Bergoglio, Parolin e Bilderberg: diplomazia vaticana, dialogo con le élite e identità della Chiesa

La partecipazione del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, al Bilderberg Meeting di Torino del 7-10 giugno ha suscitato reazioni e perplessità perché ha portato un alto rappresentante della Santa Sede in un incontro riservato tra personalità politiche, economiche, accademiche e mediatiche.

Secondo un portavoce vaticano, Parolin accettò l’invito dopo insistenti sollecitazioni degli organizzatori e dopo un lungo processo di consultazione, con l’intenzione di portare la dottrina sociale della Chiesa e la voce cattolica a persone che altrimenti non l’avrebbero ascoltata. La sua presenza può quindi essere letta sia come una scelta di dialogo e di testimonianza, sia come il segno di una Chiesa sempre più inserita nei circuiti del mondo secolare.

Il Bilderberg Meeting e la partecipazione di Parolin

Nel giugno 2018, il Cardinale Parolin suscitò controversie partecipando al riservato Bilderberg Meeting, noto per la sua agenda globalista e, secondo alcuni, per aspirazioni a un governo mondiale unico. Un funzionario vaticano affermò che il Cardinale decise di partecipare dopo ripetuti inviti da parte degli organizzatori e perché desiderava, dopo averci riflettuto a lungo, portare l’insegnamento della Chiesa a un gruppo che altrimenti non lo avrebbe mai ascoltato.

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha partecipato la scorsa settimana all’incontro Bilderberg. La sua presenza può essere vista da due diversi punti di vista. In entrambi i casi, è un chiaro indicatore dell’impatto della Chiesa nel mondo.

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha accettato l’invito a partecipare al controverso e segreto incontro Bilderberg all’inizio di questo mese per portare l’insegnamento della Chiesa a un gruppo che altrimenti non lo sentirebbe, ha detto un portavoce vaticano al National Catholic Register.

Il portavoce ha detto che gli organizzatori italiani della visita sono stati insistenti nell’estendere l’invito al più alto funzionario vaticano dopo Papa Francesco per l’evento di quell’anno, che ha avuto luogo dal 7 al 10 giugno a Torino, in Italia. “Il cardinale ha deciso di partecipare dopo che gli organizzatori italiani lo avevano invitato con molta insistenza all’incontro sei mesi fa”, ha spiegato il portavoce. “Egli ci ha pensato a lungo e, dopo essersi consultato con alcune persone di fiducia, ha deciso di partecipare”.

Nei suoi commenti al National Catholic Register, il portavoce vaticano ha sottolineato che Parolin “non ha chiesto di andare” all’evento, ma ha deciso di partecipare dopo un “lungo processo di consultazione”. Ha detto di non sapere perché gli organizzatori fossero così insistenti, tranne che probabilmente perché papa Francesco è una “voce importante” sulla scena mondiale.

Il segretario di Stato vaticano è stato lì per un “breve periodo - circa un’ora e tre quarti”, durante il quale il cardinale ha dato un discorso sulla “dottrina sociale della Chiesa” seguito da una sessione di domande e risposte. Il Papa era certamente consapevole della partecipazione del cardinale, ha detto il portavoce, e il cardinale era “pienamente consapevole della natura controversa” dell’evento.

Il cardinale si sentiva incoraggiato dall’aver già incontrato molti dei partecipanti in “altri contesti”. “Conosceva già alcune persone, primi ministri e così via”, ha detto il portavoce. Anche se il portavoce non era presente con il cardinale, ha detto di credere che il suo discorso e le sue osservazioni siano state “molto ben accolte”.

Cardinale Parolin al Bilderberg Meeting di Torino

Che cos’è il gruppo Bilderberg

I “Bilderberg Meetings” si basano sulle regole di Chatham House, cioè sul principio secondo cui lo scambio di informazioni può essere utilizzato all’esterno soltanto se non viene attribuito a chi le ha pronunciate, e riuniscono esperti finanziari, imprenditori, membri dei media, economisti e politici.

Il primo incontro ebbe luogo nel 1954 all’Hotel Bilderberg, da cui il nome del gruppo. Era l’epoca della guerra fredda, con l’obiettivo di rafforzare le relazioni tra Europa e Stati Uniti.

Terminata la Guerra Fredda, è diventato un forum informale, che si svolge alternativamente su ogni lato dell’oceano, e ogni anno discute di argomenti di interesse mondiale. Il gruppo Bilderberg è stato definito il “governo ombra del Nuovo Ordine Mondiale”.

Ogni volta che si svolge una riunione, si svolgono proteste. L’“aura” di potere nascosto del gruppo deriva dal fatto che gli invitati sono sempre persone molto influenti, e le conversazioni sono riservate.

È evidente che l’incontro genera reti e relazioni di reciproca fiducia tra un piccolo gruppo di persone con grande potere decisionale. È altrettanto ovvio che ciò possa avere conseguenze.

La 66esima riunione del gruppo si è tenuta dal 7 al 10 giugno a Torino. Nell’elenco dei partecipanti figuravano ministri, industriali, amministratori delegati di multinazionali e i vertici di numerose banche.

ElementoInformazione
Luogo dell’incontroTorino
Data7-10 giugno
Edizione66esima riunione
Partecipanti128
Composizione geograficaDue terzi dall’Europa, il resto dall’America del Nord
Regola applicataChatham House

La conferenza si svolge a porte chiuse secondo la regola di Chatham House: i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma non può essere rivelata l’identità del relatore.

La copertura mediatica continua ad essere vietata per incoraggiare il dialogo, anche se sono stati invitati a parteciparvi personalità dei media. Il Bilderberg Meeting dice che i partecipanti sono liberi di discutere l’incontro e di farlo ogni anno, ma viene chiesto loro di non citarsi a vicenda.

Il portavoce vaticano ha dissipato le preoccupazioni sulla natura segreta dell’evento, affermando che la Chatham House Rule è ben nota e ampiamente utilizzata. “Diversi altri incontri hanno le stesse regole”, ha detto.

Non c’è alcun risultato auspicato, non vengono presi verbali e non viene scritta alcuna relazione. Inoltre, non vengono proposte risoluzioni, non si procede a votazioni e non vengono rilasciate dichiarazioni programmatiche.

I temi discussi a Torino

Sono dodici gli argomenti chiave di discussione. Al primo posto il populismo in Europa, seguono la sfida della disparità, il futuro del lavoro, l’intelligenza artificiale.

E ancora gli Stati Uniti prima delle elezioni di medio termine, il libero scambio, la leadership mondiale degli Stati Uniti e la Russia. Tra i temi anche il computer quantistico, Arabia Saudita e Iran, il mondo “post-verità” e gli eventi attuali.

Alcuni hanno ipotizzato che l’evento di quell’anno fosse stato organizzato per discutere su come contrastare i crescenti movimenti nazionalisti e populisti, come si è visto più chiaramente nell’elezione del presidente Donald Trump, nella Brexit e nelle recenti elezioni in Italia che avevano visto due partiti populisti salire al potere.

Il portavoce vaticano ha detto di “non poter dire di più” sulla questione, ribadendo che il cardinale era lì “semplicemente per trasmettere la dottrina sociale cattolica” e per portare “la voce della Chiesa a persone che altrimenti non l’avrebbero sentita”.

Gli italiani presenti

Tra gli italiani nell’elenco dei 128 partecipanti figuravano John Elkann, presidente di Fca e di Exor, la giornalista Lilli Gruber, il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi e il segretario dello Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin.

In tutto erano presenti 10 italiani su 131 partecipanti da 23 Paesi, tra i quali Salvatore Rossi, direttore generale di Bankitalia, John Elkann, presidente di Fiat Chrysler, Vittorio Colao, amministratore delegato di Vodafone, Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi e di Fincantieri, la giornalista Lilli Gruber, Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la senatrice a vita Elena Cattaneo, biologa nota per le ricerche sulle cellule staminali, e gli economisti Mariana Mazzucato e Alberto Alesina.

Perché Parolin accettò l’invito

Il cardinale Parolin probabilmente ha accettato con la logica di impegnarsi in un dialogo, di essere presente e di far sentire la voce della Chiesa. Questo vale per ogni luogo: per il Forum economico mondiale di Davos, dove il cardinale Parolin ha tenuto un discorso ufficiale, e per Bilderberg, dove la voce del cardinale Parolin sarà messa a tacere da regole di riservatezza.

L’influenza attribuita al sentimento religioso ha portato probabilmente all’invito del cardinale Parolin a Bilderberg. Da un lato, l’invito del Bilderberg al cardinale Parolin è un segno che il mondo laico guarda alla Chiesa cattolica come a un’autorità morale che nessuno, ma in particolare le élite, dovrebbe sottovalutare.

L’interesse del mondo secolare verso le religioni è per lo più politico. La Santa Sede ne è pienamente consapevole.

È evidente che le religioni hanno un ruolo nella società e che il mondo laico non esita a sfruttarlo quando lo ritiene utile per alcuni obiettivi. Ciononostante, il mondo laico non ha alcun problema a trascurare o ignorare il sentimento religioso ogni volta esso va contro i progetti dello Stato o contro le decisioni del pensiero mainstream.

La dottrina sociale della Chiesa come voce pubblica

L’enciclica Laudato Sii di papa Francesco, letta per lo più per le sue parti politiche e non per il suo messaggio cattolico, era considerata una sorta di lettura obbligatoria per politici, diplomatici ed economisti, che ne usavano ampiamente estratti nei loro discorsi.

Allo stesso modo, i passaggi più politici di Papa Francesco dei discorsi alle istituzioni europee pronunciati a Strasburgo il 25 novembre 2014 sono stati condivisi tra i membri del Parlamento, che di fatto non hanno centrato il messaggio cristiano, anche se questo era realmente presente negli interventi.

Questa considerazione politica ha portato all’idea di assegnare a papa Francesco il premio Carlo Magno nel 2016, assegnato ogni anno a personalità che hanno contribuito alla costruzione dell’identità europea.

Guardando ai discorsi pronunciati al premio Carlo Magno, è stata sottolineata l’opera della Chiesa per quanto riguarda la sua difesa dei poveri e la capacità di costruire l’identità delle nazioni. Questo è stato, in particolare, l’argomento del discorso dell’allora Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.

La diplomazia di Pietro Parolin

Pietro Parolin è una figura influente nella Chiesa da oltre vent’anni, noto per la sua competenza diplomatica e il suo pragmatismo, che lo hanno catapultato alla seconda posizione più alta nella Chiesa.

Dopo essersi formato presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica ed essere entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1986, ha prestato servizio in Nigeria e Messico, ha conseguito un dottorato in diritto canonico e ha lavorato su questioni relative ai Patti Lateranensi.

Prima che il Cardinale Angelo Sodano garantisse a Parolin la sua prima grande nomina diplomatica nel 2002 come sottosegretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stati, divenendo di fatto il vice-ministro degli Esteri vaticano, Parolin aveva già costruito una solida esperienza internazionale.

Alla fine del pontificato di Giovanni Paolo II e all’inizio di quello di Benedetto XVI, Parolin è stato il principale negoziatore della Santa Sede con Israele, Vietnam e Cina.

Nel 2006, la rivista Inside the Vatican lo ha inserito tra le dieci personalità più influenti dell’anno, citando il suo lavoro sul disarmo nucleare, il dialogo con Iran e Corea del Nord e la lotta contro la tratta di esseri umani.

Come sottosegretario, Parolin è stato in prima linea negli sforzi vaticani per superare un lungo stallo con Israele riguardante l’accordo del 1993, che stabiliva relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

Tuttavia, ancora nel 2025, restano aperte delle questioni, apparentemente irrisolvibili, che hanno a che fare con la tassazione e i diritti di proprietà della Santa Sede.

Parolin ha avuto più successo nell’approvare e implementare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e nel cercare una soluzione diplomatica al programma nucleare iraniano.

Accrescendo il profilo della Santa Sede e l’efficacia del suo ruolo di mediatore soft power, il porporato ha stretto rapporti non solo con i diplomatici iraniani a Roma, ma anche con funzionari statunitensi, che spesso si affidavano a lui come uno dei contatti più accessibili, informati e diretti all’interno della Santa Sede.

La sua accessibilità è stata particolarmente apprezzata in un momento in cui, durante il pontificato di Benedetto XVI, l’efficienza delle comunicazioni tra la Santa Sede e i diplomatici stranieri a Roma aveva raggiunto un punto critico.

Documenti riservati pubblicati da WikiLeaks rivelano che, nei primi quattro anni del pontificato di Benedetto, il suo nome appariva nei cablogrammi diplomatici con una frequenza maggiore rispetto a quella dello stesso segretario di Stato vaticano dell’epoca, il Cardinale Tarcisio Bertone, e all’arcivescovo Dominique Mamberti, allora ministro degli Esteri della Santa Sede.

Una fonte diplomatica statunitense anonima ha descritto Parolin nel 2002 come un diplomatico vaticano “aperto di mente”, “qualcuno formato per assumere incarichi di responsabilità ancora maggiore”.

Come sottosegretario, ha anche contribuito a spianare la strada per l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e il Vietnam, e ha compiuto diversi viaggi in Corea del Nord nel tentativo di migliorare i rapporti con tale Stato non allineato di regime comunista.

Durante questo periodo, gli sono stati affidati anche ruoli delicati, come i colloqui sulla guerra in Iraq con Alexei Meshkov, sottosegretario russo per gli Affari Esteri.

Il periodo in Venezuela

Benedetto XVI nominò Parolin nunzio apostolico in Venezuela nel 2009, una decisione che alcuni analisti hanno interpretato come un classico caso di promoveatur ut amoveatur, a seguito delle tensioni con il Cardinale Tarcisio Bertone, allora segretario di Stato, che non aveva formazione diplomatica.

Durante quel periodo, l’arcivescovo Parolin dovette guidare la Chiesa con attenzione negli ultimi e turbolenti anni della presidenza di Hugo Chávez, e affrontare la sua ostilità verso la Chiesa.

Chávez morì poco prima che Parolin venisse chiamato a Roma come segretario di Stato nel 2014. Il defunto Cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas, affermò che Parolin “ha giocato un ruolo importante nel processo di avvicinamento tra la Chiesa e il governo e tra diversi settori della società e le autorità”.

La nomina a segretario di Stato

Dopo la sua nomina a segretario di Stato all’età di cinquantotto anni - il più giovane dopo il Cardinale Eugenio Pacelli, futuro Papa Pio XII - la rivista L’Espresso scrisse: “Dalla Siria al Libano all’Iran. Dal Medio Oriente a Cuba, dalla Cina a Timor Est e al Venezuela, non c’è uno scacchiere in cui monsignor Parolin non dimostri di sapersi muovere e di sapere ragionare sui grandi scenari”.

Ricevendo la notizia della sua nomina, Parolin dichiarò nel 2014 di essere stato “sorpreso e anche, naturalmente, un po’ turbato all’idea di essere chiamato a una responsabilità così importante”.

Molti diplomatici accreditati presso la Santa Sede, che avevano avuto rapporti con lui nel corso degli anni, accolsero con favore la sua nomina.

Secondo il Cardinale honduregno Oscar Rodríguez Maradiaga, Papa Francesco, subito dopo la sua elezione del 2013, impiegò solo quattro giorni per scegliere Parolin, che non era ancora Cardinale, come successore del Cardinale Tarcisio Bertone in qualità di segretario di Stato.

All’inizio del suo mandato, Parolin fu nuovamente chiamato a usare le sue capacità di mediazione in Venezuela quando, nel 2014, il successore di Chávez, il Presidente Nicolás Maduro, lo invitò a mediare i colloqui tra il governo e l’opposizione, dopo che la violenza aveva causato decine di morti nella più grave crisi del Paese degli ultimi decenni.

I colloqui sostenuti dal Vaticano nel 2017 fallirono dopo l’abbandono dell’opposizione, e le proteste e la crisi politica continuano tutt’oggi.

La diplomazia vaticana secondo Parolin

“Dialogo” e “incontro” sono due degli obiettivi principali della politica diplomatica vaticana, secondo Parolin.

Per lui, “la ragione per cui la Santa Sede ha un corpo diplomatico è per adoperarsi per la pace. La diplomazia vaticana si occupa del bene comune dell’umanità”. Inoltre, sostiene che “la diplomazia deve avere il bene dell’umanità come scopo”.

Ha spesso sottolineato che la diplomazia della Chiesa è una “diplomazia di pace” e che essa non ha “interessi di potere, né politici, né economici, né ideologici”.

Per questo motivo, egli afferma, “può rappresentare con maggiore libertà agli uni le ragioni degli altri e denunciare a ciascuno i rischi che una visione autoreferenziale può comportare per tutti”.

Nel dicembre 2014, Parolin e il segretario di Stato americano John Kerry concordarono di trovare “soluzioni umanitarie adeguate” per i reclusi del centro di detenzione di Guantánamo.

Il numero di prigionieri fu significativamente ridotto, ma, nonostante le richieste del Vaticano, il centro è aperto ancora oggi.

Nel 2014, il Cardinale ebbe maggiore successo nel permettere alla Santa Sede, su iniziativa di Papa Francesco, di svolgere un ruolo centrale nel ristabilire le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba.

Si ritiene che abbia giocato un ruolo chiave nei negoziati, favorito anche dall’instaurazione di “ottimi rapporti” con Kerry.

Parolin (segretario di Stato Vaticano): "Chiesa è contro tutto ciò che crea divisioni"

Parolin, Bergoglio e la Chiesa in dialogo con il mondo

Papa Francesco predica sempre il dialogo, la cultura dell’incontro e l’evangelizzazione per attrazione. Tutti questi aspetti sono estremamente necessari.

La scelta di Parolin di partecipare al Bilderberg può essere collocata in questa impostazione: entrare in contatto con interlocutori influenti, ascoltare, proporre la prospettiva della Chiesa e portare la dottrina sociale cattolica in ambienti che normalmente non sono ecclesiali.

La partecipazione del cardinale Parolin all’incontro di Bilderberg è il segno che la Chiesa è stata sconfitta dal mondo secolare. Non è una questione di egemonia culturale, come sarebbe facile sostenere.

Alla fine, anche Benedetto XVI ha chiesto una Chiesa meno mondana, per non perdere di vista Dio in mezzo alla ricchezza e alle attività. Tuttavia, sollevare la questione di una Chiesa sconfitta ha la sua ragion d’essere.

La Chiesa nel mondo, ma non del mondo

La Chiesa ha sempre dimostrato di essere straordinariamente profetica. Nel nome di Gesù Cristo, i missionari si sono recati in tutto il mondo.

Non solo convertirono. Hanno costruito una civiltà.

Dalle reducciones dei gesuiti in America Latina allo straordinario sistema sanitario in Africa, passando per la prima codificazione dei diritti umani da parte dei padri domenicani della Scuola di Salamanca, la Chiesa ha sempre costruito la società, cercando di rendere concreto l’ideale della città di Dio.

Il cristianesimo è stato tanto un costruttore di civiltà che un recente sondaggio del Pew Forum sulla religione in Europa occidentale ha riconosciuto che l’identità cristiana è “un potente marcatore dell’identità europea”, anche se il numero di persone che praticano sta diminuendo.

La Chiesa è sempre stata qualcosa che andava oltre l’organizzazione degli Stati del mondo secolare. Rimase indipendente da qualsiasi potere secolare, perché era sotto una logica più grande.

I suoi membri parteciparono alla costruzione del mondo secolare, ma fissando lo sguardo più lontano che sul mero potere.

La libertà della Chiesa cattolica è stata mantenuta a caro prezzo, poiché tutti l’hanno contrastata e combattuta, preferendo forme di cristianesimo più materialiste o secolarizzate come il protestantesimo o l’ortodossia, quest’ultima molto legata al potere dello Stato.

Alla fine, la Chiesa è nel mondo, ma non del mondo.

La Chiesa cattolica non può essere considerata uno dei tanti attori sul campo, né può essere percepita come tale. Anche quando la Santa Sede accettò di entrare sulla scena internazionale, per difendere il bene comune, lo fece mantenendo le sue peculiarità e anche esprimendo con forza alcune critiche, ove necessario.

La Chiesa è entrata nelle organizzazioni internazionali con una strategia precisa, per non partecipare a nessun “club d’élite”. Dove è successo, è stato perché i membri della Chiesa hanno agito a livello personale.

È diverso, però, per un segretario di Stato vaticano: anche se partecipa a livello personale, porta il peso della sua posizione che, di fatto, rappresenta la Santa Sede.

La presenza del cardinale Parolin, infine, conferma che la Chiesa è diventata solo uno dei tanti attori della commedia. Un attore chiamato a dialogare con tutti, consapevole che gli ideali non si possono realizzare.

Il precedente di Davos e il rapporto con le élite

Questa logica può essere applicata a qualsiasi altro campo. Ad esempio, può essere applicata al Forum economico mondiale di Davos, dove il cardinale Parolin ha tenuto un discorso ufficiale, e al Bilderberg, dove la voce del cardinale Parolin è sottoposta a regole di riservatezza.

L’invito ricevuto da parte di un club d’élite deve essere accettato al fine di poter parlare a nome dell’essere umano e del bene comune.

La stessa logica si applica quando si dice che la Chiesa deve soddisfare le esigenze della società, e a volte evita anche di esprimere la sua opinione su alcune questioni, come se non ci si potesse aspettare un mondo secondo la logica della Chiesa.

La diplomazia di Parolin tra mediazione e controversie

Il profilo di Parolin come mediatore internazionale si è consolidato attraverso una serie di dossier nei quali la Santa Sede cercava di mantenere un canale aperto con interlocutori molto diversi.

Parolin ha lavorato su Israele, Vietnam, Cina, Iran, Corea del Nord, Venezuela, Cuba e Stati Uniti, contribuendo ad accrescere il profilo della Santa Sede e l’efficacia del suo ruolo di mediatore soft power.

La sua attività diplomatica è stata spesso interpretata come una forma di pragmatismo: preservare la possibilità del dialogo, anche quando le posizioni restano lontane e gli accordi producono risultati incompleti.

L’accordo è necessario per proteggere i cattolici cinesi, ma allo stesso tempo rischia di essere compromesso troppo grande per preservare la libertà della Chiesa: la Cina tiene il coltello dalla parte del manico, e ogni volta che la Santa Sede allunga la mano, sanguina al contatto con la lama.

Il ragionamento vale anche per le controversie ecclesiali nelle quali il dialogo viene considerato necessario per evitare una frattura, ma può essere percepito come una concessione capace di generare confusione.

La liturgia secondo Parolin

Il Cardinale Pietro Parolin ritiene che la liturgia della Chiesa possa essere “trasformativa” e che una migliore comprensione del suo significato e del suo linguaggio simbolico, in particolare quello della Messa, possa aiutare i cattolici a “incontrare il Signore e crescere nella santità”.

In una lettera per la Settimana Liturgica Nazionale Italiana del 2019, ha affermato che, “concretamente”, la liturgia aiuta “le comunità a interiorizzare meglio la preghiera della Chiesa, ad amarla come esperienza di incontro col Signore e con i fratelli e, alla luce di ciò, a riscoprirne i contenuti e osservarne i riti”.

Ha proseguito: “La liturgia sarà autentica, cioè in grado di formare e trasformare coloro che vi partecipano, se questi, pastori e laici, apprenderanno sempre meglio a coglierne il significato e il linguaggio simbolico, inclusa l’arte, il canto e la musica al servizio del mistero celebrato, comprendendovi anche il silenzio”.

“La mistagogia si rivela la via più idonea per entrare in questo percorso, in cui si apprende ad accogliere con stupore la vita nuova ricevuta mediante i Sacramenti e a rinnovarla continuamente con gioia”, ha scritto nella lettera che attingeva ampiamente alle riflessioni di Papa Francesco sulla liturgia.

Parolin vede la liturgia come indispensabile per crescere nella santità e sostiene che la liturgia “ci richiama” a una santità maggiore.

Nel 2014, durante un’omelia coincidente con una conferenza a Roma sulla Sacrosanctum Concilium, la Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, l’allora Arcivescovo Parolin ha sottolineato come la “semplicità” dei segni e dei simboli liturgici sia sproporzionata rispetto alla loro “portata sovrumana”, realizzata “nell’ordinarietà della vita quotidiana”.

È “quasi che il Signore ci voglia incontrare e risanare e rinnovare in un contesto di disarmante normalità, che ci voglia raggiungere e trasformare nella ferialità della nostra esistenza”, ha detto.

Il Signore, dunque, “non cerca la spettacolarizzazione”, ha proseguito. “Il bene compiuto possiede un suo inarrestabile dinamismo interno di crescita e di diffusione; un dinamismo potente, costante, delicato e silenzioso”.

Il compito fondamentale della liturgia, secondo Parolin, è preservare e rendere presente il dono della grazia: “Il mistero della vita di Cristo si attualizza nella vita della Chiesa con l’azione dello Spirito ed è la liturgia il canale principale, sempre aperto, in cui scorre l’acqua pura che promana dal mistero pasquale di Cristo”.

“La liturgia custodisce e apre la porta della grazia e va, dunque, a sua volta, coltivata e custodita nella sua verità e nella sua autentica finalità”.

Parolin e la liturgia tradizionale

Le opinioni del Cardinale Parolin sulle forme più tradizionali di liturgia, quale il Vetus Ordo Missae, sono state quasi esclusivamente negative.

Nel 2014, poco dopo aver assunto l’incarico di segretario di Stato, trasmise un messaggio di Papa Francesco in cui questi rivolgeva il proprio “cordiale pensiero inaugurale” a un pellegrinaggio a Roma di cattolici tradizionalisti, esprimendo la speranza che la loro visita alle tombe degli apostoli suscitasse “fervida adesione a Cristo, celebrato nell’Eucaristia e nel culto pubblico della Chiesa”.

Ha inoltre trasmesso un messaggio ai vescovi francesi per conto di Papa Francesco riguardo al controverso motu proprio Traditionis Custodes del 2021, che ha imposto severe restrizioni alla Messa Tradizionale in Latino.

Il messaggio chiedeva “la massima sollecitudine e paternità” per coloro che erano stati colpiti dal decreto, descrivendoli come “pecore spesso ferite che hanno bisogno di accompagnamento, di ascolto, di tempo”.

Tuttavia, il Cardinale ha chiarito in privato di essere fermamente contrario alla liturgia tradizionale. Non solo ha sostenuto pienamente Traditionis Custodes, ma ha avuto un “ruolo chiave” nella sua creazione.

Considera il motu proprio come parte di un “ritorno al ‘vero’ Concilio” e lo collega ad altre riforme di Papa Francesco, come Amoris Laetitia.

Ciò indica il suo allineamento con la visione di Papa Francesco per un’implementazione più completa di un’idea specifica del Vaticano II e riflette l’ecclesiologia del Cardinale, che vede il Concilio Vaticano II come centrale per un nuovo paradigma - una Chiesa pienamente globalizzata che incorpora diverse lingue ed estende la propria influenza oltre l’Europa.

Secondo numerose fonti, il Cardinale Parolin avrebbe detto in una delle sessioni in cui si discuteva il sondaggio alla base del motu proprio: “Dobbiamo porre fine a questa Messa per sempre!”, sebbene ciò non sia stato verificato in maniera indipendente.

Inoltre, avrebbe lamentato, in un incontro del gennaio 2020 presso l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede, che il Vetus Ordo fosse popolare tra i giovani, e si sarebbe lamentato del fatto che gli istituti ex-Ecclesia Dei si rifiutassero di accettare il cambiamento e non volessero concelebrare.

Parolin avrebbe, quindi, raccomandato che la CDF imponesse ai gruppi sacerdotali tradizionali di fornire un segno concreto di comunione, che riconoscesse la validità del Novus Ordo e dimostrasse chiaramente che essi sono “nella Chiesa”.

Nel giugno 2024, è emerso che il Cardinale Parolin stesse sostenendo restrizioni ancora più severe, forse persino un divieto totale sulla Messa tradizionale.

Parolin sarebbe stato affiancato dal prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, il Cardinale Claudio Gugerotti, e dal nunzio apostolico a Parigi, l’arcivescovo italiano Celestino Migliore. Tutti hanno negato l’accusa.

La riforma della Curia e il ruolo della Segreteria di Stato

Nel 2013, in risposta a domande sulla riforma della Curia affidatagli da Papa Francesco, Parolin dichiarò: “Spero davvero che ci sia una vera riforma dello spirito”.

E proseguì: “La cosa importante è che tutti noi ci rinnoviamo per essere in una conversione continua”.

È caduta la proposta di istituire in Vaticano un “moderator curiae” avanzata ai 9 cardinali dal presidente del dicastero per l’interpretazione dei testi legislativi, cardinale Francesco Coccopalmerio.

Lo si apprende dalle asciutte comunicazioni del portavoce della Santa Sede, il giornalista statunitense Greg Burke, riguardanti il lavoro del Consiglio dei nove, riunito con Papa Francesco per continuare l’esame delle proposte di Riforma della Curia.

“È stato detto - ha riferito Burke - che la Segreteria di Stato mantiene il suo ruolo di coordinamento”.

La permanenza del ruolo di coordinamento della Segreteria di Stato conferma il peso istituzionale dell’ufficio guidato da Parolin all’interno della struttura vaticana e nella gestione delle relazioni esterne.

Il rapporto con Bergoglio

Il pontificato di Papa Francesco ha affidato a Parolin un ruolo centrale nell’attuazione di una linea fondata sul dialogo, sull’incontro e sulla presenza della Chiesa nei grandi dossier internazionali.

La carriera diplomatica di Parolin, che ha avuto origine nei primi anni del suo sacerdozio, ha avuto un’influenza decisiva sulle sue modalità di santificare la Chiesa e il mondo.

La maggior parte delle sue Messe pubbliche e delle sue omelie sembrano essere un’estensione del suo lavoro diplomatico.

Durante una visita ufficiale di Stato nella Repubblica di Bulgaria nel 2016, al termine di una Messa, Parolin affermò: “Ci troviamo in una Chiesa, intesa come struttura in cui i fedeli si riuniscono per pregare e celebrare la liturgia”.

“La comunità qui riunita non è isolata, ma connessa a tutte le altre comunità cristiane del mondo. Siamo quindi chiamati a volgere lo sguardo alla Chiesa nella sua cattolicità, cioè nella sua universalità”.

“Quando siamo uniti in chiesa, cari fratelli e sorelle, possiamo percepire la nostra appartenenza a questa grande famiglia cristiana che vive, opera e prega in tutto il mondo”.

La visione ecclesiologica di Parolin collega quindi la liturgia alla dimensione universale della Chiesa e la diplomazia alla responsabilità verso il bene comune dell’umanità.

Il confronto con il mondo politico italiano

C’è un certo movimento nella Chiesa e una discreta incertezza su quali siano la strada e gli interlocutori da privilegiare.

Due dei suoi più noti esponenti, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin e il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, sono impegnati in iniziative di rilievo politico, sia pur di natura molto diversa: il primo al potente gruppo Bilderberg che si riunisce a Torino, il secondo a una veglia di preghiera nella basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma.

Il 2 giugno era stato l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, a chiedere a chiese e santuari di ricordare durante le Messe la Repubblica italiana «nel momento difficile che le istituzioni stanno attraversando».

Nessuna posizione «partitica», la precisazione del documento, che si è diffuso anche in chiese al di là dei confini piemontesi.

La «veglia di preghiera per l’Italia» guidata dal cardinale Bassetti era organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, molto dedita a corridoi umanitari per i migranti e sostegno alle fasce più deboli della popolazione.

«Dopo le elezioni del 4 marzo, l’Italia è stata attraversata da un clima di tensione e di conflittualità che ha fatto perdere in più occasioni l’obiettivo principale della politica, come di ogni responsabilità sociale e civile, che è quello del bene comune e della protezione delle fasce più deboli della popolazione» si leggeva nell’invito alla preghiera, trasmesso anche via web.

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, partecipò alle riunioni del Gruppo Bilderberg previste da quel giovedì alla domenica.

«Il populismo in Europa» era il primo punto dei dodici all’ordine del giorno del club che raccoglie a porte chiuse uomini e donne influenti, con l’obiettivo di «promuovere il dialogo tra l’Europa e il Nord America».

La partecipazione di Parolin lo collocava quindi in un consesso nel quale il populismo europeo, le disuguaglianze, il futuro del lavoro, l’intelligenza artificiale e gli equilibri internazionali erano trattati insieme da esponenti di mondi diversi.

La Chiesa, il dialogo e il rischio della subordinazione

Il dialogo, la cultura dell’incontro e l’evangelizzazione per attrazione sono estremamente necessari. Tuttavia, non sostituiscono la spinta missionaria.

La presenza nelle periferie e l’aiuto materiale, che la Chiesa ha sempre fornito in nome del bene comune su cui costruire la civiltà, non possono essere le uniche vie di diffusione del Vangelo.

Ad esempio, la Corea è stata evangelizzata da laici, filosofi che cercavano Dio e trovavano nella persona di Gesù Cristo la fede che si addiceva. E l’hanno trovata durante un viaggio in Cina, che ora è una terra del comunismo ateo.

Piero Gheddo, missionario straordinario e di lunga data, ha sollevato la questione. Quando un’importante rivista missionaria italiana chiuse, disse che mancava la spinta missionaria perché l’agenda sociale aveva sostituito l’annuncio del Vangelo.

Alla fine, un Pontificato così concentrato sulla missione, che presenta anche l’esortazione del Papa a lodare la santità quotidiana, è ora apparentemente in dialogo con il mondo da un punto di vista quasi subordinato, rinunciando così al ruolo di ispirare la società a mettere la Chiesa al di sopra di tutto.

Nel mondo, ma non del mondo, dice il Vangelo.

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