Bibbia: quando il cuore si allontana dal Signore e come ritornare a lui

Nella Bibbia, l’espressione “allontanarsi dal Signore” indica soprattutto un distacco interiore: il cuore smette di appartenere pienamente a Dio, la sua parola viene trascurata e altre realtà prendono il posto che spetta a lui. Salomone si allontanò dal Signore perché il suo cuore si volse verso altri dèi, mentre Saul sperimentò il dramma di non ricevere più risposta dopo aver disubbidito alla parola di Dio.

Questo allontanamento non significa però che l’essere umano possa sottrarsi alla presenza di Dio. «Dove potrei andare lontano dal tuo Spirito, o dove potrei fuggire lontano dalla tua presenza?». Dio conosce l’uomo, vede il suo cuore e continua a chiamarlo al ravvedimento: «ritornate a lui».

Che cosa significa allontanarsi dal Signore

Allontanarsi dal Signore significa smettere di camminare nelle sue vie, non osservare i suoi comandamenti e lasciare che il cuore venga attirato da altre fedeltà. Il problema non riguarda soltanto le azioni esteriori, ma la direzione profonda dell’interiorità: «il cuore di lui si era allontanato dal SIGNORE, Dio d’Israele».

La Scrittura mostra che l’allontanamento può cominciare lentamente. Una persona può continuare a parlare di Dio, a mantenere pratiche religiose e perfino a conservare un linguaggio spirituale, mentre dentro di sé ha già abbandonato la disciplina e si è rivolta verso ciò che Dio proibisce.

Al malvagio Dio dice: «Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che hai in odio la disciplina e le mie parole ti getti alle spalle?». Il Signore denuncia così la contraddizione tra una confessione esteriore e una vita che respinge la sua parola.

Dio è lontano dall’uomo o l’uomo si allontana da Dio?

La Bibbia presenta due aspetti che devono essere distinti. Da una parte, Dio non può essere sfuggito nello spazio: «Se salgo in cielo, tu sei là; se stendo il mio letto nello Sceol, ecco, tu sei anche là». Dall’altra, l’uomo può allontanarsi spiritualmente da Dio attraverso la disubbidienza, l’idolatria, l’indifferenza e il rifiuto della sua volontà.

«Tu mi hai investigato, o Eterno e mi conosci. Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo, tu intendi il mio pensiero da lontano». La presenza di Dio è dunque universale e la sua conoscenza è completa: egli conosce le azioni, i pensieri, le intenzioni e le condizioni del cuore.

Quando la Bibbia dice che Dio si è allontanato da qualcuno, il senso riguarda il rapporto di comunione, il favore e la guida manifestati verso chi persiste nella ribellione. Non si tratta di un’assenza fisica di Dio, ma di una relazione spezzata dalla disubbidienza.

Saul: quando Dio si allontana dopo la disubbidienza

Il racconto di Saul in 1 Samuele 28 è uno degli episodi più drammatici della Bibbia sul tema dell’allontanamento dal Signore. I Filistei si radunarono per combattere contro Israele e Saul, vedendo il loro esercito, «rimase atterrito e il suo cuore tremò di paura».

Saul consultò il Signore e il Signore non gli rispose né attraverso sogni, né mediante gli Urim, né per mezzo dei profeti. Di fronte al silenzio divino, Saul non attese con umiltà, non confessò la propria colpa e non ricercò sinceramente il ravvedimento.

Allora Saul disse ai suoi ministri: «Cercatemi una negromante, perché voglio andare a consultarla». Saul si camuffò, si travestì e partì con due uomini. Arrivò da quella donna di notte.

La scelta di Saul rivela la gravità della sua condizione: aveva bandito dal paese i negromanti e gli indovini, ma in un momento di paura ricorse proprio alla pratica che aveva proibito. Il suo problema non era soltanto il timore dei Filistei, ma l’assenza di una fiducia perseverante nel Signore.

Saul comprese che era veramente Samuele e si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò. Allora Samuele disse a Saul: «Perché mi hai disturbato e costretto a salire?». Saul rispose: «Sono in grande difficoltà. I Filistei mi muovono guerra e Dio si è allontanato da me; non mi ha più risposto né per mezzo dei profeti, né per mezzo dei sogni; perciò ti ho evocato, perché tu mi manifesti quello che devo fare».

Samuele rispose: «Perché mi vuoi consultare, quando il Signore si è allontanato da te ed è divenuto tuo nemico? Il Signore ha fatto nei tuoi riguardi quello che ha detto per mia bocca». Il problema di Saul non era un semplice momento di difficoltà, ma la conseguenza di una disubbidienza già riconosciuta e non abbandonata.

«Il Signore ha strappato da te il regno e l’ha dato al tuo prossimo, a Davide. Poiché non hai ascoltato il comando del Signore e non hai dato effetto alla sua ira contro Amalek, per questo il Signore ti ha trattato oggi in questo modo».

Il testo mostra una relazione precisa tra la disubbidienza e la perdita della guida divina. Saul aveva ricevuto un comando, ma non lo aveva ascoltato; aveva ricevuto una responsabilità, ma non le aveva dato piena esecuzione; aveva continuato a voler consultare Dio senza abbandonare la ribellione.

Il Signore abbandonerà inoltre Israele insieme con te nelle mani dei Filistei. Domani tu e i tuoi figli sarete con me; il Signore consegnerà anche l’accampamento d’Israele in mano ai Filistei.

All’istante Saul cadde a terra lungo disteso, pieno di terrore per le parole di Samuele; inoltre era già senza forze perché non aveva mangiato niente tutto quel giorno e la notte. Il racconto presenta così il risultato finale di un cuore che, invece di tornare a Dio, cerca altre vie per ottenere una risposta.

Salomone: il cuore diviso e l’idolatria

Anche Salomone si allontanò dal Signore. Il suo caso mostra che la sapienza, la ricchezza, il potere e le esperienze spirituali non preservano automaticamente dalla caduta. Il re aveva ricevuto grandi doni, ma non custodì il proprio cuore.

Il re Salomone, oltre alla figlia del faraone, amò molte donne straniere: delle Moabite, delle Ammonite, delle Idumee, delle Sidonie, delle Ittite, donne appartenenti ai popoli dei quali il SIGNORE aveva detto ai figli d’Israele: «Non andate da loro e non vengano essi da voi, poiché essi certo pervertirebbero il vostro cuore per farvi seguire i loro dèi».

A tali donne si unì Salomone nei suoi amori. Ed ebbe settecento principesse per mogli e trecento concubine; e le sue mogli gli pervertirono il cuore. Al tempo della vecchiaia di Salomone, le sue mogli gli fecero volgere il cuore verso altri dèi; e il suo cuore non appartenne interamente al SIGNORE suo Dio, come il cuore di Davide suo padre.

Salomone seguì Astarte, divinità dei Sidoni, e Milcom, l’abominevole divinità degli Ammoniti. Così Salomone fece ciò che è male agli occhi del SIGNORE e non seguì pienamente il SIGNORE, come aveva fatto Davide suo padre.

Fu allora che Salomone costruì, sul monte che sta di fronte a Gerusalemme, un alto luogo per Chemos, l’abominevole divinità di Moab, e per Moloc, l’abominevole divinità dei figli di Ammon. Fece così per tutte le sue donne straniere, le quali offrivano profumi e sacrifici ai loro dèi.

Il peccato di Salomone non consistette soltanto nell’avere intorno a sé persone di popoli diversi, ma nel fatto che il suo cuore fu deviato verso altre divinità e che egli partecipò a pratiche incompatibili con la fedeltà al Signore. Il cuore non rimase interamente consacrato a Dio.

Il SIGNORE s’indignò contro Salomone, perché il cuore di lui si era allontanato dal SIGNORE, Dio d’Israele, che gli era apparso due volte e gli aveva ordinato, a questo proposito, di non andare dietro ad altri dèi; ma egli non osservò l’ordine datogli dal SIGNORE.

Le conseguenze dell’allontanamento

Il Signore disse a Salomone: «Poiché tu hai agito a questo modo e non hai osservato il mio patto e le leggi che ti avevo date, io ti toglierò il regno e lo darò al tuo servo». La disubbidienza di Salomone ebbe conseguenze personali, familiari e politiche.

Nondimeno, per amore di Davide tuo padre, io non farò questo durante la tua vita, ma strapperò il regno dalle mani di tuo figlio. Però non gli strapperò tutto il regno, ma lascerò una tribù a tuo figlio, per amore di Davide mio servo e per amore di Gerusalemme che io ho scelto.

Il testo mostra contemporaneamente il giudizio sulla disubbidienza e la fedeltà del Signore alle sue promesse. La misericordia non cancella la responsabilità, ma impedisce che il giudizio si trasformi in una distruzione totale.

Il SIGNORE suscitò un nemico a Salomone: Adad, l’Idumeo, che era della stirpe reale di Edom. Dio suscitò un altro nemico a Salomone: Rezon, figlio di Eliada, che era fuggito dal suo signore Adadezer, re di Soba.

Fu nemico d’Israele per tutto il tempo di Salomone; e questo, oltre al male già fatto da Adad. Detestò Israele e regnò sulla Siria. Anche Geroboamo, servo di Salomone, si ribellò contro il re.

Le vicende politiche narrate nel capitolo mostrano che l’allontanamento da Dio non rimane senza effetti sulla vita concreta. L’idolatria e la disubbidienza di Salomone furono inserite nella storia del regno e prepararono la divisione che sarebbe avvenuta dopo la sua morte.

Il contrasto tra Saul, Salomone e Davide

Saul e Salomone ricevettero responsabilità elevate, ma entrambi si allontanarono dal Signore. Saul non ascoltò il comando ricevuto e cercò una soluzione attraverso una negromante; Salomone non custodì il cuore e seguì altre divinità.

La Scrittura non presenta quindi l’allontanamento come un destino inevitabile legato alla posizione, alla ricchezza o alla conoscenza. Il problema è la risposta personale alla parola di Dio: «non hai ascoltato il comando del Signore» e «non hai osservato l’ordine datogli dal SIGNORE».

Davide, pur avendo commesso peccati gravi, viene indicato come riferimento perché il suo cuore rimase orientato verso Dio. La differenza non consiste nell’assenza assoluta di cadute, ma nella disponibilità a riconoscere il peccato e a tornare al Signore.

La presenza di Dio e la distanza delle colpe

La Bibbia unisce la consapevolezza della presenza di Dio alla promessa del perdono. Il salmista chiede: «Dove potrei andare lontano dal tuo Spirito, o dove potrei fuggire lontano dalla tua presenza?». Nessun luogo può sottrarre l’uomo allo sguardo del Signore.

Allo stesso tempo, la Scrittura proclama: «Quanto è lontano il levante dal ponente, tanto ha egli allontanato da noi le nostre colpe». Dio può allontanare le colpe da chi ritorna a lui, anche se l’uomo non può allontanarsi dalla sua presenza.

Queste due verità non si contraddicono. La presenza di Dio rivela il peccato, mentre la sua misericordia lo rimuove quando il peccatore si umilia e cerca il perdono. Dio non approva la ribellione, ma non respinge chi ritorna con cuore sincero.

Perché l’Eterno, il vostro Dio, è clemente e misericordioso e non ritirerà la sua faccia da voi, se ritornerete a lui. Il ritorno al Signore è dunque presentato come una possibilità reale fondata sul suo carattere misericordioso.

Il pubblicano: la via del ritorno

Gesù racconta la condizione di un uomo che, pur essendo consapevole della propria colpa, non si allontana definitivamente da Dio. «Il pubblicano invece, stando lontano, non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, sii placato verso me peccatore”».

Il pubblicano sta lontano, ma non fugge dalla misericordia. Non si presenta con giustificazioni, non rivendica meriti e non accusa altri; riconosce la propria condizione e invoca la compassione di Dio.

La distanza fisica diventa l’immagine di un cuore umiliato, non di un uomo che vuole sottrarsi al Signore. Il suo atteggiamento è opposto a quello di Saul, che nel momento della crisi cercò una via proibita, e a quello di Salomone, che lasciò dividere il proprio cuore.

Il ricco e Lazzaro: la distanza dopo la morte

In un’altra parabola, Gesù descrive una distanza che non può più essere superata: «Ed essendo tra i tormenti nell’inferno, alzò gli occhi e vide da lontano Abrahamo e Lazzaro nel suo seno».

Allora, gridando, disse: «Padre Abrahamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito per rinfrescarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma».

Il racconto presenta la serietà delle scelte compiute durante la vita. La distanza «da lontano» non è più quella di chi si avvicina umilmente a Dio per chiedere misericordia, ma quella di una separazione definitiva descritta attraverso il giudizio.

Per questo la Bibbia invita a non rimandare il ritorno al Signore. L’allontanamento non deve essere considerato una condizione inevitabile o irrilevante: il cuore deve essere ricondotto a Dio mentre è ancora possibile ascoltare la sua parola e rispondere al suo richiamo.

Da che cosa bisogna allontanarsi

La Scrittura non invita soltanto a non allontanarsi dal Signore; comanda anche di allontanarsi dal male. «Allontanati dal male e fa’ il bene, cerca la pace e procacciala». Il movimento corretto non consiste semplicemente nel lasciare qualcosa, ma nel dirigersi verso il bene, la pace e la volontà di Dio.

«Non deviare né a destra né a sinistra; ritira il tuo piede dal male». La fedeltà richiede una scelta concreta e perseverante: non lasciarsi trascinare dalle deviazioni e non mantenere il piede vicino a ciò che può condurre alla caduta.

«Allontana da me falsità e menzogna; non darmi né povertà né ricchezza, cibami del pane che mi è necessario». La preghiera collega la verità, la sobrietà e la dipendenza da Dio.

Non ritenerti savio ai tuoi occhi, temi l’Eterno e ritirati dal male; questo sarà guarigione per i tuoi nervi e un refrigerio per le tue ossa. Il timore del Signore conduce a una valutazione umile di sé e a un concreto distacco dal peccato.

Fuggire dal peccato non significa fuggire da Dio

Nel linguaggio biblico, fuggire può avere un significato positivo o negativo. È positivo quando ha come fine l’ubbidienza alla volontà di Dio e il mantenimento di uno stato di approvazione davanti a lui. È negativo quando è la conseguenza di un deliberato atto di disubbidienza a Dio.

Generalmente si fugge per mettersi velocemente in salvo da una situazione pericolosa per la propria persona fisica, per non voler affrontare una situazione dinanzi alla quale non ci si sente all’altezza o per non assumersi le proprie responsabilità.

Nel mondo, la fuga è spesso associata ad una manifestazione di debolezza o all’essere “codardi”. Per comprendere se fuggire sia un bene o un male, probabilmente è necessario pervenire alla conoscenza di ciò da cui si fugge e dei motivi per i quali lo si fa.

Secondo la Parola del Signore, “la fuga” può essere vista generalmente in due modi differenti: positiva, quando protegge dall’ubbidienza mancata e dal peccato; negativa, quando serve a sottrarsi a un incarico ricevuto da Dio o a una responsabilità precisa.

Da che cosa il credente deve fuggire

La Scrittura parla molto spesso dell’importanza di fuggire in specifiche situazioni che potrebbero condurci a peccare. Il fuggire da ogni cosa che macchia la nostra purezza davanti a Dio proviene dall’umile consapevolezza della propria debolezza.

L’uomo è così fragile che appena gli viene offerta l’occasione, rischia di cadere in peccati che non avrebbe mai immaginato di compiere. A ragione il profeta affermava: «Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?».

Gesù stesso affermava che «lo spirito è pronto, ma la carne è debole». La prudenza spirituale non consiste nel sopravvalutare la propria forza, ma nel riconoscere la vulnerabilità del cuore e nel prendere le distanze da ciò che può trascinare nella disubbidienza.

Fuggire le passioni giovanili

L’apostolo Paolo scriveva a Timoteo: «Fuggi le passioni giovanili». Fuggire è l’arma segreta del soldato cristiano. Per mezzo di essa, egli non permette che la sua vita morale e spirituale venga compromessa.

Il saggio Salomone affermava: «La strada maestra dell’uomo retto è evitare il male; chi bada alla sua via preserva sé stesso». Fuggire è l’atteggiamento di colui che non vuole disonorare il suo amato Signore.

Le passioni dalle quali Timoteo sarebbe dovuto fuggire potevano comprendere il desiderio di avere il primato, il successo, la fama, il potere sui fratelli in Cristo e la notorietà. L’applicazione riguarda anche gli aspetti molto pratici della vita del credente, che in ogni forma non possono godere dell’approvazione di Dio.

Fuggire dall’amore per il denaro

Paolo esortò Timoteo a fuggire anche dall’amore per il denaro, che avrebbe sedotto il suo cuore e l’avrebbe spinto a dirottare la sua fede da Dio alle ricchezze di questo mondo.

Si può essere amanti del denaro pur non essendo necessariamente ricchi, ma vivendo con il desiderio ansioso di esserlo. L’autore agli Ebrei aggiungeva: «Nel vostro comportamento non siate amanti del denaro e accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”».

Gesù disse loro: «Fate attenzione e guardatevi dall’avarizia, perché la vita di uno non consiste nell’abbondanza delle cose che possiede». L’avarizia non è soltanto il possesso di beni, ma il modo in cui il cuore valuta la vita e cerca sicurezza nelle ricchezze.

Fuggire dall’idolatria

La Scrittura comanda di fuggire dall’idolatria in qualsiasi forma essa si presenti. Tutto ciò che si interpone tra noi e Dio e che rapisce il nostro cuore può essere considerato un idolo.

Persino il nostro “io” può divenire un idolo quando si è troppo concentrati su sé stessi, quando si desidera soddisfare prima di tutto le proprie necessità e quando si pone sempre il proprio “io” al centro di ogni problema, di ogni discussione e situazione.

Un altro esempio può essere l’incorrere nel pericolo di idealizzare e idolatrare dei fratelli in Cristo che hanno compiuto grandi cose al servizio del Signore. «Quelli che onorano gli idoli vani abbandonano da sé la grazia».

Fuggire la fornicazione

È necessario inoltre fuggire la fornicazione, poiché noi siamo il tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in noi. Essendo stati comprati a caro prezzo, dobbiamo «glorificare dunque Dio nel nostro corpo e nel nostro spirito, che appartengono a Dio».

La fuga dalla tentazione sessuale non è vigliaccheria, ma riconoscimento del valore della santità, del corpo e della presenza dello Spirito di Dio. In questo campo, la distanza dal pericolo può essere una forma concreta di fedeltà.

Fuggire ogni falsità

L’Onnipotente dichiarò un solenne comandamento quando disse al suo popolo Israele: «Rifuggirai da ogni falsità». Per “falsità” non s’intende solo la menzogna nel senso più elementare, ma tutto ciò che è in contrasto con la persona del Signore, con i propositi del Signore, con gli scopi del Signore, i comandamenti del Signore e con le sue aspettative.

La falsità può dunque manifestarsi nelle parole, nelle intenzioni, nelle decisioni e nello stile di vita. Allontanarsi dalla falsità significa vivere nella verità davanti a Dio e agli uomini.

Fuggire dalle false guide

Gesù, descrivendo le sue pecore, disse: «Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Fuggire da false guide e da profeti che pretendono falsamente di parlare da parte di Dio è un tratto distintivo di una vera pecora che ha un’intima conoscenza del suo sommo Pastore e della sua Parola.

La protezione non consiste soltanto nel riconoscere l’errore dopo averlo seguito, ma nel mantenere un rapporto così profondo con il Pastore da distinguere la sua voce da quella degli estranei.

Fuggire il male

Nel libro di Giobbe è scritto: «Ecco, temere il Signore, questa è saggezza, fuggire il male è intelligenza». Fuggire dal male vuol dire allontanarsi immediatamente da qualsiasi situazione, persona o cosa che potrebbe sedurci e farci cadere nella disubbidienza a Dio.

Non è da stupidi ma, al contrario, è da saggi. Fuggire dal male risulta essenziale quando si vuole «cercare la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore».

Il timore del Signore protegge dall’allontanamento

Il timore del Signore costituisce un elemento essenziale a vantaggio della santificazione. Di Giobbe è detto anzitutto che «temeva Dio» e poi che «fuggiva il male».

Salomone affermava: «Il timore del Signore è fonte di vita e fa evitare le insidie della morte». Pertanto, il timore del Signore è il motore di ogni azione intenta a compiacere il Signore.

Questo timore consiste nella profonda consapevolezza della grandezza, dell’autorità, della potenza di Dio, della sua onniscienza e della sua santità, e si traduce in un atteggiamento di contrizione del cuore, rispetto della sua Persona, ubbidienza alla sua Parola, riverenza, sottomissione, amore e riconoscenza.

È ciò che ci spinge a servirlo e adorarlo con timore, «perché il nostro Dio è anche un fuoco consumante». Ma è anche ciò che crea in noi il santo e amorevole desiderio di non offenderlo con una condotta disordinata e ribelle.

È ciò che ci permette di prevenire piuttosto che curare le ferite prodotte dal peccato. Chi teme il Signore non aspetta di essere distrutto dalle conseguenze della disubbidienza, ma cerca di ritirarsi dal male prima che esso prenda il controllo della sua vita.

La grazia insegna a non vivere nel peccato

La grazia salvifica del Signore che regna nei nostri cuori svolge un’azione didattica, in quanto «ci insegna a rinunziare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo».

L’apostolo Paolo spiega: «Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato, affinché la grazia abbondi? No di certo! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso?».

Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per noi al fine di riscattarci da ogni iniquità, da ogni peccato che ci rendeva degni di partecipare al terribile giudizio di Dio e di subire la giusta condanna che meritavamo.

Questa stupenda grazia genera una grande riconoscenza nel cuore del credente, il quale, spinto da essa, si affaticherà per camminare «in modo degno del Signore, per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio».

Per questo Paolo poteva affermare: «E la grazia sua verso di me non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me». Una delle manifestazioni di questo cammino rinnovato non può che essere la fuga dal peccato.

Davide: non fuggire quando bisogna fuggire

Davide è l’esempio negativo dell’uomo che non fuggì dalla tentazione. Il re d’Israele, mosso da un’inarrestabile impulso carnale, si tuffò nell’orribile peccato dell’adulterio e, in un secondo momento, in quello dell’omicidio, quando fece sì che il marito della donna con cui aveva commesso peccato venisse ucciso in battaglia.

Non fuggire quando siamo ancora in tempo può avere conseguenze disastrose. La caduta spesso non avviene in un unico istante: è preceduta dalla permanenza volontaria vicino alla tentazione, dalla fiducia eccessiva in sé stessi e dal rifiuto di interrompere una situazione pericolosa.

Giona: fuggire dalle proprie responsabilità

Giona è l’esempio dell’uomo che fuggì dalle proprie responsabilità. Dio gli disse: «Alzati, va’ a Ninive, la gran città», ma Giona si mise in viaggio per fuggire a Tarsis, lontano dalla presenza del Signore.

Il Signore disse a Giona di andare ad est, ma egli fuggì ad ovest. Giona fuggì dalle sue responsabilità di profeta dell’Altissimo.

Il suo errore non fu quello di allontanarsi da una tentazione peccaminosa, ma di sottrarsi a un compito che Dio gli aveva affidato. La fuga geografica non poteva realmente portarlo lontano dalla presenza del Signore, e la sua disubbidienza lo condusse invece dentro una crisi più profonda.

Giuseppe: fuggire dalla tentazione sessuale

Giuseppe è l’esempio positivo dell’uomo che fuggì dalla tentazione sessuale. Giuseppe fuggì lasciando le sue vesti in mano alla moglie del suo padrone Potifar, la quale da tempo invitava il giovane servo del Signore a commettere adulterio con lei.

Quello di Giuseppe non fu un gesto da codardo o da stupido, ma, al contrario, con esso dimostrò tutto il suo coraggio, il suo amore e il suo timore per il Signore. Fuggire non è facile, specie quando si tratta di una tentazione sessuale.

Egli conservò una buona coscienza davanti a Dio e davanti agli uomini. Ma a quale prezzo! Fuggire gli costò paradossalmente circa due lunghi anni di prigionia.

Tuttavia non fu lasciato solo, perché «Il Signore fu con Giuseppe e gli mostrò il suo favore». La sofferenza subita per rimanere fedeli non dimostra che Dio abbia abbandonato il credente.

Giobbe: un uomo che fuggiva il male

Giobbe è l’esempio dell’uomo che fuggiva il male. Non fu un uomo e nemmeno un angelo a rendergli testimonianza, ma fu l’Eterno onnipotente, quando dinanzi ai “figli di Dio” e all’acerrimo nemico dell’uomo, Satana, affermò: «Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male».

Chi fugge il male onora il Signore e, a sua volta, sarà onorato da lui. La fuga dal peccato non è un segno di debolezza spirituale, ma una prova di saggezza, timore di Dio e desiderio di custodire la comunione con lui.

La fuga dal peccato come segno di conversione

La fuga dal peccato costituisce uno dei più importanti segnali sulla veridicità della propria conversione e della nuova nascita. È scritto: «Si ritragga dall’iniquità chiunque pronunzia il nome del Signore».

L’apostolo Giovanni, nella sua prima epistola, effettua un preciso identikit del vero credente nato di nuovo. Tra le tante cose egli scrive: «Noi sappiamo che chiunque è nato da Dio non persiste nel peccare; ma colui che nacque da Dio lo protegge, e il maligno non lo tocca».

Preservare sé stessi da tutto ciò che può compromettere la propria santità e che non contribuisce alla formazione dell’uomo nuovo in Cristo Gesù è il piacevole sintomo di chi appartiene a Dio e sta progredendo spiritualmente.

Quando lo Spirito di Cristo viene ad abitare nell’uomo, lo rende più sensibile al peccato. E quanto più egli si avvicinerà a Dio, tanto più si renderà conto di tutto ciò che entra in contrasto con la sua santità e verrà messo nella condizione di fuggire da forme di peccato di cui prima non aveva coscienza.

Questo non vuol dire che si è immuni dal cadere. Ma sicuramente, il costante esercizio di allontanarsi dal peccato deve essere l’attitudine di un vero credente.

L’apostolo Giovanni affermava: «Sappiamo che quand’egli sarà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è. E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com’egli è puro».

Da ciò che è male a ciò che è buono

Paolo non invitò Timoteo soltanto a fuggire le passioni giovanili, ma anche a perseguire gli aspetti fondamentali che devono caratterizzare un credente approvato da Dio. «La giustizia, la fede, l’amore e la pace con quelli che invocano il Signore con un cuore puro».

La vita cristiana non è definita esclusivamente da ciò che si abbandona. Fuggire il peccato deve essere accompagnato dalla ricerca della giustizia, della fede, dell’amore e della pace.

Il movimento spirituale completo è quindi duplice: allontanarsi dal male e avvicinarsi al Signore; rifiutare ciò che corrompe e perseguire ciò che edifica; ritirare il piede dal peccato e camminare nelle vie di Dio.

Da ciò che non dobbiamo evitare

Purtroppo, spesse volte, fuggiamo ciò da cui non dovremmo. Come ad esempio, dall’offrire a Dio tutta la nostra vita: il nostro cuore, le nostre membra, le nostre forze, il nostro tempo, i nostri soldi, le nostre proprietà, la nostra famiglia, il nostro tutto.

Fuggiamo dalle nostre responsabilità nella chiesa locale, dallo studio delle Sante Scritture, dalla preghiera, dall’amore fraterno e dall’amore verso chi ci è nemico.

Fuggiamo dal proclamare il prezioso messaggio dell’Evangelo e dalle buone opere che testimoniano la veridicità e lo spessore della nostra fede in Dio.

  • Dall’offrire a Dio tutta la nostra vita: il nostro cuore, le nostre membra, le nostre forze, il nostro tempo, i nostri soldi, le nostre proprietà, la nostra famiglia, il nostro tutto.
  • Dalle nostre responsabilità nella chiesa locale.
  • Dallo studio delle Sante Scritture, le sole che possono darci «la sapienza che conduce a salvezza, mediante la fede in Cristo Gesù» e che possono «insegnare, riprendere, correggere ed educare nella giustizia».
  • Dalla preghiera.
  • Dall’amore fraterno e dall’amore verso chi ci è nemico.
  • Dal proclamare il prezioso messaggio dell’Evangelo.
  • Dalle buone opere che testimoniano la veridicità e lo spessore della nostra fede in Dio.

Fuggire dalle nostre responsabilità di figli dell’Altissimo è una manifestazione di disprezzo della sua grazia e della sua Persona; è l’evidenza che si sta smettendo di fissare il proprio sguardo sul Signore per rivolgerlo solo alle cose di questo mondo.

La vita lontano dal Signore e la vita ai suoi piedi

Il Vangelo secondo Luca presenta due atteggiamenti attraverso Marta e Maria. Marta ospitò Gesù, ma era distolta per i molti servizi; Maria, invece, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.

Allora Marta disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Il racconto non presenta il servizio come qualcosa di inutile, ma mostra il pericolo di essere distolti da molte cose fino a perdere l’ascolto del Signore. Una persona può essere occupata in attività apparentemente buone e, nello stesso tempo, diventare interiormente lontana dalla presenza e dalla parola di Cristo.

Maria ha scelto la parte migliore perché si è posta ai piedi del Signore e ha ascoltato la sua parola. L’ascolto umile è una delle vie attraverso cui il cuore viene custodito dall’allontanamento.

Come ritornare al Signore

Il ritorno comincia con il riconoscimento della propria condizione. Il pubblicano disse: «O Dio, sii placato verso me peccatore». Saul riconobbe: «Dio si è allontanato da me», ma non accompagnò questa consapevolezza con un vero ritorno; Salomone ricevette il rimprovero del Signore perché il suo cuore si era allontanato da lui.

Ritornare al Signore significa abbandonare ciò che ci ha separati da lui, confessare la disubbidienza, rifiutare gli idoli, allontanarsi dal male e tornare ad ascoltare la sua parola.

Perché l’Eterno, il vostro Dio, è clemente e misericordioso e non ritirerà la sua faccia da voi, se ritornerete a lui. La promessa non autorizza a perseverare nel peccato, ma apre una via di speranza a chi si pente sinceramente.

Il ritorno richiede anche perseveranza: non basta un’emozione momentanea, perché il cuore deve essere nuovamente orientato verso Dio nelle decisioni, nelle relazioni, nell’uso del tempo, nella gestione dei beni, nella preghiera e nell’obbedienza.

La preghiera di chi desidera essere guidato

Il credente che riconosce il pericolo dell’allontanamento può rivolgersi al Signore con le parole del salmista: «Insegnami a far la tua volontà, poiché tu sei il mio Dio; il tuo Spirito benevolo mi guidi in terra piana».

Questa preghiera esprime umiltà, dipendenza e desiderio di essere guidati. Non chiede semplicemente di conoscere la volontà di Dio, ma di imparare a farla; non confida nella propria saggezza, ma nel suo Spirito benevolo.

Restare vicini al Signore significa ascoltare la sua parola, temerlo, ritirarsi dal male, perseguire la giustizia, la fede, l’amore e la pace, e tornare a lui ogni volta che il cuore si accorge di essersi deviato.

Ritorno del peccatore al Signore

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