Nel pontificato di Benedetto XVI il motu proprio è stato utilizzato per intervenire su questioni diverse ma strettamente legate all’esercizio dell’autorità ecclesiale: la liturgia, la nuova evangelizzazione, le procedure del conclave e alcune norme della vita consacrata. Il tema delle dimissioni, inoltre, riguarda sia la rinuncia del Papa annunciata l’11 febbraio 2013, sia i provvedimenti che disciplinano la dimissione dei religiosi assenti illegittimamente e irreperibili.
Nel caso della liturgia, il motu proprio più importante è Summorum Pontificum, con il quale Benedetto XVI ha riconosciuto il Messale Romano promulgato da Giovanni XXIII nel 1962 come espressione straordinaria della stessa lex orandi della Chiesa cattolica di rito latino. Nel caso delle dimissioni dalla vita religiosa, il provvedimento decisivo è invece Communis Vita, che ha introdotto l’assenza illegittima protratta per dodici mesi e accompagnata dall’irreperibilità come nuovo motivo di dimissione ipso facto dall’Istituto religioso.
Che cos’è un motu proprio
Il motu proprio è una Lettera Apostolica emanata direttamente dal Romano Pontefice. Attraverso questo strumento il Papa può stabilire norme, modificare disposizioni precedenti, istituire organismi della Curia Romana o intervenire su aspetti specifici della disciplina ecclesiastica.
Il motu proprio di Benedetto XVI, redatto in lingua latina e con la data dell’11 giugno 2007, sostituisce la norma stabilita da Papa Giovanni Paolo II con la Costituzione Apostolica Universi Dominici gregis (1996).
Con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue:
La visione liturgica di Benedetto XVI
La fede nasce da come si prega, dice il Papa. Che adesso vuole raddrizzare un po' di storture del post Concilio.
Dalla fine del Concilio vaticano II a oggi la liturgia della chiesa cattolica ha subìto abusi che sovente l’hanno trasformata, a tratti anche sventrata, nel suo nocciolo più profondo.
Benedetto XVI ha denunziato più volte questi abusi, queste cattive interpretazioni di quanto i testi del Vaticano II avevano sancito - su tutti la “Sacrosanctum Concilium”, il primo documento conciliare - spiegando che se la fede della chiesa la si scopre in come prega (“lex orandi, lex credendi”) occorre tornare a una liturgia fedele alle regole, nuova come il Vaticano II ha sancito, senza però che sia sganciata da certe peculiarità del passato.
Troppo spesso la liturgia è stata ferita da deformazioni arbitrarie. In tante celebrazioni non si è più posto al centro Dio, ma l’uomo e il suo protagonismo, la sua azione creativa, il ruolo principale dato all’assemblea.
Il rinnovamento conciliare è stato inteso come una rottura e non come uno sviluppo organico della tradizione.
Per questo motivo Ratzinger ha riproposto l’orientamento dell’azione liturgica, la croce al centro dell’altare, la comunione in ginocchio, il canto gregoriano, lo spazio per il silenzio, una certa cura dell’arte sacra.
Come ha detto recentemente anche il cardinale spagnolo Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione del culto divino e della disciplina dei sacramenti, in un’intervista al Giornale, “ciò che occorre è un nuovo movimento liturgico, che riporti più sacralità e silenzio nella messa, e più attenzione alla bellezza nel canto, nella musica e nell’arte sacra”.
Il Papa questo nuovo movimento liturgico l’ha sponsorizzato dall’inizio del suo pontificato con l’esempio: le sue liturgie hanno perso molto di quella teatralità che era diventata un imprinting delle celebrazioni papali ai tempi di Wojtyla, e hanno guadagnato parecchio in silenzio, senso dell’orientamento, attenzione per i particolari.
La “riforma della riforma”
L’idea di impiantare nella chiesa una sorta di “riforma della riforma” liturgica - nel post Concilio avvenne quella riforma che in parte tradì il volere dei padre conciliari - è un chiodo fisso del Papa.
Già da cardinale Joseph Ratzinger disse parole chiare in merito. Il 28 dicembre del 2001 intervenne sul quotidiano francese La Croix: “Alcuni addetti ai lavori vorrebbero far credere che tutte le idee non perfettamente conformi ai loro schemi sono un ritorno nostalgico al passato. Lo dicono solo per partito preso. Bisogna riflettere seriamente sulle cose e non accusare gli altri di essere partigiani di San Pio V.
Ogni generazione ha il compito di migliorare e rendere più conforme allo spirito delle origini la liturgia. E penso che effettivamente oggi c’è motivo di lavorare molto in questo senso, e riformare la riforma. Senza rivoluzioni (sono un riformista, non un rivoluzionario), ma un cambiamento ci deve essere. Dichiarare impossibile a priori ogni miglioramento mi sembra un dogmatismo assurdo”.
Egli, non a caso, ha voluto che la pubblicazione della propria “Opera omnia” iniziasse partendo dal volume undicesimo, quello dedicato alla liturgia, perché, scrive, è “nel rapporto con la liturgia che si decide il destino della fede e della chiesa. Cristo è presente nella chiesa attraverso i sacramenti. Dio è il soggetto della liturgia, non noi. La liturgia non è un’azione dell’uomo, ma è azione di Dio”.
Per questo motivo esce con un Motu proprio, una disposizione importante che va a sanare una lacuna divenuta oramai atavica.

Summorum Pontificum: il quadro storico
I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, “a lode e gloria del Suo nome” ed “ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa”.
Da tempo immemorabile, come anche per l’avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale “ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede”.
Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di san Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell’Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti.
Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra Liturgia, riguardante sia il Sacrificio della Messa sia l’Ufficio Divino, nel modo in cui si celebrava nell’Urbe.
Promosse con massima cura la diffusione dei monaci e delle monache, che operando sotto la regola di san Benedetto, dovunque unitamente all’annuncio del Vangelo illustrarono con la loro vita la salutare massima della Regola: “Nulla venga preposto all’opera di Dio” (cap. 43).
In tal modo la sacra Liturgia celebrata secondo l’uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni.
Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell’età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà.
Da san Pio V al Concilio Vaticano II
Molti altri Romani Pontefici, nel corso dei secoli, mostrarono particolare sollecitudine a che la sacra Liturgia espletasse in modo più efficace questo compito: tra essi spicca s. Pio V, il quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell’esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l’edizione dei libri liturgici, emendati e “rinnovati secondo la norma dei Padri” e li diede in uso alla Chiesa latina.
Tra i libri liturgici del Rito romano risalta il Messale Romano, che si sviluppò nella città di Roma, e col passare dei secoli a poco a poco prese forme che hanno grande somiglianza con quella vigente nei tempi più recenti.
“Fu questo il medesimo obbiettivo che seguirono i Romani Pontefici nel corso dei secoli seguenti assicurando l’aggiornamento o definendo i riti e i libri liturgici, e poi, all’inizio di questo secolo, intraprendendo una riforma generale”.
Così agirono i nostri Predecessori Clemente VIII, Urbano VIII, san Pio X, Benedetto XV, Pio XII e il B. Giovanni XXIII.
Nei tempi più recenti, il Concilio Vaticano II espresse il desiderio che la dovuta rispettosa riverenza nei confronti del culto divino venisse ancora rinnovata e fosse adattata alle necessità della nostra età.
Mosso da questo desiderio, il nostro Predecessore, il Sommo Pontefice Paolo VI, nel 1970 per la Chiesa latina approvò i libri liturgici riformati e in parte rinnovati.
Essi, tradotti nelle varie lingue del mondo, di buon grado furono accolti da Vescovi, sacerdoti e fedeli.
Giovanni Paolo II rivide la terza edizione tipica del Messale Romano.
Così i Romani Pontefici hanno operato “perché questa sorta di edificio liturgico […] apparisse nuovamente splendido per dignità e armonia”.
Il recupero della tradizione liturgica precedente
Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito.
Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell’anno 1984 con lo speciale indulto “Quattuor abhinc annos”, emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal B. Giovanni XXIII nell’anno 1962.
Nell’anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica “Ecclesia Dei”, data in forma di Motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero.
A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull’aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue:
Le due forme dell’unico rito romano
Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino.
Tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico.
Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano.
Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa.
I testi del Messale Romano di Papa Paolo VI e di quello risalente all’ultima edizione di Papa Giovanni XXIII, sono due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente ordinaria e extraordinaria: si tratta di due usi dell’unico Rito Romano, che si pongono l’uno accanto all’altro.
L’una e l’altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa.
Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore.
| Elemento | Disciplina prevista |
|---|---|
| Messale Romano del 1970 | Espressione ordinaria della “lex orandi” della Chiesa cattolica di rito latino |
| Messale Romano del 1962 | Espressione straordinaria della stessa “lex orandi” |
| Rito | Due usi dell’unico Rito Romano |
| Data del motu proprio | 7 luglio 2007 |
| Entrata in vigore | 14 settembre 2007 |
Le disposizioni di Summorum Pontificum
La celebrazione senza il popolo
Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro.
Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.
Le comunità religiose
Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo.
Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.
La partecipazione dei fedeli
Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all’art. 2, possono essere ammessi - osservate le norme del diritto - anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.
Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962.
Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa.
La celebrazione secondo il Messale del B. Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere.
Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco permetta le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o celebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi.
I sacerdoti che usano il Messale del B. Giovanni XXIII devono essere idonei e non giuridicamente impediti.
Nelle chiese che non sono parrocchiali né conventuali, è compito del Rettore della chiesa concedere la licenza di cui sopra.
Le lingue delle letture
Nelle Messe celebrate con il popolo secondo il Messale del B. Giovanni XXIII, le letture possono essere proclamate anche nella lingua vernacola, usando le edizioni riconosciute dalla Sede Apostolica.
Il ruolo del vescovo e della Commissione Ecclesia Dei
Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all’art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano.
Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio.
Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Commissione Pontificia “Ecclesia Dei”.
Il Vescovo, che desidera rispondere a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause è impedito di farlo, può riferire la questione alla Commissione “Ecclesia Dei”, perché gli offra consiglio e aiuto.
La Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, eretta da Giovanni Paolo II nel 1988, continua ad esercitare il suo compito.
Tale Comissione abbia la forma, i compiti e le norme, che il Romano Pontefice le vorrà attribuire.
La stessa Commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l’autorità della Santa Sede vigilando sulla osservanza e l’applicazione di queste disposizioni.
Gli altri sacramenti e il breviario
Il parroco, dopo aver considerato tutto attentamente, può anche concedere la licenza di usare il rituale più antico nell’amministrazione dei sacramenti del Battesimo, del Matrimonio, della Penitenza e dell’Unzione degli infermi, se questo consiglia il bene delle anime.
Agli Ordinari viene concessa la facoltà di celebrare il sacramento della Confermazione usando il precedente antico Pontificale Romano, qualora questo consigli il bene delle anime.
Ai chierici costituiti “in sacris” è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962.
L’Ordinario del luogo, se lo riterrà opportuno, potrà erigere una parrocchia personale a norma del can. 518 per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano, o nominare un cappellano, osservate le norme del diritto.
L’istruzione Universae Ecclesiae
La Lettera Apostolica, Summorum Pontificum Motu Proprio data, del Sommo Pontefice Benedetto XVI del 7 luglio 2007, entrata in vigore il 14 settembre 2007, ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana.
Con tale Motu Proprio il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha promulgato una legge universale per la Chiesa con l’intento di dare una nuova normativa all’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962.
Il Santo Padre, dopo aver richiamato la sollecitudine dei Sommi Pontefici nella cura per la Sacra Liturgia e nella ricognizione dei libri liturgici, riafferma il principio tradizionale, riconosciuto da tempo immemorabile e necessario da mantenere per l’avvenire, secondo il quale “ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede”.
Il Sommo Pontefice ricorda inoltre i Pontefici Romani che, in modo particolare, si sono impegnati in questo compito, specificamente San Gregorio Magno e San Pio V.
Il Papa sottolinea altresì che, tra i sacri libri liturgici, particolare risalto nella storia ha avuto il Missale Romanum, che ha ricevuto nuovi aggiornamenti lungo il corso dei tempi fino al Beato Papa Giovanni XXIII.
Successivamente, in seguito alla riforma liturgica posteriore al Concilio Vaticano II, Papa Paolo VI nel 1970 approvò per la Chiesa di rito latino un nuovo Messale, poi tradotto in diverse lingue.
Papa Giovanni Paolo II nell’anno 2000 ne promulgò una terza edizione.
Diversi fedeli, formati allo spirito delle forme liturgiche precedenti al Concilio Vaticano II, hanno espresso il vivo desiderio di conservare la tradizione antica.
Per questo motivo, Papa Giovanni Paolo II con lo speciale Indulto Quattuor abhinc annos, emanato nel 1984 dalla Sacra Congregazione per il Culto Divino, concesse a determinate condizioni la facoltà di riprendere l’uso del Messale Romano promulgato dal Beato Papa Giovanni XXIII.
Inoltre, Papa Giovanni Paolo II, con il Motu Proprio Ecclesia Dei del 1988, esortò i Vescovi perché fossero generosi nel concedere tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedevano.
Nella medesima linea si pone Papa Benedetto XVI con il Motu Proprio Summorum Pontificum, nel quale vengono indicati alcuni criteri essenziali per l’Usus Antiquior del Rito Romano, che qui è opportuno ricordare.
Communis Vita e le dimissioni dei religiosi
Per la vita religiosa la vita fraterna in comunità è un cardine, non un optional, e va protetta e potenziata.
È questo il merito della Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio Communis Vita che entra in vigore da oggi.
La Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio Communis Vita, emanata dal Papa lo scorso 19 marzo, entra in vigore da oggi, rispondendo ad una esigenza precisa riscontrata dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ossia il bisogno di inquadrare e risolvere situazioni di assenza illegittima e prolungata di un religioso dal proprio Istituto, con particolare riferimento a coloro che non possono essere rintracciati.
A parlarne a Vatican News, è il segretario della Congregazione, mons. José Rodríguez Carballo mettendo in evidenza quanto le modifiche apportate dal Papa rappresentino un “grande dono per la vita consacrata perchè risalta l'importanza della vita fraterna in comunità e nello stesso tempo è una chiamata alla responsabilità del singolo e dei superiori. L'amore impone misure adatte”.
Il nuovo motivo di dimissione
Ciò che il Papa stabilisce, modificando in due punti il Codice di Diritto Canonico, è - spiega mons Carballo - sia un terzo motivo di dimissione ipso facto dall’Istituto Religioso, cioè appunto l’assenza illegittima protratta per dodici mesi ininterrotti dalla propria Casa, tenuta presente l'irreperibilità del religioso stesso.
Non stiamo parlando di un permesso, che può anche durare anni, non di una sclaustrazione, ma di una assenza illegittima quindi contro la volontà o senza la conoscenza dei superiori.
Dall'altra parte stiamo parlando del fatto che questi religiosi non siano reperibili e non si possa fare un processo normale per la loro dimissione.
Ecco perchè, tenendo conto di una assenza illegittima, che si prolunga oltre 12 mesi, e della irreperibilità, il superiore maggiore viene chiamato ad esercitare la sua responsabilità facendo il decreto di dimissione dall'Istituto.
La procedura prevista
Il superiore maggiore dopo aver raccolto le prove, dichiara l’irreperibilità e, trascorsi almeno dodici mesi, emette la dichiarazione del fatto.
Tale dichiarazione, perché la dimissione consti giuridicamente, deve essere confermata dalla Santa Sede se l’Istituto da cui il sodale viene dimesso è di diritto pontificio, oppure deve essere confermata dal vescovo della sede principale se l’Istituto è di diritto diocesano.
Però, affinche questa dimissione possa essere attuata, quindi reale, il decreto dovrà essere confermato dalla Sede apostolica, concretamente, dalla nostra Congregazione.
| Condizione | Effetto o passaggio procedurale |
|---|---|
| Assenza illegittima | Assenza contro la volontà o senza la conoscenza dei superiori |
| Durata | Dodici mesi ininterrotti dalla propria Casa |
| Ulteriore requisito | Irreperibilità del religioso |
| Autorità competente | Il superiore maggiore raccoglie le prove e dichiara il fatto |
| Istituto di diritto pontificio | Conferma della Santa Sede |
| Istituto di diritto diocesano | Conferma del vescovo della sede principale |
Il caso del religioso sacerdote
E a questo punto avverrà anche un altro fenomeno conseguente: un religioso sacerdote, assente illegittimamente e non reperibile, non può rimanere sacerdote quando lascia lo stato religioso, non può rimanere un “Clerico vago”.
Ecco perchè noi, quando un superiore maggiore emette il decreto di dimissione, lo passeremo, prima di confermarlo, alla Congregazione del clero.
Se in quel momento si constata che il religioso sacerdote non ha trovato un vescovo benevolo e non è stato da lui incardinato, perderà anche lo stato clericale.
Le ragioni della norma
Non è che siano numeri straordinari, però è importante mettere ordine in questo ambito, perchè un religioso assente illegittimamente, continua ad essere religioso, e per anni, quindi qualora arrivasse a commettere qualche crimine, per esempio un abuso sessuale, tutto ricadrebbe sull'Istituto.
Quindi era necessario.
La norma viene presentata come una forma di tutela della vita fraterna in comunità e come un richiamo alla responsabilità tanto del singolo religioso quanto dei superiori.
Posso dire che tutti i superiori maggiori con cui ho parlato in questo periodo, sono molto contenti anzi posso dire che qualcuno avrebbe voluto che già il Motu Proprio fosse valido e posso dire anche che le reazioni dei vescovi con cui ho parlato sono positive.
E posso dire che già alcuni di questi che erano assenti illegittimamente hanno dato segnali di vita o per chiedere la dispensa dai voti o per rientrare nell'Istituto religioso o per avere un permesso legittimo.
E' un grande dono per la vita consacrata, io lo dico, perchè mette in risalto l'importanza della vita fraterna in comunità e nello stesso tempo è una chiamata alla responsabilità.
Prima di tutto degli individui: uno che ha fatto una professione religiosa non può comportarsi e vivere al margine della vita fraterna di comunità.
Ed è anche una chiamata alla responsabilità per i superiori, che non possono d'ora in poi omettere queste situazioni: veramente l'amore per la vita consacrata impone quindi anche ai superiori maggiori di prendere misure adatte”.
Il motu proprio sulla maggioranza richiesta nel conclave
E’ stata pubblicata il 26 giugno la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio con cui il Santo Padre Benedetto XVI ripristina la norma tradizionale circa la maggioranza richiesta nell’elezione del Sommo Pontefice.
Secondo tale norma, perché il Papa possa considerarsi validamente eletto, è sempre necessaria la maggioranza dei due terzi dei Cardinali presenti.
Il Motu Proprio di Benedetto XVI, redatto in lingua latina e con la data dell’11 giugno 2007, sostituisce la norma stabilita da Papa Giovanni Paolo II con la Costituzione Apostolica Universi Dominici gregis (1996).
Con il motu proprio, poi, Benedetto XVI conferma la regola della maggioranza dei due terzi per l’elezione del nuovo pontefice e rafforza il vincolo di segretezza relativo alle operazioni volte all’elezione del nuovo Papa per evitare, a differenza di quanto avvenuto in passato, possibili fughe di notizie anche successive alla nomina del nuovo pontefice.
Il motu proprio del 2013 e la rinuncia di Benedetto XVI
E alla fine il motu proprio, tanto atteso quanto annunciato, è arrivato.
Lo ha comunicato padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, nel corso di un briefing con i giornalisti.
E’ da giorni, infatti, che trapelavano indiscrezioni circa la possibilità che Papa Benedetto XVI decidesse di intervenire con un motu proprio per apportare alcune modifiche o, meglio, alcuni accorgimenti alla procedura prevista per l’elezione del nuovo Papa.
Lo stesso padre Lombardi, infatti, recentemente aveva ammesso che Benedetto XVI avrebbe potuto a breve intervenire sul conclave per apportare alle regole vigenti “possibili ritocchi, non certo un cambiamento della sostanza”.
Un cambiamento della sostanza, quello evocato da padre Lombardi, al quale era impossibile pervenire anche solo per pure e semplici ragioni di tempo, come evidenziato dal cardinale Francesco Coccopalmerio.
“Una deroga, appunto, perché per affrontare le modifiche della Costituzione Universi Dominici Gregis non ci sarebbe tempo” ha dichiarato il presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi.
Le principali novità
Il motu proprio pubblicato questa mattina, ma datato venerdì 22 febbraio, introduce quindi alcune modifiche alle procedure previste per il conclave.
Benedetto XVI, nel confermare la regola per la quale il conclave deve iniziare entro 15-20 giorni dall’apertura del periodo della sede vacante (prevista per il 28 febbraio alle ore 20), conferisce ai cardinali la possibilità di anticipare la data d’inizio del conclave qualora tutti i cardinali elettori si trovino già a Roma.
Si legge, infatti, nel testo della lettera apostolica: “Lascio peraltro al Collegio dei Cardinali la facoltà di anticipare l’inizio del Conclave se consta della presenza di tutti i Cardinali elettori”.
La sede vacante avrà inizio, formalmente, solo giovedì 28 febbraio alle ore 20.
Ma, di fatto, essa ha avuto inizio alle ore 11.41 di quel lunedì 11 febbraio quando Benedetto XVI, nel corso del concistoro per la beatificazione dei martiri di Otranto, ha manifestato la propria intenzione di dimettersi.
I rischi di un conclave lungo
Da quel giorno, infatti, tutti i cardinali elettori, e non solo loro, sanno che a breve saranno chiamati ad eleggere il nuovo Papa.
Molti di loro hanno già iniziato a preparare le valigie per venire a Roma al più presto, alcuni hanno già avuto modo di parlarsi, altri di incontrarsi.
Ogni giorno, e questo almeno sui quotidiani italiani, vengono pubblicate una o più interviste di cardinali che rilasciano dichiarazioni sullo stato della Chiesa e, soprattutto, su quale dovrà essere il profilo del nuovo Papa.
Insomma, il collegio cardinalizio è in gran fermento sin dal giorno in cui il Papa ha annunciato la propria rinuncia e quindi Benedetto XVI si è reso conto, probabilmente, di come un lungo periodo di attesa tra l’annuncio delle dimissioni e l’inizio del conclave avrebbe potuto nuocere alla Chiesa.
E gli ultimi avvenimenti, con particolare riferimento alle indiscrezioni relative al rapporto segreto su Vatileaks e alla messa in “stato di accusa” da parte di quotidiani italiani e stranieri dei cardinali accusati di avere coperto gli abusi sessuali, hanno rinforzato la convinzione del Papa di dover accelerare la procedura prevista per individuare il suo successore ed evitare, così, un possibile logoramento del collegio cardinalizio.
Evitare possibili scontri
Con il suo intervento, poi, Benedetto XVI ha posto le basi per evitare scontri e tensioni all’interno del conclave.
Buona parte dei cardinali, infatti, avvertono l’esigenza, per quanto scritto sopra, di anticipare la data del conclave.
In assenza, però, di un esplicito intervento del Papa, l’unico con il potere di modificare quanto previsto dalla Universi Dominici Gregis, la possibilità di modifiche ai tempi previsti sarebbe stata oggetto di discussioni, piuttosto lunghe, nel corso delle Congregazioni generali.
Una possibilità, quella di accorciare i tempi, che sarebbe divenuto senza dubbio uno dei temi più controversi, forse il “tema” per eccellenza.
Si sarebbero così create, inevitabilmente, nuove tensioni e frizioni tra i vari cardinali ancora prima che i porporati avessero iniziato ad affrontare, ed individuare, le priorità della Chiesa.
A ciò si aggiunga che un cambiamento cosiddetto “in corso d’opera” delle norme, eventualmente stabilito dai cardinali dopo la rinuncia del Papa, avrebbe rappresentato un precedente di enorme importanza, con tutto ciò che avrebbe potuto comportare per il futuro.
I dubbi sull’anticipo del conclave
Una decisione, quella di Benedetto XVI, che non sembra convincere in toto lo storico della Chiesa Alberto Melloni che, in un articolo scritto sul Corriere della Sera, ha affermato che “Benedetto XVI è ancora nel pieno dei suoi poteri e può fare quello che vuole. Nessuno si meraviglierà se il Papa darà disposizioni aggiuntive su cose nelle quali non ritiene basti il buon senso. Potrebbe accorciare i tempi del conclave e non sarebbe una tragedia. Ma quella modifica sui tempi darebbe nell’occhio”.
Lo stesso Melloni, poi, ricorda come “il più grande guaio della Chiesa romana (lo scisma d’occidente, ndr) fu generato proprio da una manomissione delle regole elettorali. Che nel secolo XXI si debba anticipare il conclave per paura dell’attesa evoca un fantasma”.
Se il motu proprio era atteso da tutti, non tutti i cardinali, però, lo aspettavano con ansia.
Molti porporati, ed in particolare quelli non legati alla Curia romana, sembrano non avere alcuna fretta di entrare nella Cappella Sistina intonando il Veni Creator.
A differenza del 2005, quando i cardinali vennero chiamati ad eleggere il successore di Giovanni Paolo II, manca il candidato “forte”, la figura di riferimento, rappresentata allora dal cardinale Ratzinger.
Questi cardinali, rappresentati in particolare dalla nutrita “truppa” nordamericana, vogliono avere il tempo di conoscersi e di discutere quanto avvenuto nella Chiesa negli ultimi anni.
Scrive il vaticanista Andrea Tornielli su La Stampa: “Vogliono prendersi il tempo necessario per discutere approfonditamente sulle principali necessità della Chiesa, vagliare le varie opzioni”.
I cardinali, infatti, secondo Tornielli, “vogliono conoscersi e conoscere meglio la reale situazione in cui versa la Curia romana” ma, soprattutto, “non sarà facile far loro accettare scorciatoie, candidature precostituite, ticket con l’abbinata Papa-Segretario di Stato studiati da chi spera di perpetrare il proprio potere e la propria influenza”.
Ma questo motu proprio potrebbe aver scombussolato i loro piani.
Ubicumque et Semper e la nuova evangelizzazione
La Chiesa ha il dovere di annunciare sempre e dovunque il Vangelo di Gesù Cristo.
Egli, il primo e supremo evangelizzatore, nel giorno della sua ascensione al Padre comandò agli Apostoli: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20).
Fedele a questo comando la Chiesa, popolo che Dio si è acquistato affinché proclami le sue ammirevoli opere (cfr 1Pt 2,9), dal giorno di Pentecoste in cui ha ricevuto in dono lo Spirito Santo (cfr At 2,14), non si è mai stancata di far conoscere al mondo intero la bellezza del Vangelo, annunciando Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, lo stesso “ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8), che con la sua morte e risurrezione ha attuato la salvezza, portando a compimento la promessa antica.
Pertanto, la missione evangelizzatrice, continuazione dell'opera voluta dal Signore Gesù, è per la Chiesa necessaria ed insostituibile, espressione della sua stessa natura.
Tale missione ha assunto nella storia forme e modalità sempre nuove a seconda dei luoghi, delle situazioni e dei momenti storici.
Nel nostro tempo, uno dei suoi tratti singolari è stato il misurarsi con il fenomeno del distacco dalla fede, che si è progressivamente manifestato presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo.
Le trasformazioni sociali alle quali abbiamo assistito negli ultimi decenni hanno cause complesse, che affondano le loro radici lontano nel tempo e hanno profondamente modificato la percezione del nostro mondo.
Si pensi ai giganteschi progressi della scienza e della tecnica, all'ampliarsi delle possibilità di vita e degli spazi di libertà individuale, ai profondi cambiamenti in campo economico, al processo di mescolamento di etnie e culture causato da massicci fenomeni migratori, alla crescente interdipendenza tra i popoli.
Tutto ciò non è stato senza conseguenze anche per la dimensione religiosa della vita dell'uomo.
E se da un lato l'umanità ha conosciuto innegabili benefici da tali trasformazioni e la Chiesa ha ricevuto ulteriori stimoli per rendere ragione della speranza che porta (cfr 1Pt 3,15), dall'altro si è verificata una preoccupante perdita del senso del sacro, giungendo persino a porre in questione quei fondamenti che apparivano indiscutibili, come la fede in un Dio creatore e provvidente, la rivelazione di Gesù Cristo unico salvatore, e la comune comprensione delle esperienze fondamentali dell'uomo quali il nascere, il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento ad una legge morale naturale.
Se tutto ciò è stato salutato da alcuni come una liberazione, ben presto ci si è resi conto del deserto interiore che nasce là dove l'uomo, volendosi unico artefice della propria natura e del proprio destino, si trova privo di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose.
Il rapporto con il Concilio Vaticano II
Già il Concilio Ecumenico Vaticano II assunse tra le tematiche centrali la questione della relazione tra la Chiesa e questo mondo contemporaneo.
Sulla scia dell'insegnamento conciliare, i miei Predecessori hanno poi ulteriormente riflettuto sulla necessità di trovare adeguate forme per consentire ai nostri contemporanei di udire ancora la Parola viva ed eterna del Signore.
Con lungimiranza il Servo di Dio Paolo VI osservava che l'impegno dell'evangelizzazione “si dimostra ugualmente sempre più necessario, a causa delle situazioni di scristianizzazione frequenti ai nostri giorni, per moltitudini di persone che hanno ricevuto il battesimo ma vivono completamente al di fuori della vita cristiana, per gente semplice che ha una certa fede ma ne conosce male i fondamenti, per intellettuali che sentono il bisogno di conoscere Gesù Cristo in una luce diversa dall'insegnamento ricevuto nella loro infanzia, e per molti altri” (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, n. 52).
E, con il pensiero rivolto ai lontani dalla fede, aggiungeva che l'azione evangelizzatrice della Chiesa “deve cercare costantemente i mezzi e il linguaggio adeguati per proporre o riproporre loro la rivelazione di Dio e la fede in Gesù Cristo” (Ibid., n. 56).
Il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II fece di questo impegnativo compito uno dei cardini del suo vasto Magistero, sintetizzando nel concetto di “nuova evangelizzazione”, che egli approfondì sistematicamente in numerosi interventi, il compito che attende la Chiesa oggi, in particolare nelle regioni di antica cristianizzazione.
Un compito che, se riguarda direttamente il suo modo di relazionarsi verso l'esterno, presuppone però, prima di tutto, un costante rinnovamento al suo interno, un continuo passare, per così dire, da evangelizzata ad evangelizzatrice.
Basti ricordare ciò che si affermava nell'Esortazione postsinodale Christifideles Laici: “Interi paesi e nazioni, dove la religione e la vita cristiana erano un tempo quanto mai fiorenti e capaci di dar origine a comunità di fede viva e operosa, sono ora messi a dura prova, e talvolta sono persino radicalmente trasformati, dal continuo diffondersi dell'indifferentismo, del secolarismo e dell'ateismo.
Si tratta, in particolare, dei paesi e delle nazioni del cosiddetto Primo Mondo, nel quale il benessere economico e il consumismo, anche se frammisti a paurose situazioni di povertà e di miseria, ispirano e sostengono una vita vissuta «come se Dio non esistesse».
Ora l'indifferenza religiosa e la totale insignificanza pratica di Dio per i problemi anche gravi della vita non sono meno preoccupanti ed eversivi rispetto all'ateismo dichiarato.
E anche la fede cristiana, se pure sopravvive in alcune sue manifestazioni tradizionali e ritualistiche, tende ad essere sradicata dai momenti più significativi dell'esistenza, quali sono i momenti del nascere, del soffrire e del morire.
In altre regioni o nazioni, invece, si conservano tuttora molto vive tradizioni di pietà e di religiosità popolare cristiana; ma questo patrimonio morale e spirituale rischia oggi d'essere disperso sotto l'impatto di molteplici processi, tra i quali emergono la secolarizzazione e la diffusione delle sette.
Solo una nuova evangelizzazione può assicurare la crescita di una fede limpida e profonda, capace di fare di queste tradizioni una forza di autentica libertà.
Certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana.
Ma la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali che vivono in questi paesi e in queste nazioni” (n. 34).
L’istituzione del Pontificio Consiglio
Facendomi dunque carico della preoccupazione dei miei venerati Predecessori, ritengo opportuno offrire delle risposte adeguate perché la Chiesa intera, lasciandosi rigenerare dalla forza dello Spirito Santo, si presenti al mondo contemporaneo con uno slancio missionario in grado di promuovere una nuova evangelizzazione.
Essa fa riferimento soprattutto alle Chiese di antica fondazione, che pure vivono realtà assai differenziate, a cui corrispondono bisogni diversi, che attendono impulsi di evangelizzazione diversi.
In alcuni territori, infatti, pur nel progredire del fenomeno della secolarizzazione, la pratica cristiana manifesta ancora una buona vitalità e un profondo radicamento nell'animo di intere popolazioni.
In altre regioni, invece, si nota una più chiara presa di distanza della società nel suo insieme dalla fede, con un tessuto ecclesiale più debole, anche se non privo di elementi di vivacità, che lo Spirito Santo non manca di suscitare.
Conosciamo poi, purtroppo, delle zone che appaiono pressoché completamente scristianizzate, in cui la luce della fede è affidata alla testimonianza di piccole comunità.
Queste terre, che avrebbero bisogno di un rinnovato primo annuncio del Vangelo, appaiono essere particolarmente refrattarie a molti aspetti del messaggio cristiano.
La diversità delle situazioni esige un attento discernimento; parlare di “nuova evangelizzazione” non significa, infatti, dover elaborare un'unica formula uguale per tutte le circostanze.
E, tuttavia, non è difficile scorgere come ciò di cui hanno bisogno tutte le Chiese che vivono in territori tradizionalmente cristiani sia un rinnovato slancio missionario, espressione di una nuova generosa apertura al dono della grazia.
Infatti, non possiamo dimenticare che il primo compito sarà sempre quello di rendersi docili all'opera gratuita dello Spirito del Risorto, che accompagna quanti sono portatori del Vangelo e apre il cuore di coloro che ascoltano.
Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto che si faccia profonda esperienza di Dio.
Come ho avuto modo di affermare nella mia prima Enciclica Deus caritas est: “All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n. 1).
Similmente, alla radice di ogni evangelizzazione non vi è un progetto umano di espansione, bensì il desiderio di condividere l'inestimabile dono che Dio ha voluto farci, partecipandoci la sua stessa vita.
Pertanto, alla luce di queste riflessioni, dopo avere esaminato con cura ogni cosa e aver richiesto il parere di persone esperte, stabilisco e decreto quanto segue:
Finalità e compiti
È costituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, quale Dicastero della Curia Romana, ai sensi della Costituzione apostolica Pastor bonus.
Il Consiglio persegue la propria finalità sia stimolando la riflessione sui temi della nuova evangelizzazione, sia individuando e promuovendo le forme e gli strumenti atti a realizzarla.
L'azione del Consiglio, che si svolge in collaborazione con gli altri Dicasteri ed Organismi della Curia Romana, nel rispetto delle relative competenze, è al servizio delle Chiese particolari, specialmente in quei territori di tradizione cristiana dove con maggiore evidenza si manifesta il fenomeno della secolarizzazione.
Tra i compiti specifici del Consiglio si segnalano:
- approfondire il significato teologico e pastorale della nuova evangelizzazione;
- promuovere e favorire, in stretta collaborazione con le Conferenze Episcopali interessate, che potranno avere un organismo ad hoc, lo studio, la diffusione e l'attuazione del Magistero pontificio relativo alle tematiche connesse con la nuova evangelizzazione;
- far conoscere e sostenere iniziative legate alla nuova evangelizzazione già in atto nelle diverse Chiese particolari e promuoverne la realizzazione di nuove, coinvolgendo attivamente anche le risorse presenti negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica, come pure nelle aggregazioni di fedeli e nelle nuove comunità;
- studiare e favorire l'utilizzo delle moderne forme di comunicazione, come strumenti per la nuova evangelizzazione;
- promuovere l'uso del Catechismo della Chiesa Cattolica, quale formulazione essenziale e completa del contenuto della fede per gli uomini del nostro tempo.
Struttura del Consiglio
Il Consiglio è retto da un Arcivescovo Presidente, coadiuvato da un Segretario, da un Sotto-Segretario e da un congruo numero di Officiali, secondo le norme stabilite dalla Costituzione apostolica Pastor bonus e dal Regolamento Generale della Curia Romana.
Il Consiglio ha propri Membri e può disporre di propri Consultori.
Tutto ciò che è stato deliberato con il presente Motu proprio, ordino che abbia pieno e stabile valore, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, e stabilisco che venga promulgato mediante la pubblicazione nel quotidiano “L'Osservatore Romano” e che entri in vigore il giorno della promulgazione.
Dato a Castel Gandolfo, il giorno 21 settembre 2010, Festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, anno sesto di Pontificato.