Altare di Zeus a Olimpia: disegno antico e rappresentazione del tumulo

L’altare di Zeus a Olimpia era il principale centro rituale del santuario e si trovava nell’Altis, il bosco sacro situato tra il fiume Alfeo e il torrente Cladeo. La sua rappresentazione in un disegno antico deve essere letta insieme alla disposizione dei monumenti vicini, soprattutto il tempio di Zeus, il Pelopion e lo stadio.

Il tumulo più antico dell’area non era però l’altare di Zeus, ma il recinto funerario del Pelopion, monumento dedicato a Pelope e collocato tra il tempio di Hera e il tempio di Zeus. Sotto il Pelopion si trova il recinto di un tumulo preistorico che è la struttura più antica all’interno dell’Altis e che risalirebbe al 2500 a.C.

Disegno antico dell’altare di Zeus a Olimpia

Il santuario di Olimpia e la posizione dell’altare

Olimpia era un antico santuario e oracolo di Zeus, situato sul lato occidentale del Peloponneso, nella parte meridionale dell’Elide, tra il fiume Alfeo e il torrente Cladeo. Grazie ai giochi olimpici, cui partecipavano greci di ogni stirpe, il santuario assurse ad un’importanza panellenica.

La località era denominata dai greci “Altis”, come ci è testimoniato in primo luogo da Pindaro. Pausania ci tramanda quella che è senza dubbio l’etimologia esatta di questo nome, ossia che si tratti di una variazione di ἄλσος, “bosco sacro”.

Olimpia era la sede dell’amministrazione e dello svolgimento dei “giochi olimpici”, ma anche importantissimo luogo di culto, come testimoniano i resti di antichi templi, teatri, monumenti e statue, venuti alla luce dopo gli scavi effettuati dove sorgeva la città.

Il santuario di Zeus ad Olimpia era il più famoso santuario del mondo antico, alla confluenza dei fiumi Cadeo e Alfeo. All’interno dell’Altis, l’altare di Zeus costituiva uno dei punti fondamentali del culto, insieme al tempio del dio e al monumento funerario di Pelope.

Come rappresentare l’altare di Zeus in un disegno antico

Un disegno antico dell’area dovrebbe mostrare l’altare come uno spazio sacro distinto dal tempio, destinato ai sacrifici all’aperto, e non come una costruzione chiusa simile al tempio di Zeus. Nella planimetria del santuario l’altare va quindi collocato all’interno dell’Altis, in rapporto con il tempio di Zeus e con il vicino Pelopion.

La lettura del disegno deve distinguere tre elementi: il tumulo preistorico, il recinto funerario del Pelopion e l’altare di Zeus. Il tumulo appartiene alla fase più antica del luogo; il Pelopion ne organizzava la memoria eroica; l’altare di Zeus rappresentava invece il fulcro delle offerte e dei sacrifici dedicati alla divinità.

ElementoFunzione e significato
Altare di ZeusLuogo principale dei sacrifici e del culto di Zeus
PelopionMonumento funerario dedicato a Pelope
Tumulo preistoricoStruttura più antica dell’Altis, risalente al 2500 a.C.
Tempio di ZeusEdificio dorico destinato alla statua crisoelefantina del dio
StadioLuogo delle gare olimpiche e degli agoni sacri

Il tumulo del Pelopion

Il Pelopion si trova nel cuore del sito, tra il tempio di Hera e il Tempio di Zeus. Era un monumento funerario dedicato alla mitica figura di Pelope, l’eroe venerato dal popolo Eleate, che successivamente dette il suo nome a tutta la penisola.

Sotto il Pelopion si trova il recinto di un tumulo preistorico che è la struttura più antica all’interno dell’Altis che risale al 2500 a.C. Il Pelopion nasceva come monumento funerario della mitica figura di Pelope, l’eroe venerato dal popolo Eleate, che successivamente dette il suo nome a tutta la penisola.

Nel VI secolo a.C., il Pelopion era ridotto a 2 m di altezza. Nel V sec. a.C. fu circondato da un recinto irregolare con ingresso a sud-ovest.

Alla fine del V sec. a.C. all’entrata si pose un portico dorico in pietra a due fornici. All’interno del recinto vi erano alberi, soprattutto pioppi, e alcune statue.

Pianta del Pelopion e tumulo preistorico

Il sacrificio a Pelope

Secondo Pausania, una volta all’anno i magistrati vi sacrificavano un montone nero in onore di Pelope e a chi aveva mangiato le carni dell’animale sacrificato, non era permesso entrare nel tempio di Zeus perché considerato impuro.

Fa pensare al “capro espiatorio”, ovvero l’animale cui si addossavano le colpe della città. Il rito collegava la memoria funeraria dell’eroe alle pratiche religiose del santuario e chiariva la differenza tra lo spazio del sacrificio e quello del tempio.

Il mito di Pelope, Enomao e l’origine del santuario

Il re di Pisa, Enomao, aveva promesso in sposa la figlia Ippodamia al pretendente che lo avesse vinto nella gara della quadriga. La fanciulla doveva partecipare alla gara sul cocchio del giovane.

Il pretendente aveva il diritto di partire per primo, mentre Enomao saliva sul carro, trainato da cavalli divini, soltanto dopo aver sacrificato all’altare di Zeus Areios. Quando il re raggiungeva il giovane aveva il diritto, secondo le regole della gara, di trafiggerlo da dietro con la spada.

Enomao aveva vinto in questo modo tredici o diciotto pretendenti, quando apparve Pelope, figlio del re Tantalo, e chiese anch’egli la mano di Ippodamia. Posidone gli aveva fatto dono di cavalli alati, dotati di forze soprannaturali, e con il loro aiuto il giovane sconfisse Enomao.

Questi si diede egli stesso la morte, oppure, secondo un’altra versione del mito, perì per il tradimento del suo auriga Mirtilo. Pelope divenne re di Pisa.

Il suo monumento sepolcrale, il Pelopion, era situato nel centro del futuro santuario di Zeus e diventò il punto di partenza delle gare con la quadriga, i giochi funebri per il re morto.

L’altare di Zeus e i giochi olimpici

Secondo Pindaro e altre fonti antiche Eracle sarebbe il fondatore dei giochi olimpici, e li avrebbe istituiti nel santuario di Zeus in onore di Pelope. Il dio portò con sé dal paese degli Iperborei anche il sacro olivo di Zeus e si incoronò, quale primo vincitore, con un ramo di quest’albero.

Per tradizione i primi giochi olimpici avvennero nel 776 a.C., calcolata però dagli stessi greci in base all’elenco dei vincitori, tenendo conto però che iniziarono a scrivere solo dall’VIII secolo a.C., per cui i vincitori precedenti potrebbero essere stati dimenticati.

I giochi sono stati tenuti ogni quattro anni, a partire dalla II o III luna piena dopo il solstizio d’estate, tra la fine di luglio o agosto. In origine duravano solo un giorno con una gara podistica denominata stadion, ma nel 472 a.C. le gare vennero ampliate e la festa venne estesa a 5 giorni.

Dalla VII Olimpiade, 748 a.C., in poi il premio del vincitore fu un Kotinos, una ghirlanda di olivo selvatico da un albero sacro che cresceva sul sito. I giochi durarono ininterrottamente per quasi 1200 anni fino a quando furono aboliti, in quanto legati al paganesimo, dall’imperatore Teodosio nel 393 d.C.

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La tregua sacra

Qui si udiva una voce che sovrastava qualsiasi altra gridando: «Ekecheiría!». Così l’araldo annunciava la tregua generale delle guerre in corso, e la preparazione agli agones hieròi, i giochi sacri che si sarebbero tenuti a Olimpia di qui a dieci mesi.

All’avvicinarsi dei giochi veniva dichiarata una tregua sacra per qualsiasi ostilità o guerra, e gli atleti insieme alle personalità e ai pellegrini si avviavano sul sito provenienti da tutto il mondo greco.

Il tempio di Zeus e il rapporto con l’altare

Il tempio di Zeus ad Olimpia, nell’Elide, venne costruito in stile dorico tra il 470 e il 456 a.C. L’architetto fu Libone, della vicina città di Elide, che per la costruzione scelse un conglomerato di conchiglie fossili.

Secondo Pausania fu costruito con il ricavato del bottino ottenuto con la vittoria su Pisa, in Elide, circa nel 470 a.C. Il tempio, periptero esastilo, con 13 colonne sui lati lunghi, presenta un crepidoma rialzato di tre metri dal piano con alti gradini e con rampa di accesso sulla fronte.

Il tempio misurava 64,2 m di lunghezza, 24,6 m di larghezza ed era alto 20 m. Aveva 6 colonne sui lati brevi e 13 sui lati lunghi, doriche e molto tozze.

Dotato di pronao, opistodomo e una cella divisa in tre navate da un doppio ordine di colonne doriche, il tempio costituiva il principale edificio monumentale del santuario, ma non coincideva con l’altare esterno.

Fu costruito con calcare conchiglifero locale e coperto con stucco colorato per nascondere le imperfezioni, come era comune nell’architettura greca. Il manto di copertura del tetto e la decorazione scultorea, giunta in gran parte fino a noi, erano invece in marmo.

All’interno una scala immetteva ad una galleria rialzata dalla quale era possibile ammirare la statua crisoelefantina di Zeus, opera di Fidia posta nella cella, tra i due colonnati, in epoca successiva all’erezione dell’edificio.

La decorazione scultorea del tempio

Di quello che viene ritenuto il maggior complesso scultoreo appartenente allo stile severo ci sono rimaste quasi tutte le statue frontonali, 42, le metope dei due vestiboli, 12, 6 su ciascun fregio, e alcuni dei gocciolatoi a forma di testa di leone, alcuni originali e altri sostituzioni scolpite in epoca successiva.

Il ciclo scultoreo si compone di dodici metope, sei sul pronao e sei sull’opistodomo, rispettivamente lo spazio che stava davanti e dietro la cella del tempio. Infatti le metope esterne che circondavano il tempio lungo tutti i suoi lati erano lisce.

Queste dodici metope raccontano le fatiche di Ercole, non come fosse una favola, ma con una serietà drammatica che mette in risalto il valore dell’eroe. Ercole è per lo più rappresentato nel momento della lotta che lo vede scontrarsi con i grandi nemici dell’umanità d’allora.

Le sue sono battaglie portate avanti in solitudine. Il messaggio che si vuole trasmettere è che l’eroe viene premiato con la vittoria e l’immortalità, confermata dalla silenziosa presenza della dea Atena.

Il frontone orientale

Il frontone orientale ospita la raffigurazione della “preparazione della gara dei carri tra Pelope e Enomao”. Secondo la mitologia greca, Enomao, re di Pisa nel Peloponneso e proprietario degli invincibili cavalli di Ares, sfidava regolarmente i pretendenti della figlia Ippodamia in una corsa di carri, e nel caso della sua vittoria li uccideva.

Ma il pretendente Pelope vinse corrompendo il conducente del carro di Enomao, e causando la morte del re. Il motivo per cui questo soggetto era adatto ad essere raffigurato nel santuario di Olimpia è semplice: in memoria di questa gara, infatti, Pelope avrebbe poi fondato i giochi olimpici.

Nel frontone vediamo i preparativi per la gara, con al centro Zeus circondato da entrambi i lati da figure maschili e femminili, dai carri con i servi e dagli spettatori.

I protagonisti sono tesi mentre aspettano il loro destino, e a questa tensione fanno eco le loro compagne e i personaggi minori. Le figure sono raccolte, isolate nella loro intimità.

La composizione è solenne, le figure, anche se isolate l’una dall’altra, esprimono una forte tensione, forse perché in attesa del tragico esito della gara; questo spiega la scelta di far rivolgere l’azione verso il centro, dove ci sono i personaggi principali.

Il tema è legato alle origini mitiche del santuario e il momento raffigurato è quello del giuramento prima della gara: i due protagonisti, Enomao con la sposa al fianco e Pelope con al fianco Ippodamia, la figlia di Enomao, sono figure isolate, esprimenti il raccoglimento nell’attesa e una silenziosa tensione che sembra comunicarsi alle proprie compagne e agli altri personaggi, servi e spettatori.

Il frontone occidentale

Nel frontone occidentale c’è rappresentata una Centauromachia. Il dio Apollo domina al centro della scena mentre ai suoi lati vediamo gruppi di centauri e lapiti in lotta tra loro.

I lapiti erano un popolo antico che con la loro vittoria riuscirono a liberare la Tessaglia, regione della Grecia, dai centauri, mostri per metà uomini e per metà cavalli.

Sul frontone occidentale, sottoposto a importanti restauri già in epoca antica, Lapiti e Centauri combattono alle nozze di Piritoo, presiedute dalla figura centrale di Apollo.

Ai suoi lati, Piritoo e Teseo guidano due gruppi di lapiti; verso gli estremi del frontone anziane donne sdraiate si nascondono per sottrarsi alla lotta.

La Centauromachia, tema comune nella Grecia del V secolo a.C., favorisce l’animazione e il ritmo turbinoso del racconto, ma non si discosta dalla corsa dei carri nell’intento etico e celebrativo.

Questa alternanza tra stasi e azione, ritmo e pensiero sembra essere cifra distintiva dell’intero complesso, presente sia nelle metope, sia nei frontoni.

Il Maestro di Olimpia

Lo scultore chiamato Maestro di Olimpia molto probabilmente all’epoca della costruzione del tempio di Zeus, nel V secolo a.C., doveva essere un artista noto e maturo data l’importanza dell’edificio.

Si trattava infatti di decorare il tempio di Zeus a Olimpia, città della Grecia, sede dell’amministrazione e dello svolgimento dei celebri giochi “olimpici”, ma anche luogo di culto di grande importanza.

Sono sculture dai morbidi nudi, dal ritmo compositivo serrato e dal forte pathos dei gesti, elementi che fanno pensare all’influsso del pittore di ceramiche Polignoto che tanta importanza ebbe nello sviluppo dell’arte greca antica.

Il Maestro di Olimpia, come molti altri artisti dell’antichità, è una figura sfuggente di cui poco si sa. A parlare per lui restano queste sculture che ci mostrano un’attenta cura nella caratterizzazione dei volti dei personaggi.

Siamo ancora lontani dalla ritrattistica fisionomica che si avrà dal IV secolo a.C., ma possiamo già distinguere le tipologie di volto tranquillo, brutto, demoniaco, ecc., imprimendo alle opere valori morali che stanno alla base dell’arte greca.

Il brutto contro il bello, il bestiale contro l’umano, l’indemoniato contro il tranquillo.

La successione storica del luogo sacro

Età del Bronzo

Sulle origini di Olimpia né i miti, di difficile interpretazione, né le fonti storiche tramandano notizie univoche. Per questo rimangono estremamente incolori le interpretazioni archeologiche delle fondamenta di case e di costruzioni dell’Età del Bronzo e delle tombe ad esse attinenti, che furono scoperte nel centro dell’Altis.

Attualmente è ancora incerto se si potrà mai arrivare a riconoscere nelle rovine dell’età più antica uno “stabilimento dell’inizio del II millennio”, che verosimilmente aveva il nome pre-ellenico di “Pisa”, e se si potranno individuare rapporti con il santuario più recente.

Si tratta di varie case absidate, della lunghezza di 11-12 m; l’apertura delle porte è orientata in direzione della collina di Kronos.

Età micenea

Gli scavi più recenti hanno provato, in modo sempre più evidente, che la consapevolezza storica dei Greci e il ricordo di personalità e istituzioni risalgono fino all’età micenea, l’età degli Achei.

Così è indubbio che nei miti di Pelope ed Enomao, e nelle narrazioni sull’immigrazione degli Etoli nell’Elide sotto la guida di Oxylos, si rispecchiano avvenimenti dell’età micenea.

Nel Pelopion, in età greca heroon del re Pelope, si può individuare il nucleo miceneo del futuro santuario di Zeus, che a questa epoca ha già certamente ricevuto il nome di “Olimpio”.

Età geometrica

L’unica traccia di costruzione che si possa presumibilmente attribuire all’età geometrica è il basamento in pietra grezza sotto il Prytaneion arcaico. La sua forma lenticolare o romboide è difficilmente spiegabile, forse perché complicata da sovrastrutture più tarde; a prima vista si può interpretare come un altare.

Oltre a questo, dovevano sussistere ancora i luoghi di culto del tempo passato, mentre aumentava sempre più il numero degli altari.

L’avvenimento principale di quest’epoca è l’“istituzione” dei giochi olimpici, che, conformemente alla tradizione greca, ebbe luogo nel 776.

Con il riconoscimento della pace divina, della ekecheiria, che garantiva un salvacondotto a tutti coloro che partecipavano alla festa, era assicurato il significato di Olimpia quale santuario e arena panellenici.

Età arcaica

Con l’importanza sempre crescente di Olimpia ha ora inizio la sistemazione architettonica dell’Altis. La più antica costruzione templare, a nostra conoscenza, è l’Heraion, datato circa alla metà del VII sec., la cui fondazione fu attribuita agli abitanti di Scillunte.

Nel corso del VI sec. viene eretta sulla terrazza a nord la maggior parte dei cosiddetti tesori, offerti da città straniere; vi si aggiungono il Prytaneion e il Bouleuterion, edifici ormai necessari all’amministrazione pubblica.

In questo periodo si crea il primo impianto dello stadio, la cui meta è situata vicino al centro dell’Altis, ossia presso l’altare di Zeus; il Pelopion viene trasformato.

Gli edifici vicini all’altare di Zeus

Heraion

L’Heràion di Olimpia è un tempio greco eretto intorno al 600 a.C. Si tratta di uno dei più antichi templi dorici, uno dei primi peripteri e sicuramente il più antico con dei resti ancora leggibili e capaci di far comprendere la conformazione generale dell’edificio, anche in alzato.

L’edificio è localizzato nella parte nord del recinto dell’area sacra della città e fu dedicato ad Era, una delle divinità più importanti della religione greca, anche se è probabile che in origine fosse dedicato a Zeus o ad entrambi.

Il tempio con 6 colonne doriche sul fronte, periptero esastilo, e 16 colonne sul fianco si presentava molto lungo, venendo a formare le considerevoli dimensioni di 18,76 m per la facciata e 50,00 m per i lati.

Stadio di Olimpia

Lo stadio di Olimpia è situato ad est del recinto sacro Altis, ed era il luogo dove gli antichi giochi olimpici e la Heraia, giochi delle donne in onore di Hera, si erano svolte.

Un primo stadio era stato costruito in età arcaica, metà del VI secolo a.C., livellando la zona a sud della collina Kronios all’interno dell’Altis.

Lo stadio ha ricevuto la sua forma finale nel V secolo, quando il grande tempio di Zeus fu costruito. Da allora i Giochi erano diventati molto popolari, attirando un gran numero di turisti e atleti.

Philippeion

Il Philippeion era un tempio di forma circolare che si trovava all’interno del recinto sacro, a ovest del tempio di Hera, ed era stato dedicato a Zeus da Filippo II di Macedonia, dopo la sua vittoria nella battaglia di Cheronea nel 338 a.C.

Il santuario conteneva una statua crisoelefantina raffigurante la famiglia di Filippo II di Macedonia, e cioè: Filippo II, Alessandro Magno, Olimpiade sua moglie e regina, Aminta III di Macedonia e Euridice I di Macedonia, sua moglie e regina.

Metroon

Il Metroon era il tempio della Madre degli Dei, Rea, poi Cibele, e di Eileithyia, protettrice dei parti. Era dorico periptero esastilo con undici colonne sui lati lunghi.

Il tempio era diviso in tre sezioni: pronao, cella e opistodomo. In epoca romana il tempio fu dedicato al culto degli imperatori, infatti tra le rovine sono state rinvenute le statue di Claudio e di Tito.

Zanes

Il termine Zanes è il plurale di Zeus, ed erano così chiamate le statuette di bronzo collocate su sedici basi di pietra che sono giunte fino ai giorni nostri.

Planimetria archeologica dell’Altis di Olimpia

Il significato del tumulo nella rappresentazione antica

La rappresentazione del tumulo in un disegno antico non deve essere separata dalla memoria di Pelope, dal culto di Zeus e dalla funzione panellenica di Olimpia. Il tumulo indica la profondità storica del santuario, mentre il recinto del Pelopion rende visibile la trasformazione di una sepoltura antica in un luogo eroico e rituale.

Il rapporto spaziale tra tumulo, Pelopion, altare e tempio di Zeus mostra la sovrapposizione di più epoche: il nucleo preistorico, la memoria micenea, l’organizzazione arcaica dell’Altis e la monumentalizzazione classica del santuario.

In questa prospettiva, il disegno antico dell’altare di Zeus e del tumulo non è soltanto una ricostruzione architettonica. È una rappresentazione della continuità tra il culto funerario di Pelope, i sacrifici a Zeus, la fondazione mitica dei giochi e la grande decorazione scultorea del tempio.

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