Il problema dei sacerdoti non preparati non riguarda anzitutto il fatto che siano celibi o sposati, ma la solidità della loro fede, la formazione ricevuta e la consapevolezza del significato del sacerdozio. Un sacerdote può rispettare il celibato e tuttavia non credere che l’Eucaristia sia il vero corpo e il vero sangue di Cristo, non credere al peccato originale o considerare la risurrezione soltanto un simbolo.
Il sacerdote è un accesso al mistero, colui che apre le porte della vita eterna: se questo fosse chiaro, le questioni di diritto canonico mi appassionerebbero di meno. Troppi sacerdoti hanno perso la fede in Cristo crocifisso per i nostri peccati e risorto, e allora, anche se rispettano il celibato, non servono a nulla.
Quando il sacerdote non crede più al mistero che celebra
Quello che invece mi preoccupa, e molto, è che anche nelle nostre chiese apparentemente in regola ci sono sacerdoti che non credono che quello che consacrano sia il vero corpo e il vero sangue di Cristo, non credono al peccato originale, non pensano che l’uomo senza Cristo è cattivo, e ritengono la risurrezione non un fatto vero, storicamente avvenuto, ma semplicemente un simbolo del fatto che gli insegnamenti di Gesù sono validi sempre.
D’altra parte se non si tratta di avere a che fare con il corpo e il sangue di Dio fatto uomo, se si tratta solo di dispensare consigli di buona condotta, allora tutte le persone per bene lo possono fare. Il sacerdote è un accesso al mistero, colui che apre le porte della vita eterna.
La questione della preparazione sacerdotale è quindi inseparabile dalla fede nel contenuto stesso del ministero. Un sacerdote non è semplicemente un assistente sociale, un educatore morale o un dispensatore di consigli di buona condotta.
Il celibato non è il centro isolato della questione
Così come il digiuno a pane e acqua non è rinunciare alla bistecca, ma fare spazio alla fame di Dio, il celibato non è negarsi il sesso, ma una apertura maggiore alla fecondità. Alcuni sono chiamati a un rapporto sponsale esclusivo con il Signore, e a quelli di loro che vivono fedelmente la chiamata è dato di diventare davvero capaci di generare vita in un modo inimmaginabile e illimitato, negato a chi ha una famiglia.
La fecondità di un sacerdote che abbia risolto la sua affettività nel rapporto con il Signore - di solito punto di arrivo di un lungo cammino - è inesauribile, ed è molto più che una questione di tempo, forze e risorse. E’ una questione di consegna totale di sé a Cristo.
Il celibato è intimamente connesso con l'essenza stessa del sacerdozio come partecipazione alla vita di Cristo, alla sua identità e missione. Al giorno d'oggi è una norma disciplinare - e non un dogma di fede - in uso nella Chiesa di rito latino, fonte di doni spirituali incommensurabili, come testimoniano le vite di tanti santi.
Il celibato è una libera scelta d'amore in risposta ad un invito di Dio a seguire Cristo nel suo donarsi, anche nella carne, come “sposo della Chiesa”. Per intendere correttamente il celibato come fondamento per la vita dei ministri della Chiesa e non come mera legge ecclesiastica, occorre andare alla sua radice teologica rintracciabile nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito dell'ordine sacro.
Celibato e sacerdozio nella Chiesa latina
Al giorno d'oggi i ministri ordinati della Chiesa cattolica di rito latino, ad eccezione dei diaconi permanenti, devono essere celibi. Questa norma disciplinare - suscettibile quindi di modifiche nel senso di permettere l'ordinazione presbiterale di uomini sposati - si è imposta a partire dal Concilio di Trento (1545-1563), ma ha seguito un percorso storico di discernimento le cui radici risalgono fino agli albori della Chiesa.
| Elemento | Descrizione |
|---|---|
| Rito latino | I ministri ordinati, ad eccezione dei diaconi permanenti, devono essere celibi. |
| Natura della norma | È una norma disciplinare e non un dogma di fede. |
| Possibile modifica | La disciplina è suscettibile di modifiche nel senso di permettere l'ordinazione presbiterale di uomini sposati. |
| Significato spirituale | È presentato come partecipazione alla vita, all’identità e alla missione di Cristo. |
Sin dalla Chiesa dei primi secoli il celibato è stato accolto, sulla scia dell'esempio degli apostoli, non solamente come una disciplina, ma innanzitutto come un dono carismatico. Nei primi secoli molti ministri sacri erano sì sposati, ma erano tenuti allo stesso tempo alla pratica della continenza, una pratica risalente alla tradizione apostolica e che era stata motivata dai Padri con la raccomandazione di Paolo, secondo cui la continenza favorisce la donazione a Dio nella preghiera (1Cor 7,5).
Gli apostoli, per meglio conformarsi all'esempio di Gesù, scelsero infatti di lasciare mogli e figli per vivere in maniera fraterna e celibe o perlomeno continente, nel caso in cui fossero già sposati come Pietro. Cristo, che appariva già come “segno di contraddizione” (Lc 2,34) per i giudei di allora, per gran parte dei quali il celibato era una condizione umiliante (Gdc 11,37), scelse di farsi “eunuco per il regno dei cieli” (Mt 19,12) al fine di dedicare tutte le sue energie all'annuncio del regno di Dio, libero da qualsiasi legame familiare.
E così visse nel celibato e nella continenza perpetua, senza generare figli, permettendo tuttavia alle donne, a differenza dei rabbini dell'epoca, di seguirlo e di ascoltare la sua parola, condividendo con lui un'amicizia autentica e matura.
Le origini della continenza clericale
Sulla scia di questa concezione della Chiesa apostolica, la prescrizione dell'essere sposati “ad una sola moglie” per i candidati all'episcopato, al diaconato (1Tm 3,2; 1Tm 3,12) e al presbiterato (Tt 1,6), secondo la spiegazione fornita da papa san Siricio (384-399) nelle decretali Directa (385) e Cum in unum (386) ci fa capire che in realtà, sin dal tempo della stesura delle lettere pastorali tradizionalmente attribuite a san Paolo, i vescovi, i sacerdoti e i diaconi erano tenuti a mantenere la completa continenza.
Quindi tutti i diaconi, presbiteri e vescovi, indifferentemente dal fatto che fossero sposati, vedovi o celibi, dal giorno della loro ordinazione dovevano astenersi da ogni forma di attività sessuale e non dovevano generare figli. A partire dal 200 d.C., fonti provenienti sia da Oriente che Occidente ci danno indicazioni su una sempre più frequente prassi di astinenza da parte dei chierici.
A partire dal III secolo, la tendenza generale va così indubbiamente verso un clero celibe. In Occidente il documento legislativo più antico che prevede l'astinenza per i ministri sacri, pena la deposizione dal ministero, è il can. 33 del Concilio di Elvira, nella Spagna meridionale (306 c.a.).
L'affermarsi del monachesimo nel IV secolo favorì poi probabilmente un approfondimento teologico dell'astinenza dei chierici. Il X secolo, invece, fu caratterizzato da un notevole declino culturale e religioso, che portò all'abbandono quasi generale della pratica del celibato tra il clero.
Successivamente, nell'XI sec. la riforma gregoriana incoraggiò la ripresa della disciplina, sancita poi durante il primo Concilio ecumenico del Laterano nel 1123, mentre il secondo Concilio Lateranense nel 1139 stabilì la nullità del matrimonio contratto dopo l'ordinazione. Il Concilio di Trento ribadì infine la possibilità del voto di castità e definì la maggiore dignità dello stato virginale.
Le Chiese orientali e i sacerdoti sposati
Le Chiese orientali in comunione con Roma continuano a ordinare sacerdoti uomini sposati ma richiedono il celibato per l’episcopato oltre che per i monaci, come segno del grande valore che esso ricopre. Nei primi secoli le Chiese d'Oriente hanno conosciuto, esattamente come quelle d'Occidente, l'astinenza dei chierici, come ci testimoniano in alcuni scritti sant'Epifanio, vescovo di Salamina, san Girolamo, uno dei maggiori Padri della Chiesa d'Occidente, e lo stesso imperatore Giustiniano.
Solo nel V secolo la linea comune si frantumerà. Questo processo ebbe inizio in Oriente con il distacco di gran parte delle Chiese non greche dalla Chiese dell'impero e si protrarrà nella Chiesa bizantina.
Oggi praticamente tutte le Chiese orientali rifiutano sia una disciplina di astinenza, sia la disciplina celibataria seguita in Occidente. Attualmente, quindi, nelle Chiese orientali ci sono diaconi e sacerdoti sposati che mettono al mondo figli anche dopo l'ordinazione, pur permanendo elementi legati al celibato: come ad esempio il divieto delle seconde nozze, il divieto di sposarsi dopo l'ordinazione e soprattutto la scelta dei candidati all'episcopato fra coloro che vivono il celibato.
| Ambito ecclesiale | Disciplina descritta |
|---|---|
| Chiesa cattolica di rito latino | I ministri ordinati, salvo i diaconi permanenti, devono essere celibi. |
| Chiese orientali in comunione con Roma | Possono ordinare uomini sposati, ma richiedono il celibato per l’episcopato e per i monaci. |
| Chiese orientali | Ci sono diaconi e sacerdoti sposati che possono avere figli anche dopo l’ordinazione. |
| Regole permanenti in Oriente | Restano il divieto delle seconde nozze, il divieto di sposarsi dopo l’ordinazione e la scelta dei candidati all’episcopato fra i celibi. |
A fare da spartiacque fu il Sinodo bizantino di Trullo (691). A partire da quella data, infatti, in Oriente si permise l'uso del matrimonio ai chierici sposati quando non compivano il servizio all'altare, mettono così meno in evidenza il carattere della dimensione sponsale del sacerdozio.
Di conseguenza, decadde in Oriente la celebrazione giornaliera dell'eucaristia da parte dei sacerdoti sposati, perché altrimenti avrebbero dovuto astenersi sempre dai loro doveri coniugali. La ricerca storica è quasi concorde nel ritenere che il sinodo trullano abbia fatto uso di testi manipolati o mal tradotti dei sinodi nordafricani del 390 e 401, contenenti pronunciamenti a favore della completa astinenza dei chierici, distorcendone poi il messaggio in senso contrario.
Ci sono buone ragioni, inoltre, per ritenere che la prassi comune a Oriente e Occidente, precedente al sinodo trullano, accettasse che i chierici provenissero in gran parte da candidati sposati e di età avanzata (presbiteri=anziani) a patto però che essi, d'accordo con la propria moglie, si impegnassero a vivere poi in totale e perpetua continenza.
Già a quell'epoca, in cui non si era giunti a una teorizzazione teologica del celibato sacerdotale, si era intuito che il sacerdote doveva essere libero da ogni altro legalmente totalizzante per potersi donare alla Chiesa.
Perciò come prima misura si richiese ai candidati sposati la continenza perfetta e addirittura si proibì la coabitazione con la moglie. Considerata la sconvenienza di proibire il rapporto coniugale a coloro che erano legittimamente sposati, l'evoluzione logica fu che nella Chiesa latina si tendesse sempre più a cercare candidati celibi.
La disciplina introdotta dal Sinodo di Trullo è comunque accettata dalla Chiesa di Roma, anche se la Sede Apostolica ha stabilito alcune restrizioni per i sacerdoti orientali che svolgono il loro ministero in Occidente. Recentemente, invece, la Chiesa siromalankarese e quella siromalabarese hanno liberamente ribadito l'esigenza del celibato per i loro sacerdoti.
Il significato teologico del celibato
Un contributo determinante per la definizione della perenne validità del celibato sacerdotale è stato offerto dal magistero dei pontefici, ben condensato dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1579. Ciò che balza agli occhi è come il magistero papale sul celibato, anteriore al Concilio Vaticano II, insista molto sull'aspetto sacrale del celibato e sul legame tra esercizio del culto e verginità per il Regno dei cieli, mentre quello successivo si apre a ragioni più cristologiche e pastorali.
In particolare nell'enciclica Sacra Virginitas di Pio XII (1954) affermava che “se i sacerdoti […] osservano la castità perfetta, questo è in definitiva perché il loro Divino Maestro è rimasto egli stesso vergine fino alla morte”. Giovanni XXIII nell'enciclica Sacerdotii nostri primordia (1959) poneva in evidenza il legame tra offerta eucaristica e dono quotidiano di se stessi anche nella carne attraverso il celibato e riconosceva come il disorientamento alla fedeltà e alla necessità del celibato ecclesiastico dipendesse dalla non corretta comprensione del suo rapporto con la celebrazione eucaristica.
Il Concilio Vaticano II, non potendo tenere conto dei contributi delle ricerche storiche degli ultimi decenni, al n. 16 della Presbyterorum Ordinis (1965) afferma che tra il sacerdozio ministeriale e il celibato non esiste un legame di stretta necessità ma di “molteplice convenienza”, fondando questo giudizio sulla raccomandazione di Gesù Cristo a seguire il suo esempio contenuta in Mt 19,12 così come le prerogative della verginità cristiana indicate da san Paolo (1Cor 7,25-40), che favorisce l'adesione totale a Cristo e testimonia la fede nella vita futura.
La Lettera agli Efesini (5,21-33) descrive l'alleanza tra Cristo e la Chiesa con l'immagine del matrimonio, in cui lo “sposo” Cristo si è donato alla sua “sposa” per renderla tutta bella.
Il principale testo del magistero sul celibato sacerdotale è tuttavia l'enciclica di Paolo VI, Sacerdotalis caelibatus (1967) nella quale sottolinea il significato escatologico del celibato, e riconosce che “il prezioso dono divino della continenza perfetta per il Regno dei Cieli costituisce […] un segno particolare dei beni celesti” ed è indicato come “una testimonianza della necessaria tensione del Popolo di Dio verso l'ultima Meta del pellegrinaggio terrestre e incitamento per tutti a levare lo sguardo alle cose superne” (n. 34).
Giovanni Paolo II, nella esortazione apostolica Pastores dabo vobis (1992), coglie il dono del celibato nel legame tra Gesù e il sacerdote e per la prima volta menziona l'importanza anche psicologica di questo legame, ma soprattutto indica la “vita secondo lo Spirito” e il “radicalismo evangelico” come le due irrinunciabili linee direttrici del celibato.
Nel 2005, nel primo messaggio del suo pontificato, al termine della concelebrazione con i cardinali elettori nella cappella sistina, Benedetto XVI ha invece ribadito che “il Sacerdozio ministeriale è nato nel Cenacolo, insieme con l'Eucaristia”.
Lo stesso papa, nel discorso in occasione dell'udienza alla Curia romana per la presentazione degli auguri natalizi nel 2006, ha affermato che il vero fondamento del celibato “può essere solo teocentrico. Non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi, grazie ad un più intimo stare con Lui, a servire pure gli uomini.
Il celibato deve essere una testimonianza di Fede: la Fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di Lui, rinunciando al matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò posso portarlo agli uomini”.
La preparazione dei candidati al sacerdozio
Nel corso dei secoli non sono mancati attacchi al celibato ecclesiastico, soprattutto da contesti e mentalità completamente estranee alla fede. Tentativi di una mentalità secolarizzata, figlia dell'Illuminismo e del modernismo, mirante a inquadrare la Chiesa in categorie sociali, a fare del sacerdote un semplice assistente sociale, privandolo della sua investitura soprannaturale.
Parlando al Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali a Roma, nel 1998, il cardinale Joseph Ratzinger evidenziò che la Chiesa “non può istituire essa stessa semplicemente dei 'funzionari', ma deve attendere la chiamata di Dio”. Si comprende quindi l'esortazione di Gesù a pregare “il padrone della messe che mandi operai” (Mt 9,38) e come egli stesso abbia pregato per una notte intera prima di chiamare i dodici apostoli (Lc 6,12-16).
Il sacerdote non può dunque essere considerato il risultato di una semplice selezione amministrativa o di una risposta numerica alla scarsità di ministri. La preparazione deve verificare la chiamata, la fede e la capacità di vivere realmente il significato del ministero.
Ecco allora, come ha sottolineato il cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il clero, intervenendo a un colloquio ad Ars (Francia) nel 2011, che occorre “essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono 'affare' divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani”.
Celibato, maturità affettiva e paternità spirituale
Il celibato non può essere ridotto a una proibizione o a una semplice condizione giuridica. Esso richiede una maturità affettiva capace di trasformare la rinuncia alla famiglia e alla generazione biologica in una disponibilità totale alla Chiesa e alla vita spirituale delle persone affidate al sacerdote.
Per questo il documento invita a far sì che i candidati al sacerdozio “apprezzino la castità e il celibato e le responsabilità della paternità spirituale da parte del chierico e possano approfondire la conoscenza della disciplina della Chiesa sull’argomento”.
Difendere il valore del celibato sacerdotale significa quindi riscoprire questo dono, che ha in sé un compito e una chiamata ad amare eccedendo la misura dell'umano. Significa ancora fare di esso non una pratica eremitica, non una rinuncia negativa ma una scelta, un'affermazione gioiosa e fiduciosa dell'uomo che si affida a Dio.
Scandali, perdita della fede e responsabilità ecclesiale
Il celibato è però tornato prepotentemente al centro delle discussioni anche in seguito agli scandali sessuali sui minori che hanno investito diverse Chiese nazionali. Una piaga questa, secondo quanto si legge in una Lettera circolare redatta dalla Santa Sede nel 2011 e indirizzata a tutte le Conferenze episcopali, che denota più una perdita della fede e una distorta comprensione del celibato.
La questione degli abusi non può essere affrontata soltanto come una disputa sulla disciplina celibataria. Essa richiama la necessità di una formazione più seria, di un discernimento più rigoroso e di una corretta comprensione della castità, della responsabilità sacerdotale e della paternità spirituale.
Nel dialogo con i sacerdoti, durante la grande Veglia di chiusura dell'Anno sacerdotale il 10 giugno del 2010, Benedetto XVI ha sottolineato che “per il mondo agnostico, il mondo in cui Dio non c'entra, il celibato è un grande scandalo, perché mostra proprio che Dio è considerato e vissuto come realtà”.
“Uno scandalo che ha anche un aspetto positivo” - ha evidenziato sempre il papa tedesco nel libro-intervista con Peter Seewald, intitolato “Luce del mondo” - e che rappresenta “un affronto a quello che le persone pensano normalmente; qualcosa che è realizzabile e credibile se è donato da Dio e se attraverso di esso mi batto per il Regno di Dio”.
Il dibattito sull’ordinazione di uomini sposati
Negli ultimi decenni, però, anche in seno alla Chiesa si è riacceso il dibattito sulla possibilità di abolire la disciplina del celibato per i sacerdoti. Sulla questione si sono espresse anche due assemblee generali del Sinodo dei Vescovi, nel 1971 e nel 1990, ribadendo il celibato come opzione libera e responsabile del sacerdote al servizio di Cristo e della sua Chiesa.
Sulla possibilità prospettata dal Sinodo, non vorrei fare come quando do pareri a caso sul calcio, e vengo regolarmente sloggiata dal divano di casa. Credo sia una questione da canonisti e da teologi, e che non succederà niente di tragico su questo, qualunque cosa accada, perché già ci sono casi di uomini sposati che celebrano in piccole aree, tipo in Calabria, e la Chiesa saprà decidere saggiamente.
La possibilità di ordinare uomini sposati, là dove fosse prevista, non risolverebbe automaticamente il problema dei sacerdoti non preparati. La questione decisiva resterebbe la qualità della fede, della formazione e della disponibilità al servizio ecclesiale.
Il celibato è una norma disciplinare nella Chiesa latina, mentre il suo valore spirituale e teologico viene presentato come una partecipazione radicale alla vita e alla missione di Cristo. Per questo il dibattito sulla disciplina non dovrebbe oscurare la domanda fondamentale: se celibe o sposato, il sacerdote deve credere veramente nel mistero che celebra e deve essere adeguatamente preparato a servire la Chiesa.
Il sacerdote come segno della realtà di Dio
Nonostante i dibatti nati in seno e fuori la Chiesa, il celibato sacerdotale è stato sempre ribadito come un tesoro incalcolabile. Il suo significato non consiste nella semplice sottrazione a una vita familiare, ma nella disponibilità a una forma di amore interamente orientata a Dio e alla Chiesa.
Il celibato è una testimonianza di Fede: la Fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di Lui, rinunciando al matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò posso portarlo agli uomini.
Quando questa fede viene meno, anche l’osservanza esteriore della disciplina rischia di diventare insufficiente. Troppi sacerdoti hanno perso la fede in Cristo crocifisso per i nostri peccati e risorto, e allora, anche se rispettano il celibato, non servono a nulla.
La questione dei sacerdoti non preparati impone quindi di tenere insieme dottrina, discernimento, maturità affettiva, vita spirituale e responsabilità pastorale. Il sacerdote è un accesso al mistero, colui che apre le porte della vita eterna.
