaica gūlgūltà, siriaco gaghūltā "cranio)": gr. Τολγοϑά donde it. Golgota).

La denominazione fu desunta dalla somiglianza di quel cocuzzolo roccioso con un teschio o con la calvizie d’uomo, e non già, come insinua la leggenda conservataci dagli apocrifi dell’Antico Testamento, dall’essere stato sepolto colà il teschio di Adamo.

Nella Bibbia il Calvario è il nome del monte su cui fu crocifisso Gesù, al quale Egli arriva dopo un percorso di estrema sofferenza, la Via Crucis, del quale il Calvario costituisce anche spazialmente il compimento, in un crescendo di pathos che culmina con la morte.

Genericamente il Calvario è una struttura architettonica, spesso di forma concava quasi a voler richiamare al fedele il gesto di un abbraccio, composta di vari elementi raffiguranti scene della Passione e Morte di Cristo, a volte racchiuso in un recinto, sempre sormontato da una o più croci.

Il Calvario nel racconto biblico

Il luogo della crocifissione

I Vangeli ci hanno trasmesso che presero Gesù e lo condussero al luogo del Golgota, che significa “luogo del Cranio” (Mc 15, 22; cfr. Mt 27, 33; Lc 23, 33; e Gv 19, 17).

Lì lo crocifissero con altri due, uno a ciascun lato e Gesù nel mezzo (Gv 19, 18). Questo luogo si trovava vicino alla città (Gv 19, 20); quindi fuori dalla cinta muraria.

Nel luogo dove fu crocifisso c’era un orto, e nell’orto un sepolcro nuovo in cui ancora non era stato sepolto nessuno (Gv 19, 41). Quando Gesù morì, poiché era la Parasceve dei giudei e il sepolcro era vicino, lo deposero lì (Gv 19, 42).

Il Calvario si trova nelle immediate vicinanze di Gerusalemme, non lungi da una via pubblica. Tradizionalmente quello era il metodo romano di crocifiggere le persone in un luogo elevato affinché la gente potesse vederle.

Gesù condotto al luogo detto «il Teschio»

«Quando furono giunti al luogo detto “il Teschio”, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte».

«Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: “Ha salvato altri, salvi sé stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!” Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!”»

«Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: Questo è il Re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”»

Il Nuovo Testamento è estremamente trattenuto nel modo in cui descrive la crocifissione di Gesù. Tre parole Greche, “vi crocifissero lui”. Tre parole in Italiano.

Dice solo questo. Dice solo quello, è tutto ciò che dice in Matteo, e tutto ciò che dice in Marco. È tutto ciò che dice in Luca ed è tutto ciò che dice in Giovanni.

Non ci sono alcuni dettagli, niente. Niente sui martelli, niente sui chiodi, niente di fisico. Solo tre parole: “Lì lo crocifissero”.

Perché i Vangeli descrivono brevemente la crocifissione

Nel periodo quando il Nuovo Testamento fu scritto, tutti i lettori sapevano bene cosa significasse essere crocifissi. La crocifissione era comune.

I Romani li crocifiggevano sempre in luoghi pubblici, ai bordi delle strade e sulle colline, in modo che tutti potessero vedere i risultati della ribellione contro Roma.

Erano ben consapevoli di cosa comportava la crocifissione. Non c’era bisogno di descriverla, e non c’era bisogno che lo scrittore della Bibbia descrivesse l’effettiva crocifissione di Gesù, perché era esattamente la stessa che chiunque altro subì.

Quello che fecero a Lui, lo fecero a loro. Quindi la crocifissione di Gesù Cristo non è affatto un’esperienza solitaria.

La Bibbia non si preoccupa di darci i dettagli sugli elementi fisici della crocifissione, perché non è questo il punto. E questo era qualcosa che tutti sapevano bene.

La storia della crocifissione nel mondo antico

La crocifissione risale, in realtà, al 500 a.C., il sesto secolo. Sembra che sia stata inventata dai Persiani.

Dario crocifisse 3.000 Babilonesi. Alessandro Magno, nel grande impero Greco, crocifisse 2.000 cittadini della città di Tiro per vendicarsi del modo in cui lo avevano trattato, e li mise in croce lungo la costa affinché tutti potessero vederli.

Intorno al 100 a.C., Alessandro Ianneo crocifisse 800 Farisei e fece in modo che le loro mogli ed i loro figli li guardassero mentre venivano crocifissi.

I Romani salirono al potere nel 63 a.C. e usarono ampiamente la crocifissione e la perfezionarono come una raffinata arte di tortura.

Nel 70 d.C., quando i Romani conquistarono Israele e distrussero il tempio e massacrarono i Giudei, gli storici dicono che Tito usò così tante croci per crocifiggere i Giudei che finirono il legname.

La crocifissione era molto comune. Non aveva bisogno di alcuna spiegazione.

C’erano decine di migliaia di persone che furono crocifisse nell’antichità, finché non fu finalmente bandita nel terzo o quarto secolo d.C. Decine di migliaia, se non centinaia di migliaia furono crocifissi.

Periodo o eventoInformazione riportata
500 a.C.La crocifissione sembra essere stata inventata dai Persiani.
DarioDario crocifisse 3.000 Babilonesi.
Alessandro MagnoAlessandro Magno crocifisse 2.000 cittadini di Tiro.
Intorno al 100 a.C.Alessandro Ianneo crocifisse 800 Farisei.
63 a.C.I Romani salirono al potere e usarono ampiamente la crocifissione.
70 d.C.Tito usò così tante croci per crocifiggere i Giudei che finirono il legname.

Il significato messianico della croce

I Giudei non potevano comprendere che il loro Messia sarebbe stato crocifisso. Doveva venire come un conquistatore, non come un conquistato, e soprattutto che sarebbe stato crocifisso essendo stato rifiutato dai capi d’Israele e poi giustiziato dai Romani idolatri Pagani.

La croce per loro, dice Paolo, era una pietra d’inciampo. Non era possibile che il loro Messia, che il Figlio di Dio venisse mai crocifisso.

Un uomo crocifisso, crocifisso dai loro arcinemici, i Romani pagani ed idolatri. Era altrettanto ridicolo per i Romani, che vedevano un Dio crocifisso come “pazzia”, dice Paolo in 1 Corinzi 1, impossibile da credere.

Affermò di essere un re, e non aveva un esercito. Affermò di essere un re, e non aveva seguaci che si prendessero cura di lui.

Pretese di essere un re e non aveva un territorio. Affermò di essere un re, non conquistò mai nessuno.

Per i Giudei, la sua crocifissione suggellava il fatto che Lui non era il Messia, perché Deuteronomio 21:23 dice, “Maledetto è il cadavere appeso all’albero; maledetto da Dio”.

Dunque, chiunque fosse crocifisso, era trattato con disprezzo, trattato con disdegno. Era riservato al peggiore ed al più basso, ai reietti sociali, agli emarginati.

E così quando vennero alla croce, tipicamente venivano con disprezzo, e l’idea che Gesù sostenesse di essere il Re, unto da Dio ed il Messia, era semplicemente ridicola.

La «commedia» del Calvario: derisione e ironia

Dal punto di vista dei crocifissori di Gesù, l’evento intero fu distorto in una beffa perversa e diffusa. Di fatto era, dal loro punto di vista, una commedia e Gesù era il buffone della loro derisione.

La classica definizione del dizionario di una commedia è: “Un evento ridicolo, e farsesco”. Se volete un sinonimo per questa definizione di commedia, potrebbe essere una satira, farsa, parodia, burlesco o forse potreste semplicemente chiamarla una presa in giro, una barzelletta, una battuta piuttosto estesa.

E qual era la barzelletta? “Questo è il Re dei Giudei”. Qualcosa che li faceva ridere.

Gesù era già stato spogliato della sua libertà quando fu arrestato. Spogliato dei suoi diritti, quando fu condannato ingiustamente.

Spogliato dei suoi amici, quando tutti lo lasciarono, spogliato del suo ministero, fu spogliato dei suoi vestiti fino alle mutande. Ma ciò non era abbastanza, lo stavano per spogliare della sua vita.

Nel processo, volevano assicurarsi di spogliarlo del suo onore e di ogni rispetto che forse ancora possedeva. E così, l’esecuzione di Gesù fu concepita come una grande barzelletta, una satira comica.

La corona, la veste e lo scettro

Avevano intronizzato Gesù, come un re viene incoronato sul suo popolo, solo che su di una croce. Gli avevano messo una corona sulla testa.

Non una corona d’oro, ma una corona di spine che gli hanno conficcato nella fronte, facendo colare sangue sul suo volto.

Prima, quando era nel pretorio di Pilato, gli misero addosso una veste di scherno, una veste reale di derisione. E gli misero uno scettro nella mano, una canna.

Lo riconobbero come re, e poi presero la canna, e lo percossero sulla testa, gli sputarono addosso per mostrare il loro disprezzo alla nozione che quello era un re.

L’intera presa in giro realmente incominciò lì, e poi iniziò ad aggravarsi, ed i Romani lo tramutarono realmente in una commedia melodrammatica a tutti gli effetti.

Il re deriso sulla croce

Crocifissero un ladro alla sua destra ed un altro alla sua sinistra. Questo per far sfilare un re, che ha alla sua destra e alla sua sinistra, i suoi sudditi principali, la seconda e la terza persona più onorevole della corte.

E poi, misero due criminali, uno su ogni lato di questo re, come se fossero i suoi assistenti più rispettati.

E poi gli offrirono dell’aceto reale, un vino di scherno, come se fosse il loro dovere di servire il bisogno del monarca.

Ed era tutto sotto il titolo: “Questo è il re dei Giudei”. Che beffa. I Giudei se ne ridevano.

Ci sono tre azioni verbali descritte qui: sminuire, deridere ed abusare. E definiscono l’atteggiamento della folla, sia i Giudei che i Romani, tutti si prendevano gioco di Gesù.

Ci sono tre dichiarazioni che rafforzano l’intento di queste tre azioni. Tre dichiarazioni ironiche di derisione, di sarcasmo, di sminuizione: “Ha salvato altri, salvi sé stesso”. “Visto che sei il Figlio di Dio, salva te stesso e noi”. “Tu sei il Cristo, non è vero? Salva te stesso e noi”.

Il tutto inteso come sarcasmo, verso la ridicola dichiarazione che fu posta sopra il suo capo: “Questo è il re dei Giudei”.

Il contrasto tra derisione e fede

Questo non era il momento di ridere. Una grande moltitudine di persone stavano seguendo Gesù sulla via della croce, e tra di loro vi erano donne che piangevano e si lamentavano.

Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli”.

Questo non è il momento di ridere, questo, infatti, è il momento di piangere, e non di piangere per me, ma di piangere per voi stessi, perché mi avete respinto e Dio vi ha respinto.

Faresti bene a venire alla croce con l’atteggiamento giusto. Non vorreste ridere al costo della vostra eternità.

Uno dei due ladroni, che fu posto nella posizione di far parte della commedia, disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.

Poteva vedere attraverso la barzelletta, poteva vedere attraverso la farsa, la parodia, la presa in giro, fino alla verità.

Il racconto della Passione secondo Luca 23

Le parole di Gesù dalla croce

«Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».

Il perdono pronunciato da Gesù nel luogo della crocifissione contrasta con la violenza, il disprezzo e la derisione che lo circondano.

In alto, sulla Croce, è scritta la causa della condanna: Gesù Nazareno Re dei giudei (Gv 19, 19).

E tutti i passanti lo ingiuriano e si burlano di Lui. - Se è il re di Israele, scenda ora dalla Croce (Mt 27, 42).

Il buon ladrone

Uno dei due malfattori interviene in difesa: - Costui non ha fatto alcun male (Lc 23, 41).

Quindi rivolge a Gesù un’umile richiesta, piena di fede: - Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (Lc 23, 42).

- In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso (Lc 23, 43).

Al momento, Gesù sembrava esser il principe degli stolti, che valutazione equivoca era quella. Tuttavia, egli era Re ed una persona lo riconobbe.

Maria, Giovanni e le donne

Accanto alla Croce vi è sua Madre, Maria, con altre sante donne. Gesù la guarda, poi guarda il discepolo amato, e dice alla Madre: - Donna, ecco tuo figlio.

Poi dice al discepolo: - Ecco tua madre (Gv 19, 26-27).

Le tenebre e l’ultima parola

Si spengono gli astri del cielo, e la terra resta sommersa nelle tenebre. Sono quasi le tre, quando Gesù esclama: - Elì, Elì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27, 46).

Poi, sapendo che ogni cosa era sul punto di concludersi, per dare compimento alla Scrittura dice: - Ho sete (Gv 19, 28).

I soldati imbevono di aceto una spugna e, dopo averla messa su una canna di issopo, gliela avvicinano alla bocca. Gesù assapora l’aceto, ed esclama: - Tutto è compiuto (Gv 19, 30).

Il velo del tempio si squarcia nel mezzo e la terra trema quando il Signore grida a gran voce: - Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). E spira.

Enzo Bianchi La passione secondo il vangelo di Giovanni

Il significato teologico del Calvario

Il sacrificio per la salvezza

Le sofferenze patite da Cristo al Calvario erano necessarie per la salvezza dell’uomo. Se mai qualcuno avesse potuto sostenere il peso dei nostri peccati, doveva essere Cristo e solo grazie alle sue lividure potevamo essere guariti.

Questo era l’unico pagamento dei nostri debiti che Dio avrebbe accettato; questo fu il grande sacrificio dal quale dipendeva la nostra vita eterna.

Se Cristo non fosse andato alla croce e non avesse sofferto al nostro posto, giusto per gli ingiusti, non ci sarebbe stato un solo briciolo di speranza per noi.

La croce era necessaria, perché potesse esserci un’espiazione per il peccato.

La sofferenza volontaria di Cristo

Tutte le sofferenze di Cristo furono sopportate volontariamente e di sua spontanea volontà. Egli non vi fu costretto: dette la propria vita di sua scelta e di sua scelta salì al Calvario per portare a termine l’opera che era venuto a fare.

Avrebbe potuto comodamente convocare legioni di angeli con una sola parola, disperdendo come pula al vento Pilato, Erode e tutti i suoi nemici; ma scelse di soffrire volontariamente, giacché il suo cuore aveva come obiettivo la salvezza dei peccatori.

Egli era deciso ad aprire una fonte per ogni peccato ed impurità, versando il suo proprio sangue.

Il Calvario come rivelazione dell’amore di Dio

Desidero conoscere la lunghezza e l’ampiezza dell’amore del Padre verso un mondo peccaminoso? Dove posso vederlo maggiormente dispiegato?

Io guardo alla croce di Cristo: in essa non vedo la causa dell’amore del Padre, ma il suo effetto.

Lì vedo che Dio ha tanto amato questo mondo malvagio, che ha dato il suo unigenito Figlio - a soffrire e a morire -, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna.

Io so che il Padre ci ama, perché non ci ha negato il proprio Figlio, il suo unico Figlio.

Il Calvario e la gravità del peccato

Al Calvario si manifesta la gravità del peccato. Lì vedo che il peccato è così nero ed esecrabile che solo il sangue del Figlio di Dio può cancellarlo.

Lì vedo che il peccato mi ha talmente allontanato dal mio santo Fattore che tutti gli angeli in cielo non sarebbero riusciti a metter pace tra noi: niente poteva riconciliarci tranne la morte di Cristo.

Non riesco a minimizzarlo, quando guardo al Calvario.

Il Calvario e la speranza del perdono

Per una coscienza dolente e un cuore turbato, non trovo miglior balsamo del contemplare Gesù morente per me su quel legno maledetto.

Lì scopro che è stato effettuato il completo pagamento per tutti i miei enormi debiti. La maledizione di quella legge che ho infranto, si è abbattuta su Colui che ha sofferto al mio posto.

Le istanze di tale legge sono state tutte soddisfatte: il pagamento per me è stato eseguito fino all’ultimo centesimo e non lo si potrà esigere due volte.

Quando guardo la croce sono rassicurato che c’è una via che porta al cielo anche per il più spregevole degli uomini.

Il Calvario e la vita cristiana

Non c’è niente di altrettanto santificante quanto l’avere una chiara visione della croce di Cristo.

Essa crocifigge il mondo a noi e noi al mondo. Come possiamo amare il peccato, quando ci ricordiamo che Gesù morì a causa dei nostri peccati?

In quel luogo vedo Gesù che ha dato Sé stesso per me, non soltanto per redimermi dall’iniquità, ma altresì per purificarmi e rendermi un membro del suo popolo peculiare, zelante nelle buone opere.

Egli portò i miei peccati nel suo corpo sul legno della croce, affinché essendo morto al peccato, vivessi per la giustizia.

Il Calvario nella storia di Gerusalemme

La posizione storica del luogo

Non sappiamo dove sia quel luogo: c’è una località tradizionale, una zona più contemporanea, e c’è una discussione per capire se sia l’una o l’altra o forse anche da qualche altra parte, non lo sappiamo.

Niente nel Nuovo Testamento dice che fosse una collina, niente, ma tradizionalmente quello era il metodo Romano di crocifiggere le persone in un luogo elevato affinché la gente potesse vederle.

Se pertanto ai tempi di Adriano la località fu profanata, e poi racchiusa nell’ambito della basilica dell’Anastasi, oggi sostituita dalla basilica del Santo Sepolcro, il Calvario non dovrà cercarsi, nonostante le opinioni contrastanti, se non là dov’è sempre stato venerato.

Le ricerche archeologiche hanno trovato altre tombe della stessa epoca nelle vicinanze del Calvario, alle quali si può accedere dalla basilica.

Questo fatto conferma che allora tutta quell’area si trovava fuori da Gerusalemme, poiché la legge giudaica proibiva la sepoltura all’interno delle mura.

Il Calvario come cava e altura rocciosa

Alcuni studiosi hanno anche identificato la zona con una vecchia cava abbandonata, della quale il Golgota sarebbe stato il punto più alto: questo concorderebbe con varie testimonianze primitive, che descrivono un terreno roccioso, con numerosi frammenti di pietra.

In sintesi, per quanto oggi il Santo Sepolcro occupi quasi il centro della Città Vecchia, dobbiamo immaginare il luogo della crocifissione all’esterno, in vista delle mura e di una strada di passaggio, sopra una rupe che si innalzava vari metri dal terreno, tra altre rupi più piccole, orti cinti da muri e sepolcri.

Dal Calvario al Santo Sepolcro

La nona stazione della Via Dolorosa ci ha lasciato molto vicino al Calvario. Fino a questo momento avevamo accompagnato Gesù con la Croce sulle spalle lungo un itinerario che ci è stato trasmesso lungo i secoli dalla pietà del popolo cristiano.

Ora ci troviamo di fronte al luogo centrale della nostra fede, che potremmo considerare il più sacro della Terra Santa: il luogo dove Gesù Cristo fu crocifisso, morì e fu sepolto, e il terzo giorno resuscitò dai morti.

Appena una decina di metri separano il Calvario dalla tomba del Signore. Tutta la zona è inclusa nella basilica del Santo Sepolcro, chiamata anche della Resurrezione dai cristiani orientali.

Agli occhi del pellegrino si presenta con una architettura singolare, che può anche essere considerata disordinata o caotica.

All’esterno è formata da vari volumi sovrapposti e aggiunti, tra i quali spicca un campanile tronco; sopra questo cumulo di edificazioni e terrazze, si innalzano due cupole, una più grande dell’altra, che caratterizzano il profilo di Gerusalemme.

L’interno è configurato come un complesso insieme di altari e cappelle, grandi e piccole, delimitate da muri o aperte, disposte su differenti livelli comunicanti per mezzo di scale.

Questo aspetto sorprendente non è altro che il risultato della sua difficile storia: forse nessun altro luogo al mondo è passato per tante costruzioni, demolizioni, ricostruzioni, incendi, terremoti, restauri.

La distruzione di Gerusalemme e il tempio pagano

I cristiani di Gerusalemme conservarono la memoria del luogo, in modo che non si smarrì malgrado le difficoltà.

Nell’anno 135, dopo aver soffocato la seconda ribellione dei giudei contro Roma, l’imperatore Adriano ordinò che la città fosse rasa al suolo, e sopra ne costruì una nuova: Aelia Capitolina.

L’area del Calvario e del Santo Sepolcro, inclusa nella nuova superficie urbana, fu ricoperta con un terrapieno, e lì si innalzò un tempio pagano.

La stessa costruzione che nascose il Golgota alla venerazione cristiana contribuì a conservarlo fino al IV secolo.

La basilica costantiniana

Nel 325, il vescovo di Gerusalemme Macario chiese e ottenne il permesso di Costantino per demolire i templi pagani innalzati sui Luoghi Santi.

Sopra il Sepolcro di Gesù e il Calvario, una volta scoperti, si progettò un’opera magnifica.

Grazie alle fonti documentarie e agli scavi archeologici, realizzati soprattutto nel XX secolo, sappiamo che il complesso era costituito di tre parti, disposte da ovest a est: un mausoleo circolare con il sepolcro al centro, chiamato Anastasis - resurrezione -; un cortile quadrangolare con portici su tre dei quattro lati, a cielo aperto, dove stava la rupe del Calvario; e una basilica per celebrare l’Eucaristia, con cinque navate e un atrio, nota come Martyrion - testimonianza.

La chiesa fu dedicata nel 336.

Distruzioni e ricostruzioni

Di questo antico splendore costantiniano resta ben poco: danneggiato dai persiani nel 614 e restaurato dal monaco Modesto, il complesso subì terremoti e incendi fino a che alla fine fu distrutto nel 1009 per ordine del sultano El-Hakim.

La forma attuale si deve ai restauri dell’imperatore bizantino Costantino Monomaco - XI secolo -, all’opera dei crociati - nel XII secolo - e ad altre trasformazioni posteriori.

A questo si deve aggiungere che la proprietà della basilica è condivisa tra la Chiesa cattolica - rappresentata dai francescani, che custodiscono i Luoghi Santi dal 1342 - e le Chiese ortodosse greca, armena, copta, siriaca, etiopica, che godono di differenti diritti.

Il Calvario e la Via Dolorosa

La storia della Via Crucis

Alla fine del IV secolo Egeria registra una devozione gerosolimitana per commemorare gli avvenimenti sorti nei luoghi stessi della Passione.

Al tempo dei crociati questi luoghi divennero tappe di un percorso ben determinato attraverso le vie di Gerusalemme.

Nel XVI secolo questo percorso fu chiamato “Via Dolorosa”.

Nel secolo XIV i frati francescani presero l’iniziativa di accompagnare i pellegrini in un ampio giro devozionale.

Si partiva dal convento del Cenacolo sul monte Sion, si scendeva al Santo Sepolcro, al Getsemani, si percorreva la valle del Cedron per ritornare al Sion.

Il giro era chiamato “Santo circolo” perché toccava i luoghi santi della città e consentiva ai pellegrini di meditare gli eventi salvifici e ottenere le indulgenze annesse.

Le tappe legate alla Passione del Signore hanno suscitato nei pellegrini il desiderio di promuovere e riproporre in patria l’emozione spirituale vissuta a Gerusalemme.

Il pretorio e la fortezza Antonia

Nel II secolo a.C., nell’area a nord-ovest della collina del tempio sorgeva una torre chiamata “Baris”, cioè “fortezza”.

Nel 35 a.C. Erode, ristrutturando la torre, costruì la fortezza chiamata “Antonia”, in onore di Marco Antonio, membro del Triunvirato romano.

Lo storico Giuseppe Flavio descrive la fortezza come un palazzo regio con quattro torri, un porticato e una scalinata, che la collegava direttamente con l’area del tempio.

La tradizione medievale ha identificato la Fortezza Antonia con il pretorio di Pilato e di conseguenza vi ha localizzato la Flagellazione e la Condanna a morte di Gesù.

Tutta la zona della fortezza Antonia è chiamata “pretorio” o “casa di Pilato”. Alcuni distinguono tra pretorio e casa per la presenza della moglie.

Oggi non si ritiene valida questa interpretazione e si discute il luogo del pretorio. Da sempre si è cercato di localizzarlo lungo la via Dolorosa.

Ponzio Pilato

A Cesarea Marittima durante gli scavi del teatro fu ritrovata una pietra con iscrizione in lingua latina sulla quale si legge: Tiberieum Pontius Pilatus praefectus Iudeae, “Ponzio Pilato, prefetto di Giudea”.

Il reperto originale si trova esposto all’Israel Museum di Gerusalemme.

Pilato appartiene alla classe degli equites, cavalieri, e non è membro del senato romano, perciò non poteva diventare “legato”, carica cui era subordinato.

Secondo Giuseppe Flavio Ponzio Pilato è epitropos cioè procuratore. Il titolo non è confermato dall’iscrizione ritrovata nel teatro che invece lo qualifica “prefetto di Giudea”.

Le stazioni della Via Dolorosa verso il Calvario

Prima stazione: il pretorio

La scuola musulmana Der Bilat faceva parte della fortezza Antonia, indicata come luogo della condanna di Gesù, ed era affacciata sulla spianata del Tempio, dove Pilato presentò Gesù e lo condannò.

Seconda stazione: la Condanna e l’Imposizione della Croce

La chiesa è dedicata alla Condanna di Gesù e all’Imposizione della Croce. Conserva il piano bizantino dalla forma quadrata di 10 metri per lato.

Sulle pietre del pavimento interno si vedono i giochi dei soldati romani.

La cappella della Flagellazione e l’Arco dell’Ecce Homo

La cappella della Flagellazione fu ricostruita da Antonio Barluzzi nel 1927-1929 e fu abbellita con pregevoli opere d’arte.

Lungo la via Dolorosa, dopo il convento della Flagellazione, si apre l’arco detto dell’Ecce Homo.

Sebbene gli studiosi ritengano che l’arco sia stato eretto soltanto dopo l’anno 135, una tradizione locale lo indica come la porta del Pretorio da cui Ponzio Pilato avrebbe presentato Gesù alla folla esclamando: «Ecco l’Uomo!».

Terza stazione: la prima caduta

La Terza stazione, prima caduta di Gesù, è fissata in fondo nella valle del Tyropeion che attraversa la città di Gerusalemme, scendendo dal colle di Betzetà.

La cappella è proprietà del Patriarcato Armeno Cattolico e accanto si trova la loro chiesa parrocchiale.

Quarta stazione: l’incontro con sua Madre

Secondo la tradizione di Gerusalemme Maria vede e segue Gesù da lontano, accompagnata da Giovanni e Maria Maddalena.

La cappella della Quarta stazione dedicata allo “spasimo”, incontro di Gesù con sua Madre, si trova nella cripta della chiesa armena, sotto il livello della strada.

Quinta stazione: il Cireneo

Simone di Cirene veniva dalla campagna quando incontrò Gesù. Simone di Cirene, un uomo qualunque, forse straniero, forse sulla via di casa, viene costretto dai soldati a farsi carico della croce, dividendone il peso con Gesù.

Sesta stazione: Veronica

Qui si ricorda l’incontro di Gesù con la Veronica. La Veronica corre incontro a Gesù mentre porta la croce per asciugargli il volto e donargli un po’ di sollievo.

Anche qui Gesù ha bisogno di essere aiutato, e adesso, dopo l’aiuto ricevuto da un uomo, si lascia aiutare da una donna e si lascia asciugare il volto.

La Veronica diventa l’icona di colui che corre incontro al povero-fratello che passa, ad aprirgli il cuore perché nel fratello riconosce il volto del Cristo.

Settima stazione: la seconda caduta

La strada dalla Quinta sale alla Settima Stazione. La cappella della Settima stazione ricorda la seconda caduta di Gesù.

Dalla nona stazione al Golgota

La nona stazione della Via Dolorosa ci ha lasciato molto vicino al Calvario.

La decima stazione della Via Dolorosa viene contemplata appena saliti al Golgota, pochi metri prima della cappella della crocifissione, dove si ricorda l’undicesima stazione.

Le ultime stazioni presso il Calvario

Decima stazione: Gesù è spogliato delle sue vesti

Quando il Signore giunge al Calvario, gli danno da bere del vino mescolato con fiele, come narcotico, per attutire un po’ il dolore della crocifissione.

Ma Gesù, dopo averlo assaggiato per ringraziare del pietoso servizio, non ha voluto berlo (cfr. Mt 27, 34). Si consegna alla morte con la piena libertà dell’Amore.

Poi, i soldati spogliano Gesù delle sue vesti e le dividono in quattro parti. Ma la tunica è senza cuciture, perciò dicono fra loro: - Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca (Gv 19, 24).

È lo spogliamento, la svestizione, la povertà più assoluta. Non è restato nulla al Signore, eccetto un legno.

Undicesima stazione: Gesù è inchiodato sulla Croce

Alcuni passi separano la decima dall’undicesima stazione, ricordata con un altare. La scena della crocifissione vi è rappresentata sopra, in un mosaico.

Ormai hanno confitto Gesù al legno. I carnefici hanno eseguito spietatamente la sentenza. Il Signore ha lasciato fare, con infinita mansuetudine.

Tanta sofferenza non era necessaria. Ma ha voluto soffrire tutto questo per te e per me.

Dodicesima stazione: Gesù muore sulla Croce

A sinistra della cappella della crocifissione, troviamo la cappella del Calvario, proprietà della Chiesa greco-ortodossa.

Si eleva sopra la roccia venerata, visibile ai lati dell’altare attraverso un vetro. Sotto, un disco d’argento aperto al centro indica la buca in cui fu innalzata la Croce.

Nella parte della roccia visibile a destra, si osserva una fenditura attribuita al terremoto che si verificò al momento della morte di Cristo.

La fenditura si può vedere anche in un’altra cappella immediatamente sottostante, dedicata ad Adamo.

Secondo una pia tradizione a cui fa riferimento Origene nel terzo secolo, lì sarebbe stata la tomba del primo uomo; aprendosi la terra, il sangue del Signore avrebbe raggiunto i suoi resti, facendone il primo redento.

Nell’iconografia cristiana, questa leggenda ispirò l’abitudine di porre un teschio ai piedi della Croce.

Tredicesima stazione: Gesù è deposto dalla Croce

Questa scena si ricorda tra la cappella della Crocifissione e quella del Calvario, in un altare dedicato a Nostra Signora dei Dolori.

Sommersa dal dolore, Maria sta accanto alla Croce. E Giovanni, con Lei.

Dopo aver ottenuto da Pilato il permesso prescritto dalla legge romana per dare sepoltura ai condannati, giunge al Calvario un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta.

Con lui viene anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portava una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre.

Insieme prendono il corpo di Gesù e lo depongono fra le braccia della sua Santissima Madre.

Quattordicesima stazione: il corpo di Gesù viene sepolto

Scendendo dal Calvario e tornando all’atrio della basilica, incontriamo la Pietra dell’Unzione, che è molto venerata dai cristiani ortodossi.

Si tratta di una lastra di pietra rossiccia con venature bianche, che ricorda le cure che Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo dedicarono al corpo di Gesù.

Nel luogo dove fu crocifisso c’era un orto, e nell’orto un sepolcro nuovo in cui ancora non era stato sepolto nessuno.

La tomba del Signore si trova a pochi metri dal Calvario all’interno della basilica del Santo Sepolcro.

Il Calvario come luogo di morte e di vita

Come luogo in cui si commemora la morte di Cristo, il Calvario ne costituisce il monumento funebre.

Un monumento certamente non comune, data la particolarità del Morto che si commemora, Colui il quale attraverso la propria morte ha riscattato la vita eterna per tutta l’umanità.

Il Calvario luogo di morte diviene così il luogo nel quale la vita trionfa sulla morte.

Ecco allora il “Calvario trionfato” a indicare l’elemento positivo e rivitalizzante del Calvario, di contro al disorientamento seguito alla morte eccellente ivi commemorata.

Ciò comporta il superamento della dicotomia vita-morte che sempre accompagna le strategie di difesa dalla carica negativa che l’evento morte contiene.

La croce diviene il segno attraverso il quale lo spazio della morte viene trasformato in uno spazio di speranza, memoria e vita.

Il Calvario nella devozione cristiana

La Via Crucis accompagna la meditazione delle sofferenze di Cristo durante il percorso sino al Calvario.

La devozione conserva le tappe della condanna, della salita, delle cadute, degli incontri, della crocifissione, della morte, della deposizione e della sepoltura.

La meditazione della Passione non si limita alla descrizione della sofferenza, ma richiama il significato spirituale del dono di sé.

Per giungere a Dio, la via è Cristo; ma Cristo è sulla Croce, e per salire sulla Croce bisogna avere il cuore libero, distaccato dalle cose della terra.

È molto probabile che qualche volta, a tu per tu con un crocifisso, ti vengano le lacrime agli occhi. Non trattenerti. Ma fa’ in modo che il pianto si concluda in un proposito.

Ama il sacrificio, che è fonte di vita interiore. Ama la Croce, che è altare del sacrificio. Ama il dolore, fino a bere, come Cristo, la feccia del calice.

Di fronte al Calvario, quando Gesù è morto e non si è ancora manifestata la gloria del suo trionfo, è il momento di esaminare i nostri desideri di vita cristiana, di santità.

È il momento buono per riconoscere le nostre debolezze, e reagire con un atto di fede, confidando nel potere di Dio e facendo il proposito di vivificare con l’amore le cose della nostra giornata.

Via Dolorosa stazioni Gerusalemme

Il Calvario nell’arte e nella memoria popolare

Protezione e difesa, il Calvario come corrispettivo simbolico delle cinte murarie degli antichi agglomerati urbani: nella dimensione dell’immaginario popolare nessuna presenza minacciosa può entrare nel paese se a delimitarne lo spazio è posta la Croce.

Nel Calvario di Manduria, di croci ce ne sono cinque.

Esse furono collocate su un cumulo di terra nelle vicinanze del convento di San Francesco, su proposta di cinque sacerdoti della congregazione di Sant’Alfonso de’ Liguori, al termine di una missione evangelizzatrice compiuta nel territorio mandurino durante il periodo di Quaresima del 1839.

In seguito fu dato incarico di arricchirlo al maestro muratore Giuseppe Renato Greco.

Egli questuò cocci di bottiglie, di piatti, di specchi, di boccali e di cristalli, con cui decorò le croci, componendo una sorta di mosaico, al quale la policromia dei materiali utilizzati conferisce, da sempre, un effetto sorprendente e unico.

Il maestro Greco, ricostruendo accuratamente quanto riportato nei vangeli, addossò alle collinette piccole costruzioni, la casa di Anna, di Caifa, il palazzo di Pilato, il tempio di Gerusalemme, il tribunale di Erode.

Vi aggiunse, inoltre, sparsi qua e là, il busto di un angelo, una fontana, il pozzo della Samaritana, le figure di Giuda, di Giuseppe d’Arimatea, di Nicodemo.

Il Calvario nella cultura antica e nella testimonianza cristiana

La barzelletta rimase anche dopo il Calvario. Nei primi secoli, un graffito antico raffigurava il corpo crocifisso di un uomo con la testa di un somaro, e sotto l’uomo crocifisso con la testa da somaro c’era un cristiano che si inchinava; il graffito diceva: “Alexamenos adora il suo Dio”.

Un Dio crocifisso, niente di più che adorare un somaro.

Giustino Martire, un apologeta cristiano, nella sua prima apologia nel 152 d.C., riassume la posizione di Cristo che era tenuta dalle persone nel mondo e che essenzialmente pensavano fosse una barzelletta.

“La nostra follia consiste in questo, che diamo a un uomo crocifisso posizione uguale al Dio creatore, immutabile ed eterno”.

Era follia pura, per gli assassini di Gesù, considerarlo diverso in alcuna maniera dagli altri che furono crocifissi.

Per i suoi persecutori, la croce sembrava una prova di sconfitta; per i cristiani, essa divenne la rivelazione del Re, del Messia e del Figlio di Dio.

Il Calvario e la speranza cristiana

Più fisso la mia mente sulla croce, maggior pienezza mi pare di ravvisare in essa; più mi soffermo, nei miei pensieri, sulla crocifissione, più sono contento che c’è più da imparare al Calvario che in qualunque altra parte del mondo.

Quando penso a tutto questo, non vedo nulla di affliggente o di spiacevole nel soggetto della crocifissione di Cristo; vedo, al contrario, sapienza e potenza, pace e speranza, gioia ed allegrezza, conforto e consolazione.

Il Calvario mostra che la sofferenza di Cristo non fu un incidente senza significato, ma il centro della salvezza cristiana.

La croce è il luogo nel quale l’umiliazione apparente di Gesù viene trasformata nella sua gloria, la morte nella promessa della vita e la derisione nella proclamazione della verità: «Questo è il Re dei Giudei».

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