Benedetto XVI: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare»

Per i cristiani, e quindi anche per la Comunità di Sant’Egidio, dare da mangiare a chi ha fame non è qualcosa di opzionale, ma una risposta concreta al Vangelo. Il riferimento è anzitutto il Vangelo, soprattutto il capitolo 25 di Matteo: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare».

Il gesto di nutrire chi ha fame unisce fede, giustizia, misericordia e responsabilità concreta. Ogni opera di carità che facciamo, la facciamo allo stesso Cristo, perché «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

Il fondamento evangelico della carità

Il tema della fame e della povertà affonda lì le sue radici. Anche il Padre Nostro lo ricorda chiaramente quando dice: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano».

Significa che ciascuno ha diritto al proprio pane quotidiano e che quindi esiste anche un problema di giustizia nel mondo, perché tutti possano averlo davvero. Sono questi i due riferimenti fondamentali che guidano la nostra esperienza quotidiana: cercare di rispondere concretamente alla fame, che è sempre legata alla povertà e alla marginalità.

La fame nel mondo, invece di diminuire, aumenta: sono ormai quasi un miliardo le persone colpite dalla malnutrizione. Non si tratta - afferma il Papa - di «una mera fatalità, provocata da situazioni ambientali avverse o da disastrose calamità naturali» - sul pianeta ci sono infatti risorse a sufficienza per sconfiggerla - ma è un vero e proprio scandalo dovuto soprattutto a una logica che fa prevalere il profitto sulla dignità umana.

Quanto la fame nel mondo è frutto delle scelte umane e quanto invece è un fenomeno strutturale? Io credo che sia soprattutto frutto delle scelte umane. Se il creato ci è stato affidato, allora la fame non può essere considerata un destino inevitabile.

Anche quando certi processi sembrano involontari, dietro c’è sempre una responsabilità umana. Non credo esista un determinismo che porta alla fame, è sempre e comunque una scelta dell’uomo. Su questo non ho dubbi.

«Avevo fame e mi avete dato da mangiare»: il giudizio sull’amore

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».

Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato».

Anch’essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me». E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

La fame vicina: povertà e marginalità nelle città

Molto spesso la fame viene raccontata come un problema lontano, legato a continenti distanti, ma in realtà è qui, dietro l’angolo. La povertà ha il volto delle persone che vediamo ogni giorno nelle nostre città, soprattutto nelle grandi città: le persone che vivono per strada.

È lì che dovrebbe andare il nostro sguardo quando parliamo di fame vicina. Certo, è una fame diversa rispetto a quella drammatica che colpisce altri continenti, penso ad esempio all’Africa, ma resta un fenomeno reale e concreto.

Lo abbiamo visto chiaramente durante la pandemia. In quei mesi, si ripeteva continuamente: «Restiamo a casa». Ma chi una casa non ce l’ha, dove resta?

Chi vive in strada spesso vive anche di elemosina, dell’aiuto di qualche bar, ristorante o esercizio commerciale di riferimento. Durante il Covid, tutto questo si è improvvisamente interrotto.

Noi chiedemmo ai prefetti il permesso di continuare a uscire per strada, naturalmente con tutte le precauzioni necessarie, perché altrimenti molte persone non avrebbero avuto materialmente da mangiare. Lo abbiamo fatto a Roma, ma anche in tante altre città italiane ed europee dove siamo presenti.

Questo dimostra che la fame non è qualcosa di lontano: è anche accanto a noi. In Italia, ci sono milioni di persone in povertà assoluta o relativa.

La povertà in Italia

Le persone in povertà assoluta in Italia sono circa 5 milioni e 700 mila. Se poi consideriamo anche la povertà relativa si arriva quasi a 10 milioni.

CondizioneNumero indicato
Povertà assolutacirca 5 milioni e 700 mila
Povertà assoluta e relativaquasi 10 milioni
Popolazione in povertà assolutacirca il 10%

Sono numeri enormi: circa il 10% della popolazione vive in povertà assoluta. Quindi la povertà non sta al di là del Mediterraneo, sta qui?

La povertà più grave resta certamente quella che esiste al di là del Mediterraneo. Noi continuiamo a essere tra i Paesi più ricchi al mondo e questo non va dimenticato.

Però, la povertà esiste anche qui, ed è un problema serio, anche perché cresce ogni anno. Almeno secondo i dati ISTAT, assistiamo a un aumento progressivo della povertà per molte ragioni.

Una di queste è sicuramente l’invecchiamento della popolazione. È collegato perché aumenta il numero degli anziani e quindi crescono anche le difficoltà legate all’assistenza e all’accompagnamento.

Molte persone non sono soltanto povere: sono anche sole. Pensiamo agli anziani che non riescono più a vivere nella propria casa non perché debbano necessariamente entrare in un istituto, ma perché non hanno nessuno che li aiuti a restare lì.

Abbiamo visto crescere anche le difficoltà delle famiglie, soprattutto durante e dopo la pandemia, quando molte persone hanno perso il lavoro e hanno iniziato a rivolgersi ai nostri centri di distribuzione degli aiuti, le cosiddette Case dell’Amicizia.

La crescita della povertà assoluta richiede risposte concrete e noi cerchiamo di darle ogni giorno.

Giustizia, pace e povertà

Quindi giustizia, pace e povertà vanno insieme? Sì, assolutamente.

A pagare sono le popolazioni contadine dei Paesi in via di sviluppo: il loro lavoro «è sfruttato avidamente, e la loro produzione viene deviata verso mercati lontani, con poco o nessun beneficio per la comunità locale» con la conseguente emigrazione e disgregazione delle famiglie.

Il Papa segnala il tragico paradosso di un mondo «che sperimenta una ricchezza senza precedenti, tanto economica quanto scientifica e tecnologica» accanto ad una crescente e drammatica povertà.

«Occorre riconoscere - sottolinea - che il progresso tecnico, pur necessario, non è tutto; vero progresso è solo quello che salvaguarda la dignità dell’essere umano nella sua interezza e consente ad ogni popolo di condividere le proprie risorse spirituali e materiali, a beneficio di tutti».

È necessaria una collaborazione tra Paesi ricchi e poveri, tra istituzioni internazionali e organizzazioni non governative: un’azione congiunta che aiuti «le comunità indigene a prosperare sui propri territori e a vivere in armonia con le proprie culture tradizionali».

In un mondo in cui il multilateralismo si indebolisce, bisognerebbe invece rafforzare le organizzazioni internazionali. Purtroppo, si investe troppo nella guerra e troppo poco nelle persone più fragili.

Le guerre creano fame: basta pensare al Sudan. Ognuno di noi - afferma Benedetto XVI - deve sentirsi impegnato in prima persona, anche cambiando stili di vita, nella lotta contro la malnutrizione.

Benedetto XVI e la fame nel mondo

Nella intenzione generale di aprile il Papa invita a pregare «perché il Signore benedica il lavoro degli agricoltori con un raccolto abbondante, e renda sensibili i popoli più ricchi al dramma della fame nel mondo».

Per Benedetto XVI ci vogliono «provvedimenti coraggiosi» che rispettino il principio della «destinazione universale dei beni della terra», contrastando una globalizzazione attuata secondo la legge del più forte, nonché le politiche protezionistiche che impediscono l’accesso ai mercati ai più poveri e i fenomeni speculativi.

Un’antica sentenza dei Padri della Chiesa afferma: «Dà da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché, se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso».

Il Papa per questa Quaresima ha invitato al digiuno - che vuol dire «privarci di qualcosa per aiutare gli altri» - e ricorda che alla fine della vita saremo giudicati sull’amore: «avevo fame e mi avete dato da mangiare».

E se l’intelligenza artificiale aiutasse davvero a risolvere il problema della fame, sarebbe una grande cosa. Oggi, invece, manca spesso sensibilità politica internazionale su questi temi, fatta eccezione per alcune grandi organizzazioni legate all’ONU, come la FAO.

Carità e filantropia

Carità e filantropia non sono sinonimi, anche se parlano ambedue del medesimo oggetto, e cioè l’uomo e la donna nel bisogno, tenendo presente la vasta tipologia di bisogni e di povertà nelle diverse condizioni di vita.

Conoscendo la forza dell’egoismo, per il quale è l’io che si pone al centro dell’attenzione ignorando l’altro, avvertiamo quanto sia difficile uscire da noi per correre in aiuto dell’altro.

Perlopiù è la compassione che ci fa accorgere dell’altro e ci fa sensibili alle sue esigenze e ai suoi bisogni; nasce allora dal cuore quella filantropia (= amore per l’uomo), che ci porta a fare anche belle cose in aiuto di chi è nel bisogno.

Tale filantropia è già da sola un grande contrassegno dell’umanità dell’uomo, e merita di essere in ogni caso incoraggiata e sviluppata.

Il cristiano fa altrettanto e ancora di più, perché sa di trovarsi non solo dinanzi ad un suo fratello per fede e per destinazione, ma dinanzi ad una presenza «mascherata» del suo Dio.

Basta ricordare certi pronunciamenti solenni di Gesù come: «Amatevi come io vi ho amato», «Ogni aiuto che avete dato ad uno di questi piccoli, l’avete dato a me», «Avevo fame e mi avete dato da mangiare», ecc.

Questa attenzione ai «poveri» ha quindi, nel pensiero di Gesù, una motivazione più profonda della compassione razionale, perché il povero che viene aiutato è Dio stesso, che ama «mascherarsi» da povero e viene come tale a provocarci; anzi alla fine della vita ci giudicherà addirittura sulla risposta a questa provocazione.

L’insegnamento di Benedetto XVI sulla carità

Il caro, indimenticabile Papa Benedetto ce ne ha parlato con abbondanza nella sua prima enciclica Deus caritas est del Natale 2005, quindi nella esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis del 2007, ed ancora nella terza enciclica Caritas in veritate del 2009.

Un insegnamento insistito, quindi, per aiutarci a capire e a vivere questa dimensione fondamentale della identità cristiana, dataci da Gesù stesso: «Da questo riconosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Per questo una delle caratteristiche della comunità cristiana delle origini era la perseveranza nella carità e nella comunione dei beni (At 2,44-45). Ed anzi proprio l’amore e l’aiuto reciproco dei cristiani era oggetto dell’ammirazione dei pagani che dicevano, come attesta Tertulliano: «Guardate come si amano!».

Anzi, come ricorda espressamente Papa Benedetto nella Deus caritas est, Giuliano l’Apostata volle che i sacerdoti della religione pagana da lui instaurata imitassero il sistema di carità dei «galilei» (n. 24).

L’insegnamento insistito di Papa Benedetto sulla carità come caratteristica qualificante della Chiesa e dei cristiani anche oggi, anzi soprattutto oggi, va accolta come un prezioso dono, anzi come un percorso che qualifica i cristiani ovunque si trovino.

L’ultimo dono che a questo proposito Benedetto XVI ci ha fatto è il motu proprio Intima Ecclesiae natura dell’11 novembre scorso, con il quale il servizio di carità è quasi istituzionalizzato in un quadro normativo organico, che prevede per gli stessi fedeli singoli o uniti tra loro «il diritto di associarsi e di istituire organismi che mettano in atto specifici servizi di carità, soprattutto in favore dei poveri e dei sofferenti» (art. 1).

Va tenuto sempre presente, dice Papa Ratzinger, che «l’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo» (n. 34).

Raccogliamo come un prezioso dono del Papa emerito questa apertura a forme nuove di collaborazione caritativa dei laici, che non è nuova nella storia, ma che è di nuovo riproposta con audacia per caratterizzare sempre più chiaramente la «intima natura della Chiesa nel suo triplice compito di Parola di Dio-liturgia-carità, che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro» (n. 25).

Anzi, parlando all’associazione caritativa di laici Pro Petri Sede, ha esortato a «non ridurre tutto a sola promozione umana. Fede e carità si esigono a vicenda».

La tavola condivisa e la fraternità

Il momento del pasto ha quindi un valore che va oltre il semplice aiuto materiale. Umanamente e socialmente, attorno a una tavola condivisa si ricrea una fraternità che molte persone oggi non riescono più a vivere.

In qualche modo, si ricostruisce una famiglia. Uno dei momenti più importanti dell’anno per noi è il pranzo di Natale con i poveri, che consideriamo amici durante tutto l’anno.

Non avviene solo a Roma, ma in tutto il mondo: più di 250 mila persone siedono a tavola insieme in quella giornata. La cosa importante è che non si tratta di pasti serviti come in una mensa o in un self-service.

Ci si siede insieme, si mangia insieme a persone che conosciamo bene e che fanno parte della nostra famiglia. Questo è essenziale, perché vivere accanto ai poveri non significa semplicemente assisterli, ma costruire una nuova famiglia senza frontiere.

Non solo oltre le differenze etniche o culturali, ma anche oltre la distanza tra ricchi e poveri. Quando Benedetto XVI venne alla mensa dei poveri di Sant’Egidio a Trastevere disse una cosa molto bella: che a un certo punto non si capisce più chi serve e chi è servito, perché si appartiene alla stessa famiglia.

Pranzo comunitario con persone povere

Il pane come fraternità e pace

In molte tradizioni religiose, il pane è simbolo di fraternità e pace. L’esperienza concreta di Sant’Egidio è quella dell’accoglienza senza distinzioni.

Chi entra in una nostra mensa sa di essere accolto: italiano o straniero, cristiano o musulmano. Attorno al pane accade proprio questo.

Ed è qualcosa che le persone sentono molto, perché chi vive per strada o fatica ad arrivare a fine mese spesso non si sente accolto, capito o accompagnato da nessuno. Invece questo accompagnamento è fondamentale.

È anche il cuore della nostra vocazione, che Papa Francesco ha definito la spiritualità delle «tre P»: preghiera, poveri e pace. E tutto questo, attorno a una tavola condivisa, diventa ancora più significativo.

Mangiare insieme esprime una dimensione di famiglia e di comunità. Oggi viviamo in una società segnata dalla solitudine, e proprio per questo il condividere la tavola diventa fondamentale.

Insegna anche che non ci si salva da soli. Durante la pandemia, Papa Francesco diceva: «Siamo sulla stessa barca». Potremmo dire anche che siamo alla stessa tavola.

Guardarsi negli occhi mentre si mangia insieme rende poi più facile aiutarsi davvero e vivere una fraternità concreta.

Eucaristia, comunione e dono del pane

Spesso, nella Chiesa antica, l’Eucaristia veniva chiamata anche semplicemente Agape-amor, cioè pax-pace; i cristiani di allora esprimevano così incisivamente il legame inscindibile tra il mistero della presenza nascosta di Dio e la prassi del servizio alla pace, dell’essere pace dei cristiani.

Non c’era differenza tra ciò che oggi si contrappone facilmente come ortodossia e ortoprassi, come retta dottrina e retta azione. La verità è concreta.

Conoscenza e azione sono strettamente legate, così come fede e vita. La gloria di Dio e la pace sulla terra sono inseparabili.

Dove Dio è escluso, non c’è pace sulla terra, e nessuna ortoprassi senza Dio può essere salvata. In effetti, non esiste una prassi semplicemente equa, senza la conoscenza di ciò che è giusto.

«Eucaristia» è oggi e giustamente il nome più usato per il Sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, che il Signore ha istituito alla vigilia della sua passione.

L’Eucaristia è stata così riconosciuta come la realtà essenziale dell’Ultima Cena, quella che oggi chiamiamo la Preghiera Eucaristica, che deriva direttamente dalla preghiera che Gesù fece alla vigilia della sua Passione ed è il centro del nuovo sacrificio spirituale.

Il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo, il cibo nuovo, che sostiene per la risurrezione, per la vita eterna. Così, l’intera struttura delle parole e degli elementi materiali diventa un assaggio dell’eterno banchetto nuziale.

La seconda parola, che avete scelto come Tema del vostro Congresso Eucaristico, Comunione, è una parola oggi in voga. Si tratta infatti di una delle parole più profonde e caratteristiche della tradizione cristiana, ma proprio per questo è molto importante comprenderla in tutta la sua profondità e grandezza di significato.

Proprio esaminando il processo con cui il Sacramento ha assunto progressivamente la sua forma, si comprende in modo molto bello e profondo il legame tra Scrittura e Tradizione.

Una semplice rassegna storica della Bibbia considerata isolatamente non ci trasmette sufficientemente la visione di ciò che è essenziale; si manifesta come tale solo nel contesto vitale della Chiesa, che ha vissuto la Scrittura e quindi l’ha compresa nella sua più profonda intenzionalità e l’ha resa accessibile anche a noi.

Il pane dato al povero è dato a Cristo

Nessuno sia esitante a dare l’elemosina ai poveri, nessuno creda che la riceva colui del quale vede la mano; la riceve Colui che ha comandato di darla.

Avevo fame - è detto - e mi avete dato da mangiare. Dopo l’enumerazione dei loro servizi i giusti chiederanno al Signore: Quando mai ti abbiamo visto affamato? ed egli risponderà: Tutto ciò che avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, lo avete fatto a me.

Chiede l’elemosina un povero ma è un ricco quello che la riceve; si dà a uno che la spende per sé, ma la riceve Colui che la renderà.

Ciò ch’è stato dato loro è arrivato a me: state sicuri, non l’avete perduto. Sulla terra vi guardavate da quanti non erano capaci di restituire; nel cielo avete uno ch’è in grado di farlo.

Io ho ricevuto - dice - io vi restituirò. Ma che cosa ho ricevuto e che cosa renderò? «Ho avuto fame - dice - e mi avete dato da mangiare, ecc. Io ricevuto la terra, darò il cielo; ho ricevuto beni temporali, restituirò beni eterni; ho ricevuto il pane, darò la vita».

Il pane dato da voi ai miei poveri è stato consumato, mentre il pane che io darò, non solo vi ristorerà ma non finirà giammai. Ci dia dunque il pane lui, il pane disceso dal cielo. Quando darà il pane, darà se stesso.

La misericordia come forma della vita cristiana

Questo Anno Santo Straordinario è anch’esso dono di grazia. Entrare per quella Porta significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie e ad ognuno va incontro personalmente.

Sarà un Anno in cui crescere nella convinzione della misericordia. Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre invece che sono perdonati dalla sua misericordia!

Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia. Attraversare la Porta Santa, dunque, ci faccia sentire partecipi di questo mistero di amore.

Abbandoniamo ogni forma di paura e di timore, perché non si addice a chi è amato; viviamo, piuttosto, la gioia dell’incontro con la grazia che tutto trasforma.

Maria è la prima salvata dall’infinita misericordia del padre, primizia della salvezza che Dio vuole donare a ogni creatura, icona della vittoria sul peccato.

Noi vogliamo contemplarla imitandone la fede, guardando l’aurora della divina creazione: Maria è madre di una umanità nuova, del mondo ricreato.

Celebrare questa festa comporta due cose: primo accogliere pienamente Dio e la sua grazia misericordiosa nella nostra vita, secondo diventare a nostra volta artefici di misericordia in un cammino evangelico.

Noi con i nostri sì quotidiani possiamo vincere il nostro egoismo e rendere più lieta la vita dei nostri fratelli, essendo imitatori di Cristo e testimoni del suo amore, che va riservato soprattutto ai privilegiati di Cristo, quelli che lui stesso ci ha indicato: avevo fame e mi avete dato da mangiare, sete e mi avete dato da bere.

Misericordia è la sintesi del Vangelo, è il tratto fondamentale del volto di Cristo, che va incontro a tutti, guarisce i malati, siede a tavola coi peccatori e inchiodato sulla croce perdona.

La responsabilità personale e politica

Un singolo cittadino può anzitutto accorgersi. Spesso viviamo distratti, abituati a vedere persone che dormono per strada o chiedono l’elemosina senza fermarci davvero a guardarle.

Bisogna fermarsi, capire come aiutare queste persone, segnalarle alle realtà che se ne occupano. Noi, per esempio, pubblichiamo ogni anno una guida con tutti i luoghi dove è possibile mangiare, lavarsi, vestirsi e ricevere aiuto.

È utile sia per chi vive in strada sia per chi vuole dare una mano. La crescita della povertà assoluta richiede risposte concrete e noi cerchiamo di darle ogni giorno.

A livello internazionale, invece, credo sia importante anche rileggere la nuova enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, quando parla della necessità di investire meno nelle armi e di prestare più attenzione alle emergenze umanitarie.

Oggi, invece, manca spesso sensibilità politica internazionale su questi temi, fatta eccezione per alcune grandi organizzazioni legate all’ONU, come la FAO. In un mondo in cui il multilateralismo si indebolisce, bisognerebbe invece rafforzare le organizzazioni internazionali.

Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio.

Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo.

La carità, dunque, non è soltanto un gesto occasionale, ma una forma concreta di comunione. Nel povero, nel forestiero, nell’affamato e nell’emarginato, il cristiano è chiamato a riconoscere il volto di Cristo e a rispondere con il pane, l’accoglienza, la visita e la fraternità.

tags: #benedetto #xvi #avevo #fame #e #mi