L’altare maggiore della chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli è un’opera seicentesca di Cosimo Fanzago, realizzata tra il 1640 e il 1646 all’interno del presbiterio della basilica. L’altare si trova nella zona absidale, davanti alla sontuosa cassa barocca dell’organo databile al 1715, e costituisce il fulcro dell’assetto monumentale del coro.
Il complesso di San Domenico Maggiore è una tappa imperdibile del centro storico di Napoli. La basilica di San Domenico Maggiore, voluta nel 1283 da Carlo II d’Angiò, fu eretta inglobando la precedente chiesa benedettina di San Michele Arcangelo a Morfisa.

L’altare maggiore e il presbiterio
L’altare maggiore, le cattedre marmoree nei pilastri e la balaustra sono opera di Cosimo Fanzago, databili al 1640-46, e i due putti laterali all’altare sono opera di Lorenzo Vaccaro, che li eseguì nel 1695. La zona absidale, ideata da Nicola Tagliacozzi Canale, vede insistere alle spalle dell’altare maggiore la sontuosa cassa barocca dell’organo, databile 1715, che ha occupato lo spazio in cui erano collocate prima le sepolture dei re aragonesi.
Ai lati della balaustra marmorea del Fanzago, sono collocati due leoni trecenteschi con vicino a quello di sinistra, un gruppo di tre Virtù che fungendo da cariatidi, innalzano il candelabro del tardo Cinquecento voluto da Ferdinando di Capua del Balzo Sanseverino. Questi elementi provengono dallo smembrato monumento funebre di Filippo d’Angiò di Tino di Camaino che si trova nel transetto destro.
Dalla balaustra, infine, due scale elicoidali poste ai lati conducono alla cappella Guevara di Bovino sottostante l’abside, databile intorno alla fine del XVI secolo e su cui è l’accesso centrale della basilica che dà su piazza San Domenico.
Cosimo Fanzago e la trasformazione barocca
Nel 1670 il priore del convento Tommaso Ruffo, dei duchi di Bagnara, oltre a far ricostruire con ambiziosi progetti l’annesso convento, curò il rifacimento della chiesa e, cedendo al gusto del tempo, tentò di trasformarla da gotica in barocca. Il pavimento risale invece ai lavori di Domenico Antonio Vaccaro, che lo rifece ex novo nel 1732.
Il soffitto a capriate originario fu sostituito nel 1670 da quello a cassettoni e dorature, di gusto barocco; al centro è lo stemma domenicano mentre agli angoli sono collocati stemmi vicereali. Nella navata centrale il cassettonato della volta a fregi, stucchi e ori fu sostituito all’antico nel rifacimento del priore Tommaso Ruffo nel 1670 per poi essere ridipinto e ridorato in quello del Travaglini (1850).
L’aspetto generale attuale è dominato dall’impronta del restauro ottocentesco storicistico di Federico Travaglini che coprì con decorazioni neogotiche e con stucchi lucidi e dorati quelle rinascimentali e barocche e modificò alla maniera gotica dei finestroni rettangolari, accentuandone la verticalità.
La basilica e la sua storia architettonica
Preesistenze: chiesa di S. Michele Arcangelo a Morfisa del 937 e chiesa eretta dai Domenicani nel 1231 intitolata a S. Domenico. Epoca costruzione: 1283-1324, unificando le due chiese.
La chiesa di San Domenico Maggiore, assieme al suo adiacente convento, costituisce uno dei più grandi ed importanti complessi religiosi della città. Voluta da Carlo II d’Angiò ed eretta tra il 1283 ed il 1324 divenne la casa madre dei domenicani nel regno di Napoli e chiesa della nobiltà aragonese.
Edificata intorno all’antica chiesetta di San Michele Arcangelo a Morfisa, dal nome di una potente famiglia del luogo, dei padri benedettini, era composta da un piccolo convento con chiesa annessa e da uno “spedale” con un giardino destinato all’accoglienza dei pellegrini.
Quando nel 1231 i domenicani giunsero a Napoli, non disponendo di una sede propria, si stabilirono nell’antico monastero della chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa inizialmente in qualità di ospiti. Successivamente i padri benedettini cedettero la proprietà del convento ai frati predicatori Domenicani.
La chiesa fu ampliata dal 1283 per volontà del re Carlo II d’Angiò per un voto fatto alla Maddalena durante il suo periodo di prigionia in mano agli aragonesi e in tale circostanza l’originaria struttura fu inglobata all’interno dell’attuale braccio destro del transetto della chiesa.
La chiesa fu eretta secondo i canoni classici del gotico con tre navate, cappelle laterali, 27, ampio transetto e abside poligonale e fu realizzata in senso opposto alla chiesa preesistente, cioè con l’abside rivolto verso la piazza alle cui spalle fu aperto un ingresso secondario.
Facciate e accessi
La facciata principale della basilica è rivolta a nord e vi si giunge dal vico San Domenico attraverso un arco che dà accesso ad un ampio cortile. Sulla parte alta dell’arco di accesso è collocato in una lunetta un affresco raffigurante La Vergine che offre lo scapolare domenicano al beato Reginaldo della scuola di Pompeo Landulfo, seconda metà del XV secolo.
Il lato interno dell’arco presenta invece un’iscrizione che testimonia la munificenza di Carlo II d’Angiò nei confronti dei frati; lo stesso sovrano è raffigurato in una statuetta di marmo posta in una nicchia nello stesso cortile.
L’ingresso principale è caratterizzato da un pronao aggiunto nel Settecento, posto prima del portale marmoreo gotico ad arco acuto e della porta lignea originali, voluti entrambi da Bartolomeo di Capua protonotario del regno angioino.
In origine la facciata presentava tre ingressi, oltre al principale centrale, anche due minori ai lati poi eliminati nel corso del Cinquecento con le aggiunte delle rinascimentali cappelle dei Carafa e Muscettola ricavate nella controfacciata della basilica.
Sul lato destro della facciata si innalza il campanile settecentesco mentre accanto ad esso è l’accesso al convento di San Domenico. La porta lignea e il portale ogivale marmoreo tondo con l’immagine di S. Domenico, inclusi entro un pronao settecentesco, sono gli unici avanzi della facciata primitiva.
La facciata sud della basilica, ma in realtà si tratta dell’abside, prospiciente la piazza San Domenico, presenta altri due ingressi di cui il più visibile e utilizzato è posto sulla grande scalinata sul lato occidentale, voluta da Alfonso I d’Aragona per la chiesetta romanica preesistente di San Michele Arcangelo a Morfisa, e che conduce al transetto destro della basilica.
Il portale gotico-rinascimentale che decora quest’ultimo accesso risale alla metà del Quattrocento. La basilica di San Domenico Maggiore presenta due ingressi: il primo accessibile dall’omonima piazza per il tramite dell’ampia scalinata in piperno, nota come Scalone Aragonese, realizzato nel 1465 da Ferdinando I d’Aragona; il secondo accesso, corrispondente alla facciata principale della basilica, è ubicato in Vico San Domenico 8A.
L’interno della chiesa
L’interno è molto vasto e presenta una pianta a croce latina suddivisa in tre navate. Un quadro in tondo raffigurante San Domenico è esposto sulla controfacciata, opera di Tommaso De Vivo, autore anche dei tondi con Santi domenicani posti tra gli archi della navata centrale.
In corrispondenza della quinta arcata di sinistra è il pulpito della metà del XVI secolo; il pavimento risale invece ai lavori di Domenico Antonio Vaccaro, che lo rifece ex novo nel 1732.
La chiesa conserva numerose cappelle nobiliari, monumenti funebri, dipinti, sculture e testimonianze legate alla storia religiosa e politica di Napoli. Visitare San Domenico è importante per le opere d’arte che si possono vedere come quelle di Luca Giordano, Tino da Camaino, Cosimo Fanzago, Giovanni di Nola, Francesco Solimena, Tiziano e Caravaggio.
Le cappelle e le opere principali
Cappella Saluzzo, già Carafa Santa Severina
La cappella Saluzzo, già Carafa Santa Severina, nella controfacciata, è rinascimentale e presenta diversi elementi decorativi marmorei, alcuni dei quali raffigurano lo stemma della famiglia Carafa, altri rappresentano trofei militari, elementi vegetali ed altri celebranti le virtù della nobile famiglia partenopea, in particolare di Andrea Carafa di Santa Severina.
Andrea Carafa fu luogotenente di Carlo V e di fatto anche il committente dell’arco rinascimentale che dà accesso alla cappella, scolpito dagli scultori toscani Romolo Balsimelli da Settignano e Andrea Ferrucci. A destra nella cappella si trova la tomba di Galeotto Carafa (1513) di Romolo Balsimelli.
Cappella Brancaccio
La cappella Brancaccio, seconda di destra, è chiamata anche “cappella degli affreschi” per via delle opere a fresco che ne decorano le pareti. Prezioso scrigno della pittura giottesca nella città partenopea, si tratta di una delle più importanti della basilica, a cui lavorò il pittore romano Pietro Cavallini che operò a Napoli nel periodo in cui fu ospite remunerato di re Carlo II.
Gli affreschi, commissionati dal cardinale Landolfo Brancaccio nel 1308 circa, raffigurano: Storie di San Giovanni Evangelista, una Crocifissione con la Vergine e san Giovanni dolenti e al loro fianco i santi maggiori dell’ordine domenicano, san Domenico e Pietro martire, Storie di Andrea e infine le Storie della Maddalena.
Sulle pareti vi sono ovunque affreschi di Pietro Cavallini (1308/1309): a destra, episodi della Maddalena, a sinistra, Gesù in croce tra la Vergine, S. Giovanni e santi domenicani, e scene tratte dalla vita di S. Giovanni Evangelista.
Sulla parete di fondo sono presenti scene tratte dalla vita di Sant’Andrea, mentre in alto sono dipinti due figure di profeti. Sulla volta si trovano gli stemmi della famiglia Brancaccio.
Cappellone del Crocifisso - Pantheon Carafa
Il Cappellone del Crocifisso, sesta di destra, è di fatto una delle più grandi della basilica, formando un vero e proprio ambiente a parte rispetto al complesso religioso, dentro il quale, oltre il vestibolo, sono presenti altre due cappelle.
Lo spazio interno ha custodito alcune importanti opere che nel corso dei secoli sono state poi spostate in diversi importanti musei d’Europa come la tavola duecentesca della Crocifissione sull’altare, spostata nella cella di san Tommaso d’Aquino al primo piano del convento, o come quella al lato sinistro della parete frontale, dov’era una Deposizione del Colantonio poi spostata al Museo nazionale di Capodimonte.
Gli affreschi sulla volta sono di Michele Ragolia mentre sulla parete frontale c’è una tavola duecentesca raffigurante una delle prime immagini di san Domenico. Sulla pareti di destra sono collocati alcuni monumenti sepolcrali ai Carafa o personaggi ad essi collegati: Mariano d’Alagno con la moglie Caterinella Orsini, di Tommaso Malvito, Diomede Carafa di Jacopo della Pila e Domenico Cagini e la tela della Resurrezione del fiammingo Wenzel Cobergher.
Sul lato sinistro del cappellone, oltre al sepolcro di Francesco Carafa, opera del Malvito, si aprono infine due cappelle finemente decorate: la cappella dei Carafa di Ruvo, con una raffinata balaustra e affreschi e il monumento funebre rinascimentale di Ettore Carafa, dove è collocato il pregevole presepe con statue del primo decennio del Cinquecento eseguite da Pietro Belverte.
La cappella Del Doce, o di Santa Rosa da Lima, conserva il sepolcro di Annibale Del Doce di Tommaso Malvito e Giovanni da Nola, e custodiva anche la famosa Madonna del Pesce di Raffaello poi confluita al Prado di Madrid.
Cappella d’Aquino
La cappella d’Aquino, settima di destra, è patronata dai d’Aquino già dal Trecento. L’altare risale al Seicento ed è attribuibile a Jacopo Lazzari e Antonio Galluccio.
Sulla destra si trova la tomba trecentesca di Giovanna d’Aquino, prima moglie di Ruggero Sanseverino, della scuola di Tino di Camaino; sul fondo del baldacchino è presente un affresco di Madonna col Bambino attribuito al Maestro della Cappella Loffredo.
Sulla parete opposta si trova il monumento sepolcrale di altri due esponenti trecenteschi del casato, Cristoforo e Tommaso. Una porta all’angolo della parete frontale funge infine da passaggio per la sacrestia.
Cappella di Zi’ Andrea
La cappella di Zi’ Andrea, seconda di sinistra, nel Seicento passò da casa Spinelli ai de’ Franchis, che le diedero l’aspetto tipico barocco. Furono chiamati per l’occasione i due scultori Andrea Malasomma e Costantino Marasi, i quali iniziarono i lavori nel 1637 e li terminarono nel 1652.
Nell’altare maggiore fu collocata la tela di Caravaggio Flagellazione di Cristo, opera poi spostata nel museo di Capodimonte. Proprio in sostituzione della tela del Merisi, nel 1675 fu posta sull’altare un’opera lignea conosciuta come Madonna di Zi’ Andrea e molto venerata, che poi ha dato il nome alla cappella.
La prima cappella della navata sinistra della Chiesa di San Domenico Maggiore è la cappella di Zi’ Andrea. In essa è collocata una copia della tela caravaggesca della Flagellazione di Cristo, in sostituzione del dipinto originale, esposto oggi a Capodimonte.
Essa fu infatti commissionata dal frate Andrea d’Auria di Sanseverino dell’Ordine dei frati Domenicani, benvoluto dai fedeli al punto tale da essere chiamato “Zio Andrea”. La leggenda vuole che il frate facesse realizzare questa statua su richiesta di una dama che, una volta terminata l’opera, la rifiutò in quanto non soddisfatta del volto della Vergine.
Il frate decise di tenere per sé la statua e si narra che il mattino seguente la trovò con un volto più grazioso di quello realizzato dall’artista.
Cappella del Battista o Rota
La cappella del Battista o Rota, terza di sinistra, è cinquecentesca e propone diverse opere pittoriche e scultoree di scuola napoletana. Sono presenti lavori di Girolamo D’Auria come il san Giovanni Battista, posto sulla parete frontale, e il monumento funebre del poeta Bernardino Rota, eseguito con l’aiuto del fratello Giovan Domenico D’Auria e collocato sulla parete di sinistra.
Cappella della Madonna della Neve
Nella cappella della Madonna della Neve, settima di sinistra, le opere che la caratterizzano sono, sulla parete frontale, l’altare marmoreo di Santa Maria della Neve (1536) di Giovanni da Nola; a destra è il busto bronzeo del poeta Giovan Battista Marino.
Il transetto
Transetto sinistro
In fondo al transetto tra le due cappelle è il monumentale sepolcro di Rainaldo Del Doce, prefetto del presidio militare sotto Alfonso I d’Aragona, eseguito da Tommaso Malvito e Giovanni da Nola.
In alto è la lastra sepolcrale trecentesca di Filippo d’Angiò, principe di Taranto e Signore di Albania, figlio di Carlo II d’Angiò, opera di Tino di Camaino.
Sulla parete di sinistra si trova l’altare san Girolamo o monumento funebre di Michele Riccio, attribuito alla cerchia di Tommaso Malvito, unico resto della cappella Riccio.
Il monumento consta di una mensa d’altare, con bassorilievo del Cristo, il quale risorge per metà figura con le braccia aperte, una fascia marmorea con iscrizione funebre del patrizio, morto nel 1515, incorniciata tra due stemmi nobiliari, indi il bassorilievo di san Girolamo nel deserto, e una lunetta, recante un’Annunciazione alla Vergine.
Transetto destro
In fondo al centro si trova il sepolcro del 1514 di Galeazzo Pandone, che era conte di Venafro e proprietario del palazzo poi Conca in piazza Bellini e del palazzo in via Duomo ora di proprietà dell’Orientale.
Al centro più in alto è il fronte del sarcofago, opera di Tino di Camaino, di Giovanni d’Angiò, conte di Gravina e duca di Durazzo, figlio di re Carlo II lo Zoppo.
Sulla parete destra si trova l’altare di San Girolamo, sepolcro della famiglia Donnorso, composto da un dossale con bassorilievo quattrocentesco assemblato in basso con un sarcofago trecentesco.
La chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa
L’antica chiesa è di fatto incorporata nella chiesa attuale in adiacenza al transetto destro e consta di due cappelle e di un vestibolo.
La cappella di San Bonito appartenne al segretario di Ferrante I, Antonello Petrucci, il cui palazzo di famiglia è adiacente alla cappella ed alla basilica. Dopo i fatti relativi alla Congiura dei baroni, la cappella passò ai Bonito i quali chiamarono per l’occasione il carrarese Giuliano Finelli per eseguire la scultura di san Bonito presente sull’altare maggiore.
La cappella di San Domenico conserva ancora il monumento funebre a Tommaso Brancaccio, opera di Jacopo della Pila di fine Cinquecento, e sul fondo la macchina delle Quarantore.
La Macchina delle Quarantore
Qualcosa di raro e sorprendente rischiara la Chiesa di San Domenico Maggiore. Si tratta di una Macchina delle Meraviglie, ovvero la Macchina delle Quarantore; l’unico congegno di questo tipo ancora esistente a Napoli e dunque visibile soltanto qui.
L’apparecchiatura barocca utilizzata per l’Adorazione dell’Eucarestia illuminava la chiesa sommersa dall’oscurità grazie a lucerne ad olio e candele, per 40 ore, a partire dal Giovedì Santo. Le “40 ore” sono quelle che Gesù trascorse nel sepolcro prima della Resurrezione.

La sacrestia e le Arche Aragonesi
La sacrestia è un’ampia sala di forma rettangolare, decorata in forme barocche del XVIII secolo su disegno di Giovan Battista Nauclerio. Diverse sono le decorazioni rilevanti, tra queste l’affresco nella volta di Francesco Solimena, Trionfo della fede sull’eresia ad opera dei Domenicani, la pala d’altare dell’Annunciazione di Fabrizio Santafede, un pregevole pavimento marmoreo e arredi mobiliari settecenteschi.
Con la sua pianta rettangolare scandita dalla presenza di stalli lignei, la Sagrestia è un gioiello barocco del XVIII secolo, progettato da Giovan Battista Nauclerio e arricchito dalla volta decorata nel 1709 da Francesco Solimena.
Sul ballatoio intorno alla volta si trovano invece 45 feretri con le spoglie imbalsamate di nobili di altissimo lignaggio, per la maggior parte appartenenti alla dinastia aragonese.
Questa serie di mummie è unica in Italia, non solo per l’antichità e per l’ottimo stato di conservazione dei corpi, ma anche perché si tratta di personaggi storici di primaria importanza, tra i quali spiccano i re Ferrante I e II d’Aragona, la regina consorte del secondo Giovannella d’Aragona, Giovanna IV, Isabella d’Aragona duchessa di Milano figlia di Alfonso II, Ferdinando Francesco d’Avalos, capitano generale delle truppe di Carlo V e vincitore nel 1525 della battaglia di Pavia contro il re Francesco I di Francia, e infine Antonello Petrucci, segretario di Ferrante I.
Le casse lignee, rivestite di tessuti preziosi, contengono i corpi mummificati dei re aragonesi e di illustri membri della corte napoletana che, in un’epoca compresa tra il Cinquecento e l’Ottocento, scelsero la basilica di San Domenico Maggiore e, quindi, la Sagrestia come luogo di sepoltura.
Nel 1594 il viceré don Giovanni di Zunica, conte di Miranda, li fece sistemare nel luogo attuale. Sulla balconata sovrastante l’ingresso della sagrestia ci sono otto casse, delle quali le quattro superiori sono i feretri di Alfonso d’Aragona, Ferrante, Ferrantino e Giovanna d’Aragona.
Solo la cassa di Alfonso d’Aragona è vuota perché le spoglie furono portate in Spagna nel 1667; nelle restanti vi sono i resti dei defunti citati e su ognuna c’è il rispettivo ritratto.
Nel lato destro della sagrestia, entrando, si vedono 15 casse, una delle quali, quasi al centro della balconata, contiene le spoglie di Francesco d’Avalos, marchese di Pescara, morto per le ferite riportate nella battaglia di Pavia.
Nel lato opposto, cioè a sinistra di chi entra nella sala, ci sono altre 16 casse, delle quali una più piccola delle altre contiene ciò che resta di Antonello Petrucci, il segretario del re Ferrante, decapitato nel 1486 per aver partecipato alla congiura dei baroni.
Da una porta posta a destra dell’altare maggiore si accede invece alla Sala del Tesoro, dove sono esposti gli abiti dei sovrani e dei nobili presenti nelle arche, gli oggetti sacri utilizzati durante le processioni e altre argenterie varie.
La Sala del Tesoro e le collezioni
Già Sala del Capitolo in epoca medioevale, l’ambiente, connotato dallo splendido pavimento in cotto e maioliche, fu trasformato in Sala del Tesoro nella seconda metà del Seicento, su progetto dell’architetto Antonio Picchiatti.
La preziosa collezione di abiti, prelevati dalle salme mummificate delle Arche Aragonesi, costituisce un’eccezionale testimonianza della storia del costume e della moda aragonese e napoletana tra Quattrocento e Seicento.
Il convento e la memoria di San Tommaso d’Aquino
Oggi solo parzialmente occupato dai Domenicani, il convento fu sede per secoli e in varie riprese dello Studio, cioè dell’Università di Napoli; vi insegnò teologia Tommaso d’Aquino e vi furono come alunni Gioviano Pontano e Giordano Bruno.
Fu costruito nel XIII secolo per volere di Carlo II d’Angiò su un primo nucleo del X secolo, così come la chiesa. Restaurato nel 2012 nel rispetto delle forme dategli dall’architetto Francesco Antonio Picchiatti durante i lavori di rifacimento eseguiti verso la fine del XVII secolo, il convento si sviluppa su tre piani.
A quello di terra si affacciano il Chiostro delle statue e la sala di insegnamento di san Tommaso d’Aquino; al primo, invece, la biblioteca, il refettorio, la sala del Capitolo e quella di San Tommaso; nei due superiori sono collocati gli ambienti privati dei frati domenicani.
I chiostri di San Domenico Maggiore in origine erano tre, tali da rendere il complesso talmente esteso da arrivare fino a via San Sebastiano, quasi nei pressi di Santa Chiara. Dei tre chiostri tuttavia solo uno è rimasto di competenza del complesso religioso: il seicentesco chiostro piccolo, o delle statue.
Il chiostro di San Tommaso è divenuto sede di una palestra comunale mentre quello grande, che un tempo ospitava la sala in cui ha vissuto Giordano Bruno, è sede del liceo Casanova.
Nel monastero, dal 1515 al 1615, ebbe la sua sede l’Università di Napoli e vi insegnò anche San Tommaso d’Aquino, fondatore della facoltà di teologia.
La cella di San Tommaso
Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus, pilastro della teologia e della filosofia della Chiesa cattolica, visse e insegnò proprio nel Complesso di San Domenico Maggiore tra il 1272 e il 1274. La cella in cui il frate domenicano svolse i suoi studi liturgici e ricevette i suoi studenti è tutt’oggi visitabile al primo piano del convento.
Il suo ingresso monumentale è costituito da un portale in marmi mischi sormontato da un mezzobusto personificante il santo, opera di Matteo Bottiglieri. All’interno, sopra l’altare, è posto l’originale dipinto duecentesco della Crocifissione, la cui copia è presente nel Cappellone del Crocifisso della chiesa stessa.
Nella sua oramai famosa cella, ancora oggi presente, si trova conservata una preziosa tavola del Duecento raffigurante un crocifisso, che si dice rivolse la parola a San Tommaso, mentre su un piccolo altarino troviamo anche un osso del santo.
Secondo la testimonianza del sacrestano, il crocifisso impresso sulla tavola pittorica si sarebbe miracolosamente rivolto a San Tommaso dicendogli: «Tommaso tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?». Il santo, irradiato da un raggio di luce, avrebbe risposto: «Nient’altro che te, Signore».
Giordano Bruno, Tommaso Campanella e la biblioteca
Nella ricchissima biblioteca erano raccolti numerosi libri che dal Cinquecento in poi sarebbero stati considerati proibiti. Libri di filosofia e di storia ma anche di scienza in grado di aprire la mente a chi sapeva guardare oltre il discorso della fede e questo spiegherebbe probabilmente il perché dei tanti frati eretici domenicani transitati per San Domenico Maggiore.
Nel Seicento, nei monasteri e nei conventi erano gelosamente custodite le poche biblioteche dove si conservavano preziosi manoscritti greci e latini sopravvissuti ai barbari o appena tradotti dagli arabi, che a loro volta li avevano ereditati da egiziani e antichi greci, relativi all’alchimia, alla farmaceutica, alla botanica, alla medicina, alla storia e alla filosofia.
La preziosa collezione di libri conservati in questo monastero dovette non poco influenzare alcune grandi menti di allora, che portarono a mettere in discussione l’allora vigente dottrina cattolica ed entrare in contrasto con il modo di pensare di quei tempi.
Il convento infatti ospitò ancora sedicenne il giovane Giordano Bruno, che vi mise piede nel 1566 e vi restò per circa undici anni, formando presso la preziosa biblioteca quelle teorie che lo avrebbero portato sul rogo di Campo de’ Fiori nel 1600.
Tommaso Campanella vi transitò invece nel 1589, pubblicando il suo primo libro che gli procurò un processo all’interno dello stesso ordine domenicano e il suo conseguente ritorno forzato nella sua Calabria.
Dieci anni dopo, nel 1602, a causa dei suoi scritti fu poi addirittura imprigionato e rinchiuso nelle anguste segrete di Castel Sant’Elmo per lunghi quattro anni, dove, pur vivendo in condizioni miserabili, scrisse il suo capolavoro “La città del sole”.
Restauri e trasformazioni
Tra il 1446 e il 1506 terremoti e incendi danneggiarono gravemente l’edificio, che fu soggetto a vari restauri e rifacimenti e perse la sua linea primitiva. Il primo rifacimento risale al Quattrocento, su progetto di Novello di San Lucano; il secondo rifacimento fu realizzato nel Seicento su progetto di Cosimo Fanzago; il terzo rifacimento fu eseguito nel Settecento da Niccolò Tagliacozzi Canale per l’abside e da D. A. Vaccaro per il pavimento.
Altri gravi danni subirono la chiesa e il convento durante il Decennio francese (1806-1815), con la soppressione delle corporazioni religiose. Tra il 1865 e il 1885, con la soppressione degli ordini religiosi, i padri domenicani hanno dovuto abbandonare il convento, che ha avuto riadattamenti discutibili come palestre, istituti scolastici, ricovero per mendicanti e sede del tribunale.
Nel 1849 il priore Tommaso Michele Salzano, futuro arcivescovo di Edessa e consigliere di Stato, promosse un radicale restauro della chiesa. L’intervento, realizzato da Federico Travaglini e condotto tra il 1850 e il 1853, ha impresso l’attuale aspetto neogotico alla basilica di San Domenico Maggiore.
A seguito dell’ultimo conflitto mondiale, nel corso del quale la basilica subì danni in particolare nella zona del transetto, sono stati condotti restauri lottizzati o dedicati a singole opere. Nel 1974, anno del settimo centenario della morte di San Tommaso, sono stati eseguiti interventi conservativi che hanno interessato le mura perimetrali della basilica, l’Aula di San Tommaso e i locali prospicienti il cortile.
Negli anni successivi sono stati completati il restauro e la sistemazione di parte della Biblioteca con la Sala di Lettura. Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta protagoniste di lavori e ricerche sono state le Arche Aragonesi, custodite nella Sagrestia.
In uno dei corridoi del convento ritroviamo una parete su cui campeggiano tre monofore di più recente e insolita scoperta. Esse sono state riportate alla luce dagli scavi eseguiti durante i lavori di restauro del sito avvenuti tra il 2006 e il 2011.
La presenza delle tre monofore era segnalata soltanto da una finestra della Sala del Capitolo, recante una pittura trompe l’oeil. I restauratori hanno così scavato lungo la parete in questione e le hanno effettivamente recuperate.
Esse sono di notevole interesse storico perché ci fanno comprendere che la struttura si elevava già su un primo piano in epoca pre-angioina.
Il complesso oggi
La chiesa e il convento sono entrambi visitabili gratuitamente. Essi custodiscono uno dei più rilevanti complessi religiosi della città, focolare dei frati domenicani, tra cui spiccano importanti personalità come Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno, accanto ad ammirevoli opere di artisti di alta levatura, come il Cavallini e il Solimena.
Oggi il complesso ospita anche sfilate di moda, rappresentazioni teatrali, convegni, presentazioni di libri, eventi enogastronomici, accanto a interessanti mostre di svariata natura.
La sala del Capitolo situata nel convento di San Domenico Maggiore è quella che meglio si è conservata in tutto l’edificio ed è una delle più suggestive tra quelle edificate durante i lavori di ampliamento commissionati dal priore Tommaso Ruffo, intorno alla fine del XVII secolo.
La sala è abbellita da pregevoli decorazioni in stucco realizzate da maestranze dell’ambito di Cosimo Fanzago e da decorazioni pittoriche eseguite dal pittore siciliano Michele Ragolia, rappresentanti il Calvario, la Passione e il Martirio di Cristo.
Il complesso di San Domenico Maggiore è una storia di trasformazioni e cambiamenti. Durante il corso dei secoli sono state date all’edificio diverse destinazioni, mentre oggi la basilica e il convento permettono di seguire un percorso intrecciato di arte, architettura, storia religiosa, scienza, filosofia e memoria della nobiltà napoletana.