Alayhi as-salam: significato dell’espressione riferita a Gesù nell’Islam

“Alayhi as-salam” significa “pace su di lui” ed è una formula di rispetto pronunciata dai musulmani dopo il nome di un profeta. Riferita a Gesù, indica la venerazione islamica per ʿĪsā ibn Maryam, cioè Gesù figlio di Maria, considerato un profeta e messaggero di Allah, ma non una persona divina.

Nella prospettiva islamica, Gesù occupa una posizione singolare: nacque miracolosamente da Maria, compì miracoli per volontà di Allah, ricevette l’Injīl, non fu crocifisso secondo l’interpretazione tradizionale del Corano, fu elevato al cielo e tornerà prima del Giorno del Giudizio. L’espressione “alayhi as-salam” riassume quindi rispetto, preghiera e riconoscimento della sua missione profetica.

Che cosa significa “alayhi as-salam”

La traslitterazione alayhi as-salām deriva dall’arabo عليه السلام. Il significato letterale è “su di lui sia la pace” oppure “la pace sia su di lui”. In italiano viene spesso abbreviata con formule come “pace su di lui” o “che la pace sia su di lui”.

La formula viene utilizzata dopo il nome dei profeti nell’Islam. Per esempio, dopo il nome di Gesù si può trovare “ʿĪsā, alayhi as-salām”; dopo quello di Mosè, “Mūsā, alayhi as-salām”; dopo quello di Abramo, “Ibrāhīm, alayhi as-salām”. La formula non è un titolo che attribuisce divinità, ma un’espressione di onore e invocazione della pace divina.

Il significato delle singole parole

  • ʿalayhi: “su di lui” o “sopra di lui”;
  • as-salām: “la pace”, “la serenità”, “la sicurezza”;
  • ʿalayhi as-salām: “pace su di lui”.

“Salam” (سلام) significa pace, serenità, sicurezza. Condivide la stessa radice s-l-m di Islam, dimostrando come, nella lingua araba, pace e fede siano concetti inseparabili.

Da questa stessa radice proviene anche il termine “Islam”. Il termine “Islam” (الإسلام) deriva dalla radice s-l-m, che esprime i concetti di pace, sottomissione e sicurezza. Letteralmente significa “affidarsi completamente a Dio” o “vivere in pace attraverso la sottomissione al divino”.

Perché i musulmani dicono “alayhi as-salam” dopo il nome di Gesù

Secondo gli insegnamenti islamici, Gesù è uno dei più importanti profeti e messaggeri di Allah. È chiamato nel Corano ʿĪsā ibn Maryam, “Gesù figlio di Maria”, e viene ricordato con rispetto insieme agli altri inviati di Dio.

La formula “alayhi as-salam” esprime dunque tre elementi: il riconoscimento della missione profetica di Gesù, il rispetto per la sua persona e la richiesta che la pace divina sia su di lui. Non significa che Gesù sia considerato Dio o figlio di Dio nel senso cristiano della divinità; indica invece che egli è un servo eletto, un profeta e un messaggero di Allah.

Chiunque conosca qualcosa dell’Islam, anche a livello molto elementare, sa che per la dottrina musulmana, la figura di Issa ibn Maryam (Gesù figlio di Maria) è essenzialmente quella di un profeta: un profeta fra i più importanti (insieme a Muhammad stesso e a Mosé, Gesù è uno dei pochi a meritare la qualifica di Rasul, ossia Inviato), ma pur sempre e solo uno “strumento” di Dio, un servo dell’Altissimo, su cui Dio si è degnato di far scendere la Sua rivelazione, ma che certo non può pretendere di “condividerne” la Natura.

Gesù nell’Islam: ʿĪsā ibn Maryam

Il Corano presenta Gesù con il nome di ʿĪsā e lo collega costantemente a sua madre Maryam, Maria. Questa denominazione sottolinea la sua nascita miracolosa e la sua natura umana: Gesù è il figlio di Maria, non il figlio di Dio in senso letterale.

Allah l'Onnipotente si riferisce a Gesù come 'Iesa' (pace su di lui) e alla Bibbia/Nuovo Testamento come 'Injeel' nel Nobile Corano. La Sura Maryam del Nobile Corano, insieme ad altri capitoli, offre un resoconto dettagliato degli eventi accaduti prima e dopo la nascita di Gesù.

Il Nobile Corano (insieme ad altre narrazioni profetiche) spiega chiaramente gli eventi relativi alla nascita, alla vita, agli insegnamenti e ai miracoli di Gesù. Nel Corano, Egli è menzionato di frequente e con reverenza.

Maryam e la nascita verginale di Gesù

Gesù nacque da Maria (Maryam), figlia di Imran, un Imam di Bayt al-Maqdis (il luogo santo di Gerusalemme). Poiché la madre di Maria non aveva figli, pregò e promise ad Allah che se Egli l'avesse benedetta con un figlio, "avrebbe dedicato il suo bambino al Suo culto e alla cura dei luoghi santi di Bayt al-Maqdis".

Le sue preghiere furono esaudite ed ella fu benedetta con una bambina, Maria (Maryam), che fu affidata alla tutela di Zaccaria (Zaccaria), un uomo molto pio. Maria aveva veramente dedicato la sua vita all'adorazione di Allah e del suo protettore.

La devozione di Maria è ben spiegata dalle parole del Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui): "La donna migliore (ai suoi tempi) era Maria, figlia di Imran, e la donna migliore (ai tempi del Profeta) è Khadijah (la sua prima moglie, che aveva 15 anni più di lui), figlia di Khuwaylid" (Kathir I, Tafsir Ibn Kathir, p. 763).

Maryam è l’unico nome femminile citato nel Corano (circa 40 volte). La Sura Maryam prende il nome proprio dalla madre di Gesù e racconta l’Annunciazione, il concepimento miracoloso e la nascita del bambino.

Nel Corano, l’Annunciazione e il concepimento di Gesù sono descritte con parole molto simili a quelle del Vangelo di Luca: “Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente. Tese una cortina tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro Spirito che assunse le sembianze di un uomo perfetto. Disse [Maria]: “Mi rifugio contro di te presso il Compassionevole, se sei [di Lui] timorato!”. Rispose: “Non sono altro che un messaggero del tuo Signore, per darti un figlio puro”. Disse: “Come potrei avere un figlio, ché mai un uomo mi ha toccata e non sono certo una libertina?”. Rispose: “È così. Il tuo Signore ha detto: "Ciò è facile per Me… Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra. È cosa stabilita"” (Sura III, 59).

Un giorno, Allah mandò l'angelo Gabriele da Maria per annunciarle la nascita di un bambino chiamato Gesù, che in seguito avrebbe parlato dalla culla. Questa notizia sconvolse la Vergine Maria, che si chiese come fosse possibile per lei avere un figlio quando nessun uomo l'aveva mai toccata (Corano 19:20).

A ciò, Allah rispose che ciò che Egli vuole, accade (Corano 19:21). Così, si ritirò dalla gente per nascondere la sua gravidanza e, quando finalmente diede alla luce il bambino, Allah le comandò di tornare a Gerusalemme con il neonato.

Il parallelismo tra Gesù e Adamo

Il Corano esprime un significativo parallelismo tra Gesù e Adamo; ambedue, infatti, sono stati formati da Dio senza ausilio di seme umano: “In verità, per Dio Gesù è simile ad Adamo che Egli creò dalla polvere, poi disse: "Sii" ed egli fu” (Sura III, 59).

Gesù nacque senza padre grazie al miracolo di Allah, un potere che solo Allah possiede. Allah afferma nel Corano che la nascita di Gesù è simile a quella di Adamo, che nacque senza genitori.

Questa origine sovrannaturale, inoltre, si sposa ad un altro privilegio che Gesù condivide con sua madre; come recita un antico hadith di Muhammad, infatti, “Satana tocca ogni figlio di Adamo il giorno in cui la madre lo partorisce, tranne che nel caso di Maria e di suo Figlio” (Bukhari 60, 54).

Pur essendoci alcune analogie, l’idea del “tocco di Satana” al momento della nascita d’ogni uomo non và confusa con quella cristiana del Peccato Originale. Gesù e Maria rappresentano dunque per l’Islam un’endiade di esseri privilegiati e purissimi, distinti per questo da tutti gli altri uomini, fossero anche i più grandi santi o profeti.

Annunciazione a Maria nell’arte islamica

Gesù come parola e spirito provenienti da Dio

In un versetto molto noto, tratto dalla Sura IV, il Corano sembra mettere in guardia rispetto ad un’ipervalutazione della figura di Gesù: “O Gente della Scrittura, non eccedete nella vostra religione e non dite su Dio altro che la verità. Il Messia Gesù, figlio di Maria non è altro che un messaggero di Dio” le parole seguenti, però, lo definiscono “una Sua parola che Egli pose in Maria, uno Spirito da Lui” IV, 71.

Per la teologia islamica, espressioni come “parola di Dio” e “spirito da Lui” non trasformano Gesù in una divinità. Esse indicano un’origine e una missione straordinarie conferite da Allah, mantenendo la distinzione tra il Creatore e la creatura.

Ora, se è evidente che l’interpretazione di queste espressioni non è (e non potrebbe essere) la stessa per un cristiano e per un musulmano, e pur vero che, anche in questo caso, le affermazioni coraniche riguardo al profeta Issa sono assolutamente uniche rispetto a qualsiasi altra figura profetica.

I miracoli di Gesù secondo il Corano

La nascita di Gesù e il suo discorso nella culla sono chiare manifestazioni dei suoi miracoli. Quando Maryam fu rimproverata dalla gente per aver commesso un peccato, indicò il bambino che disse di essere stato designato profeta da Allah (Corano 19:30-33).

Parlare dalla culla fu il primo miracolo di Gesù. Secondo il racconto coranico, il bambino difese la dignità di sua madre e annunciò la propria condizione di servo e profeta di Allah.

Il quinto capitolo del Nobile Corano, “Al-Maida”, prende il nome da un altro incidente miracoloso nella vita di Gesù. Una volta, i suoi discepoli gli chiesero di chiedere ad Allah una tavola imbandita di cibo.

La sua richiesta fu esaudita e i suoi discepoli furono testimoni di come la tavola celeste imbandita di cibo celeste discendeva dai cieli per loro. Il racconto della tavola imbandita mostra che il miracolo è concesso da Allah e non deriva da un’autonomia divina del profeta.

Gesù fu anche benedetto da Allah Onnipotente con il miracolo di guarire i lebbrosi e i ciechi. Poteva inoltre infondere vita in oggetti di argilla e risuscitare i morti dalle loro tombe, secondo la volontà di Allah Onnipotente.

Poteva sapere cosa le persone avevano mangiato e cosa avevano conservato nelle loro case. Il Corano (3:49) afferma chiaramente che i suoi miracoli erano concessi esclusivamente da Allah e in nessun modo si può dedurre che egli possedesse poteri divini, come credono i cristiani.

L’unico profeta che il Corano presenta esplicitamente come dotato da Dio del dono di compiere miracoli è, ancora una volta, il Figlio di Maria: "In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e, con il permesso di Dio, diventa un uccello. E per volontà di Dio, guarisco il cieco nato e il lebbroso, e resuscito il morto. E vi informo di quel che mangiate e di quel che accumulate nelle vostre case. Certamente in ciò vi è un segno se siete credenti!” III, 48).

La pericope più volte ripetuta “per volontà di Dio” salvaguarda la necessaria distinzione tra Dio e il profeta Gesù: eppure, ancora una volta, la figura di Gesù evidenzia degli elementi di “unicità” davvero sorprendenti, specie in riferimento al miracolo della “resurrezione del morto” e, ancor di più, a quello della “creazione” degli uccelli dal fango, dove appare una capacità, quella di dar vita alla materia inerte, che è per definizione un attributo divino.

Il saluto pronunciato da Gesù

Il Corano presenta anche un versetto, davvero unico nel suo genere, in cui il profeta Gesù, fin dalla culla, pronunzia un’autobenedizione diretta alla sua stessa persona: “Pace su di me, il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morrò e il Giorno in cui sarò resuscitato a nuova vita” (XIX, 33).

In questo versetto compare la stessa idea di pace contenuta nella formula “alayhi as-salam”. La pace associata a Gesù riguarda la nascita, la morte e la resurrezione alla nuova vita, secondo la formulazione coranica.

Gli insegnamenti di Gesù e il loro rapporto con l’Islam

Attraverso Gesù, Allah l’Onnipotente ha voluto far rivivere il vero messaggio del Profeta Musa (Mosè) e di tutti gli altri profeti che lo avevano preceduto. Il messaggio di tutti i profeti era sostanzialmente lo stesso: credere nell'unicità di Allah, non associare alcuno alla Sua divinità e seguire i Suoi comandamenti.

Pertanto, è chiaro che i veri insegnamenti di Gesù, in generale, erano gli stessi delle religioni che hanno preceduto il Cristianesimo e di quelle che furono poi portate dall’Islam. Man mano che Gesù cresceva, si rese conto che i figli di Israele avevano dimenticato gli insegnamenti di Musa (il profeta Mosè) e che molti ebrei avevano cambiato religione in larga misura.

Avevano anche monopolizzato la religione per servire i loro desideri e interessi materiali, mentre la gente soffriva. Gesù (pace su di lui), quindi, fu inviato da Allah l'Onnipotente per mostrare ai figli d'Israele la retta via.

A questo proposito, si può affermare che Gesù era un profeta etnico - un messaggero di Allah solo per i figli di Israele, a differenza del Profeta Maometto, che fu inviato in seguito da Allah per l'intera umanità.

Pratiche condivise

Alcuni dei comandamenti di Allah predicati dal Profeta Gesù erano gli stessi predicati dal Profeta Maometto e sono entrati a far parte degli insegnamenti islamici. Tra questi, il divieto di mangiare carne di maiale e di consumare alcol, la circoncisione, le abluzioni prima della preghiera, la prostrazione durante la preghiera e il velo per le donne (per praticare la modestia).

Anche il digiuno è un atto di culto comune nell'Islam, nel Cristianesimo e nell'Ebraismo. Gesù proibì inoltre ai suoi seguaci di prestare o accettare interessi (usura) sul denaro, pratica severamente vietata anche nell'Islam.

ElementoSignificato nella prospettiva islamica
GesùProfeta e messaggero di Allah
MaryamMadre vergine di Gesù
MiracoliSegni concessi da Allah
Alayhi as-salam“Pace su di lui”
InjīlRivelazione originariamente data a Gesù
Ritorno di GesùEvento atteso prima del Giorno del Giudizio

“Alayhi as-salam” e la distinzione tra rispetto e divinità

Nel linguaggio islamico, onorare profondamente un profeta non significa adorarlo. Il principio del tawḥīd, cioè l’unicità assoluta di Dio, stabilisce che nessuna creatura può condividere la divinità di Allah.

Una costante coranica è la dottrina del tawhid, termine che si potrebbe tradurre con “monoteismo” o, in senso più letterale, come “il rendere uno”. Questo concetto incarna uno dei principi centrali dell’islam: esiste soltanto un unico essere interamente divino. “Non ha generato, non è stato generato” dichiara il Corano, “e nessuno è eguale a Lui”.

Quella che ne deriva è sicuramente la più importante distinzione tra l’islam e la cristianità: i musulmani non credono nella divinità di Gesù Cristo o dello Spirito Santo. Eppure i musulmani credono che Gesù sia stato un profeta di Dio senza peccato, nato da una vergine e destinato a svolgere un ruolo centrale negli eventi degli ultimi giorni.

In una religione come L’Islam (o come l’Ebraismo), la prospettiva rigidamente monoteistica impedisce infatti anche solo di immaginare una qualche “identificazione” di Dio con una realtà creata. Nate in un ambiente contraddistinto da un politeismo lussureggiante e pervadente, infatti, sia l’Ebraismo sia l’Islam hanno da subito dovuto “tutelare” l’idea dell’unicità e trascendenza divine escludendo ogni aspetto che potesse lederla agli occhi del popolo (donde, ad esempio, il divieto delle immagini).

Perché nell’Islam Gesù non è il figlio di Dio

Nel Corano, Allah smentisce categoricamente l'idea che Gesù sia figlio di Dio. Allah l'Onnipotente si è sempre riferito a Gesù come “Isa, Ibn-e-Mariam” (Gesù, figlio di Maria) nel Nobile Corano.

Allah afferma nel Corano che non si addice ad Allah, il Creatore dell'universo, generare figli. Gesù nacque senza padre grazie al miracolo di Allah, un potere che solo Allah possiede.

Pertanto, gli insegnamenti islamici sostengono che Isa (Gesù) fosse un profeta e messaggero, simile a tutti gli altri profeti che lo precedettero e anche simile al Profeta Muhammad, venuto come ultimo profeta e messaggero di Allah per ravvivare il messaggio di Allah/Dio.

I musulmani, quindi, non attribuiscono alcuna divinità a Isa (Gesù) come fanno i cristiani. La nascita miracolosa non viene interpretata come prova di una natura divina, perché anche Adamo nacque senza padre e senza madre.

Il termine “Figlio di Dio”

Anche se si accetta che Gesù fosse chiamato “figlio di Dio” nella Bibbia, è importante riconoscere che anche nella Bibbia ebraica Dio chiamò Suoi figli anche altri profeti. Questo perché nella tradizione ebraica questo termine era usato solo in senso metaforico.

Pertanto, la traduzione letterale di questo termine potrebbe aver effettivamente portato a un'errata interpretazione della realtà di Gesù e di altri insegnamenti nel cristianesimo.

Secondo molte narrazioni, Gesù stesso si definì “figlio dell'uomo” piuttosto che “figlio di Dio” (Bibbia, Luca 9:22) e rimproverò coloro che lo chiamavano così (Bibbia, Luca: 4:41).

Nel Corano, il rifiuto dell’idea di una generazione divina è legato alla trascendenza assoluta di Allah. La formula “alayhi as-salam” deve essere quindi compresa all’interno di questa impostazione: Gesù è onorato, ma non adorato.

La posizione dell’Injīl e del Nuovo Testamento

Allah l'Onnipotente si riferisce alla Bibbia/Nuovo Testamento come “Injeel” nel Nobile Corano. Secondo gli insegnamenti islamici, il libro sacro della Bibbia/Nuovo Testamento non è nello stato in cui è stato rivelato da Allah l'Onnipotente.

Poiché gli insegnamenti di Allah rivelati nella Bibbia sono stati modificati da molte persone nel corso degli anni, Allah ha rivelato il Suo messaggio per la volta definitiva sul Profeta Muhammad nel Nobile libro del Sacro Corano.

Tuttavia, il rapporto tra Islam e cristianesimo non è privo di elementi condivisi. I cristiani che leggono il Corano vi troveranno temi familiari. Esso parla, ad esempio, di quando Dio creò l’universo in sette giorni, di quando mise Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden, di quando essi furono tentati dal diavolo, della loro caduta e della chiamata di una serie di successivi profeti (la maggior parte dei quali compaiono anche nella Bibbia).

Questi profeti sono descritti nel Corano come musulmani, poiché sottomisero la loro volontà a Dio. Abrahamo, descritto come l’amico di Dio, è una figura prominente nel testo. Vengono citati anche Mosè, il faraone e l’esodo dei figli di Israele.

Colpisce il fatto che Maria, la madre di Gesù, sia menzionata 34 volte nel Corano, rispetto alle 19 volte del Nuovo Testamento (si tratta, di fatto, dell’unica donna menzionata nel Corano).

La morte di Gesù e la crocifissione secondo l’Islam

Le visioni islamiche e cristiane sulla morte di Gesù differiscono notevolmente. Il Sacro Corano afferma chiaramente che Gesù non morì. Allah l'Onnipotente lo fece ascendere al cielo prima della sua presunta crocifissione, e la persona che fu crocifissa al suo posto non fu Gesù, ma un uomo che gli somigliava. [Corano 4:156-158]

Questa idea nasce dall'interpretazione di un, peraltro enigmatico, versetto coranico in cui si afferma: “Per certo non lo hanno ucciso ma Dio lo ha elevato fino a Sé. Dio è eccelso, saggio” (IV,158).

Rispetto al “Gesù cristiano”, tuttavia, quello conosciuto dalla tradizione islamica manca di un elemento per noi fondamentale: la Croce. Quello che già al tempo di Paolo è “scandalo per i Giudei” è inaccettabile anche per l’Islam, che non può ammettere che uno dei più alti profeti venga giustiziato con un supplizio infamante.

Nell’interpretazione popolare di questo versetto, Gesù sarebbe stato sostituito sulla croce da un’immagine fittizia o addirittura da Giuda Iscariota, a cui Dio avrebbe dato le fattezze del profeta affinché si compisse già in questo mondo la vendetta per il tradimento.

Il racconto della sostituzione

La storia affermata nel Corano e spiegata da Ibn Kathir è che quando alcuni ebrei dell'epoca si resero conto che molte persone avevano iniziato a rivolgersi a Gesù per ottenere la guida divina, decisero di ucciderlo crocifiggendolo e facendogli indossare una corona di spine.

Gesù venne a conoscenza di questi piani quando era con i suoi discepoli. Secondo Ibn Kathir, Gesù chiese ai suoi dodici compagni che si sarebbero offerti volontari di assomigliargli.

Questo ovviamente era secondo la volontà di Allah. Gesù (pace su di lui) ha anche promesso che chiunque si fosse offerto volontario per diventare come lui, sarebbe stato con lui nei cieli.

Uno dei suoi giovanissimi discepoli acconsentì e si fece avanti. Quindi, Allah l'Onnipotente fece sembrare quella persona esattamente come Gesù e invece innalzò Gesù / Eesa fino ai Cieli.

Dopo che Gesù fu asceso, i discepoli uscirono di casa e i Giudei trovarono l'uomo che somigliava a Gesù e, credendo che fosse Gesù, lo crocifissero.

L’ascensione e il ritorno di Gesù

Il Corano afferma con certezza l’Ascensione al cielo di Gesù: “Dio lo ha elevato fino a sé”. Nella visione islamica, l’ascensione precede la sua seconda venuta e conferma che i suoi avversari non riuscirono a ucciderlo.

Il Corano afferma anche che Gesù tornerà in questo mondo prima del Giorno del Giudizio. Egli verrà come seguace del Profeta Maometto, poiché questi ha portato l'ultimo messaggio dell'Unico Dio, Allah.

Al suo ritorno, Gesù confuterà anche l'affermazione ebraica secondo cui fu crocifisso e l'affermazione cristiana secondo cui egli era Dio o figlio di Dio.

Il Profeta Maometto (pace su di lui) affermò inoltre che Gesù sarebbe poi morto di morte naturale dopo la sua seconda venuta (al-Albani, p. # hadith 2182) e che, a quel punto, la prospettiva islamica su Gesù sarebbe stata creduta da tutti.

Gesù e gli ultimi tempi

Un ruolo davvero sorprendente è, al contrario, quello che l’Islam attribuisce a Gesù nello scenario dei Tempi Ultimi. Se sulla fine terrena del profeta non ci sono, infatti, interpretazioni univoche, il Corano afferma però con certezza la sua Ascensione al cielo (“Dio lo ha elevato fino a sé”).

Questa Ascensione è vista in funzione di quella battaglia finale che opporrà Gesù il Messia all’anticristo, il Masih al-Dajjal (lett. Il Messia Ingannatore), che nei Tempi Ultimi sedurrà tutti i popoli della terra eccetto i pochi fedeli che rimarranno saldi nella Rivelazione divina.

Alcuni fra i più antichi e venerati hadith aggiungono particolari importanti a questo scenario: “E mentre egli (il Dajjal) sarà occupato da queste cose, Dio invierà il Messia figlio di Maria che discenderà presso il bianco minareto orientale di Damasco e non è permesso a nessun miscredente di sentirne il profumo senza perire. Quindi lo cercherà, finché lo raggiungerà alla Porta di Ludd (una delle porte di Gerusalemme)” (Muslin, Fitan, 116).

“E visto Gesù, il nemico di Dio si scioglierà come il sale si scioglie nell’acqua” (Muslim, Fitan, 60). L’Islam, dunque, condivide col Cristianesimo l’attesa del ritorno di Gesù: non di un non meglio precisato “messia” o “salvatore”, ma proprio di “questo Gesù che”, come afferma l’evangelista Luca, “tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.

L'Escatologia Islamica: Imam Mahdi e la Seconda Venuta di Gesù. Con Jamaluddin Ballabio

Gesù, Trinità e Incarnazione

Nella sua formulazione dogmatica, è tuttavia evidente che niente entra tanto in contrasto con la prospettiva islamica di Dio quanto i dogmi (fondamentali e caratterizzanti per il Cristianesimo) della Trinità e dell’Incarnazione.

È interessante tuttavia notare come nel Corano questi dogmi, più che essere negati, vengano di fatto ignorati (o meglio, letteralmente bypassati). Nel caso del dogma della Trinità, ad esempio, si potrebbe pensare che versetti come “E quando Dio dirà: «O Gesù figlio di Maria, hai forse detto alla gente: "Prendete me e mia madre come due divinità all’infuori di Dio?"» (V, 116), si riferiscano alla “nostra” Trinità.

Tuttavia, è molto più probabile che qui ci si riferisca a quel vero e proprio “triteismo” che caratterizzava numerose eresie cristiane del Medio Oriente, che realmente identificavano Gesù come “un dio” accanto al Padre, e Maria come una terza “dea”, secondo il modello delle triadi divine.

Una di queste eresie, molto diffusa tra i “cristiani” arabi era il Colliridianesimo. Eresia dei primi secoli, nata in Tracia ma diffusasi soprattutto nella Penisola Araba, e che tributava un culto divino a Maria.

Anche nel caso dell’Incarnazione, possiamo tranquillamente dire che il Corano non tratta minimamente la questione, almeno nell’ottica della fede cristiana ortodossa.

Se è pur vero, infatti, che il Corano biasima più volte coloro che ardiscono definire “il Messia come figlio di Dio”, è però interessante notare come il termine qui usato per “figlio”, (walàd, ossia frutto dell’accoppiamento sessuale, opposto al termine, più ampio e giuridico, di Ibn), voglia più che altro mettere in guardia contro certe eccessive “antropomorfizzazioni” della Divinità, presenti nell’ambiente paganizzato dell’Arabia pre-islamica.

Si può forse dire, in conclusione, che su di un piano dogmatico Islam e Cristianesimo, più che negarsi reciprocamente, sembrano piuttosto percorrere due strade tanto parallele quanto differenti: due punti di vista opposti rispetto allo stesso “oggetto”; il ché rende improbabile, in una prospettiva “solo umana”, qualsivoglia tentativo di conciliazione forzata o di assimilazione sincretistica.

I discepoli di Gesù nell’Islam

I discepoli di Gesù, indicati nel Corano come “Al-Hawariyyun” in arabo, sono descritti nel Corano come persone pie e veritiere. Tuttavia, i loro nomi o le loro identità non sono stati rivelati.

Il Corano li presenta come sostenitori della missione di Gesù e come persone disposte a seguire la volontà di Allah. La loro funzione è quindi riconosciuta, anche se la tradizione coranica non fornisce un elenco dettagliato dei loro nomi.

I cristiani credono che il Nuovo Testamento sia stato scritto dagli otto discepoli di Gesù (pace su di lui), ovvero Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Paolo, Pietro, Giacomo e Giuda. Le prove storiche dimostrano che alcuni di questi uomini non hanno mai incontrato Gesù Cristo di persona.

La prospettiva islamica su Maometto e il contesto della rivelazione

Nel 610 d.C. un mercante arabo di mezza età di nome Maometto salì sulle colline della sua città nativa, La Mecca, per riflettere e pregare sulla confusione religiosa che lo circondava. Una volta sceso, riferì di aver ricevuto una visione che lo chiamava a essere il profeta del suo popolo.

Questo evento segna l’inizio della religione nota come islam, parola che significa “sottomissione” (a Dio). Le persone che credono nell’islam sono chiamate musulmani, ovvero “sottomessi”.

Da quel momento fino alla sua morte, avvenuta quasi venticinque anni dopo, Maometto disse di aver ricevuto molte rivelazioni. Egli le condivise prima con i residenti della sua città natale, mettendoli in guardia dai giudizi divini a venire; chiamando il suo seguito a pentirsi e a trattare in modo appropriato vedove, orfani e poveri; e predicando la risurrezione universale dei morti e il giudizio finale di Dio.

Tuttavia, la derisione e la persecuzione di cui egli e i suoi seguaci furono oggetto diventarono così intensi da obbligarli a scappare nella città di Medina, a circa quattro giorni di cammello verso nord.

Lì, il ruolo di Maometto cambiò drasticamente. Da semplice predicatore e ammonitore, egli diventò il legiferatore, il giudice e il leader politico di un’importante città araba e, nel tempo, della penisola arabica.

Questa prima fondazione di una comunità di credenti diede all’islam un’identità religiosa radicata nella legge e nella giustizia, che resta tra le sue caratteristiche più manifeste e consequenziali.

Il Corano e le fonti della dottrina islamica

Le rivelazioni rivendicate da Maometto furono raccolte in un libro chiamato Corano (dal verbo arabo qara’a, “leggere” o “recitare”) nell’arco di un decennio o due dalla sua morte.

Il Corano, composto da 114 capitoli, non è una storia su Maometto. In modo molto simile a Dottrina e Alleanze, non si tratta affatto di una narrazione; i musulmani lo considerano la parola (e le parole) di Dio data direttamente a Maometto.

Gli hadith sono i detti e i fatti del profeta Muhammad, raccolti dai suoi compagni e trascritti successivamente. Subito dopo il Corano, rappresentano la più importante fonte per la dogmatica ed il diritto islamici.

Il significato di “alayhi as-salam” si comprende proprio all’interno di questo sistema religioso: il Corano presenta la missione dei profeti e gli hadith conservano parole, gesti e formule di rispetto associate alla loro memoria.

I cinque pilastri e il significato della sottomissione a Dio

I cosiddetti “cinque pilastri dell’islam” - per lo più riassunti in modo conciso non nel Corano, ma in uno scritto tradizionalmente attribuito a Maometto - stabiliscono la dottrina islamica fondamentale.

La testimonianza

Se l’islam ha un credo universale, esso è la shahada, “professione di fede” o “testimonianza”. Il termine si riferisce a una formula araba che, tradotta, recita come segue: “Attesto che non vi è alcun dio al di fuori di Dio [Allah] e che Maometto è il messaggero di Dio”.

La shahada è la porta d’accesso all’islam. Recitarla con convincimento sincero equivale a diventare musulmano.

L’equivalente arabo della parola Dio è Allah. Contrazione delle parole al- (“il”) e ilah (“dio”), essa non è un nome proprio ma un titolo, ed è strettamente correlata al termine ebraico Elohim.

La preghiera

Molti non musulmani conoscono la preghiera rituale musulmana chiamata salat, che prevede di prosternarsi per un numero specifico di volte, in cinque momenti della giornata. Recitare i versetti prescritti del Corano e toccare con la fronte a terra sono dimostrazioni dell’umile sottomissione a Dio.

Una preghiera più spontanea, denominata du‘a, può essere offerta in qualunque momento e non richiede di prosternarsi.

L’elemosina, il digiuno e il pellegrinaggio

La Zakat (che significa “ciò che purifica”) indica l’atto di effettuare donazioni per sostenere i poveri, le moschee e altre iniziative islamiche. Generalmente è pari al 2,5 per cento delle sostanze di un musulmano, se queste superano una determinata cifra minima.

Ogni anno i musulmani devoti si astengono dal mangiare, dal bere e dall’avere rapporti sessuali dall’alba al tramonto per l’intera durata del mese lunare del Ramadan. In genere, durante questo mese essi si dedicano anche a compiere dei particolari atti di carità verso i poveri e a leggere il Corano.

I musulmani in salute e che dispongono delle risorse necessarie per farlo, dovrebbero andare in pellegrinaggio a La Mecca almeno una volta nella loro vita (solitamente questo comprende anche una visita a Medina, la seconda città santa dell’islam, anche se non è obbligatorio).

Allah, Islam e Salam: il significato linguistico

La lingua araba non è soltanto un mezzo di comunicazione: è anche il veicolo di una visione del mondo, di una spiritualità e di una cultura millenaria. Alcune parole arabe - come “Allah”, “Islam” e “Salam” - sono ormai conosciute in tutto il mondo, ma spesso vengono interpretate in modo superficiale o riduttivo.

La parola “Allah” (اللّٰه‎) deriva dall’unione di due elementi: “al”, l’articolo determinativo arabo (“il”), e “ilāh”, che significa “divinità” o “dio”. La forma contratta “Allah” significa dunque “Il Dio” - non “un dio tra tanti”, ma l’unico Dio, creatore e assoluto.

È importante notare che la parola Allah non è esclusiva dell’Islam: anche i cristiani e gli ebrei arabi la usano per indicare Dio.

Nel Corano, Allah è nominato più di 2.500 volte. Non rappresenta soltanto una divinità, ma un concetto totale: unità, misericordia, conoscenza e presenza in ogni cosa.

“Salam” (سلام) significa pace, serenità, sicurezza. Condivide la stessa radice s-l-m di Islam, dimostrando come, nella lingua araba, pace e fede siano concetti inseparabili.

As-salamu ʿalaykum (السلام عليكم), “la pace sia con te”, è il saluto tradizionale arabo e islamico. La risposta è wa ʿalaykum as-salam (وعليكم السلام): “E con te la pace”.

Questa formula non è soltanto un gesto di cortesia, ma un augurio di equilibrio spirituale e sociale. Salam non è esclusivo del mondo musulmano: rappresenta un ideale condiviso anche da cristiani, ebrei e laici nei paesi arabi.

Il rapporto tra Islam e cristianesimo

Di fronte alla realtà storica dell’Islam, questa grande religione sorella e pur spesso storicamente nemica, non si può negare come il cristiano si ritrovi confuso e interdetto.

Che lo si consideri, infatti, nient’altro che un mostruoso “mistero dell’iniquità” o al contrario un enigmatico “strumento della Provvidenza”, la domanda sul significato che l’Islam ha nelle vicende dell’umanità e della sua salvezza non può non rimandare al mistero di quel “Signore della storia” che da 1400 anni permette lo sviluppo, quasi in parallelo al Cristianesimo, di un universo spirituale così evidentemente simile eppure così lontano dal nostro.

Un universo spirituale di cui, tuttavia, non si può negare in alcun modo lo straordinario e sincero slancio verso Dio, unito alla rara capacità di partorire arte, bellezza e sapienza.

In tutta onestà, pertanto, crediamo che il cristiano possa (e debba) considerare il fenomeno Islam soprattutto come un “mistero” -con tutte le valenze anche teologiche che questo termine possiede- un mistero che si infittisce quando si considera l’importanza che la stessa figura di Gesù possiede all’interno della tradizione islamica.

Un’importanza e una singolarità poco note ai cristiani, e sulla quale gli stessi musulmani raramente sono propensi a riflettere.

La singolarità di Gesù nella tradizione islamica

L’Islam attribuisce a Gesù privilegi che lo distinguono da molte altre figure profetiche: la nascita verginale, la purezza condivisa con Maria, l’essere definito parola e spirito provenienti da Dio, i miracoli straordinari, l’elevazione al cielo e il ruolo negli eventi degli ultimi tempi.

Il musulmano sa che Gesù è solo un profeta ma che è, al tempo stesso, un profeta beneficato da parte di Dio di privilegi unici fra tutti gli uomini: privilegi che nemmeno lo stesso Muhammad ha ricevuto.

Tra questi privilegi, i più significativi sono la nascita verginale e la preservazione dal “tocco di Satana”, Gesù come spirito e parola di Dio, Gesù come autore di miracoli e la benedizione pronunciata da Gesù stesso.

La figura di Gesù evidenzia degli elementi di “unicità” davvero sorprendenti, specie in riferimento al miracolo della “resurrezione del morto” e, ancor di più, a quello della “creazione” degli uccelli dal fango, dove appare una capacità, quella di dar vita alla materia inerte, che è per definizione un attributo divino.

La devozione islamica verso Gesù

Ma, in definitiva, quali conclusioni trae la teologia islamica a partire dai sorprendenti “privilegi” che la loro stessa Rivelazione accorda al profeta Issa?

Sorprendentemente -almeno nella nostra ottica intellettuale occidentale- i privilegi di Gesù non necessitano, per l’Islam, di alcun tipo di spiegazione particolare: se “Dio tutto può”, infatti, non ha alcun senso ragionare sul perché Egli abbia accordato ad un certo profeta determinati privilegi, poiché, come dice un detto popolarissimo nel mondo islamico, “Dio ne sa di più”.

La stessa devozione popolare islamica, in effetti, non ha mai sviluppato una particolare attrattiva verso la sublime ma forse troppo “celestiale” figura del Figlio di Maria, a cui ha sempre preferito, oltre a Muhammad, figure più “terrene” e comprensibili quali quella di Mosé o di Abramo.

Solo nell’ambito mistico del Sufismo, si è sviluppata una devozione verso Gesù talmente forte da essere definito come il Sigillo della Santità (Katìm al-awwalya), così come Muhammad è Sigillo della Profezia (Katìm al-Nabìyya).

Il significato della formula nella pratica religiosa

Dire “Gesù, alayhi as-salam” equivale a pronunciare il nome di Gesù con una formula di rispetto che ricorda il suo status profetico. La formula può essere usata nella preghiera, nello studio del Corano, nelle lezioni di religione e nelle conversazioni sulla fede islamica.

Non è necessario tradurla ogni volta, ma il suo senso fondamentale rimane “pace su di lui”. In testi italiani si possono incontrare anche le abbreviazioni “a.s.” o “p.s.l.”, benché la forma estesa renda più chiaro il significato.

Il rispetto espresso dalla formula non è riservato soltanto a Gesù. Nel linguaggio religioso islamico viene utilizzato per i profeti, mentre per il profeta Muhammad si adopera comunemente una formula specifica di benedizione e pace, come “pace e benedizioni di Allah su di lui”.

La differenza terminologica riflette la distinzione tra Gesù e Muhammad all’interno della teologia islamica: Gesù è un profeta e messaggero inviato ai figli d’Israele, mentre Muhammad è considerato l’ultimo profeta e messaggero inviato all’intera umanità.

Come comprendere correttamente “Gesù alayhi as-salam”

  • significa “pace su di lui”;
  • è una formula islamica di rispetto per un profeta;
  • si riferisce a Gesù come ʿĪsā ibn Maryam;
  • non significa che Gesù sia considerato Dio;
  • non equivale all’adorazione di Gesù;
  • ricorda la nascita verginale e la missione profetica di Gesù;
  • richiama i suoi miracoli compiuti per volontà di Allah;
  • si collega alla sua ascensione e al suo ritorno prima del Giorno del Giudizio.

Il significato di “alayhi as-salam” riferito a Gesù è quindi inseparabile dalla visione islamica di ʿĪsā: un profeta purissimo, nato miracolosamente da Maryam, scelto da Allah, dotato di segni straordinari e destinato a un ruolo decisivo negli ultimi tempi.

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