Antonio Basilico e Fontana di Capistrello

Antonio Basilico e Fontana di Capistrello sono due riferimenti distinti: il primo appartiene alla storia del collezionismo e dell’arte del Novecento milanese, mentre la seconda indica una realtà legata al territorio e al patrimonio di Capistrello. Il materiale disponibile documenta soprattutto Gabriele Basilico e i rapporti tra Antonio Boschi, Marieda Di Stefano e Lucio Fontana.

Nel 1982 Gabriele Basilico realizzò un servizio fotografico di Casa Boschi Di Stefano su richiesta di Alessandro Mendini, nipote di Marieda Di Stefano. Le foto che ci ha lasciato costituiscono oggi l'unico documento dello stato in cui era la casa quando era ancora abitata dai coniugi.

Gabriele Basilico e la Casa Boschi Di Stefano

In questa foto vediamo l'ingresso della casa con la scultura di Marieda "La collana" (1966), posta fra le porte gemelle che conducono rispettivamente al salotto e allo studio di Antonio Boschi. Sopra le porte un "Concetto spaziale" (1956) di Lucio Fontana.

Molto è cambiato da allora, ma "La collana" accoglie ancora oggi i visitatori nel medesimo posto. In questo scatto dell'ingresso vediamo la panca in legno ancora presente oggi.

Sulla parete il "Golgotha" di Lucio Fontana del 1956, oggi esposto al Museo del Novecento. L'artista fu molto amico di Antonio Boschi e Marieda Di Stefano.

Oggi nella Casa Museo troviamo una stanza interamente dedicata a lui, con una grande selezione di capolavori. L'ingresso della casa con la scultura di Marieda "Il Passo" (1966) posta proprio davanti alla porta del corridoio.

Sulla parete altre opere e "tagli" di Lucio Fontana, fra cui “Concetto spaziale. Attese” del 1958-60 che oggi si trova nella sala monografica dedicata al grande spazialista.

Ingresso Casa Boschi Di Stefano Fontana

Gli ambienti fotografati nel 1982

L’anticamera

Il corridoio di Casa Boschi ripreso dal fondo verso la porta che dà sull'ingresso. Sul mobile in legno a sinistra la scultura di Arturo Martini "La Vittoria" (1934) che oggi è esposta nella sala dedicata a Sironi.

La vetrina e la finta porta che funge da sfondo sulla destra invece sono state rimosse con l’adeguamento a spazio museale. Quest'anticamera è oggi dedicata alle opere antecedenti al movimento di "Novecento".

Il corridoio inquadrato dal fondo verso l’ingresso. Sul mobile, vicino alla "Vittoria" è visibile un set di piatti in ceramica a forma di pesce realizzati da Marieda, oggi esposti nella vetrina che si trova nel corridoio dei Chiaristi.

Sulla destra è visibile anche la poltrona originale che si conserva oggi nel soggiorno, utilizzata dai fratelli Mendini per disegnare il divano e le poltrone che vediamo di fronte al bovindo.

Lo studiolo di Antonio Boschi

Uno studiolo di Casa Boschi Di Stefano, che corrisponde all’attuale Sala Sironi. Al centro della parete "Songavazzo" di Arturo Tosi (1926); in alto a sinistra "Il bel cadavere" di Achille Funi (1919-20), oggi al Museo del Novecento.

In basso a destra "Case e monti" di Carlo Carrà (1928). Sulla credenza sono posate alcune sculture di Arturo Martini e Lucio Fontana.

Un altro scatto dello studiolo. In alto, appeso al muro, “Le amiche” di Piero Marussig (1918), che ora si trova nel corridoio di ingresso.

In basso a destra “L'Annunciazione” di Alberto Savinio (1922), opera iconica oggi visibile nel soggiorno e simbolo della Casa Museo. La scultura sulla base bianca è un'opera in ceramica di Marieda Di Stefano, "L'ippodrago" (1951-52).

La sala da pranzo

La sala da pranzo di Casa Boschi Di Stefano. Sul muro, intorno alla porta, alcune opere di Mario Sironi fra cui "Il sogno" (1931) e "Mondo arcaico" (1945-46).

Sulla sinistra si vede anche il frammento di un'antica testa in stucco indiana, ora nella sala di "Novecento".

Il soggiorno

Nell'arco sono appesi, fra gli altri, "Testa di vecchio" (1909) di Umberto Boccioni e "Peruginesca" (1921) di Giorgio de Chirico. Sul pianoforte Bechstein, la scultura in cera "Testa" (1938-39) di Giacomo Manzù.

Il tavolino davanti al divano, disegnato dall'architetto Piero Portaluppi, si conserva ancora oggi nella sala di Corrente. In queste foto vediamo i pavimenti completamente coperti da strati su strati di tappeti.

Dipinti e sculture si trovano ovunque e non c'è traccia dell'ordine cronologico che sarebbe stato seguito nell'organizzazione dell'itinerario dell'attuale Casa Museo.

Un'altra vista del soggiorno. La grande tela di De Chirico con "La scuola dei Gladiatori: il combattimento" (1928) domina la stanza. Ancora oggi è appesa alla stessa parete.

Una parete monografica dedicata a de Chirico. "La scuola dei gladiatori: il combattimento" (1928) al centro.

In alto a sinistra "I facitori di trofei" (1926-28), in basso a destra "Nudo sulla spiaggia" (1931 circa), ancora oggi nel soggiorno della Casa Museo.

A destra dello specchio, tre piccoli quadri di Filippo de Pisis: "Fiori" (1939 circa), "Vasetto dii fiori" (1925 circa) e "San Moisè" (1945 circa).

Sul tavolo in primo piano un'opera in ceramica di Marieda Di Stefano, "Gli uomini" (1957-58).

Lo studio di Antonio Boschi e la camera da letto

La piccola stanza era lo studio di Antonio Boschi. Accanto alla finestra, la scultura "Prometeo" di Roberto Crippa del 1956.

La stanza occupa una delle due estremità dell’attuale sala dedicata a Lucio Fontana; il muro sulla destra oggi non esiste più.

Molti quadri anche in camera da letto. In alto a sinistra, vicino alle tende, "I comignoli" (1941 circa) di Bruno Cassinari; in basso invece "Trieste" (1933) di Achille Funi.

In alto sulla parete di fondo si distinguono tre opere di Renato Paresce, fra cui "La casa dell’ondina" del 1932. A sinistra dello specchio è la ceramica "Deposizione" di Lucio Fontana (1955-56).

Camera Casa Boschi opere Fontana

Antonio Boschi, Marieda Di Stefano e Lucio Fontana

L'artista fu molto amico di Antonio Boschi e Marieda Di Stefano. Il rapporto tra il collezionista, la ceramista e Lucio Fontana emerge nella disposizione delle opere fotografate da Gabriele Basilico e nella successiva organizzazione museale della casa.

La presenza di Fontana comprende dipinti, sculture, ceramiche e opere della ricerca spazialista. Sulla parete altre opere e "tagli" di Lucio Fontana, fra cui “Concetto spaziale. Attese” del 1958-60 che oggi si trova nella sala monografica dedicata al grande spazialista.

La Casa Museo Boschi Di Stefano conserva inoltre una stanza interamente dedicata a lui, con una grande selezione di capolavori. Il "Golgotha" di Lucio Fontana del 1956 è oggi esposto al Museo del Novecento.

Il metodo fotografico di Gabriele Basilico

Sono i primi anni Settanta quando Gabriele Basilico (1944-2013), Franco Fontana (1933) e Guido Guidi (1941) si affacciano al mondo della fotografia, senza sapere che pochi decenni dopo sarebbero stati menzionati e ammirati tra coloro che la fotografia italiana l’hanno trasformata, ne hanno messo in discussione i metodi, i soggetti e i confini.

Maturano in modo diverso, fanno scelte stilistiche talvolta opposte eppure dagli anni Ottanta hanno raccontato il paesaggio urbano e rurale, italiano e non solo. Insieme a tanti altri - tra cui Luigi Ghirri e il progetto “Viaggio in Italia” (1984) - hanno contribuito significativamente a modellare il filone della fotografia di paesaggio italiana.

Giovanna Calvenzi - compagna di una vita e oggi responsabile dell’Archivio del fotografo e co-curatrice della mostra accanto a Matteo Balduzzi del Museo di Fotografia Contemporanea - racconta che Gabriele Basilico aveva un approccio molto analitico alle città che fotografava: ne leggeva, studiava le mappe e piano piano costruiva un itinerario da seguire.

Eppure a Roma non ha mai seguito questo metodo, l’ha fotografata tante volte guidato da incarichi professionali precisi, pertanto il corpus di immagini dedicate alle città eterna è eterogeneo e complesso, oggi illustrato da una sessantina di stampe e qualche decina di fogli di provini.

Roma nelle fotografie di Basilico

La Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo Nazionale Romano - Palazzo Altemps, il MUFOCO - Museo di Fotografia Contemporanea e l’Archivio Basilico, presenta Gabriele Basilico. Roma.

La mostra restituisce, in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla nascita del grande maestro della fotografia italiana, un inedito spaccato della sua ricerca visiva.

L’esposizione apre al pubblico da giovedì 12 dicembre 2024 a domenica 4 maggio 2025 nelle sale di Palazzo Altemps a Roma.

Curata da Matteo Balduzzi e Giovanna Calvenzi, la mostra presenta per la prima volta al pubblico un itinerario che attraversa le principali ricerche realizzate da Gabriele Basilico su Roma, città profondamente amata e intensamente frequentata dal fotografo milanese.

Una selezione di oltre cinquanta opere in un percorso narrativo pensato appositamente per dialogare con gli spazi di Palazzo Altemps, le cui sale stabiliscono una relazione diretta con i soggetti delle fotografie in mostra.

Filo conduttore dell’esposizione è il legame tra Gabriele Basilico e la Città Eterna, costruito grazie a venti incarichi professionali ricevuti dal fotografo tra il 1985 e il 2011 e alle numerose campagne fotografiche che ne sono scaturite.

Mirabilmente allestite, le fotografie di diverso formato entrano in risonanza con gli spazi e le sculture del Palazzo, unendosi in una narrazione corale della bellezza, della complessità e della stratificazione dell’architettura romana.

Se il bianco e il nero e la ricerca di linee pulite e sobrie caratterizzano la prevalenza dell’opera di Basilico, in questa mostra emerge una bella serie a colori scattata lungo le rive del Tevere nel 2007, in occasione di un’edizione del Festival della fotografia capitolino.

Sono immagini lontane sia dal cliché romano sia da ciò che del fotografo milanese è più noto: un fiume opaco punteggiato dai colori delle foglie autunnali, ammorbiditi dalla nebbia.

Gabriele Basilico Roma Tevere fotografie

Milano e i “Ritratti di fabbriche”

Nei primi anni ’80, dopo un periodo di viaggi e di grandi aperture, Milano mi aveva ripreso, mi aveva richiuso in sé; ce l’avevo intorno, addosso, e mi sfuggiva.

Era il luogo, per me, dello spaesamento più nero e della più scialba abitudine, dell’ovvio e della vertigine. Giravo a caso per strade, sterri e piazzali con la mia polaroid: tentavo di fermare il delirio silenzioso delle facciate, degli scavi, dei muri ciechi.

Quello che non ho mai scritto è come il mio affannato parlare al muro mi abbia fatto incontrare, a un certo punto, le immagini di Gabriele Basilico. Il mio ricordo della mostra al Padiglione di Arte Contemporanea, Milano. Ritratti di fabbriche, è limpidissimo.

Era il 1983. Dovevo avere già visto qualche anno prima un’altra sua mostra; ma furono quei “ritratti” di intonaci tettoie e ciminiere a rivelarmi davvero l’arte di Basilico, a farmela sentire vicina, parlante.

Agli aspetti documentari, urbanistico-architettonici, non ero particolarmente interessato, né preparato; quello che mi emozionava era la capacità del fotografo di lasciare che quegli edifici si dessero a vedere, si manifestassero.

Lasciare, appunto: nello sguardo di Basilico non si avvertivano le gesticolazioni, gli ammiccamenti, i conati della “comunicazione”, insomma della retorica.

In passato, nei reportage su Milano di altri grandi fotografi, officine e casermoni fungevano per lo più da sfondo, puntualmente cupo e desolante, di una vicenda sociale, storica, politica, carica di interpretazioni.

Nella mostra di Basilico le fabbriche erano lì, in primo piano e in piena luce, inesplicate, sole e serene, inermi. Dei nudi, più che dei ritratti. Torsi, natiche, cosce di fabbriche.

I “ritratti di fabbriche” di Basilico, per certi versi, erano in sintonia con quel mutamento; ma in loro non c’era traccia di cedimento, di astuta complicità con la sbandierata “fine della storia”.

L’occhio nel quale i muri si guardavano era apparentemente impassibile, come quello di un biologo al microscopio, ma nelle immagini vibrava una tensione trattenuta, una composta commozione.

I paesaggi urbani di Sironi, le sue tragiche periferie, qui si purificavano dai loro chiaroscuri violenti, dal loro squallore austero e disperato.

E tuttavia, lo ripeto, la serenità delle fabbriche di Basilico non era rassegnazione al corso degli eventi, resa a una fine inevitabile: era - ai miei occhi - la rivelazione di una luce nuova, che mi interrogava.

Glasgow e la trasformazione urbana

In questo reportage giovanile sulla città di Glasgow, quello che colpisce subito è la presenza viva degli abitanti.

Nell’opera matura di Basilico la città - anche sventrata e sfigurata, come nelle bellissime foto di Beirut - è pura e deserta architettura, tensione di volumi e superfici, di spazi e ombre.

Qui è ancora popolata di panni stesi e autobus in marcia, di uomini, addirittura bambini e bambine, la cui vitalità fa uno strano contrasto col sottotitolo freddamente “tecnico” del lavoro (Processo di trasformazione di una città).

A un cultore dell’opera di Basilico, questi scugnizzi scozzesi sembrano, a prima vista, degli intrusi. Ma a guardare meglio, questo petulante presentarsi di ragazzini aiuta infine il paesaggio urbano a investire l’osservatore con il suo gravissimo non.

Casamenti, grandiose sopraelevate, lastricati, rotaie non fanno ciao ciao, non ridono, non si sbracciano; non hanno imbarazzi allegri o nervose euforie da offrire all’obiettivo.

Non hanno una faccia di cui rispondere, da esibire o da nascondere. Com’è diverso, l’uomo, dalla sua opera.

Come sono dure, severe le costruzioni che produce per ripararsi, per sostenersi, per muoversi. Come sono stabili. Come sono buie. Disumane?

Gli uomini le hanno create. Altissime, non c’è dubbio. Nelle immagini di Basilico, le enormi strutture cieche che incombono sui giochi di strada hanno la maestà degli dèi.

Durano: questo ci inquieta. Là sotto, i creatori di tanta maestà e permanenza si affacciano per un istante coi loro golfini, con le loro gonnelle a righe.

Presto spariranno. Altri verranno al posto loro: questo promettono e minacciano le ombre solenni dei fabbricati e dei cavalcavia di Glasgow.

Gabriele Basilico Glasgow paesaggio urbano

Il confronto con Franco Fontana e Guido Guidi

Franco Fontana è celebrato dalla prima grande mostra antologica a lui dedicata. Siamo al Museo dell’Ara Pacis dove, fino al 31 agosto 2025, è visitabile “Retrospective”, a cura di Jean-Luc Monterosso, storico curatore della fotografia e fondatore della Maison Européenne de la Photographie di Parigi.

Sono in mostra oltre duecento stampe fotografiche, immagini scattate da Fontana tra gli anni Settanta e i Duemila inoltrati, alcuni filmati e una ricostruzione dello studio del fotografo di Modena.

Pur essendoci qualche scatto dalla serie “People” o dalle commissioni dal mondo della moda, il percorso rende giustizia allo sguardo sul paesaggio di Fontana.

Un paesaggio costruito da linee pulite, inquadrature insolite, profondità di campo ridotta e soprattutto campiture piatte di colori brillanti.

Arriviamo fino al MAXXI dove è allestita “Col tempo”, retrospettiva di Guido Guidi curata da Simona Antonacci, Pippo Ciorra e Antonello Frongia, visitabile fino al 20 aprile 2025.

Maestosa, gigantesca, composta da trentotto serie e un incipit: la serie “Preganziol” accoglie il visitatore già condensando tutti i caratteri della poetica del fotografo di Ronta.

Il percorso è ricchissimo, si snoda come un serpente tra le pareti alle quali sono allestite le stampe fotografiche e numerose teche nelle quali troviamo documenti eterogenei, fondamentali per entrare a fondo nei progetti: agende piene di appunti, video interviste su temi specifici, pubblicazioni, altre fotografie.

Scorrono poi, come in un labirinto, le ricerche degli anni Settanta e i progetti puntualmente dedicati all’architettura realizzati dagli anni Ottanta in avanti, sguardi su città come Napoli o Venezia, ma anche più vicini a singoli edifici, uno tra tutti la meravigliosa Tomba Brion a San Vito di Altivole, o i progetti di Le Corbusier.

Dati essenziali della mostra “Gabriele Basilico. Roma”

ElementoInformazione
SedeMNR Palazzo Altemps
Periododal 12.12.2024 al 04.05.2025
Oraridal martedì alla domenica, dalle ore 9.30 alle ore 19.00
Ultimo ingressoore 18.00
Opereoltre cinquanta opere
Incarichi su Romaventi incarichi professionali ricevuti tra il 1985 e il 2011

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