Una mensa nel deserto. Parola, pane, eucaristia è un libro di Elena Bosetti e Giovanni Salonia, pubblicato da Argo Edizioni nel 2005 nella collana Parola Pane Eucaristia. Il volume appartiene alla collana Biblioteca minima Argo, numero 3, e conta 128 pagine.
Il tema si comprende alla luce della dinamica che unisce la Parola ascoltata, l’incontro con Gesù, la comunicazione della fede e la comunione ecclesiale. La Chiesa che nasce dall’ascolto della Parola non può fare a meno di comunicarla: “Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda”, scrive Paolo VI (Evangelii nuntiandi, n. 14).
Il libro e la sua prospettiva
Titolo: Una mensa nel deserto. Parola, pane, eucaristia.
Autori: Elena Bosetti, Giovanni Salonia.
Editore: Argo Edizioni.
Collana: Parola Pane Eucaristia; Biblioteca minima Argo, 3.
Formato: Libro con copertina rigida.
Pagine: 128.
Pubblicazione: 01/2005.
ISBN: 9788888659176.
Il titolo accosta tre realtà inseparabili: la Parola, il pane e l’eucaristia. La Parola genera l’ascolto e l’incontro; il pane richiama il nutrimento concreto e condiviso; l’eucaristia porta la comunione al suo centro sacramentale. La mensa diventa così il luogo in cui la fede viene accolta, celebrata e trasmessa.
La Parola che nasce dall’incontro
La domanda posta a titolo della nostra riflessione ricalca quella dei primi due discepoli, Andrea e l’altro di cui si tace il nome e nel quale la tradizione ama vedere lo stesso evangelista. “Venite e vedrete”, risponde Gesù. Ed è stupore, incanto, memoria indelebile.
A distanza di anni ricordano ancora in modo vivissimo il momento dell’incontro: era circa l’ora decima, le quattro del pomeriggio, l’ora dell’incontro con l’Atteso. Giornata indimenticabile, inizio di un’esperienza trasformante che segna non solo la vicenda di quei primi due discepoli, ma della Chiesa di ogni tempo e la nostra stessa storia.
Perché, evidentemente, non saremmo qui se lui non ci avesse attratto, magari attraverso la testimonianza di qualcuno che per noi è stato come il Battista. L’incontro con Gesù è contagioso. È impensabile un vero incontro con lui che non si irradi in comunicazione e testimonianza.
Andrea corre a cercare il fratello Simone e gli annuncia entusiasta: «Abbiamo trovato il Messia!» (Gv 1,41). Colui che doveva venire, il grande atteso, è arrivato. Non diversamente Maria di Magdala il mattino di Pasqua. L’incontro con il Maestro risorto non può esaurirsi nell’abbraccio: implica l’annuncio gioioso, la missione.
Maria corre, infatti, ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore” (Gv 20,18). Il noi chiama il voi “perché la gioia sia completa” (v. 4). Chi ha sperimentato la vita e la gioia che viene da lui non può chiudersi.

Il Verbo si fa carne e pone la sua tenda
Siamo all’inizio di un nuovo anno, nel clima del Natale. E chi più dell’evangelista Giovanni può aiutarci a contemplare il senso profondo dell’abbraccio che unisce il cielo e la terra?
Il Verbo si è fatto carne, l’eterna Parola di Dio ha posto la sua tenda in mezzo a noi e “noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14). Come non cogliere qui l’indicibile stupore del credente teologo?
Di Giovanni, ho theologos nel senso della tradizione orientale, vale a dire propriamente il mistico. Al prologo del Quarto Vangelo corrisponde - e proprio in chiave di stupore - il prologo della Prima lettera di Giovanni.
“Colui che era fin dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato, cioè il Verbo della vita - poiché la vita è - stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e annunciamo a voi la vita, quella eterna che era presso il Padre e che è stata manifestata a noi -; quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo” (1Gv 1,1-3).
Che splendida dinamica relazionale! Chi ha sperimentato la vita e la gioia che viene da lui non può chiudersi: il noi chiama il voi “perché la gioia sia completa” (v. 4).
La Chiesa, la mensa e la comunione
Il nostro convegno si dispiega nel clima di questi testi, inseparabili dalla testimonianza di chi ha visto, udito, toccato, tutti verbi sensoriali, e non può tenere per sé il Verbo della vita.
La Chiesa che nasce dall’ascolto della Parola non può fare a meno di comunicarla: “Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda”, scrive Paolo VI (Evangelii nuntiandi, n. 14).
La mensa eucaristica non è separata dall’ascolto. La Parola conduce alla comunione e la comunione rende concreta la Parola nella vita dei credenti. Il pane condiviso richiama una comunità che accoglie, ascolta, celebra e annuncia.
La comunione con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo, non rimane un’esperienza individuale. Essa si apre al “voi” e diventa testimonianza, relazione e responsabilità condivisa.
Betania al di là del Giordano: la luce in crescendo
Propongo una lectio del primo capitolo di Giovanni a partire dal v. 19, vale a dire dalla narrazione che segue il Prologo, comprendente la testimonianza del Battista e la dinamica missionaria che nasce dall’incontro con Gesù.
Ci ambientiamo idealmente a Betania, quella al di là del Giordano, da non confondersi con l’altra Betania nelle vicinanze di Gerusalemme, il villaggio di Lazzaro, Marta e Maria (cf Gv 11,1).
Oltre il topos, l’evangelista offre una scansione temporale che ha la sua importanza, articolando la testimonianza del Battista in tre giornate. Osserveremo i personaggi che entrano in scena nei tre giorni del racconto e come, giorno dopo giorno, la luce si fa più chiara.
Primo giorno: la voce nel deserto
Primo giorno: Giovanni incontra la delegazione di sacerdoti e leviti inviati dai capi di Gerusalemme. Egli testimonia percorrendo anzitutto la via negationis: non induce false speranze, confessa apertamente di non essere il Messia.
Si qualifica “voce” nella prospettiva del Deuteroisaia (Is 40,3) e come tale annuncia colui che viene, anzi che “già sta in mezzo” benché sconosciuto.
«Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Che cosa dunque? Sei Elia?”. Rispose: “Non lo sono”. “Sei tu il profeta?”. Rispose: “No”.
Gli dissero dunque: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”.
Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”.
Giovanni rispose loro: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo”.
Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando» (Gv 1,19-28).
Secondo giorno: il riconoscimento dell’Agnello
Secondo giorno: la luce si fa più chiara. Il Battezzatore è il primo a riconoscere il Nascosto: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo”.
In questa seconda giornata Giovanni, che si è definito la “voce”, si esprime ampiamente, quasi in modo torrenziale: designa Gesù come “colui che era prima”, “colui che battezza in Spirito Santo”, e infine - espressamente - come “il Figlio di Dio” (vv. 30.33-34).
Che cosa provoca questa testimonianza così ampia e articolata? Praticamente niente: silenzio. Nessuno interviene, nessuno reagisce, nessuno obietta.
Soltanto il Battista, in questo giorno secondo, contempla il Nascosto: “E Giovanni rese testimonianza dicendo: Ho visto lo Spirito scendere come colomba dal cielo e rimase su di lui” (v. 32).
Terzo giorno: due discepoli seguono Gesù
Terzo giorno: Gesù “stava passando”… Quando il Battista lo vede è preso da un fremito. Gesù è in movimento, ma lui sembra come fermarlo con lo sguardo e l’indice della mano che accompagnano una frase lapidaria: íde ho amnòs toû Theoû - “Ecco l’agnello di Dio!” (Gv 1,36).
“Ecco l’uomo”, dice il Signore al profeta Samuele quando giunge Saul (1Sam 9,17). Similmente Giovanni quando vede arrivare Gesù: “Eccolo, vedi l’agnello di Dio!”. Poi si arresta. Non spiega, non aggiunge altro. Tace.
Ma questa volta accade qualcosa di nuovo: immediatamente due discepoli si staccano dal Battista per seguire l’Agnello. Evidentemente hanno capito… Anche se l’evangelista non si attarda a precisare cosa.
L’Agnello e il pane eucaristico
In effetti, sullo sfondo della tradizione biblico giudaica la designazione “agnello di Dio” poteva offrire agli ascoltatori del Battista diversi agganci e collegamenti.
La figura dell’Agnello conduce al tema del dono, del sacrificio, della liberazione e della vita offerta. In questa prospettiva il pane eucaristico non è un elemento isolato, ma appartiene alla stessa dinamica di un dono che raduna e nutre il popolo.
L’agnello dell’olocausto
L’espressione “agnello di Dio” può essere intesa come l’agnello che Dio stesso provvede, che appartiene a Dio e che viene dato da lui.
Nel racconto di Gen 22 Isacco domanda: “Ecco il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?” (v. 7). Abramo non ha cuore di rivelare a suo figlio ciò che lo attende e risponde lasciando il campo aperto: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!” (v. 8).
E il seguito mostra che Dio provvide davvero: “Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio” (v. 13).
Secondo la tradizione targumica quell’agnello/ariete che sostituì Isacco è prefigurazione sia dell’agnello pasquale che dell’agnello del Tamid.
L’agnello pasquale
Doveva essere senza difetti, come tutto ciò che viene offerto a Dio, ma anche giovane, “nato nell’anno” (Es 12,5).
L’agnello pasquale rappresenta la vita in tutta la sua freschezza e innocenza ed è associato alla grande liberazione, la pasqua del Signore, l’esodo dall’Egitto (cf Es 12,11).
L’agnello del Tamid
Anche l’agnello del sacrificio/olocausto giornaliero (Tamid) doveva essere senza difetto e veniva immolato nel Tempio in espiazione delle colpe personali e comunitarie.
E il Battista, indicando Gesù come “agnello di Dio”, fa esplicito riferimento al peccato: è “l’agnello che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29).
Nella stessa prospettiva si muove anche la Prima lettera di Giovanni: Gesù “è apparso per togliere i peccati” (1Gv 3,5).
L’agnello, figura del Profeta e del Servo sofferente
In Ger 11,19 l’agnello è metafora del Profeta, del suo comportamento del tutto ingenuo e senza malizia, in netto contrasto con la perfidia dei suoi oppositori: “Ero come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che essi tramavano contro di me…”.
L’immagine è ripresa nel poema del Servo sofferente: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello…” (Is 53,7).
Questo Servo-agnello che porta su di sé l’iniquità degli altri diventa simbolo del Messia mite e innocente che patisce violenza e morte.
Pensava in tal senso il Battista?
L’agnello apocalittico
Alla concezione profetica del Battista sembra corrispondere meglio la figura dell’agnello apocalittico che troviamo accennata in alcuni testi della letteratura giudaica, in particolare nel libro di Enoc etiopico.
Ma anche nell’Apocalisse di Giovanni, dove l’Agnello vittorioso ha “sette corna” (5,6), simbolo che allude alla pienezza della forza/potenza divina.
Al riguardo è interessante notare un dettaglio: Gesù nel Quarto Vangelo si presenta come la porta delle pecore e il pastore bello/buono (Gv 10), ma non dice mai di sé: “Io sono l’agnello di Dio”.
Perché? Intende forse distanziarsi dal senso che a tale designazione conferiva il Battista? La domanda è intrigante e sollecita la ricerca…
Si intravede un lungo percorso tra l’indicazione iniziale del Battista e il vertice cui giunge lo sguardo contemplativo dell’evangelista nella grande scena del Golgota (cf Gv 19,32-37).

«Che cercate?»: dalla ricerca alla mensa
Il Battista non è geloso, anzi è lieto che i suoi discepoli seguano l’Agnello; è lieto di “diminuire”, come viene esplicitato più avanti.
La sposa appartiene allo Sposo, e l’amico non intende affatto violare tale appartenenza: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui.
Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere, io invece diminuire» (Gv 3,27-30).
Come si comporta Gesù con i due discepoli che lasciano il Battista per seguirlo? Leggiamo il seguito del testo facendo attenzione agli sguardi oltre che alle parole, ovvero al body language:
Gesù, essendosi voltato e avendo visto che lo seguivano, dice loro: «Che cercate?» (Gv 1,38).
Gesù cammina “davanti” come il buon Pastore (cf Gv 10,4), come il Dio dell’esodo. Ma diversamente da ciò che accade a Mosè, che anelava contemplare il volto del suo Dio e deve accontentarsi di vederlo di spalle (cf Es 33,18-23), ecco che Gesù “si volta”.
Così i due discepoli possono vederlo non solo di spalle, ma in volto. “Pastore d’Israele, ascolta… fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (Sal 80,2-4).
Gesù si volta e guarda i due che lo seguono, con quello sguardo penetrante che legge l’anima. Non solo. Gesù guarda e interroga, prende l’iniziativa del dialogo: ti zēteíte «Che cercate?».
Sono le prime parole di Gesù nel quarto vangelo, e non possono che inchiodare il lettore di ogni tempo. Lo notava già Lagrange nel suo grande commento a Giovanni.
La ricerca come dimensione del cammino di fede
Simile domanda viene rivolta a Maria di Magdala in lacrime presso il sepolcro: «Chi cerchi, tína zēteís?» (Gv 20,15).
L’incontro presuppone la ricerca. Essa è parte costitutiva e non marginale del cammino di fede. Per alcuni il percorso della ricerca è breve, quasi accelerato; per altri faticoso e travagliato.
Ma per tutti vale ciò che Agostino sperimenta in dialogo con il Maestro interiore che gli dice: “Tu non mi cercheresti se non ti avessi già trovato…”.
In effetti anche quei primi due discepoli sono stati cercati e trovati, sono i primi che seguono l’Agnello ovunque vada (cf Ap 14,4).
Ma Gesù con la sua domanda va dritto al cuore, alla sorgente del desiderio. Cosa sperate di ottenere seguendomi, cosa vi aspettate? Successo, riconoscimento, affetto?
Gesù non chiede per avere informazioni: lui sa già. Chiede per provocare la risposta ed aiutare a prendere coscienza…
Il verbo zetein, “cercare”, esprime il desiderio, la passione, lo slancio. Ebbene, che cercate? Che cosa vi spinge a seguirmi?
In effetti si può andare dietro a Gesù con attese e desideri sbagliati… e Giovanni non mancherà di mostrarlo nel seguito del racconto.
«Venite e vedrete»: abitare presso Gesù
Come reagiscono Andrea e l’altro discepolo? Alla domanda rispondono con altra domanda: «Rabbì, dove abiti - poû méneis?» (Gv 1,38).
Strano modo di cominciare un dialogo… Gesù però non sembra sorpreso della contro-domanda e risponde con una frase indicativa: «Venite e vedrete, érchesthe kaì ópsesthe» (v. 39a).
Comincia così l’avventura, con un “venire e vedere”, un’esperienza diretta e personale che lascia imprecisato il topos mentre invece fissa il kronos: “Andarono dunque e videro dove abitava e presso di lui rimasero quel giorno. Era circa l’ora decima” (v. 39b).
Menein nel quarto vangelo ha un ricchissimo significato teologico: “Più che indicare l’ambiente materiale, indica l’ambiente esistenziale e personale in cui uno abita”.
D’accordo, ma dove? L’evangelista che con tanta precisione ha indicato il luogo del Battista - a Betania al di là del Giordano - non segnala l’indirizzo di Gesù.
Dove risiede il Maestro? Mi sovviene di un racconto dei Chassidim: «Dove abita Dio?» chiese a bruciapelo Rabbi Mendel di Kozk ad alcuni uomini dotti suoi ospiti.
Quelli risero di lui: «Che dite? Se tutto è pieno della sua gloria!». Ma egli rispose da sé alla propria domanda: «Dio abita dove lo si fa entrare».
Quel “dove” è davanti a te, costituisce l’oggetto della nostra ricerca, la meta del nostro pellegrinare… e forse ci rinvia a un luogo preciso della nostra storia, a un “dove” che ha un chiaro nome, un colore, un profumo indimenticabile: perché Dio è entrato e ne abbiamo fatto esperienza.
Parola, pane ed eucaristia: una mensa nel deserto
La mensa nel deserto può essere compresa come il luogo nel quale l’esperienza personale diventa comunione. I discepoli ascoltano la Parola, seguono Gesù, rimangono presso di lui e vengono trasformati in testimoni.
Il deserto richiama il luogo della ricerca, dell’attesa e della prova; la mensa introduce invece una presenza capace di nutrire e riunire. La Parola non conduce a un’idea astratta, ma a una relazione nella quale il credente può “venire”, “vedere” e “rimanere”.
Il pane eucaristico rende visibile la logica del dono. L’Agnello è colui che toglie il peccato del mondo; la mensa è il luogo nel quale il dono viene accolto e diventa comunione.
La comunione non si chiude nel rapporto tra il singolo e Gesù. Il Verbo della vita viene annunciato affinché altri entrino nella stessa esperienza: “quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi”.
Così la Parola ascoltata, il pane condiviso e l’eucaristia celebrata formano un unico movimento: dall’incontro nasce la testimonianza, dalla testimonianza la comunità, dalla comunità la mensa.
Né a Gerusalemme né sul Garizim