Credere è sempre un cambiare se stessi. Quando una persona ascolta nel segreto del cuore una parola di Dio, la sua vita inizia a cambiare prima dall’interno, dall’invisibile, e poi gradualmente anche all’esterno: gesti, parole e intenzioni mutano.
La Bibbia invita a una trasformazione reale, non alla semplice costruzione di un’immagine positiva di sé. Da cristiani siamo predestinati ad essere conformi all’immagine di Gesù Cristo. Tuttavia, cambiare se stessi non significa cancellare la propria personalità, ma purificare ciò che in noi ostacola la volontà di Dio e servire il Signore come individui unici.
Perché la Bibbia invita a cambiare se stessi
La nostra società dà troppo risalto all’autostima e all’opinione positiva di sé stessi. Quindici anni fa, la rivista Newsweek riportava che gli studenti delle scuole superiori statunitensi erano più sicuri (percezione soggettiva) delle proprie capacità in matematica e scienze rispetto ai loro coetanei giapponesi.
L’unico problema era che gli studenti giapponesi erano molto più competenti (successo oggettivo) dei loro coetanei statunitensi in quelle materie. Le cose sono poi peggiorate con il culto dello “stare bene con sé stessi” a scapito del “pensare bene” e del “fare bene”.
Questo, come molti di noi predicano da trent’anni, ha prodotto più problemi di autostima che mai. La Bibbia indica che è appropriato, anzi necessario, avere una giusta dose di amor proprio.
Amare sé stessi porta ad avere cura di sé, rispetto di sé e una certa autostima (Matteo 10:31). Piuttosto che incoraggiare l’egoismo, però, la Bibbia dà all’amor proprio la giusta importanza.
Il giusto equilibrio tra amore di Dio, amore del prossimo e amor proprio
Più di ogni altra cosa dovremmo amare Dio. La Bibbia insegna che il più grande comandamento è: “Devi amare Geova tuo Dio con tutto il tuo cuore” (Marco 12:28-30; Deuteronomio 6:5).
Il secondo comandamento in ordine di importanza è: “Devi amare il tuo prossimo come te stesso” (Marco 12:31; Levitico 19:18). Anche se la Bibbia non dice in modo specifico di amare sé stessi, il comando “devi amare il tuo prossimo come te stesso” indica che avere un certo amor proprio e rispetto di sé è normale e fa bene.
Gesù dimostrò qual è il giusto equilibrio tra amare Dio, amare il prossimo e amare sé stessi, e disse ai suoi discepoli di seguire il suo esempio (Giovanni 13:34, 35). Amava Geova Dio più di ogni altra cosa, e dedicò l’intera vita al compito che gli aveva affidato.
“Perché il mondo sappia che io amo il Padre”, disse, “faccio proprio come il Padre mi ha comandato di fare” (Giovanni 14:31). Amava il prossimo. Lo dimostrò soddisfacendo i bisogni degli altri e arrivando perfino a dare la sua vita (Matteo 20:28).
Dimostrò amor proprio prendendosi il tempo necessario per riposare, per mangiare e per stare insieme ai suoi seguaci e potenziali discepoli (Marco 6:31, 32; Luca 5:29; Giovanni 2:1, 2; 12:2). L’amor proprio ha la sua importanza, ma siamo veramente felici se amiamo Dio più di tutti e facciamo del bene ad altri.
Infatti la Bibbia dice: “C’è più felicità nel dare che nel ricevere” (Atti 20:35). Secondo molti, per essere felici bisogna pensare prima di tutto a sé stessi.
L’esperienza però dimostra che si è più sani e felici seguendo il saggio consiglio riportato nella Bibbia: “Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri” (1 Corinti 10:24).
Gesù insegna a cambiare la prospettiva su noi stessi
Gesù ha fornito la giusta prospettiva sul concetto di sé e sull’autostima appropriata. Egli dimostrò di avere un sano concetto di Sé in almeno cinque modi.
Gesù era un uomo con una missione
Gesù compiva le Sue azioni perché era stato mandato dal Padre (Giovanni 5:23); aveva ricevuto una missione, e da essa derivava la Sua concentrazione. La Sua opera era ciò che il Padre Gli aveva affidato da compiere (Giovanni 5:19-36), un’espressione visibile del Padre al lavoro attraverso di Lui (Giovanni 14:10).
Il Suo concetto di Sé era basato sulla prospettiva del “Prima il Padre”, non sulla filosofia che in quest’epoca fa dire: “Prima io”. Egli cercò la volontà del Padre e la mise in pratica senza deviare né a destra né a sinistra.
La consapevolezza della Sua missione Lo aiutava a mantenere la concentrazione necessaria per insegnare con autorità. Ognuno di noi ha un giogo, il giogo del Signore, che corrisponde alla propria missione.
Quando la scopriamo e decidiamo di accettarla, troviamo riposo e ristoro nel Signore e impariamo da Lui (Matteo 11:28-30). In breve, scopriamo la nostra vera individualità, concepita da Dio per ciascuno di noi.
Questa scoperta del “sé” è molto meglio che cercare di diventare qualcuno per il Signore! Scopri il posto che il Signore ha pensato per te e dona te stesso, innanzitutto a Lui, e poi ricorda sempre il posto che ti ha riservato.
Gesù era un uomo dall’umiltà dinamica
Nei Vangeli non si legge da nessuna parte che Gesù abbia preteso di essere adorato dai Suoi discepoli. Non si preoccupava quando non veniva riconosciuto e non si lamentava quando le persone che aveva guarito non Gli dimostravano particolare gratitudine, oppure quando i capi religiosi non Gli tributavano il rispetto che meritava.
Benché non pretendesse adorazione, almeno in un’occasione ha riconosciuto di averla ricevuta. Eppure, leggiamo il modo in cui l’ha usata: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono.
Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Poiché io vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io.
In verità, in verità vi dico che il servo non è maggiore del suo signore, né il messaggero è maggiore di colui che l’ha mandato. Se sapete queste cose, siete beati se le fate” (Giovanni 13:13-17).
Gesù è venuto come l’umile “Servo sofferente” (Isaia 53; Matteo 16:21), eppure la Sua umiltà non è mai stata passiva. Non si è mai comportato da vittima, andandosene con la coda tra le gambe perché il Suo popolo Lo aveva rifiutato.
La Sua umiltà era attiva, una sottomissione energica. Anche quando si trovò davanti a Pilato, che avrebbe potuto salvarlo dalla croce, il Signore Gesù si mostrò sottomesso e al tempo stesso autorevole: “Tu non avresti alcuna autorità su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto” (Giovanni 19:11).
Gesù non si abbassava, se non per glorificare il Padre (Luca 18:19). Non sminuì mai il Suo ministerio e non rispose mai alle lodi del prossimo con sorrisetti imbarazzati.
Ha sempre manifestato la dignità che accompagnava l’autorità che Gli apparteneva. Non pretese mai di essere adorato, ma non si tirò indietro quando Gli fu tributata l’adorazione.
Quando il giovane ricco si prostrò davanti a Lui, Gesù non mostrò di essere a disagio, ma si limitò a occuparsi del suo desiderio (la vita eterna) e dei suoi reali bisogni (la liberazione dalla ricchezza che soffocava la sua vita).
Purtroppo, quest’uomo decise di non accettare la soluzione proposta da Gesù (Marco 10:17-22). Quando si trovò di fronte a Gesù risorto, Tommaso esclamò: “Signore mio e Dio mio!”, ma Gesù non fece intendere che l’adorazione di Tommaso fosse fuori luogo (Giovanni 20:28, 29).
L’umiltà di Gesù era dinamica: una mansuetudine vigorosa, una sottomissione vitale e una modestia aggressiva. Se ci aspettiamo che gli altri ci lodino per il buon lavoro che abbiamo svolto, prima o poi rimarremo delusi.
La cosa migliore è fare il bene e dimenticarsene: “Ma, quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra” (Matteo 6:3). La cosa migliore è accettare i complimenti con grazia, senza attribuirgli un’importanza eccessiva.
Un’umiltà dinamica del genere ci libera dalle trappole della delusione e dell’eccessiva autocoscienza.
Gesù rimaneva calmo quando era attaccato
Il Suo concetto di Sé è dimostrato dall’atteggiamento di calma che manteneva quando Lo attaccavano. Guarì due uomini posseduti cacciando i demoni in un branco di porci, che si trovava nei paraggi.
I guardiani di quegli animali corsero in città e raccontarono quanto era accaduto, e a quel punto tutti gli abitanti si precipitarono per affrontare Gesù e imputargli quella grave perdita: “Perché erano presi da grande spavento” (Luca 8:37).
Avevano paura della potenza di Gesù e si arrabbiarono per la perdita degli animali. Non esiste intreccio di emozioni umane più imprevedibile di quello tra paura e rabbia.
Quando gli abitanti lo supplicarono di andarsene (Matteo 8:34), come reagì? Gesù non cercò in alcun modo di giustificarsi o fornire spiegazioni: “Gesù, entrato in una barca, passò all’altra riva e venne nella sua città” (Matteo 9:1).
Gesù, invece, se ne andò in silenzio. La calma di Gesù non nasceva dall’indifferenza, ma dalla certezza della missione ricevuta dal Padre.
Gesù aveva pazienza con i Suoi discepoli
Come abbiamo visto, i discepoli avevano molte debolezze, eppure Gesù non si arrese mai, lasciandosi sopraffare dallo sconforto. “Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta” (Giovanni 17:12).
Dimostrò pazienza quando ai discepoli venne meno la fede durante la tempesta: “Perché siete così paurosi? Come mai non avete fede?” (Marco 4:40). Dimostrò pazienza anche quando non riuscirono a guarire il ragazzo posseduto da un demone.
Perché? “A causa della vostra poca fede” (Matteo 17:20). Dimostrò pazienza anche quando si addormentarono nel giardino: “Così, non siete stati capaci di vegliare con me un’ora sola?” (Matteo 26:40).
Non si arrese mai con loro, perché i Suoi discepoli erano parte della Sua missione: “Io prego per quelli che tu mi hai dato, perché sono tuoi” (Giovanni 17:9).
Gli insegnanti insicuri, invece, possono perdere facilmente la pazienza con gli studenti, vedendo nella loro incapacità didattica il fallimento degli allievi. Gli insegnanti sicuri, invece, ritentano con pazienza finché gli allievi non raggiungono un livello di competenza soddisfacente.
Gesù aveva un concetto di Sé legato all’identificazione con il Padre attraverso la preghiera
All’inizio del capitolo abbiamo parlato della dipendenza di Gesù dal Padre per l’opera che doveva compiere e per il Suo insegnamento. La preghiera era ciò che li teneva in continua comunione: “Poi, la mattina, essendo ancora molto buio, Gesù si alzò, uscì, se ne andò in un luogo deserto e là pregava” (Marco 1:35).
In un’altra occasione è scritto specificamente che Gesù: “Passò la notte in preghiera a Dio” (Luca 6:12). Luca ci dice ancora che Gesù pregava spesso in luoghi solitari (Luca 5:16).
Gesù stesso ha ribadito l’importanza della preghiera con la parabola della vedova insistente: “Per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi” (Luca 18:1).
Inoltre, ha sottolineato l’importanza di chiedere al Padre, che “darà cose buone” (Matteo 7:11), che farà ciò che chiediamo nel nome di Gesù (Matteo 18:19; Giovanni 15:16; 16:23) e darà lo Spirito Santo (Luca 11:13).
La preghiera, la comunione personale con il Padre celeste, era una parte fondamentale del concetto di Sé che Gesù trasmetteva. Se la seconda Persona della Trinità (Matteo 28:19), nella quale “abita corporalmente tutta la pienezza della Deità” (Colossesi 2:9), aveva bisogno di trascorrere del tempo da solo in preghiera con il Padre, quanto più ne abbiamo bisogno noi!
La preghiera è il collegamento. La Parola è il mezzo. Lo Spirito Santo è la potenza. Gesù è il nostro Signore e l’esempio per eccellenza.
Cambiare senza smettere di essere sé stessi
Siamo individui in Cristo
Non c’è alcun dubbio che la vita di un cristiano includa un cambiamento. La Bibbia parla di una vita di completa e assoluta trasformazione.
Da cristiani siamo predestinati ad essere conformi all’immagine di Gesù Cristo (Romani 8:29). Non c’è una vocazione più grande di questa!
Ma cosa significa in effetti questo in pratica? Dobbiamo cambiare la nostra personalità: il nostro senso dell’umorismo e tutte le nostre qualità naturali, al fine di essere come Cristo?
Dio stesso ci ha creati. Lui ci ama così come siamo e ha dato ad ognuno di noi la nostra personalità e un insieme di qualità che sono individuali e uniche per noi.
Noi non dobbiamo cambiare la nostra personalità per essere resi conformi all’immagine di Cristo (Romani 8:29), ma siamo chiamati a seguirlo e servirlo come individui unici.
“Ora vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. Vi è diversità di ministeri, ma non v’è che un medesimo Signore. Vi è varietà di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti” 1 Corinzi 12:4-6.
Abbiamo una natura corrotta
Tuttavia, indipendentemente dalla personalità che abbiamo, non è così difficile vedere che qualcosa in noi ci impedisce di seguire l’esempio di completa purezza di Gesù. Paolo ha scritto: “Mi trovo dunque sotto questa legge: quando voglio fare il bene, il male si trova in me.” Romani 7:21.
Non è naturale per noi rispondere alle nostre situazioni e agli altri con la purezza che è in Cristo. Un commento sarcastico, per esempio, che era stato pensato in maniera innocua, può facilmente portare ad un vero disprezzo per un’altra persona, ad irritazione o al desiderio di avere sempre l’ultima parola in una conversazione.
Allo stesso modo, altre cose che facciamo regolarmente, come anche i nostri pensieri e le nostre parole possono essere macchiate da intenzioni impure, timore degli altri, ansia, gelosia, orgoglio, egoismo, ecc.
Queste cose non sono parte della nostra personalità, ma sono tendenze al peccato (“peccato nella carne”) che ogni persona ha ereditato alla nascita. La Bibbia ci dice che questo è il risultato della caduta.
Quando Adamo ed Eva disobbedirono a Dio nel giardino dell’Eden, il peccato avvelenò la loro natura umana. L’umanità si era data alle passioni e ai desideri della propria carne naturale corrotta e il peccato aveva preso il sopravvento nei pensieri e nelle menti delle persone (Genesi 6:5).
Purificare sé stessi con la Parola di Dio
Tuttavia, Gesù è venuto per offrirci una via d’uscita da questa natura peccaminosa: una via alla completa purezza, per seguire Lui e a diventare simile alla sua immagine!
Giovanni scrive che tutti coloro che sperano di essere come Cristo purificano se stessi, così come Cristo è puro (1 Giovanni 3:3). Se vogliamo essere come Gesù, allora purifichiamo noi stesso, o rinneghiamo, tutto quello che va contro la buona e perfetta volontà di Dio, nell’ubbidienza alla verità (1 Pietro 1:22).
Niente dovrebbe essere usato come uno scudo o una scusa per poter fare regnare il peccato nella nostra vita. Dobbiamo usare la Parola di Dio per giudicare i nostri pensieri, le nostre parole e le azioni e separarci da tutto il peccato!
“Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.” Ebrei 4:12.
In altre parole usiamo la Parola di Dio per giudicare i nostri pensieri e le nostre azioni e rifiutiamo consapevolmente (o anche ci purifichiamo da) ogni cosa che ha la sua radice nel peccato.
Facendo così, imitiamo Gesù, il primo essere umano in cui Dio è stato in grado di condannare il peccato nella carne, quando Gesù ha negato il desiderio a peccare che trovava nella sua propria natura umana (Romani 8:3).
Essere liberi per servire Dio con la propria personalità
Diventare come Cristo ci richiede di purificare noi stessi nell’ubbidienza alla Parola di Dio. Seguiamo l’esempio di Gesù di condannare il peccato nella nostra carne.
Facendo così, diventiamo come Lui! Siamo liberati da cose come il timore degli altri, ansia, gelosia, impurità, orgoglio ed egoismo e aumentiamo nelle virtù di Gesù ogni giorno.
Il peccato non ci lega più e non limita i nostri pensieri e le nostre azioni! Siamo liberi di essere noi stessi e possiamo essere fiduciosi in ciò che facciamo e diciamo da un cuore pure, indipendentemente dalla personalità che abbiamo.
Dio ha preparato opere per ognuno di noi. In Efesini 2:10 sta scritto, “Infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.”
Inoltre, ci sono cose che soltanto tu e la tua personalità possono compiere ed è il desiderio di Dio che possa usare sia te che la tua personalità per eseguire una varietà di opere buone!
Quando ognuno di noi purifica se stesso nell’obbedienza alla Parola di Dio, diventeremo sempre più simili a Cristo. Non solo questo, diventeremo anche sempre più liberi per essere un individuo in Cristo, esattamente come voleva Dio.
La conversione comincia dall’interno
Quando parli di Vangelo, cioè della vita di Gesù, quando annunci o testimoni il suo amore e la sua verità, in realtà stai mettendo te stesso e gli altri davanti ad una decisione.
Così se decidi nel segreto del tuo cuore di dare ascolto a qualche parola di Dio, allora senti che la vita, la tua vita, inizia a cambiare. Prima dall’interno, dall’invisibile, da quel luogo dove solo tu possiedi la chiave di accesso, e poi pian piano esci allo scoperto, ti muovi verso l’esterno.
Gesti, parole, persino le intenzioni, tutto muta. Credere è sempre un cambiare se stessi. Ma c’è altro.
Se cambi anche il mondo sussulta a partire dal nostro cambiamento e può diventare luogo dell’incontro degli uomini con Dio. Un posto più caldo e meno doloroso.
Forse per questo, qualcuno ha detto che prima di cambiare i regni bisogna cambiare gli uomini. Lo sforzo a volte ciclopico, di creare strutture ben organizzate ed efficienti, di collocarli strategicamente qua e la a secondo del bisogno, non garantisce affatto il cambiamento desiderato.
Persone e strutture non sono sullo stesso piano quando parliamo di valori e di fini. Sono invece le persone vere e forti, che da sempre hanno cambiato il mondo.
Francesco d’Assisi, Domenico di Guzmàn, Giovanni della Croce, Ignazio di Loyola, tersa d’Avila, Ildegarda di Bingen, loro - insieme ad un numero infinito di credenti sconosciuti - hanno cambiato il loro mondo esattamente e nella misura in cui hanno trasformato prima se stessi.
Un certo primato delle persone sulle strutture lo si può verificare anche in seguito, quando i loro discepoli, avendo ricevuto in eredità i luoghi e le strutture dei loro maestri, non sono stati capaci di essere incisivi come loro.
Carisma e conversione non si ereditano. Fanno parte della irripetibilità della vita personale.
Bisogna perciò convincersi che aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo ad avere in se stessi Luce e Amore, curando interiorità e ragionevolezza, aiutarli ad essere capaci di sopportare sofferenza in vista di un bene maggiore, significa muovere il primo grande passo verso il cambiamento della società.
«Convertitevi»: il primo passo verso una vita nuova
Perciò Gesù dice: convertitevi. Questa è la prima parola del Maestro nel vangeli.
Ma oggi è diventata una parola desueta, perché in fondo aver fede, per molti significa, semplicemente sapere alcune cose o partecipare di tanto in tanto a qualche bella liturgia. Nulla di più.
Il sapore di una vita diversa la si percepisce appena. Perché devo cambiare? - dicono - mi basta fare ogni tanto qualcosa per stare apposto con la mia coscienza.
A volte ci si arrocca nel proprio ‘io’, rendendolo sovrano e narciso. In tal modo accoglienza, riconoscimento, accettazione, dialogo, iniziativa e cura, diventano atteggiamenti che non trovano più posto in noi, anzi - per dirla tutta - non possono trovare posto.
Dove “l’io” si sente padrone del mondo, dove si rimane sempre in attesa di un bene proveniente dagli altri, non si è più capaci di spendersi per il bene degli altri.
Ma la promessa di Cristo non verrà meno in eterno: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.” (Mt 6,33).
La trasformazione libera dalle catene del male
Ogni giorno siamo chiamati a combattere contro il male. Ci sono i mali del mondo, come il terrorismo, le ingiustizie sociali, il dramma delle immigrazioni di massa, epidemie, carestie, povertà, distruzione dell’ambiente, corruzione politica e tanti altri problemi della società e delle nazioni.
Ci sono anche i mali che ci minacciano personalmente, come le tentazioni, i peccati e le dipendenze. La Bibbia parla in modo molto concreto di questo combattimento.
Nell’Antico Testamento, si parla delle battaglie materiali contro le forze del male. Nel Nuovo Testamento, il combattimento di cui si parla è principalmente quello a livello spirituale.
San Paolo dice: “La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Efesini 6,12).
I brani di oggi ci mostreranno che grazie alla potenza vittoriosa del Signore questa battaglia è da considerarsi vinta.
La liberazione dalle schiavitù
Il salmista ricorda come Israele sia stato liberato dalle catene e dalla schiavitù. La potenza vittoriosa di Dio li ha fatti uscire dall’Egitto, conducendoli attraverso il mare, che “vide e si ritrasse” (v.3).
La presenza del Signore in mezzo al suo popolo ha dato ad Israele la vittoria sulla schiavitù (v.7). È stata la sua presenza a mutare “la rupe in un lago, la roccia in sorgenti d’acqua” (v.8).
L’onnipotenza di Dio si è rivelata nell’Esodo, quando Dio ha liberato il suo popolo dall’oppressione con la sua potenza e la sua presenza. Dio ha manifestato quanto la schiavitù fosse un male e che era necessario liberare il suo popolo.
Dio vuole liberare il suo popolo. Vuole liberare coloro che oggi vivono sotto le moderne forme di schiavitù.
Vuole liberare dalle catene del peccato e dei vizi, dalle dipendenze dell’alcol, delle droghe, dalla violenza, dalla pornografia. In futuro, quando Gesù ritornerà nella gloria, Dio ci libererà completamente da ogni forma di schiavitù.
L’armatura di Dio
Confidare in Dio onnipotente non significa rimanere passivi. Paolo insiste nel dire che per vincere la battaglia occorre prendersi le proprie responsabilità nella vita e rafforzarsi “nel Signore e nel vigore della sua potenza” (v.10).
Dovremmo prendere l’iniziativa. Paolo usa espressioni come “prendete dunque” (v.13a) e restate “saldi” (v.13b).
Dovremmo essere instancabili, abbandonare ogni cattiva abitudine e sostituirla con buone abitudini. Paolo indica sette abitudini che possono cambiare la nostra vita e che ognuno di noi è invitato ad adottare:
- Restare saldi nella verità di Gesù. “State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità” (v.14a). Dovremmo fare di tutto per rimanere saldi nella verità con tutto il cuore. Abbandonare ogni forma di ipocrisia e amare la verità.
- Cercare la giustizia. Con “indosso la corazza della giustizia” (Efesini 6,14b). Gesù è morto sulla croce affinché noi potessimo ricevere la giustizia di Dio. Quando cadi, risollevati subito. Mantieni sempre una relazione giusta con Dio e con il prossimo.
- Impegnarsi attivamente. Con “i piedi calzati e pronti a propagare il vangelo della pace” (v.15). Il diavolo odia ogni buona notizia, perché ogni buona notizia viene dalla potenza di Dio, che ha il potere di cambiare le vite.
- Confidare in Dio nei momenti difficili. “Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del maligno” (v.16). Sensi di colpa, vergogna, dubbio, disobbedienza, malizia, paura: sono queste le frecce del maligno.
- Vincere la battaglia della mente. “Prendete anche l’elmo della salvezza” (v.17a). Ogni battaglia si vince o si perde custodendo i nostri pensieri, cioè “distruggendo i ragionamenti e ogni arroganza che si leva contro la conoscenza di Dio, e sottomettendo ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo” (2 Corinzi 10,5).
- Immergersi nella parola di Dio. “Prendete la spada dello Spirito, che è la parola di Dio” (Efesini 6,17b). Quando il nemico ti attacca, ricorri alla Bibbia, proprio come Gesù ha fatto quando è stato tentato nel deserto (Matteo 4,1-11).
- Pregare incessantemente. “In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito” (Efesini 6,18). La preghiera è un’arma potente.
Amare il prossimo come Gesù ha amato
Se l’amore di Dio è un dono, è necessario meditare sul dovere di amare, e in particolare sul dovere di amare il prossimo. Il legame tra i due amori è espresso dalla parola di Dio: “Se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1 Gv 4,11).
“Amerai il prossimo tuo come te stesso” era un comandamento antico, scritto nella legge di Mosè e Gesù stesso lo cita come tale (Lc 10, 27).
È cambiato anzitutto l’oggetto, cioè chi è il prossimo da amare. Esso non è più solo il connazionale, o al massimo l’ospite che abita con il popolo, ma ogni uomo, anche lo straniero, anche il nemico.
“Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto?” (Mt 5, 44-47).
È cambiato anche il soggetto dell’amore del prossimo, cioè il significato della parola prossimo. Esso non è l’altro; sono io; non è colui che sta vicino, ma colui che si fa vicino.
Con la parabola del buon samaritano Gesù dimostra che non bisogna attendere passivamente che il prossimo spunti sulla mia strada, con tanto di segnalazione luminosa, a sirene spiegate.
Il prossimo sei tu, cioè colui che tu puoi diventare. Il prossimo non esiste in partenza, si avrà un prossimo solo se si diventa prossimo di qualcuno.
È cambiato soprattutto il criterio o la misura dell’amore del prossimo. Fino a Gesù il modello era l’amore di se stessi: “come te stesso”.
E invece una scappatoia la lascia ed è per questo che Gesù sostituisce ad esso un altro modello e un’altra misura: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12).
L’uomo può amare se stesso in modo sbagliato, cioè desiderare il male, non il bene, amare il vizio, non la virtù. Se un simile uomo ama gli altri “come se stesso” e vuole per gli altri le cose che vuole per se stesso, poveretta la persona che è amata così!
Sappiamo invece dove ci porta l’amore di Gesù: alla verità, al bene, al Padre. Chi segue lui “non cammina nelle tenebre”.
Egli ci ha amato dando la vita per noi, quando eravamo peccatori, cioè nemici (Rom 5, 6 ss). Il comandamento dell’amore del prossimo è “antico” nella lettera, ma “nuovo” della novità stessa del vangelo.
Nuovo perché non è più solo “legge”, ma anche, e prima ancora, “grazia”. Si fonda sulla comunione con Cristo, resa possibile dal dono dello Spirito.
Santa Caterina da Siena ha dato la spiegazione più semplice e convincente. Ella fa dire a Dio: “Io vi chiedo di amarmi con lo stesso amore con cui io amo voi.
Questo non lo potete fare a me, perché io vi amai senza essere amato. Tutto l’amore che avete per me è un amore di debito, non di grazia, in quanto siete tenuti a farlo, mentre io vi amo con amore di grazia, non di debito.
Voi non potete dunque rendere a me l’amore che io richiedo. Per questo vi ho messo accanto il vostro prossimo: affinché facciate ad esso quello che non potete fare a me, cioè di amarlo senza considerazione di merito e senza aspettarvi alcuna utilità.
E io reputo che facciate a me quello che fate ad esso”.
Una pratica quotidiana per cambiare sé stessi
La preghiera, la comunione personale con il Padre celeste, era una parte fondamentale del concetto di Sé che Gesù trasmetteva. La preghiera è il collegamento. La Parola è il mezzo. Lo Spirito Santo è la potenza.
Dovremmo fare di tutto per rimanere saldi nella verità con tutto il cuore. Abbandonare ogni forma di ipocrisia e amare la verità.
Quando cadi, risollevati subito. Mantieni sempre una relazione giusta con Dio e con il prossimo.
Dovremmo essere instancabili, abbandonare ogni cattiva abitudine e sostituirla con buone abitudini.
Quando il nemico ti attacca, ricorri alla Bibbia, proprio come Gesù ha fatto quando è stato tentato nel deserto (Matteo 4,1-11).
In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito. La preghiera è un’arma potente.
Conoscere a Chi apparteniamo è fondamentale per comprendere chi siamo. Conoscere il Signore ci dà la fiducia necessaria per insegnare agli altri.
È importante avere un’immagine sana di sé e un senso santo dell’autostima: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Levitico 19:18; Matteo 19:19).
Tutti questi aspetti si combinano per ricrearci a Sua immagine. Santificando questo “viaggio”, scopriremo che il nostro concetto di noi stessi si preoccuperà di sé stesso, poiché Gesù è venuto “… perché abbiano la vita e l’abbiano a esuberanza” (Giovanni 10:10).
