L’Abbazia della Santissima Trinità di Cava dei Tirreni fu fondata nel 1011 da San Alferio Pappacarbone, nobile salernitano formatosi a Cluny. Alferio si ritirò nella valle del Selano, sotto la grande grotta detta Arsicia o Arsiccia, per condurvi vita eremitica; l’arrivo dei discepoli, attratti dalla sua santità, lo indusse a costruire un monastero di modeste dimensioni con una piccola chiesa annessa.
San Alferio continuò ad abitare un piccolo vano della grotta, scelto come cella, e vi morì in età molto avanzata il 12 aprile 1050, venendo poi sepolto nello stesso luogo. La sua iniziativa diede origine a una comunità monastica destinata a diventare uno dei principali centri religiosi e culturali dell’Italia meridionale.

San Alferio Pappacarbone, fondatore dell’abbazia
Il fondatore della badia fu S. Alferio, nobile salernitano- già familiare ed ambasciatore del principe di Salerno Guaimario III- che nel 1011 si ritirò sotto la grande grotta "Arsicia" per menarvi vita eremitica. L’abbazia fu fondata nel 1011 da S. Alferio, salernitano formatosi a Cluny.
La formazione cluniacense di Alferio contribuì a orientare la nuova comunità verso una rigorosa vita benedettina, fondata sulla preghiera, sulla disciplina monastica e sulla ricerca spirituale. La lontananza da abitazioni e da strade favorisce la vita spirituale e culturale dei monaci e appaga le attese degli ospiti che, come i monaci, nel silenzio e nella preghiera cercano Dio.
L'accorrere dei discepoli, attratti dalla sua santità, lo indusse a costruire un monastero di modeste dimensioni. Egli però continuò ad abitare un piccolo vano della grande grotta, che si era scelto come cella, ed in questa, in età molto avanzata, morì e fu sepolto. Era il 12 aprile 1050.
Il luogo della fondazione
L’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno, sorge nell’amena cornice della valle metelliana, a circa 3 chilometri dalla cittadina di Cava dei Tirreni e a 12 da Salerno. Incuneata tra le propaggini dei monti Lattari, alle falde del monte Finestra, alto 1145 metri, si estende tra la rupe incombente, sulla quale girano le mura di Corpo di Cava, e il torrente Selano, che scorre a distanza di pochi metri.
Anche se circondata dai monti, a 350 m. sul livello del mare, il clima risente in parte i benefici della vicina Costiera Amalfitana. La posizione appartata della valle offriva ad Alferio un ambiente adatto alla vita eremitica e consentì alla comunità nascente di svilupparsi in un contesto separato dai principali centri abitati.

Dalla grotta al monastero
La prima fondazione non fu concepita come un grande complesso monumentale, ma come un monastero di modeste dimensioni sorto accanto alla grotta nella quale Alferio conduceva la propria vita eremitica. La piccola comunità crebbe progressivamente grazie all’arrivo di discepoli e alla fama della santità del fondatore.
La grotta di S. Alferio è ancora indicata all’interno della basilica, dove si trova la cella-grotta con l’urna che custodisce le reliquie del fondatore. Procedendo nella basilica, a destra è la cella grotta di S. Alferio, con l'urna che ne custodisce le reliquie, a sinistra l’altare di S. Leone con la sua urna e, sulla parete, altre reliquie di santi.
San Pietro I e l’espansione della fondazione
La crescita decisiva dell’abbazia si verificò sotto il terzo abate, San Pietro I, nipote di Alferio. Ampliata e trasformata in basilica a più navate al tempo di S. Pietro I abate, dal 1079 al 1123, l’Abbazia uscì dall’ambito locale, ponendosi a capo di una vasta congregazione monastica, l’Ordo Cavensis.
Tra i primi successori di Alferio si distinse S. Pietro I, nipote di Alferio, che ampliò grandemente il monastero e lo fece centro di una potente congregazione monastica con centinaia di chiese e monasteri dipendenti, sparsi in tutta l’Italia Meridionale. Furono più di 3000 i monaci a cui San Pietro diede l’abito.
Il papa Urbano II, che lo aveva conosciuto a Cluny, nel 1092 visitò l’Abbazia e ne consacrò la basilica. La presenza del pontefice confermò il rilievo assunto dal monastero e il ruolo della comunità cavense nel quadro della riforma ecclesiastica dell’XI secolo.
Il Settimanale -Servizio RAI3 Campania sul Millenario dell'Abbazia Benedettina, 7.5.2011 - 276 sec.
I primi abati santi e beati
I primi abati si distinsero per la santità: i primi quattro sono stati riconosciuti santi, altri otto beati. Fin quasi alla fine del sec. XIII Alferio ebbe una serie di successori eccezionali, di cui 11, oltre il fondatore, sono stati riconosciuti dalla Chiesa come Santi o Beati.
| Abate | Periodo | Riconoscimento o ruolo |
|---|---|---|
| S. Alferio | Fondatore; morto nel 1050 | Fondatore dell’abbazia |
| S. Leone I | 1050-1079 | Successore di Alferio |
| S. Pietro I | 1079-1123 | Ampliò il monastero e fondò il grande sviluppo dell’Ordo Cavensis |
| S. Costabile | 1123-1124 | Abate santo |
| B. Simeone | 1124-1140 | Abate beato |
| B. Falcone | 1140-1145 | Abate beato |
| B. Marino | 1145-1170 | Abate beato |
| B. Benincasa | 1171-1194 | Abate beato |
| B. Pietro II | 1195-1208 | Abate beato |
| B. Balsamo | 1208-1232 | Abate beato |
| B. Leonardo | 1232-1255 | Abate beato |
| D. Tommaso | 1255-1264 | Successore della tradizione cavense |
| D. Giacomo | 1264-1266 | Successore della tradizione cavense |
| D. Americo | 1264-1268 | Successore della tradizione cavense |
| B. Leone II | 1268-1295 | Abate beato |
L’Ordo Cavensis e la diffusione della congregazione
Sotto il terzo abate S. Pietro divenne centro di una grande Congregazione, l’Ordo Cavensis. La congregazione arrivò a comprendere centinaia di chiese e monasteri dipendenti, sparsi in tutta l’Italia Meridionale, e trasformò la fondazione eremitica di Alferio in una realtà monastica di ampia influenza.
Papi e vescovi, principi e signori feudali favorirono lo sviluppo della congregazione Cavense, che giovò moltissimo alla riforma della Chiesa, promossa dai grandi papi del sec. XI, e al benessere della società civile. I principi e i signori oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri.
I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell’esenzione, per cui l’abate di Cava finì per aver una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la badia aveva la proprietà.
Da parte sua Cava costituiva per i Papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidare in custodia alcuni antipapi. L’abbazia fondata da Alferio divenne così un centro religioso, culturale e istituzionale di rilievo ben oltre la valle nella quale era sorta.
Il ruolo sociale dei monaci cavensi
Amorosa fu la cura che gli abati avevano delle popolazioni. Ad esse assegnavano le terre delle vaste possessioni dell’abbazia, con l’obbligo di metterle a coltura o di prestare, dopo un certo numero di anni, o mano d’opera o un censo proporzionato alla fertilità del suolo.
Per la difesa delle popolazioni del Cilento dalle incursioni saracene S. Costabile e B. Simeone costruirono il castello dell’Angelo, detto poi Castellabate. I monaci, inoltre, gestivano ospizi e ospedali, sovvenivano generosamente alle necessità dei bisognosi ed esercitavano il ministero pastorale nei monasteri dipendenti.
Le chiese invece venivano affidate dagli abati a sacerdoti secolari di loro fiducia. L’attività dell’abbazia non si limitava quindi alla preghiera e alla conservazione della vita monastica, ma comprendeva l’assistenza alle popolazioni, l’organizzazione del territorio e il servizio religioso.
Benincasa e l’abbazia di Monreale
Particolarmente notevole fu anche il governo del B. Benincasa, che nel 1176 inviò in Sicilia un centinaio di monaci per popolare la celebre abbazia di Monreale, eretta dalla munificenza del re Guglielmo II.
Questo episodio mostra l’ampiezza raggiunta dalla congregazione cavense e la capacità dell’abbazia di fornire uomini e organizzazione a nuovi importanti centri monastici. La fondazione di Alferio aveva ormai dato vita a una rete religiosa che superava i confini della Campania.
Dal declino medievale alla trasformazione in diocesi
Il sec. XIV rappresenta per Cava un periodo di ripiegamento su se stessa. È particolarmente curata la difesa e l’amministrazione dei beni temporali, sono prodotte splendide opere d’arte, ma l’incidenza dell’azione spirituale e sociale della badia, anche causa dei rivolgimenti politici, diminuisce.
Nel 1294 il papa Bonifacio IX conferì il titolo di “città” alla Terra di Cava, elevandola in pari tempo a diocesi autonoma, con un proprio vescovo, che doveva però risiedere alla Badia, la cui chiesa venne dichiarata cattedrale della diocesi di Cava.
Il monastero non sarà governato da un abate ma da un priore e la comunità dei monaci formerà il capitolo della cattedrale. Furono vescovi mons. Francesco de Aiello, Mons. Francesco de Mormilis, Mons Sagax de Comitibus e Mons. Angelotto Fusco.
Il periodo dei cardinali commendatari
Nel 1431 Angelotto Fusco fu elevato alla dignità cardinalizia e, malauguratamente, volle ritenere in commenda, percependone le rendite, l’abbazia e la diocesi cavense. Fu la sorte di quasi tutte le più ricche abbazie nei secc. XIV e XV.
Ebbe come successori i cardinali commendatari Luigi Scarampa, Giovanni D’Aragona e Oliviero Carafa. Specialmente i commendatari, benché uomini eminenti portarono l’abbazia ad una grande decadenza.
Lontani da essa, la governarono mediante fiduciari, ai quali interessava principalmente non il monastero ma la diocesi e l’amministrazione dei beni temporali. La disciplina, in assenza di un capo responsabile, decadde miseramente e i monaci si ridussero a pochi, anche per l’esiguità dei mezzi di sussistenza loro assegnati.
La riforma della Congregazione di Santa Giustina
L’ultimo commendatario ebbe però il merito di interessarsi perché la badia di Cava fosse aggregata alla Congregazione di S. Giustina da Padova, detta poi Congregazione Cassinese. Nel 1497 fu aggregata alla Congregazione di S. Giustina di Padova.
La riforma poneva a capo della Badia non più un vescovo o un cardinale ma un abate temporaneo: così rifiorì la disciplina monastica ed il culto delle scienze e delle arti. L’archivio, prezioso retaggio della congregazione Cavense, fu oggetto di cure amorose e di studio.
Vi si segnalarono l’abate D. Vittoriano Manso, che fondò la biblioteca, l’abate D. Alessandro Ridolfi, il primo storico della Badia, e l’infaticabile D. Agostino Venereo, archivista. Rifiorì anche la santità con D. Benedetto Zitelli di Cava, D. Zaccaria Capograsso e il suddetto D. Agostino.
Le trasformazioni architettoniche
Nel corso dei secoli XVI-XVIII l’abbazia fu rinnovata anche architettonicamente. L’abate D. Giulio De Palma ricostruì la chiesa ed il seminario, il noviziato e varie parti del monastero.
Nel sec. XVIII la chiesa e alcune parti della badia furono ricostruite o ampliate. L’attuale basilica sorse invece nel 1761 per iniziativa dell’abate D. Giulio De Palma e su disegno dell’architetto Giovanni del Gaizo.
L’interno, specialmente dopo il moderno rivestimento delle pareti e la pavimentazione con marmi policromi, è luminoso ed armonico. Dell’antica basilica, oltre all’ambone marmoreo in stile cosmatesco del secolo XII, restano due cappelle sui cui altari sono sistemate sculture pregevoli di Tino da Camaino.

La basilica e le testimonianze di San Alferio
Sull’altare della prima cappella a sinistra, che presenta un paliotto del secolo XI, è un rilievo raffigurante la Madonna col Bambino fra S. Benedetto e S. Alferio, che presenta alla Madonna l’abate de Haya. Sull’altare della seconda cappella a destra sono i due gruppi delle pie donne e dei soldati romani ai piedi della croce.
Subito dopo la balaustra, sulle pareti, si trovano quattro statue marmoree, tra le quali notevoli sono quelle cinquecentesche di S. Felicita e di S. Matteo. Procedendo, a destra è la cella grotta di S. Alferio, con l’urna che ne custodisce le reliquie.
Gli affreschi della basilica sono opera del pittore calabrese Vincenzo Morani, che nel 1857 vi rappresentò sulla volta del coro “S. Alferio in contemplazione della SS. Trinità”; nella cupola una visione dell’Apocalisse; nel transetto a destra la “Morte di S. Benedetto”; a sinistra la “Resurrezione” con profeti ed apostoli.
Sotto i 12 altari della basilica sono deposte le reliquie dei 12 abati santi. Accanto alla chiesa è da segnalare la fontana realizzata nel 1772 da Tommaso Liguoro.
Il chiostro, la sala del Capitolo e il cimitero longobardo
Il piccolo chiostro dei secoli XI-XIII, ancorché di proporzioni ridotte, è la parte più suggestiva e caratteristica della badia. Sebbene abbia subìto diverse manomissioni, rimanda nella struttura ai coevi chiostri amalfitani e a quelli di San Domenico a Salerno e di Santa Sofia a Benevento.
Il chiostro è spartito in quadrifore con archi a ferro di cavallo, che testimoniano influenze musulmane. Adiacente al chiostrino è la grande sala del Capitolo, del secolo XIII, in cui sono sistemati alcuni pregevoli sarcofagi romani, attribuiti per lo più al III secolo d.C.
Molto suggestivi sono, inoltre, gli ambienti di epoca diversa, realizzati a partire dal secolo IX-X con successive ristrutturazioni nel XII, esistenti nei sotterranei della badia e del chiostrino. Il cosiddetto “cimitero longobardo” era adibito a cimitero dei monaci e dei secolari che, per devozione, vollero esservi seppelliti.
La soppressione napoleonica e la continuità monastica
La soppressione napoleonica, per merito dell’abate D. Carlo Mazzacane, passò senza arrecare danni alla badia: 25 monaci rimasero a guardia dello Stabilimento, tale fu il titolo dell’abbazia, e il Mazzacane ne fu il Direttore. La restaurazione, dopo la caduta di Napoleone, portò a un rinnovamento dello spirito religioso.
Nel 1844 partirono da Cava per l’Australia come missionari D. Giuseppe Serra e D. Rudesindo Salvado, fondatore quest’ultimo dell’Abbazia della SS. Trinità di Nuova Norcia. La missione australiana rappresentò una nuova forma di irradiazione della tradizione monastica cavense.
La soppressione del 1866 e la dichiarazione di Monumento Nazionale
Con la soppressione del 1866, in considerazione dei valori artistici e scientifici accumulati nelle sue mura e del fatto che erano centro di una diocesi, il monastero fu dichiarato Monumento Nazionale e, come tale, si salvò dalla rovina a cui andarono incontro tante altre illustri abbazie.
Per la legge di soppressione del 1866, la badia fu dichiarata monumento nazionale e affidata in custodia all’abate. Allora i monaci aprirono un collegio laicale e iniziarono studi e pubblicazioni dell’archivio.
Eroica si dimostrò allora la virtù dei pochi monaci rimasti. Privi di ogni risorsa materiale, seppero affrontare non pochi disagi per sopravvivere.
Il collegio, l’archivio e il Codex Diplomaticus Cavensis
I monaci aprirono un nuovo campo di apostolato monastico istituendo un collegio laicale, redassero il Codex Diplomaticus Cavensis, in cui pubblicarono il testo integrale delle più antiche pergamene dell’archivio Cavense. Si tratta di un’opera monumentale, che ha reso famosa la badia in tutto il mondo scientifico.
Alcuni dei nomi più prestigiosi meritano qui un ricordo: D. Guglielmo Sanfelice, poi cardinale arcivescovo di Napoli, D. Michele Morcaldi, l’autore principale del Codex, e D. Benedetto Bonazzi, autore del famoso vocabolario greco.
Queste attività continuarono nel Novecento. Le scuole subirono riduzioni di corsi, fino alla chiusura nel 2005.
L’abbazia oggi
I più moderni abati, come mons. Placido Nicolini, Mons. Ildefonso Rea e i loro successori, tanti stimati ed amati da quanti li conobbero, hanno continuato degnamente l’opera dei Santi Padri Cavensi. Essi hanno restaurato ed ampliato gli edifici del monastero e dato nuovo impulso alla sua millenaria vita, che dura ininterrotta ancora oggi.
I Padri benedettini che ininterrottamente abitano l’abbazia da oltre mille anni continuano la loro opera di irradiazione spirituale e culturale attraverso la preghiera liturgica, l’osservanza della Regola di S. Benedetto, la custodia dell’archivio e della biblioteca, l’accoglienza degli ospiti e dei pellegrini, l’assistenza agli ex alunni riuniti in associazione dal 1950 e il servizio ministeriale nella chiesa abbaziale.
L’abbazia conserva numerosi tesori d’arte e di cultura raccolti dai monaci nel corso di un millennio: l’archivio, con circa 15000 pergamene dall’VIII al XIX secolo; la biblioteca, che conserva, tra l’altro, preziosi manoscritti e incunaboli; il museo, nel quale sono esposti quadri, sculture, sarcofagi, corali miniati e arredi sacri.
Come Abbazia territoriale, nel 1972 fu privata delle 22 parrocchie lontane dalla sede, nel 1979 fu ristrutturata con 3 parrocchie vicine, nel 2013 è stata ridotta entro i confini del monastero.
I monaci continuano inoltre il servizio ministeriale nel santuario di Maria SS. Avvocata sopra Maiori, di proprietà dell’abbazia. La comunità conserva così la continuità tra la fondazione eremitica di San Alferio del 1011 e la vita spirituale, culturale e pastorale dell’abbazia contemporanea.