Breve commento al libro del profeta Isaia

Il libro di Isaia annuncia che il Signore salva, giudica il peccato, rimane fedele al suo popolo e prepara una redenzione destinata a Israele e, attraverso Israele, a tutta l’umanità.

Isaia è il profeta più citato nel Nuovo Testamento e viene chiamato «il profeta del vangelo» e, nel Medioevo, «il quinto Vangelo», perché il suo libro contiene numerosi annunci messianici e presenta con particolare chiarezza la figura del Servo sofferente.

Il nome, l’autore e il contesto storico

In ebraico il nome Isaia significa «il Signore salva». Questa espressione può riassumere il contenuto del libro, che comprende 66 capitoli e la cui composizione è stata certamente lunga e complessa.

Isaia, figlio di Amots, esercitò il ministero profetico, rivolto a Giuda, a Gerusalemme e nelle zone circostanti durante i regni di quattro sovrani: Uzzia, Iotam, Acaz ed Ezechia, dal 739 al 686 a.C. ca.

Nato nel 765 a.C. Isaia vive in un periodo di forti tensioni politiche durante le quali Israele è sotto la minaccia di un’invasione assira.

Egli proveniva certamente da una famiglia di ceto elevato, dal momento che aveva facile accesso al re. Era sposato e aveva due figli, i cui nomi avevano un alto valore simbolico: “Sear-Iasub” (“un residuo tornerà”) e “Maher-Shalal-Hash-Baz” (“affrettate il saccheggio, presto al bottino”).

Quando Dio lo chiamò a profetizzare, nell’anno della morte del re Uzzia, egli rispose con gioiosa prontezza, pur sapendo che il suo ministero di ammonimento e di esortazione non avrebbe prodotto frutto.

Allevato a Gerusalemme, Isaia era la persona adatta per essere il consigliere politico e religioso della nazione. Isaia fu contemporaneo di Osea e di Michea.

Il suo stile compositivo non ha rivali per espressività, inventiva e ricchezza lessicale. Il padre della chiesa primitiva Girolamo lo paragonò a Demostene, il leggendario oratore greco.

Il suo scritto presenta una gamma di 2.186 termini diversi, più di Ezechiele, di Geremia e dei Salmi.

In 2 Cr 32: 32 si legge che egli scrisse altresì una biografia del re Ezechia. Il profeta visse almeno fino al 681 a.C., anno in cui scrisse un resoconto della morte di Sennacherib.

Giuda, l’Assiria e la crisi politica

Durante i cinquantadue anni di prosperoso regno del re Uzzia, Giuda ebbe un notevole sviluppo commerciale e militare, come dimostrano il possesso di un porto commerciale sul mar Rosso e la costruzione di mura, torri e fortificazioni.

Allo stesso tempo, però, in questo periodo si assistette al declino spirituale del popolo. La caduta di Uzzia fu provocata dal suo tentativo di attribuire a se stesso i privilegi sacerdotali, bruciando l’incenso sull’altare.

Suo figlio Iotam dovette raccogliere il fardello regale prima della morte del padre. L’Assiria cominciò a emergere come nuova potenza internazionale sotto Tiglat-Pileser, nel tempo in cui Iotam era re.

Durante il suo regno Giuda iniziò altresì a scontrarsi con Israele e con la Siria a nord. Iotam fu un costruttore e un combattente come il padre, ma lasciò che la corruzione spirituale si diffondesse nel paese.

Acaz aveva “vent’anni” quando iniziò a regnare in Giuda e regnò per sedici anni. Israele e la Siria strinsero alleanza per combattere la crescente minaccia assira da est, ma Acaz rifiutò di far entrare Giuda nell’accordo.

Per questa ragione i vicini del nord minacciarono di detronizzarlo, generando un conflitto. Colto dal panico, Acaz chiese aiuto al re assiro e questi venne prontamente in suo soccorso, saccheggiando Gaza, conducendo la Galilea e Galaad in cattività e occupando infine Damasco.

L’alleanza con l’Assiria portò Acaz a introdurre un altare pagano nel tempio di Salomone. Durante il suo regno l’Assiria conquistò Samaria, capitale del regno del nord, e condusse molti fra i più eccellenti uomini di Israele in cattività.

Il regno di Ezechia su Giuda ebbe inizio nel 715 a.C. e continuò per ventinove anni, fino al 686 a.C. ca. La necessità di una riforma si impose subito.

La minaccia di un’invasione assira costrinse Giuda a promettere un pesante tributo a quella potenza orientale. Nel 701 a.C. Ezechia fu colpito da un male che ne minacciò la vita, ma pregò Dio ed egli, nella sua grazia, prolungò i suoi giorni di quindici anni.

Il re di Babilonia colse l’occasione della malattia di Ezechia e della sua successiva guarigione per mandargli un messaggio di felicitazioni, cercando probabilmente di concludere un’alleanza con Giuda contro l’Assiria.

Allorché l’Assiria cominciò a indebolirsi per le lotte intestine, Ezechia rifiutò il pagamento di ulteriori tributi a quella potenza. Così, nel 701 a.C., il re assiro Sennacherib invase le regioni costiere di Israele, marciando verso l’Egitto lungo il fianco meridionale.

Così facendo egli sopraffece molte città giudee, depredandole e conducendo molti in cattività in Assiria. Mentre stava assediando Lachis, Sennacherib mandò un contingente a cingere d’assedio Gerusalemme.

Questa spedizione collaterale però fallì e costrinse il re assiro a un secondo tentativo, inviando messaggeri a Gerusalemme per chiedere la resa immediata della città.

Incoraggiato da Isaia, Ezechia rifiutò di arrendersi, mentre Sennacherib, di fronte a un’improvvisa disfatta del suo esercito, fece ritorno a Ninive e non minacciò più Giuda.

Assedio assiro di Gerusalemme

La struttura del libro

Il libro di Isaia che leggiamo non è il risultato della semplice unione di tre scritti indipendenti, ma si configura come una composizione assai articolata.

La prima parte del libro si riferisce alle persone vissute e ai fatti accaduti negli anni che vanno dal 740 al 700 a.C. circa. È un periodo di pericolosa tensione internazionale: l’Egitto, grande potenza del sud, è in piena decadenza; al nord est, invece, la potenza assira si fa ogni giorno più minacciosa.

La seconda parte riguarda una situazione storica differente: i Babilonesi, che hanno sostituito gli Assiri come potenza che domina tutta la regione, hanno conquistato Gerusalemme nel 587 a.C. e ne hanno deportato la popolazione.

La terza parte fa riferimento al periodo che segue il ritorno dall’esilio. Infatti, nel 538 a.C., Ciro, re dei Persiani, conquista Babilonia e concede ai deportati di ritornare in patria e di ricostruire il tempio.

ParteCapitoliTema principale
Prima parte1-39Minacce, giudizio e promesse rivolte a Giuda, alle nazioni e a Gerusalemme
Seconda parte40-55Consolazione, liberazione dalla cattività e Servo del Signore
Terza parte56-66Ritorno dall’esilio, rinnovamento del popolo e gloria futura di Sion

Prima parte: capitoli 1-39

Gli avvenimenti più importanti per capire le difficoltà del regno di Giuda in questo periodo sono i seguenti: verso il 734 a.C., mentre Acaz regna a Gerusalemme, i regni di Aram, o Siria, e di Èfraim, o Israele, fanno lega contro il regno di Giuda per costringerlo a unirsi a loro contro la minaccia assira.

Il 722-721 a.C. vede la fine del regno d’Israele a nord, la cui capitale Samaria è conquistata dagli Assiri e la popolazione viene deportata.

Nel 701 a.C., quando Ezechia è re di Giuda, gli Assiri assediano Gerusalemme e occupano gran parte del suo regno.

In tutti questi anni, Isaia è il portavoce di Dio in Gerusalemme, il campione intransigente della fedeltà a lui, l’annunziatore di un messaggio che va sempre contro corrente, perché la salvezza di Dio è spesso in contrasto con i disegni e i desideri degli uomini.

Questa prima parte è formata da varie raccolte di messaggi, raggruppate più secondo i contenuti che secondo l’ordine cronologico: i capitoli 1-12 e 28-33 contengono messaggi riguardanti i regni di Giuda e d’Israele-Efraim.

I capitoli 13-23 contengono messaggi riguardanti soprattutto le popolazioni straniere: Babilonia, Filistea, Moab, ecc. I capitoli 24-27 e 34-35, chiamati talvolta le «apocalissi di Isaia», annunziano il rinnovamento futuro del mondo.

I capitoli 36-39 sono racconti, ripetuti anche nei libri dei Re, che si riferiscono al regno di Ezechia.

Isaia protesta contro gli intrighi politici attuati dai dirigenti di Gerusalemme, contro le costanti violazioni del diritto e della giustizia sociale, contro le pratiche religiose dietro le quali si nasconde l’oppressione dei poveri, contro le aspirazioni di grandezza e ogni altra forma di corruzione.

La minaccia assira rappresenta, secondo Isaia, l’intervento di Dio stesso contro il suo popolo infedele. Ma, non appena il pericolo sembra imminente, il messaggio del profeta si oppone alla paura e allo scoraggiamento.

In tutte le circostanze Isaia invita a credere, cioè a conservare la fiducia nelle promesse di Dio e nelle norme di vita che egli ha dato al suo popolo. E la fede - insiste Isaia - deve tradursi sempre in atteggiamenti concreti, sia nel campo sociale e politico, sia nelle relazioni interpersonali.

Seconda parte: capitoli 40-55

La seconda parte è chiamata anche Il libro della consolazione d’Israele. Gli esiliati si interrogano: è possibile che la rovina della città santa sia una vittoria delle divinità babilonesi sul Dio d’Israele?

Lontani dalla terra che il Signore aveva dato loro, privati del tempio dove s’incontravano con Dio, essi toccano il fondo della disperazione e sono convinti che Dio li abbia abbandonati.

Il profeta parla proprio a questa gente scoraggiata. Dio si servirà di Ciro, re dei Persiani, per liberare il suo popolo.

Sarà una nuova liberazione, che ricorderà quella dall’Egitto e permetterà al popolo di ritornare nella terra promessa.

Dio, poiché è il creatore del mondo, ha il potere di annunziare questi avvenimenti e di realizzarli, mentre le divinità degli altri popoli sono impotenti e non valgono nulla!

In questi messaggi di speranza sono inseriti quattro poemetti che presentano un personaggio misterioso, il Servo del Signore, nel quale il Nuovo Testamento vedrà anticipati alcuni aspetti della figura di Gesù.

Terza parte: capitoli 56-66

Gli esiliati che hanno scelto la via del ritorno, al loro arrivo, trovano una situazione difficile e inquietante: una città in rovina, un territorio dove spadroneggiano gli abitanti che vi erano rimasti, un popolo di fedeli ridotto quasi a niente, condizioni materiali precarie, un’ingiustizia sociale rinascente, un ritorno a pratiche idolatriche.

Il profeta si presenta come l’inviato dello Spirito del Signore «per portare il lieto messaggio ai poveri, per curare chi ha il cuore spezzato, per proclamare la liberazione ai deportati, la scarcerazione ai prigionieri».

Più tardi Gesù riconoscerà in questa missione del profeta il programma che è venuto egli stesso a realizzare.

Il giudizio e la salvezza

Nella prima parte del suo libro prevalgono il giudizio e l’annuncio del castigo. Isaia profetizzò durante il periodo di divisione del regno, rivolgendo la parte preponderante del suo messaggio al regno di Giuda.

Egli condannò il vuoto ritualismo dei suoi giorni e l’idolatria in cui tanti erano caduti e profetizzò la futura cattività babilonese di Giuda a motivo del suo allontanamento dal Signore.

Per il profeta, la salvezza di Giuda non può venire né dall’Assiria né dall’Egitto, ma da Yhwh che ha scelto Gerusalemme ed è legato alla casa di Davide.

L’unica possibilità di salvezza viene dalla fede. La politica del profeta si scontra con quella ufficiale della corte.

Non ci è mai permesso conoscere in anticipo il pieno significato di ogni nostra decisione…”. “Anche le azioni più semplici finiscono con l’avere conseguenze di ampia portata in bene o in male …”.

Tale tema viene intrecciato con un altro, anch’esso svolto lungo tutto lo scritto: la presenza, in ogni momento della storia umana, del Signore.

Egli non è mai assente: per bocca del profeta ammonisce, punisce, perdona, consola e annuncia la sua redenzione, la sua liberazione da ogni male.

Ciò viene ampiamente illustrato dal testo di Isaia, non solo per quanto riguarda l’individuo come singolo, ma anche per l’intero popolo di Dio, Israele, e successivamente per tutta l’umanità.

Gli oracoli messianici

Isaia espone alcuni oracoli messianici importanti: un castigo drammatico sta per incombere sul popolo. Quando non c’è più alcuna speranza di evitarlo, ecco giungere all’improvviso la salvezza, che supera ogni attesa.

L’intervento divino si congiunge alla nascita di un fanciullo che ha per nome “Emmanuele”, “Dio con noi”. La Sinagoga aggiunge una interpretazione messianica chiara ad alcuni oracoli.

L’Emmanuele e la fede

Nel primo vaticinio Isaia invita il re Acaz a chiedere un segno. Generalmente è Dio a dare i segni.

Il re non vuole provocare il Signore, perché chiedere segni significa tentare Dio. In realtà Acaz respinge l’offerta: egli non vuole segni, poiché ritiene Dio lontano dalla sua vita.

Questo atteggiamento viene considerato da Isaia come una ipocrisia, perché il re sta per chiedere aiuto all’Assiria, dato che non ha fiducia nel Signore.

«Se non avete fede, non sussisterete», dichiara Isaia. In qualche modo il re è qui chiamato ad uscire allo scoperto, e riconoscere la sua dipendenza da Dio.

Ma il Signore non rinuncia al suo progetto e manda al re un segno: la nascita di un bambino.

«La giovane è incinta e darà alla luce un figlio, che chiamerà Emmanuele: Dio con noi».

La giovane donna è probabilmente la sposa del re che non ha avuto ancora figli. La nascita realizza la promessa, assicura la continuità legata al trono di Davide.

Il bambino si nutrirà di latte e miele, simboli della terra promessa. Nel testo ebraico la giovane è una donna nubile conosciuta.

La traduzione greca fatta dalla Sinagoga di Alessandria parla di «una vergine (parthenos) che partorirà».

La nascita del figlio di Acaz, Ezechia, trova compimento nelle generazioni seguenti. Dio è fedele alla sua parola.

L’erede di Davide, il Messia, è l’Emmanuele, che si manifesta nella storia. Dio ha l’iniziativa, che si realizza nonostante la resistenza del re.

L’oracolo dell’Emmanuele, pur con il chiaro annuncio di una nascita straordinaria è oscurato da un dramma: quello di un re incapace di una relazione sincera con Dio.

L’oracolo viene ripreso nel vangelo di Matteo all’inizio per convalidare il racconto del concepimento verginale di Gesù da parte di Maria.

Anche alla fine del Vangelo l’oracolo promette la presenza del Messia: «Io sono con voi (Emmanuele) sino alla fine dei tempi».

Questa inclusione significa che Gesù viene a portare il compimento dell’oracolo.

Il bambino e la luce

Nel capitolo 8, 1-15 il nome “Emmanuele” ritorna due volte. Una prima volta in un oracolo di condanna, di cui si dà la motivazione: la prepotenza di Resin, re di Damasco, e del figlio di Romelia, re d’Israele, che vogliono conquistare Gerusalemme.

Ma la minaccia di condanna provoca un oracolo di liberazione: vi sarà un’invasione tragica, ma i progetti degli invasori falliscono.

Il nome del bambino significa difatti un annuncio di salvezza. Un altro oracolo mette in risalto il fatto che il bambino viene da Dio.

La profezia si riferisce a un tempo di oscurità e di tenebre: il re assiro ha seminato spavento nel Regno del Nord.

Ora il flagello è finito e la sofferenza è terminata: Isaia proclama «una grande luce per il popolo che camminava nelle tenebre», e ne dà la ragione: «perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio».

I nomi del bambino sono emblematici: «Consigliere meraviglioso, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace».

Questi appellativi danno senso al nome “Emmanuele”. Il Targum Is 9, 6 aggiunge a questi titoli: «Il Messia nei cui giorni la pace abbonderà».

Un bambino con la sua nascita prepara un futuro grandioso ed esprime il carattere dell’agire divino nella storia: Dio sceglie ciò che è debole.

L’oracolo è chiaramente messianico. Il futuro Messia non è un semplice messaggero divino, ma partecipa della natura di Dio.

Si tratta di uno dei rari testi dell’Antico Testamento in cui la Parola di Dio si esprime con sobrietà su un tema nuovo. Eppure colui che viene a liberare il popolo è «Dio potente».

Il germoglio di Iesse

Un ultimo oracolo annunzia che «un germoglio spunta dal tronco di Iesse, un virgulto germoglia dalle sue radici. Su di lui si posa lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore».

La versione sinagogale aggiunge: «Un Re nasce tra i figli di Iesse e il Messia è esaltato tra i figli dei suoi figli».

Iesse è il padre di Davide, e la sua dinastia, umiliata dall’arroganza dell’Assiria, somiglia a un tronco spezzato.

Ma da quel tronco nasce un virgulto: è un germoglio, e richiama qualcosa di delicato, di tenero, di fragile, ed è insieme la verga, cioè lo scettro del re.

Questi ha lo Spirito di Dio. La sua opera si manifesta nella salvezza, soprattutto a favore degli oppressi e dei poveri.

I suoi segni caratteristici sono la giustizia e la fedeltà. Porta la pace fra gli uomini.

Egli «non giudica secondo le apparenze e non prende decisioni per sentito dire, ma giudica con giustizia i miseri e prende decisioni eque per gli umili della terra».

L’opera del Messia viene descritta con termini emozionanti: «Il lupo dimora insieme con l’agnello; il leopardo si sdraia accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascolano insieme… il lattante si trastulla sulla buca della vipera».

Nel v. 6 il Targum interpreta: «Nei giorni del Messia d’Israele la pace abbonda nel paese».

L’umanità è riconciliata con sé stessa e con tutte le creature. Un nuovo paradiso appare.

Il Messia inaugura questo regno glorioso, e il germoglio di Iesse si erge a «vessillo per i popoli», poiché «la conoscenza del Signore riempie la terra come le acque ricoprono il mare».

L’oracolo ha un soffio universale, si riferisce a tutti i popoli della terra, apportando gioia e speranza.

Germoglio di Iesse e pace messianica

Isaia nel Nuovo Testamento

Il profeta Isaia è l’autore più noto e il più citato nel Nuovo Testamento. Isaia è citato direttamente nel N.T. oltre 65 volte, molto più di qualsiasi altro profeta dell’A.T., e menzionato per nome oltre 20 volte.

Durante l’avvento la liturgia medita molti oracoli suoi. Il meravigliarsi davanti a questi misteri è lecito: la liturgia dell’Avvento lo fa e canta: «O Emmanuel veni ad salvandum nos».

L’adempimento di alcune sue profezie nel corso della sua vita rappresentò la garanzia del suo ministero profetico.

I tentativi intrapresi da Sennacherib per impossessarsi di Gerusalemme fallirono, proprio come aveva profetizzato Isaia. Il Signore guarì la grave malattia di Ezechia, proprio come Isaia aveva predetto.

Molto tempo prima che Ciro, re di Persia, facesse la sua apparizione sulla scena, Isaia lo nominò come liberatore di Giuda dalla cattività babilonese.

L’adempimento letterale delle profezie relative alla prima venuta di Cristo hanno accresciuto la sua credibilità.

RiferimentoCompimento nel Nuovo Testamento
7:14Nascita di Cristo da una vergine
9:1-2Arrivo di Gesù nella regione di Zabulon e Neftali
9:5Nascita dell’Emmanuele
11:1Rinascita della dinastia davidica
40:3-5Predicazione di Giovanni il battista
42:1a-3Battesimo di Cristo, trasfigurazione e sua generale condotta all’epoca della sua prima venuta
42:7Gesù guarisce la cecità fisica e libera dalla prigionia spirituale
50:6Gesù riceve percosse e sputi
53:7-8Filippo riconosce in Gesù colui del quale il profeta aveva scritto
53:7Gesù è l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo
53:9Gesù è completamente innocente rispetto alle accuse mosse contro di lui
61:1-2aIl ministero di Gesù alla sua prima venuta è la controparte spirituale della liberazione di Israele legata al suo ritorno

Il testo centrale del libro di Isaia è l’impareggiabile cap. 53, che ritrae Cristo come l’Agnello immolato di Dio.

Il Servo sofferente

I quattro poemetti sul Servo del Signore presentano un personaggio misterioso, nel quale il Nuovo Testamento vedrà anticipati alcuni aspetti della figura di Gesù.

La missione del Servo non è separata dalla redenzione: la sua sofferenza diventa il luogo in cui si manifesta la salvezza.

Gesù guarisce i malati quale simbolo del suo farsi carico del peccato. Gesù rimane in silenzio lungo tutte le fasi del suo processo.

Gesù è l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Gesù è completamente innocente rispetto alle accuse mosse contro di lui.

Isaia presenta così una salvezza che non coincide soltanto con la liberazione politica o nazionale, ma comprende la guarigione, il perdono e la riconciliazione.

La fedeltà di Dio a Israele

Isaia offre informazioni riguardo al futuro “giorno del SIGNORE” e al tempo successivo.

Egli descrive diversi aspetti del regno futuro di Israele sulla terra, che non possiamo trovare altrove nell’Antico Testamento o nel Nuovo Testamento, fra cui i mutamenti nella natura, il mondo animale, la posizione di Gerusalemme fra le nazioni, il governo del “servo” sofferente e altri.

Per mezzo di un espediente letterario definito “prospettiva profetica”, Isaia predisse gli avvenimenti futuri senza delineare le sequenze esatte degli eventi o degli intervalli temporali che li dividono.

Isaia si sofferma a lungo sulla fedeltà di Dio verso Israele e sull’impossibilità che egli respinga il popolo che ha creato e scelto.

La nazione di Israele è scolpita “sulle palme” delle sue mani e le sue mura sono sempre davanti ai suoi occhi.

Egli è obbligato dalle sue stesse parole ad adempiere le promesse fatte, cioè a ricondurre il popolo a sé e a benedirlo in quel giorno futuro.

Isaia parla molto della grazia di Dio verso Israele, in particolare negli ultimi 27 capp.

Il regno promesso a Davide non appartiene alla chiesa, bensì a Israele. La futura esaltazione di Gerusalemme non sarà celeste, ma terrena.

Cristo regnerà personalmente su questa terra come anche nei nuovi cieli e nella nuova terra.

La composizione e l’unità del libro

È stata la ricerca storico-critica a mettere in rilievo le profonde differenze di situazione storica, di stile e di prospettiva teologica presenti nell’unico rotolo attribuito a Isaia.

Al tedesco B. Duhm, che pubblicò il suo commentario nel 1892, risale la classica distinzione in tre blocchi, attribuiti a tre distinti profeti: cc. 1-39, primo Isaia; cc. 40-55, secondo Isaia; cc. 56-66, terzo Isaia.

Dopo un secolo di comune accettazione di tale triplice divisione, gli studi esegetici più recenti mostrano un significativo cambio di prospettiva nella lettura dell’insieme del libro.

Mentre in passato la critica biblica cercava di individuare la storia delle diverse unità letterarie presenti in un testo attraverso il modo «diacronico», attualmente l’interesse della ricerca è rivolto piuttosto all’opera finita, nella convinzione che il messaggio si possa ricavare in modo «sincronico» soprattutto cioè dalla sua redazione finale, perché frutto di un progetto deliberato.

Così si è finito per parlare di nuovo di un unico libro, quello della redazione finale.

Il libro viene suddiviso in due parti quasi uguali, ciascuna composta di cinque sezioni: in base alla diversa ambientazione storica le due parti si potrebbero chiamare «Isaia assiro» e «Isaia babilonese».

Importante però è il punto di demarcazione che cambia notevolmente rispetto alla comune proposta che vede il passaggio dal primo al secondo nel c. 40.

La prima parte, infatti, intesa come un processo contro Israele, terminerebbe col c. 33, mentre il c. 34 rappresenterebbe l’inizio della seconda parte, che, con un processo contro Edom, rovescia il processo iniziale contro Israele e introduce la tematica della seconda parte, la via del ritorno attraverso il deserto.

Tra queste due parti del libro l’autore riconosce una forte interdipendenza, perché collegate teologicamente e anche redazionalmente.

Nella prima parte sono infatti anticipati oracoli o glosse che appartengono già alla seconda parte del libro, mentre in quest’ultima, oltre ai prestiti terminologici e ideologici, si riportano dei resoconti storici che riguardano ancora il profeta dell’VIII sec.

La nuova frontiera dell’esegesi isaiana sta proprio in una lettura intertestuale, che riconosce ed evidenzia un va-e-vieni tra le due parti del libro.

Per quanto riguarda la ricostruzione della storia di formazione del libro di Isaia l’autore propone un abbozzo secondo quattro fasi, comunemente accettate dagli esegeti.

L’inizio della tradizione isaiana è dato dalle parole del profeta Isaia, figlio di Amoz, della seconda metà dell’VIII sec. a.C. che conoscono una prima edizione detta «giosiana» o deuteronomistica.

L’edizione più consistente risale alla fine dell’esilio, nel VI sec., quando la seconda parte venne «associata alla prima» oppure vide la luce come sua «riscrittura».

Infine l’ultima edizione completa va posta in connessione con le riforme di Esdra e Neemia, durante la metà o verso la fine del V sec.

Le linee teologiche principali

Nel tentativo di individuare l’unità tematica dell’intero volume di Isaia, vengono indicate cinque linee teologiche come le principali: la salvezza, il resto, la santità, il Messia, ma soprattutto Zion-Gerusalemme.

Questo è proposto come l’argomento più riassuntivo di tutti, perché include anche gli altri ed è esplicitamente unificante.

La teologia di Zion viene indicata come il tema principale che struttura il libro di Isaia e ne costruisce l’unità, sviluppandosi lungo tutto il testo - secondo la felice espressione di U. Berges - «dall’attacco contro Zion al pellegrinaggio verso Zion».

Gerusalemme è dunque il luogo in cui si concentrano il giudizio, la promessa, la crisi politica, la presenza divina e l’attesa della redenzione.

Una lettura d’insieme

Il libro di Isaia può essere letto come un mosaico di profezie, che Isaia ha attentamente riunite in un insieme unico composto dai tre Libri del Re, del Servo e dell’Unto conquistatore.

La sua unità non dipende soltanto dalla presenza di temi ripetuti, ma anche dal movimento complessivo del messaggio: dal peccato alla conversione, dal giudizio alla consolazione, dalla deportazione al ritorno, dalla rovina alla gloria.

Il profeta denuncia l’illusione delle alleanze politiche, l’ingiustizia sociale, il ritualismo vuoto e l’idolatria, ma non lascia il popolo nella disperazione.

La minaccia del castigo è sempre inserita nell’orizzonte della fedeltà divina. Dio corregge, ma non abbandona; giudica, ma prepara la salvezza; smaschera l’infedeltà, ma conserva la promessa.

Il messaggio di Isaia riguarda l’individuo come singolo, l’intero popolo di Dio, Israele, e successivamente tutta l’umanità.

Proprio per questo messaggio così intrinsecamente legato alla struttura del libro, il profeta Isaia viene chiamato: “il profeta del vangelo”.

Alec Motyer, già Rettore del Trinity College di Bristol ha speso molti anni della sua vita di studioso all’esame del Libro di Isaia. Alec Motyer ha svolto anche un importante ministero pastorale e di predicazione.

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