Rupnik: dettagli del mosaico della Pentecoste

Il mosaico della Pentecoste di Marko Ivan Rupnik rappresenta la discesa dello Spirito Santo sulla comunità cristiana e sviluppa, attraverso figure, colori e materiali preziosi, il tema della relazione tra Dio e l’umanità. L’opera appartiene alla ricerca del gesuita sloveno, che unisce l’arte cristiana occidentale e orientale e considera il mosaico un’esperienza spirituale, non soltanto una composizione decorativa.

La Pentecoste è raffigurata come un evento ecclesiale e relazionale: lo Spirito Santo non si limita a comparire come simbolo, ma rende possibile la comunione, trasforma la vita dei credenti e fa della Chiesa una comunità innestata nella Trinità. Nella lettura di Rupnik, il centro dell’opera non è l’autore, bensì l’azione dello Spirito, capace di rendere visibile il mistero attraverso le pietre, i colori e la luce.

Il significato spirituale della Pentecoste

Lo Spirito Santo, questo «sconosciuto». «Ah, se ci facessimo ispirare di più da Lui, quanto ne guadagnerebbero le relazioni con gli altri, i rapporti sociali e anche la stessa evangelizzazione».

Per la sua attività, per la sua spiritualità, per la sua vita di fede il riferimento alla terza Persona della Trinità è imprescindibile. Ma si rende anche conto che, purtroppo, non sempre è così per tutti. E che lo Spirito Santo rischia di essere «il grande dimenticato».

Perciò in occasione della solennità di Pentecoste il suo invito è chiaro: «Facciamo più spazio allo Spirito nella nostra vita».

«Sì, penso che non lo si consideri abbastanza, nonostante il fatto che uno dei grandi meriti del Concilio Vaticano II sia stato proprio la "riscoperta" della "pneumatologia" all'interno della vita cristiana. Oggi, del resto, viviamo un momento di difficoltà, che comporta il rischio di ideologizzare la fede, di farla scadere a puro moralismo o una forma di volontarismo. Anche il grande impegno della nuova evangelizzazione non suscita il fascino e l'attrazione che vorremmo. E allora dobbiamo domandarci: "Perché?"».

«Mi chiedo se malgrado i nostri sforzi una certa "siccità' spirituale non provenga proprio dalla scarsa considerazione della presenza dello Spirito Santo nella propria vita e nella Chiesa. Egli è il Signore che dà la vita e la vita si trasmette attraverso la relazione. Lo Spirito ci mette in relazione con Dio, instaurando una partecipazione d'amore».

«Senza di Lui prima o poi anche Dio, Cristo, il Vangelo, la Chiesa ci diventano estranei, qualcosa che ci viene dall'esterno, ma non ci coinvolge. A lungo andare, dunque, si resta a bocca asciutta, questo modo di vivere la fede non è gustoso. Magari ci si sforza di mettere in atto il Vangelo, ma se viene meno la relazione viva, che è l'amore, tutto stanca».

«Ignazio IV di Antiochia diceva che senza lo Spirito Santo il Vangelo è una lettera morta, la Chiesa un'organizzazione sociale, l'obbedienza una manipolazione, Dio una teoria. Con lo Spirito Santo Dio diventa nostro Padre, Cristo diventa mio Signore e Salvatore, il Vangelo la parola della vita e la Chiesa una comunità che ci innesta nella Trinità».

«Oggi siamo troppo abituati a pensare in termini meramente razionali. Lo Spirito ci rende invece capaci di un pensiero che sorge dall'amore, pensa con amore e porta all'amore».

La colomba dello Spirito Santo

Il gesuita sloveno ha illustrato il programma iconografico dell’opera colossale, montata sulla parete da una squadra di 15 artisti, di 8 nazionalità diverse, appartenenti a 5 chiese cristiane diverse, davanti a un gruppo rapito dalla sua catechesi.

«L’artefice di tutto ciò di cui abbiamo parlato è lo Spirito Santo. È presente sulla facciata della chiesa, ma non è facile vederlo, bisogna un po’ cercarlo nel simbolo della colomba in bianco, oro e rosso».

Colomba dello Spirito Santo mosaico Rupnik

«Lo Spirito Santo è la Persona divina più kenotica, più umile, che è sempre in funzione e al servizio dell’altro: o di Dio Padre, o del Figlio, o dell’umanità, o del creato. Lui fa sempre emergere l’altro».

La colomba è quindi un segno discreto, da individuare all’interno della composizione. La sua posizione e i suoi colori richiamano l’azione dello Spirito, che non cerca di imporsi, ma rende possibile la manifestazione dell’altro e conduce la comunità verso Cristo.

«Ma è proprio Lui che ci fa cambiare il pane in Cristo. È Lui che ci convince che l’amore vince perdendo e vive morendo. È Lui che ci convince della verità dell’amore. È Lui che fa parlare anche le pietre…»

Rupnik e l’arte cristiana contemporanea

Il rapporto fra arte e spiritualità nel secolo scorso ha registrato imprevedibili traiettorie. Basti citare tre esempi significativi proprio per la loro bizzarria.

Primo: Hugo Ball, il rivoluzionario anarchico animatore del Cabaret Voltaire, laboratorio di sperimentazione dadaista, il quale, nel 1923, ritiratosi nella campagna elvetica, animato da una vocazione ascetica, compone un saggio teologico dal titolo “Cristianesimo Bizantino”.

Secondo: Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo, movimento radicalmente antipassatista, che nel 1944, compone la sua ultima opera letteraria, intitolandola “L’aeropoema di Gesù”, rinnegando in parte la sua verve anticlericale e iconoclasta.

Terzo: Evgenij Kamzolkin, uomo dalla profonda fede religiosa, membro della società mistico-artistica “Leonardo da Vinci”, autore del simbolo della falce e martello che nel 1918 viene eletto dal quinto Congresso dei Soviet come emblema ufficiale dell’URSS, entrando di diritto nella storia della cultura del Novecento.

Se, pertanto, anche all’interno delle avanguardie storiche, tracce della ricerca di un infinito sono ben evidenti nelle creazioni dei loro protagonisti, dobbiamo chiederci se nelle pratiche artistiche odierne permane una relazione con l’Assoluto, oppure regna sovrana l’autoreferenzialità, talvolta inaccessibile, dell’individuo - artista?

Proprio le questioni celate dietro questo interrogativo sono state indagate da padre Marko Ivan Rupnik, gesuita sloveno, mosaicista di chiara fama, nonché direttore del Pontificio Istituto Orientale - Centro Aletti.

Il Centro Aletti e i mosaici pregati

Padre Marko, gesuita, sloveno, artista di fama, ha mosaicato mezza Europa e non solo con le sue pietre, con i suoi colori e tratti che sanno unire i due polmoni dell’arte cristiana, occidentale e orientale.

Ha fondato il Centro Aletti, comunità di artisti e centro di arte e spiritualità di Roma: mani, cuore, mente di una Chiesa che sa parlare all’uomo. Che sa raccontare. L’arte della misericordia.

I suoi sono mosaici pregati, secondo il metodo delle icone bizantine: chi guarda è chiamato a essere parte dell’opera artistica, non solo a rifletterla, a farsene stupire emotivamente.

La scelta del mosaico risponde a una concezione dell’arte come esperienza comunitaria. La composizione non viene presentata soltanto come superficie da osservare, ma come spazio nel quale lo spettatore è coinvolto e invitato a entrare con attenzione, silenzio e disponibilità interiore.

La conversione artistica di Rupnik

Nella seconda parte dell’incontro, Rupnik, sollecitato dalle domande poste dalla delegazione di Villa Nazareth, ha raccontato la sua conversione, da rivoluzionario astrattista attratto dalle sirene del mercato dell’arte, a mosaicista figurativo al servizio della Chiesa e della preghiera della comunità cristiana.

La trasformazione non riguarda soltanto lo stile, ma il modo stesso di intendere l’autore, l’opera e il destinatario. L’arte non viene più considerata come espressione autonoma dell’io, bensì come servizio alla preghiera, alla liturgia e alla vita della comunità cristiana.

Soffermandosi sul concetto di autorialità dell’opera dell’arte, ed in particolare del mosaico dei Santi Martiri Canadesi, condannando l’ipertrofia che sovente caratterizza l’ego dell’artista contemporaneo, Rupnik ha precisato: «L’artefice di tutto ciò di cui abbiamo parlato è lo Spirito Santo».

Come guardare un’opera d’arte

Interrogato sull’approccio spesso problematico che oggi si registra accostandosi all’arte contemporanea, il gesuita sloveno ha offerto un’interessante chiave di lettura, ispirata dalla meditazione di alcuni testi di Romano Guardini.

«Nonostante ogni discorso si possa fare sull’arte, ben pochi hanno un autentico rapporto con essa. La maggior parte sente sì qualcosa di bello; conosce spesso stili e tecniche; talvolta ricerca anche soltanto quanto ci può essere di materialmente interessante o di attraente ai sensi».

«L’autentico rapporto con l’opera d’arte non ha nulla a che vedere con tutto ciò. Esso consiste nel mettersi in silenzi, raccogliersi, entrare, guardare con sensi desti e anima aperta, spiare, rivivere. Soltanto allora si dischiude il mondo dell’opera d’arte».

Applicata al mosaico della Pentecoste, questa prospettiva invita a non fermarsi alla tecnica, alla brillantezza delle tessere o alla riconoscibilità delle figure. Il significato dell’immagine si apre progressivamente a chi osserva con attenzione e lascia che la composizione diventi esperienza di preghiera.

Maria e la sinergia tra il divino e l’umano

«Il Santo Padre in effetti sta insistendo proprio su questo tema. L'uomo pensa con tutto ciò che è ed è ciò che è redento da Cristo, allora pensare significa pensare in Cristo e con Cristo».

«E così può pensare solo l'uomo in sinergia con lo Spirito che lo penetra, poiché è lo Spirito l'artefice dell'incarnazione del Verbo. Questo è proprio ciò che è avvenuto nell'annunciazione e Maria è l'esempio della sinergia tra il divino e l'umano, il "sì" all'azione dello Spirito».

Nel linguaggio iconografico di Rupnik, Maria non è una figura isolata dal mistero della Pentecoste. La sua presenza richiama l’accoglienza dello Spirito e il rapporto tra l’iniziativa divina e la libertà umana, già manifestato nell’Annunciazione.

Preghiera, Scrittura e bellezza

«La festa di Pentecoste è senz'altro un momento privilegiato. Ed è un bene che in molte comunità si stia recuperando l'antica tradizione della Veglia. È importante, infatti, la preghiera».

«Anzi, quando preghiamo, è lo Spirito che prega in noi, che in noi grida "Abbà", perché la preghiera ci fa prendere coscienza della nostra relazione di figli rispetto al Padre».

«Secondo elemento: la Bibbia. Dobbiamo aiutare i fedeli a comprendere che la Scrittura è tutta impregnata di Spirito Santo. Dunque, se io seguo la Parola, divento conforme a Cristo, mi sento figlio, percepisco gli altri come fratelli e viceversa. E così torniamo al tema della relazione».

«Florenski diceva che la verità rivelata è l'amore e l'amore realizzato è la bellezza. E Solov'ev aggiungeva che non sono le muse a ispirare gli artisti, ma lo Spirito Santo. Dunque la vera arte, quella che rende presente il Mistero, può senz'altro nutrire la nostra spiritualità».

Il mosaico della Pentecoste nella chiesa della Madonna della Croce

Una delle opere di Rupnik dedicate alla Pentecoste è il mosaico presente nella chiesa della Madonna della Croce a Brisbane.

La raffigurazione appartiene alla produzione dell’artista e gesuita Marko Ivan Rupnik, noto per i suoi mosaici. L’immagine presenta la Pentecoste come un evento nel quale la comunità cristiana viene visitata dallo Spirito e resa partecipe della vita divina.

Pentecoste di Rupnik chiesa Brisbane

Nel mosaico, il riferimento alla discesa dello Spirito Santo si collega al tema della comunione. La scena non è soltanto il ricordo di un episodio evangelico, ma una rappresentazione della Chiesa raccolta nella preghiera e aperta all’azione dello Spirito.

Il valore dell’opera dipende anche dal modo in cui la luce e i materiali contribuiscono alla lettura dell’immagine. Le superfici del mosaico permettono alla composizione di cambiare con l’illuminazione e con il punto di osservazione, coinvolgendo fisicamente lo sguardo.

La tecnica e il linguaggio del mosaico

Il mosaico consente a Rupnik di sviluppare un linguaggio figurativo fondato sulla materia. Le tessere non cancellano la concretezza della pietra, ma la trasformano in un elemento capace di partecipare alla rappresentazione del mistero.

Pietre, colori e tratti sanno unire i due polmoni dell’arte cristiana, occidentale e orientale. La componente figurativa rende riconoscibili i personaggi e gli eventi, mentre la costruzione cromatica e la luce evocano una dimensione che supera la semplice descrizione narrativa.

L’immagine della Pentecoste acquista così una duplice funzione: racconta un episodio della storia della salvezza e rende percepibile, attraverso la forma artistica, l’azione dello Spirito nella vita della Chiesa.

Il mosaico come esperienza comunitaria

Il mosaico dei Santi Martiri Canadesi offre un esempio significativo della concezione comunitaria dell’arte di Rupnik. L’opera è stata montata sulla parete da una squadra di 15 artisti, di 8 nazionalità diverse, appartenenti a 5 chiese cristiane diverse.

ElementoDato
Artisti coinvolti15 artisti
Nazionalità8 nazionalità diverse
Tradizioni ecclesiali5 chiese cristiane diverse

Questi dati mostrano come la realizzazione dell’opera sia stata affidata a una pluralità di persone e di provenienze. La dimensione collettiva del lavoro corrisponde al significato ecclesiale del mosaico: l’opera nasce da una collaborazione e si rivolge a una comunità.

In questa prospettiva, l’autorialità non scompare, ma viene ricondotta a un servizio. L’artista non è il proprietario assoluto del significato, perché l’opera è orientata verso una realtà più grande dell’individuo e trova il suo compimento nella preghiera di chi la contempla.

La Pentecoste e la relazione con l’Assoluto

La domanda sul rapporto tra arte contemporanea e Assoluto attraversa la riflessione di Rupnik. L’opera non viene concepita come uno spazio chiuso nell’autoreferenzialità dell’artista, ma come un luogo di incontro tra la materia, la comunità e il mistero cristiano.

Lo Spirito Santo è il principio di questa apertura. Egli «fa sempre emergere l’altro» e permette che l’arte non resti ripiegata sull’io. Nel mosaico della Pentecoste, questa dinamica è rappresentata dall’azione dello Spirito che riunisce, trasforma e mette in relazione.

L’immagine diventa così una forma di catechesi visiva. Non trasmette soltanto informazioni sull’episodio biblico, ma propone una lettura della vita cristiana nella quale la fede nasce dalla partecipazione, dalla relazione d’amore e dall’accoglienza dello Spirito.

La Pentecoste di Rupnik può essere guardata, quindi, come una composizione nella quale la figura, il colore e la materia sono subordinati a un’esperienza spirituale. Il mosaico invita a entrare nell’immagine, a sostare davanti ad essa e a riconoscere nella bellezza un possibile luogo di incontro con il Mistero.

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