Arcangelo Badolati e il femminicidio: memoria, denuncia e cultura del rispetto

Arcangelo Badolati ha dedicato numerose attività giornalistiche e pubblicazioni al tema della violenza sulle donne e del femminicidio, con particolare attenzione alle vicende calabresi. Il suo lavoro ha contribuito a mantenere viva la memoria di vittime come Maria Rosaria Sessa e Fabiana Luzzi e a promuovere una riflessione sulla cultura del possesso, sulla prevenzione e sull’importanza di denunciare.

Il femminicidio non è soltanto l’uccisione di una donna, ma l’esito estremo di una violenza fondata sulla sopraffazione, sulla gelosia, sull’ossessione e sull’idea che l’uomo possa esercitare controllo sulla vita e sulle scelte della donna. La violenza sulle donne è un fenomeno radicato nella società, legato all’idea del possesso del maschio sulla donna, per la sua debolezza e inferiorità.

Il lavoro di Arcangelo Badolati sul femminicidio

Arcangelo Badolati (Palmi, 1966) giornalista professionista, laureato in Giurisprudenza, ècaposervizio del quotidiano “Gazzetta del Sud”. È autore di numerose pubblicazioni sulle devianzecriminali e i misteri calabresi ed ha seguito, negli ultimi venti anni, i più importanti processicelebrati in Calabria.

È componente del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafiosodell’Università della Calabria e del comitato scientifico dell’Università dell’Antimafia di Limbadi.È autore con Marisa Fallico, di “Nera di Calabria” e con Attilio Sabato di “’Ndrine”, due delletrasmissioni televisive più seguite nella regione.

Ha vinto numerosissimi premi tra cui: “Alarico”(2003), “Pasquale Rossi” (2006), “Giannino Losardo” (2008), “Unesco per il giornalismo” (2009),“Giuseppe Calogero” (2009), “Bernardino Telesio” (2010), “Gerbera Gialla” (2011),“Strill&Rischia-Tabula rasa” (2011), “Luigi Malafarina” (2012), “Karl Otto Apel” (2013),“Iustitia- Rosario Livatino” (2014), “Corrado Alvaro” (2015), “Roberta Lanzino” (2015),“StefanoChiarini” (2016), “Giancarlo Siani” (2016), “Peppino Impastato - Giuseppe Valarioti” (2017).

Ha ricevuto riconoscimenti speciali (2010, 2011 e 2014) dall’Associazione Nazionale Polizia di Stato e dall’Associazione Nazionale Carabinieri per le inchieste giornalistiche condotte.Riconoscimenti particolari per le pubblicazioni prodotte in Italia gli sono stati inoltre assegnati dallaprestigiosa “Accademia di Calabria” di Toronto (Canada) nel 2010 e dall’Osservatorio “Falcone -Borsellino - Scopelliti” nel 2011 e nel 2012.

Ha pubblicato: I segreti dei boss (2001); Malandrini (2002); Omicidi nel Cosentino ’98-2001(2001); Sette casi per sette delitti (2003); Il Mig delle bugie (2005); il Mammasantissima (2006);Crimini (2007); ’Ndrangheta eversiva (2007); I segreti dei boss - 2 (2008); Faide (2009); Banditi eSchiave (2009); La Giustizia italiana raccontata ad un alieno (2010); Stragi, delitti e misteri (2011).Codice Rosso, la sanità tra sperperi, politica e ’ndrangheta (2012); I femminicidi (2013); Ouitalos(2014); Mamma ’ndrangheta (2014), #iodamorenonmuoio (2016).

Fabiana Luzzi, una vittima ricordata nelle scuole

Nella nostra città pochi mesi fa si è verificato un terribile caso di femminicidio; Fabiana, una nostra coetanea e compagna di scuola, è stata uccisa da quello che doveva essere “il suo ragazzo”, quello che avrebbe dovuto amarla, non quello da cui avrebbe dovuto difendersi.

Fabiana come tante altre vittime ora non c’è più, ma ancora questo problema risulta irrisolvibile. Nel libro sono riportate le operazioni che hanno portato alla luce il turpe mercato che ruota intorno alla schiavizzazione delle donne straniere in Calabria e nell’intera penisola nonché, le testimonianza di alcune di esse.

Le pagine del volume entrano con forza anche nei femminicidi consumati in Calabria, alcuni diventati eclatanti come quello della giornalista Maria Rosaria Sessa, di Tiziana Falbo e della giovanissima Fabiana Luzzi che, accoltellata e bruciata viva a Corigliano il 24 maggio del 2013, è in ordine di tempo il delitto più raccapricciante perché, peraltro, compiuto dal fidanzatino, giovanissimo come lei.

A riprova che la crudeltà è una matrice comune di tempi e spazi diversi. Seduti tra noi c’erano i genitori di Fabiana, mi sono commossa tanto nel vederli, sono sempre così composti nel loro dolore e sofferenza, dimostrando tanto coraggio e forza nell’affrontare quello che gli è successo.

Fabiana era una mia amica, frequentava l’ottavo anno di danza classica con me, era una ragazza normalissima che amava la danza, la musica e aveva tanta voglia di vivere e sorridere, ma le hanno strappato le ali.

Quello che le è successo ancora oggi non me lo so spiegare e non so trovare le ragioni che spingono una persona a compiere gesti così crudeli. Lei è una donna a cui è stato violato il diritto fondamentale di vivere.

La presenza di S.E. il Prefetto e delle altre autorità ha reso il nostro incontro bello e importante, ma l’elemento che, secondo me, ha caratterizzato l’incontro è stato il cuore di ogni singolo ragazzo, è stata la commozione nei volti di ognuno di noi e sono convinto che questo ha fatto sì che la nostra piccola Fabiana fosse lì con noi.

La scuola come luogo di prevenzione

27 novembre e 9 dicembre: a scuola abbiamo ricordato Fabiana e parlato di violenza sulle donne. Ecco alcune delle nostre riflessioni…. Stamattina 27 Novembre si è svolto nell’auditorium della mia scuola l’incontro tra noi studenti e il Prefetto di Cosenza Dott. Gianfranco Tomao per discutere di legalità e per sensibilizzare l’opinione pubblica a lottare contro la violenza sulle donne, nel ricordo della nostra Fabiana.

Erano anche presenti, tra gli altri, i vertici provinciali della Polizia di Stato il Questore Dott. Alfredo Anzalone, dell’Arma dei Carabinieri il Colonnello Giuseppe Brancati, della Guardia di Finanza il Colonnello Giosuè Colella e della Corpo Forestale il Colonnello Giuseppe Melfi.

Durante l’incontro è stato proiettato anche un video, sono state lette poesie e testimonianze varie nell’attenzione e commozione generale di noi tutti. Ogni autorità ha espresso il proprio pensiero e considerazioni riguardo a questo fenomeno che, purtroppo, è in continua espansione e che va fermato in tutti i modi.

Finalmente con le nuove norme per il contrasto della violenza di genere si sono inasprite le pene e si sono stabilite nuove misure per proteggere le vittime, questo fa ben sperare che episodi del genere possano diminuire.

Penso che per combattere questo grave fenomeno la prevenzione e l’educazione siano fondamentali perché noi saremo in futuro mariti e fidanzati. Il convegno di ieri è stato molto importante in quanto ci ha aperto gli occhi e ci ha fatto apprendere e capire tante cose.

Una cosa che ritengo sia essenziale nel percorso di vita di una persona sono i valori umani e sociali che scuola e famiglia insieme devono trasmettere in maniera corresponsabile a noi adolescenti per formare il nostro carattere e la nostra cultura.

È importante educare i bambini all’insegna dei fondamentali valori umani perché possano diventare uomini che non saranno mai capaci di sfiorare con violenza una donna. Quella donna che appartiene allo stesso sesso della madre che ti ha messo al mondo.

La violenza esercitata sulle donne,ha dichiarato la preside Russo, è una piaga sociale che esiste in tutti i Paesi e che attraversa tutte le culture, le etnie e le classi sociali.

Essa è una delle violazioni dei diritti umani più diffusa che nega alle donne il diritto di godere delle libertà fondamentali come il diritto all’uguaglianza, il diritto alla dignità e primo tra tutti, il diritto alla vita.

Sono dati allarmanti che fanno del “femminicidio” un’emergenza nel nostro Paese che va affrontata prima ancora che dal punto di vista giuridico, da quello culturale. Urgono più che mai interventi culturali finalizzati ad abbattere questi stereotipi e la scuola, in questo caso, ha una funzione cruciale.

Contrastare la violenza sulle donne significa affrontarla dalla prevenzione. Spiegarne l’importanza all’interno del contesto scolastico è necessario ai giovani per avere una presa di coscienza sul fenomeno sin dall’inizio del loro percorso formativo affinché possano interiorizzarlo e in seguito, crescendo, ritrovarlo poi all’interno del loro bagaglio culturale.

Studenti a scuola contro violenza donne

Il messaggio: l’amore non è possesso

La violenza sulle donne è un fenomeno radicato nella società, legato all’idea del possesso del maschio sulla donna, per la sua debolezza e inferiorità. E la donna ha sempre subito violenza, soprusi e abusi senza mai reagire, poche sono quelle che denunciano o si ribellano.

Ma il numero di quelle che stanno zitte per paura è ancora numeroso. Però negli ultimi tempi sono nati centri anti-violenza, servizi sociali, dove le donne possono trovare conforto e aiuto.

La Preside e tutte le persone che sono venute a parlarci di questo argomento così importante hanno voluto mandarci messaggi su come ogni atto di violenza, possessività, gelosia, oppressione non debba essere tollerato e giustificato in nessun caso, perché l’amore non comporta violenza, ossessività, oppressione, perché chi dice di amarti non ti picchia, non ti umilia e se ciò accade non dobbiamo farcene una colpa pensando che c’è qualcosa che non va in noi, ma dobbiamo avere il coraggio e la forza di dire basta a questi soprusi.

Io penso che picchiare, uccidere una donna sia la cosa più crudele che possa esistere. AMARE non vuol dire fare del male.

Alla base della vita c’è il rispetto per gli altri e noi donne dovremmo capire che non esiste amore o affetto che porti alla privazione del sorriso. Amore o affetto che provochi lividi sul corpo, questo non è amore.

È stato un incontro che mi ha colpito profondamente, soprattutto quando ho sentito parlare il papà di Fabiana. Penso che tutto questo non dovrebbe esistere, che dovremmo fare qualcosa di più noi donne per evitare che questo accada ancora, sulla carta noi donne abbiamo gli stessi diritti e doveri degli uomini, ma in realtà questo non accade, ci sono ancora uomini che pensano di essere superiori alle donne ed è per questo che si verificano episodi di violenza.

Alcuni uomini hanno ancora una mentalità retrograda, ci sono uomini gelosi, possessivi che credono ancora che le donne debbano stare a casa, debbano occuparsi esclusivamente della casa e della famiglia, la donna deve poter lavorare e rendersi indipendente economicamente.

Il coraggio di parlare e chiedere aiuto

Tutti i giorni si ascoltano al telegiornale notizie di donne uccise dai propri mariti, picchiate dai fidanzati, stuprate, maltrattate, molestate…… io penso che questi comportamenti siano una piaga per l’umanità, si parla tanto di diritti inviolabili della persona e poi ogni giorno nel mondo accadono fatti ingiusti.

Incontri come quello di oggi sono molto importanti per noi giovani perché ci aiutano a riflettere e a farci capire che non siamo soli, ma c’è sempre qualcuno che può aiutarci se dovessimo trovarci in situazioni simili.

È questo che ha voluto dirci il papà di Fabiana: se abbiamo un problema dobbiamo parlare con i nostri genitori, con i nostri professori o con qualunque altra persona che sia in grado di aiutarci o di darci un consiglio.

Bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto e di dire basta alla violenza perché non c’è cosa più preziosa della vita e quindi dobbiamo salvaguardarla e rispettarla.

Dobbiamo unirci e combattere insieme affinché le donne che si trovino a vivere un rapporto possessivo, violento possano parlare, denunciare.

Per combattere questa lotta tante sono le cose che potremmo fare: non stare in silenzio, cercare aiuto, rivolgersi ad un familiare o alle autorità e non avere paura.

Penso che dovremmo ribellarci e che quando succedono queste cose dobbiamo parlarne, chiedere subito aiuto ad un genitore, ad un’amica perché con il silenzio non si risolve niente.

Maria Rosaria Sessa, la giornalista uccisa dall’ex compagno

Maria Rosaria Sessa, giornalista di Rossano Calabro, perse la vita a soli 27 anni per mano dell’uomo che diceva di amarla e che non accettava la fine di una relazione che era diventata col tempo sempre più opprimente.

Questa è quella di Maria Rosaria Sessa, la giornalista di Rossano Calabro, uccisa 22 anni fa dal suo ex compagno, che la colpì in auto con una serie di coltellate non lasciandole scampo.

Una storia simbolo - in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne che ricorre il 25 novembre - al centro di un evento organizzato dall’associazione “Giornaliste Italiane” nella sala “Caduti di Nassirya” presso il Senato della Repubblica a Roma.

“Maria Rosaria e le altre. Le vite spezzate dal non amore” il titolo dell’incontro che ha visto anche la testimonianza di Linda Moberg, che stava per avere lo stesso tragico destino di Maria Rosaria, ma che è riuscita a sopravvivere al brutale pestaggio di suo marito.

È una storia sentita troppe volte, una trama che accomuna troppe donne. «Ogni volta che si verifica un nuovo caso di femminicidio, per noi si aprono quelle ferite che cercano con fatica di rimarginarsi».

«Era una donna bellissima, dentro e fuori», è il ricordo di Arcangelo Badolati, giornalista e scrittore che ha conosciuto e lavorato con la giovane uccisa la notte del 9 dicembre 2002 da Corrado Bafaro.

«Fu uccisa con un inganno dal suo ex compagnò, invitandola a un ultimo appuntamento, presentandosi con un mazzo di fiori, un anello e un coltello in tasca».

All’incontro, che ha visto la partecipazione associazioni, giornalisti, scrittori, hanno preso parte anche la ministra per la famiglia e le pari opportunità, Eugenia Roccella e la sottosegretaria di Stato al Ministero dell’Interno, Wanda Ferro.

Le giovani donne mantengano sempre la dignità morale senza piegarsi al maschilismo. I giovani ragazzi, uomini di oggi e di domani, dimostrino sempre il coraggio di decostruire la mentalità culturale che troppe volte in passato ha visto troppe donne uccise per mano di uomini.

Il ruolo della stampa e della memoria

Ai nostri microfoni Badolati ha ribadito l’importanza di veicolare un messaggio fondamentale: «Grazie ai miglioramenti con innovazioni normative è possibile fermare questa gente prima. Le donne devono trovare il coraggio di denunciare, per questo ci deve essere un impegno collettivo, l’impegno di tutti, della stampa e dell’opinione pubblica».

Non sono di certo le parole o le canzoni a far svanire il senso del dolore che hanno i padri e le madri che vedono una figlia volare in cielo.

La tragica morte di Fabiana io penso che ognuno di noi se la porterà per sempre dentro anche con un po’ di senso di colpa, perché mi chiedo sempre se qualcuno di noi avrebbe potuto fare qualcosa per evitare questo tragico evento…. non bisogna perciò mai dimenticare, ma ricordare affinché una cosa del genere non accada ad altri.

La presenza delle istituzioni, della scuola, delle famiglie, della stampa e dell’opinione pubblica è parte di un impegno collettivo volto a riconoscere la violenza prima che raggiunga l’esito più grave.

«È importante che sia un evento di sensibilizzazione organizzato dalle giornaliste perché il ruolo della stampa è fondamentale», ha detto la ministra Roccella a margine dell’incontro parlando con i giornalisti: «Il racconto delle diverse situazioni, delle vicende è quello che serve perché ognuno di noi si ricordi quanto conta la libertà femminile e la cultura del rispetto».

I femminicidi e #iodamorenonmuoio

La presentazione in anteprima nazionale al Piria Di Rosarno del libro Banditi e schiave, scritto a quattro mani dai giornalisti di “Gazzetta del Sud” Arcangelo Badolati e Giovanni Pastore è un chiaro segnale dell’attenzione della Preside Mariarosaria Russo alla scottante tematica del femminicidio.

La prof.ssa Vera Violi che ha coocrdinato l’attività, ha evidenziato che si tratta di un testo che per la prima volta, scruta tra le maglie di un fitto intreccio criminale rimasto sinora nell’ombra.

Esso offre una ricostruzione del sodalizio stretto tra la mafia albanese e la ‘ndrangheta, attivo soprattutto nella parte Settentrionale della Calabria, divenuta una sorta di “laboratorio criminale”.

Nella Sibaritide, - come attestano numerose documentazioni - n’drine e clan albanesi sembrano aver stabilito una pericolosa alleanza, fondata sull’impegno degli schipetari a fornire ai clan di casa nostra, droga e armi in cambio del controllo assoluto sul mercato della prostituzione.

I banditi come dichiara Badolati “sono criminali albanesi riuniti in clan che mostrano i tratti distintivi assai simili a quelli della ‘ndrangheta calabrese: un familiarismo inviolabile sancito dal primato dei vincoli di sangue e dell’appartenenza al territorio;l’omertà e la segretezza; la violenza brutale esercitata per imporsi su aree e regioni anche straniere e distanti dalle proprie.

Le schiave, ha chiarito la prof.ssa Ivana Malara che ha moderato il dibattito, sono tutte quelle donne che rapite o adescate con l’inganno, vengono comprate, vendute e costrette alla mercificazione del proprio corpo, per produrre danaro col sesso.

Sono donne alle quali è stato tolto tutto anche la loro identità. È proprio a loro - come prosegue ancora Badolati - che è dedicato questo saggio.

Dalle loro dichiarazioni sono emersi scenari agghiaccianti. Stappate via dalle loro famiglie e caricate come merce su dei gommoni, giunte in Italia, non possono più tornare in dietro perché tentare di farlo significa morire o essere sottoposte a sevizie di ogni genere.

Sono donne che vivono nel terrore non solo per la propria incolumità ma, anche per la sorte dei propri cari che vengono costantemente osservati o addirittura sottoposti a sequestro.

Tanta crudeltà è frutto di una cultura millenaria ispirata alle norme del “codice Kanun” o legge della montagna una raccolta di leggi consuetudinarie riconosciute dal popolo albanese.

Si tratta di un antico codice comportamentale che regola il concetto dell’onore, dell’esercizio alla violenza e alla faida e che assicura agli uomini un assoluto controllo sulle donne a tal punto da essere considerate degli oggetti da cui lucrare denaro.

Nel secondo e nel terzo momento del codice dedicati rispettivamente alla famiglia e al matrimonio, emerge con chiarezza lo stato di sottomissione in cui versa il genere femminile.

Essere donna in Albania significa non avere diritto ad alcuna eredità dai suoi parenti né sulla casa, essere assoggettata al marito e ai suoi maltrattamenti, essere uccisa se ritenuta colpevole di tradimento e addirittura non potere essere libera di piangere i propri morti.

“La donna dunque, come qualcosa di superfluo, qualcosa da usare, qualcosa da sfruttare”.

Ma le donne ammazzate non sono solo quelle albanesi. Accanto a queste donne senza nome vi sono quelle italiane e calabresi che sono tante e stanno diventando tantissime.

Un libro che gli sudenti leggeranno e approfondiranno e che prevede,come momento conclusivo una visita guidata presso la casa editrice Pellegrini.

Non sono mancati momenti di grande coinvolgimento emotivo quando sono state ricordate le donne coraggio del nostro territorio che hanno scelto di cambiare.

Lo spettacolo teatrale #Iodamorenonmuoio

Rossano (Cosenza) - Femminicidio, avere coraggio e non piegarsi. Flotta ringrazia l’Itas Itc per proposta di qualità.

La lodevole rappresentazione è stata tratta dall’omonimo libro del giornalista Arcangelo Badolati, nel quale si racconta l’universo femminile, l’amore malato e la violenza sulle donne nel corso della storia.

È stato, questo, l’importante messaggio sotteso al riuscito spettacolo teatrale #Iodamorenonmuoio promosso dall'Istituto Itas Itc e al quale l’Amministrazione comunale, attraverso l’assessore alla cultura Serena Flotta, ha subito aderito patrocinando la manifestazione ospitata nella gremita Sala Rossa di Palazzo San Bernardino.

Ad arricchire l’evento è stato un contributo artistico dell'attrice e giornalista Federica Montanelli.

A complimentarsi con gli organizzatori e con l’Autore e giornalista Badolati è stato anche il Sindaco Stefano Mascaro.

Nel corso dell’evento sono state ricordate le giovani concittadine Maria Rosaria Sessa di Rossano e Fabiana Luzzi di Corigliano, donne simbolo del nostro territorio, vittime di femminicidio.

Dati, stereotipi e responsabilità collettiva

Per l’occasione sono stati illustrati i risultati di due studi: un sondaggio dal titolo “La percezione della violenza di genere in Italia” di Swg per Giornaliste Italiane, e la ricerca “Epi-we” (Epigenetics for Women) condotta da Simona Gaudi, del dipartimento Ambiente e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità.

La rilevazione, condotta su un campione composto da 837 cittadini italiani maggiorenni dal 13 al 15 novembre, è stata presentata a Roma, in Senato, in occasione dell’incontro “Maria Rosaria e le altre. Le vite spezzate dal non amore”.

Quest’ultimo, illustrato ai microfoni del Corriere della Calabria dalla giornalista Mariavittoria Savini dimostra che «la violenza provoca cicatrici biologiche, è incisa nel Dna delle vittime. Capire in che modo queste modificazioni si possono estendere e come questi effetti possono essere visibili a distanza di anni, significa aprire la strada a una medicina di prevenzione e di precisione».

I dati dello studio realizzato, invece, da Swg «mostrano uno spaccato molto differente tra quella che è l’immagine dei giovani maschi e delle giovani donne. Le giovani donne hanno molto più coscienza di quello che sta succedendo, molto più coscienza anche del pericolo quotidiano che possono correre, i giovani maschi invece tendono a minimizzare», ha spiegato Riccardo Grassi.

Dati non confortanti. Gli stereotipi di genere - secondo lo studio - rimangono radicati nelle nuove generazioni e, anzi, si rafforzano: «È come se una serie di ragazzi si sentissero messi in discussione nel loro ruolo e cercassero di riaffermarlo anche con le violenze».

L’identikit dell’autore di violenza La ricerca SWG parla chiaro: per i giovani maschi l’autore di violenza su una donna corrisponde alle caratteristiche del soggetto ai margine della società, con precedenti penali e problemi psichici; tra le giovani femmine assomiglia molto di più al vicino di casa.

Dall’indagine emerge poi che la diffusione di stereotipi di genere tra gli Italiani è sempre più bassa, ma i maschi più giovani sembrano mostrare una netta insofferenza verso la parità che si esplicita in un atteggiamento generale di richiamo della centralità del ruolo maschile, anche all’interno di spazi storicamente più percepiti come al femminile.

Rispetto alla violenza di genere l’atteggiamento di fondo degli italiani evidenzia da un lato la responsabilità piena e incontrovertibile - spiega SWG attribuita a chi la violenza la agisce, soprattutto se la vittima non è in condizioni di opporsi, dall’altro la necessità che una donna debba comunque sempre rimanere in guardia ed evitare situazioni che potenzialmente possano metterla in pericolo.

E per 4 italiani su 10 alcune donne si mettono in pericolo da sole. Anche in questo caso l’opinione dei giovani uomini è decisamente più assolutoria nei confronti del genere maschile, mentre tra le giovani donne sono ritenute inaccettabili tutte le forme che ne limitano la libertà.

E se per 8 Italiani su 10 una donna che ha subito violenza dovrebbe sempre presentare denuncia, questa certezza cala al 74% tra le giovani donne e al 63% tra i giovani uomini.

Sulla questione educativa invece, l’accordo è più trasversale: i genitori e la scuola hanno la responsabilità di lavorare per trasmettere una corretta dimensione dei rapporti di genere.

Riconoscere la violenza prima che diventi irreversibile

La cosa fondamentale è prima di tutto riconoscere la violenza, conoscere il fenomeno e saperlo riconoscere dai primi segnali, e non giudicarlo secondo criteri inadatti, come il conflitto familiare, questioni di gelosia o troppo amore.

La violenza va condannata e immediatamente riconosciuta come tale se vogliamo contribuire a salvare le vite.

Stesso messaggio lanciato da Linda Moberg, che ha raccontato la sua tragica storia che con coraggio continua a ribadire l’importanza di denunciare: «Ero convinta che sarei morta», ha dichiarato Linda nel corso della sua toccante testimonianza.

Il racconto di dolore delle vittime, il sostegno delle Istituzioni. E poi la vicenda di Linda Moberg.

A raccontarla lei stessa, una sopravvissuta all’aggressione del marito. Un percorso drammatico delle sue giornate segnate dal disprezzo di quell’uomo, dalle botte.

Linda ha avuto paura ma continua ad averne anche oggi e, per questo, ha chiesto a tutti di non lasciare le donne sole.

La ministra Roccella ha detto: «Proprio oggi abbiamo presentato il Libro Bianco per la formazione, che sarà la base per delle linee guida per la formazione di tutti gli operatori che hanno a che fare con la violenza contro le donne.

Uno strumento per costruire una educazione alla cultura del rispetto anche da parte delle agenzie educative, quindi anche per la famiglia e la scuola.

Il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, ha assicurato l’attenzione al tema ponendo l’accento sulla necessità di approcciare al problema della violenza contro le donne anche dal punto di vista culturale.

Che cos’è la violenza di genere?

La prevenzione attraverso scuola, famiglia e istituzioni

La sottosegretaria Ferro ha parlato poi dell’importanza di fare rete e mettere insieme gli strumenti necessari per contrastare il fenomeno: «È fondamentale una rivoluzione culturale attraverso la scuola, la famiglia e i cittadini».

«Abbiamo dotato di maggiori strumenti la magistratura e le forze dell’ordine. Abbiamo una diminuzione dei casi che non ci rende felici perché comunque si registra una strage dal 1996».

Oggi l’Italia può vantare la migliore legislazione a livello europeo rispetto al codice rosso, rispetto al Ddl femminicidio, che è stato voluto dal governo Meloni, e ovviamente con tutte le azioni che significa prevenzione, repressione, e nello stesso tempo formazione.

A questo si aggiungono tanti strumenti a disposizione delle donne, per avere meno paura, per poter denunciare e avere l’accesso più facile a determinate possibilità che le rendano libere, attraverso importanti misure economiche.

Guardiamo anche e soprattutto a non lasciare sole le donne e i loro bambini.

La violenza di genere resta un problema culturale, sociale e istituzionale che richiede prevenzione, educazione, ascolto e capacità di intervento. Le testimonianze ricordate da Arcangelo Badolati mostrano come il ricordo delle vittime possa diventare uno strumento per riconoscere la violenza, rifiutare ogni forma di possesso e sostenere chi trova la forza di chiedere aiuto.

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