La papalina, chiamata anche zucchetto, è il piccolo copricapo ecclesiastico che il Papa porta sulla testa e che, nel linguaggio comune, può diventare per i bambini un oggetto curioso e simbolico. Il gesto di un bambino che prova a ottenere una papalina richiama il rapporto immediato e affettuoso tra il pontefice e i più piccoli, ma non riguarda direttamente Pio XII: un episodio documentato in Vaticano mostra infatti un bambino che si avvicinò a Papa Francesco durante un’udienza e ricevette in regalo uno zucchetto.
Nel caso di Pio XII, la papalina appartiene invece alla rappresentazione pubblica di Eugenio Pacelli, papa dal 2 marzo 1939 al 9 ottobre 1958. La sua immagine fu diffusa attraverso fotografie, radio, televisione e rotocalchi popolari, che cercavano di mostrare insieme il pontefice come figura sacra, autorità internazionale e uomo inserito nella quotidianità.
La papalina e il gesto dei bambini davanti al Papa
Un tenero fuoriprogramma si è svolto sotto gli occhi dei presenti all'udienza generale di Papa Francesco oggi, mercoledì, in Vaticano. Un bambino di una decina di anni si è avvicinato al Pontefice, gli ha preso le mani e si è poi accomodato sulla sedia alla sua destra, lasciata libera per lui da un cardinale.
Ha poi allungato una mano, facendo chiaramente capire di desiderare per sé una papalina come quella sulla testa di Francesco. Il Papa ha accettato di buon grado l'intruso, che dopo una decina di minuti è ripartito e ha ricevuto in regalo uno zucchetto, come anche viene chiamato il copricapo.
"Lo ringrazio per l'insegnamento che ci ha dato oggi, è stata una testimonianza che gli è venuta dal cuore", ha commentato Bergoglio.
Questo episodio aiuta a comprendere perché la papalina possa attirare l’attenzione dei bambini: è un elemento riconoscibile dell’abbigliamento pontificio, piccolo, concreto e facilmente associabile alla figura del Papa. Il desiderio di indossarne una uguale non nasce necessariamente da una conoscenza liturgica del copricapo, ma dalla volontà di avvicinarsi simbolicamente alla persona che la porta.

Che cos’è la papalina
La papalina è il nome comune dello zucchetto, il copricapo rotondo e aderente usato da alcuni ecclesiastici. Nel caso del Papa, lo zucchetto è bianco e costituisce uno degli elementi più immediatamente riconoscibili della sua veste.
Il termine “papalina” appartiene soprattutto al linguaggio quotidiano e giornalistico, mentre “zucchetto” è la denominazione tradizionale del copricapo. Nel racconto dell’udienza, infatti, il bambino mostra di desiderare una papalina come quella sulla testa del Papa, mentre il dono ricevuto viene indicato anche come zucchetto.
La sua forma semplice rende il copricapo particolarmente adatto a essere riconosciuto nelle fotografie e nelle immagini televisive. Per questo la papalina è diventata parte integrante dell’iconografia moderna del pontefice, al pari della veste bianca, della croce e dei gesti di saluto ai fedeli.
Pio XII: identità e pontificato
Il Venerabile Pio XII, al secolo Maria Giuseppe Giovanni Eugenio Pacelli (Roma, 2 marzo 1876; † Castel Gandolfo, 9 ottobre 1958) è stato il 260º Vescovo di Roma e papa italiano a partire dal 2 marzo 1939 fino alla morte.
Eugenio Pacelli nacque a Roma il 2 marzo 1876 da Filippo e da Virginia Graziosi. La sua era una famiglia di piccola nobiltà pontificia, originaria di Acquapendente, distintasi in vari suoi membri al servizio della Santa Sede.
Il padre alla nascita di Eugenio ricopriva la funzione di avvocato rotale per assumere nel 1896 quella di avvocato concistoriale. Il fratello maggiore, Francesco, avvocato rotale, avrebbe poi svolto una parte di rilievo nei negoziati che prepararono i Patti Lateranensi.
Fu battezzato il 4 marzo nella chiesa dei Santi Celso e Giuliano. Dopo le elementari frequentate in una scuola privata cattolica e la frequenza al liceo di Stato "Ennio Quirino Visconti", Eugenio Pacelli entrò nel Collegio Capranica e poi, dal 1894 al 1899, studiò teologia alla Gregoriana presso cui si dottorò nel 1901, quando già da due anni era stato ordinato presbitero (1899).
Ordinato sacerdote il 2 aprile 1899 da monsignor Cassetta, vicegerente del Vicariato di Roma, si laureò in teologia nel 1901 e in diritto nel 1902.
| Elemento | Dato |
|---|---|
| Nome | Maria Giuseppe Giovanni Eugenio Pacelli |
| Nascita | Roma, 2 marzo 1876 |
| Ordinazione presbiterale | Roma, 2 aprile 1899 |
| Elezione al pontificato | 2 marzo 1939 |
| Fine del pontificato | 9 ottobre 1958 |
| Durata del pontificato | 19 anni, 7 mesi e 7 giorni |
| Predecessore | papa Pio XI |
| Successore | papa Giovanni XXIII |
La formazione e il servizio ecclesiale di Pacelli
Entrato in Curia come "apprendista" e, dal 1905, minutante della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari di cui era segretario P. Gasparri, fu da questi chiamato, nel 1904, a ricoprire la carica di segretario della commissione per la redazione del Codex iuris canonici.
Le sue competenze giuridiche, manifestate anche nel breve ma denso studio La personalità giuridica e la territorialità delle leggi, specialmente nel diritto canonico. Studio storico-giuridico (Roma 1912), gli valsero l'insegnamento del diritto nella Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici, centro di formazione dei diplomatici pontifici.
La fiducia di Gasparri e le sue qualità lo imposero come personalità emergente della diplomazia vaticana: nel 1911 succedette a monsignor Benigni quale sottosegretario della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, nel 1912 fu nominato da Pio X segretario aggiunto e, nel 1914, alla vigilia della prima guerra mondiale, segretario della stessa Congregazione.
Nel maggio 1917 fu nominato da Benedetto XV, che lo consacrò contestualmente arcivescovo titolare di Sardi, nunzio pontificio a Monaco di Baviera, dove giunse il 26 maggio.
Iniziò allora una nuova e decisiva fase della sua esistenza, che per molte ragioni lasciò un'impronta duratura sulla sua personalità e i suoi orientamenti.
In proposito è da notare che la Nunziatura di Monaco fu, dal 1917 al 1920, la sola Nunziatura esistente in tutti i territori tedeschi, per cui il suo titolare ebbe modo di esercitare un ruolo di protagonista non solo nelle relazioni della Santa Sede con la Baviera, ma anche in quelle con il Reich in anni cruciali per la Germania.
Quando, poi, nell'agosto del 1920, la Santa Sede e il governo, ormai repubblicano, del Reich tedesco stabilirono - con il contributo decisivo del nunzio - diretti rapporti diplomatici, a Pacelli fu affidata anche la nuova Nunziatura di Berlino, pur continuando a risiedere per qualche tempo nella capitale bavarese.
Durante la sua residenza a Monaco, Pacelli assistette personalmente alla tumultuosa fase rivoluzionaria del 1918-1919, al processo di edificazione della Repubblica di Weimar e alla prolungata e drammatica vicenda del trattato di pace con la Germania.
Pacelli, la Germania e la diplomazia vaticana
In terzo luogo, durante la sua residenza a Monaco, Pacelli assistette personalmente alla tumultuosa fase rivoluzionaria del 1918-1919, al processo di edificazione della Repubblica di Weimar e alla prolungata e drammatica vicenda del trattato di pace con la Germania.
Inviato a Monaco con il compito precipuo di assecondare le iniziative di pace di Benedetto XV, poi tradotte nel vano appello ai governi delle potenze belligeranti del 1° agosto 1917, Pacelli si trovò dunque ad agire in condizioni, con obiettivi e con interlocutori totalmente diversi dopo il tracollo dell'Impero e la sconfitta tedesca.
Dal 1925 Pacelli fu anche nunzio apostolico in Prussia. In tale veste egli concluse i concordati con i due Länder: in Baviera nel 1924, in Prussia nel 1929.
Sempre nel 1929, l'11 febbraio, Benito Mussolini e il cardinal Gasparri firmarono i Patti Lateranensi, frutto della mediazione di Domenico Barone e di Francesco Pacelli.
Contemporaneamente, dal 1920, fu primo nunzio per l'intera Germania con sede nella nuova nunziatura di Berlino. Durante questi dodici anni Pacelli si avvicinò molto al mondo tedesco e conobbe bene la realtà politica della Repubblica di Weimar.
Eugenio Pacelli fu nominato cardinale da Pio XI il 16 dicembre 1929; il 7 febbraio 1930 divenne segretario di Stato.
Al fine di regolare le relazioni tra la Santa Sede e gli altri Stati, difendere le attività di scuole e ospedali cattolici, garantire le tasse ecclesiastiche e i beni materiali della Chiesa, negoziò diversi concordati con il Baden nel 1932, l'Austria nel 1933, la Regno di Jugoslavia nel 1935.
Il più discusso tuttavia fu quello firmato a Roma il 20 luglio 1933 con la Germania del cancelliere Adolf Hitler, il Reichskonkordat.
In ogni caso il Reichskonkordat, malgrado le apparenti garanzie per la Chiesa e i fedeli tedeschi, fu sistematicamente violato dai nazisti e Pacelli stesso inviò 55 note di protesta per la violazione da parte del Reich nel periodo 1933-1939.
Questo tentativo fallito di venire a patti con il nazismo condusse Pio XI a stilare un'ammonitoria enciclica nel 1937, dal titolo Mit brennender Sorge (Con viva preoccupazione).
Pio XII e la rappresentazione pubblica del Papa
È uno strano periodo, quello in cui Pio XII si trova ad operare. L’Italia si rialza, cresce il benessere economico, i fidanzatini convolano a nozze, il boom demografico produce una moltitudine di nuove famiglie.
Cambia anche lo stile di vita: la radio è una presenza stabile nelle case di tutti gli Italiani, la televisione comincia a far timidamente capolino; e quanto ai mass media d’antan, anche loro si danno da fare per presentarsi sotto una nuova luce.
Tipo un rotocalco settimanale, per dirne una - robe tipo Oggi, Famiglia Cristiana, La Domenica del Corriere, per capirci. Sì, insomma: quei settimanali leggerini, per famiglie o per signore, che fanno gossip, più che informazione… ma che, pian piano, si diffondono a macchia d’olio.
Pio XII, che stupido non è, si rende immediatamente conto delle straordinarie potenzialità di questi mezzi. E non solo se ne rende conto, ma decide anche di sfruttarli a suo vantaggio: acconsente alla creazione di un docu-film sulla sua vita, trasmette messaggi in diretta grazie alla radio e alla tivvù… e, per quanto ci riguarda, si presta benevolmente a farsi dipingere come una star “da prima pagina”, anche a costo di finire sulle copertine dei giornaletti da signora.
La sua immagine pubblica univa elementi diversi: il pontefice appariva come una figura solenne e spirituale, ma anche come una persona inserita nella vita quotidiana, capace di usare il telefono, di parlare alla televisione e di essere ritratta in momenti informali.
I giornaletti dell’epoca ci restituiscono l’immagine di un Papa mite, sportivo, amante della natura e degli animali, che periodicamente si trova circondato di fringuelli festosi e coniglietti paffuti, tipo Biancaneve nel film della Disney.
Viene esaltata la figura questo Papa moderno che usa il telefono e si rade col rasoio elettrico, ma che al tempo stesso è “altro da noi”: mistico, ascetico, quasi incorporeo.

La vita quotidiana di Pio XII nei rotocalchi
In un vecchio numero (5/2008) della rivista Sanctorum, curata dall’Associazione Italiana per lo Studio della Santità, dei Culti e dell’Agiografia, Tommaso Caliò fa luce su questo aspetto attraverso un articolo titolato «Il miracolo in rotocalco». Il sensazionalismo agiografico nei settimanali illustrati del secondo dopoguerra.
Per dare il via a questo esperimento, la Santa Sede decide di proporre un’allettante esclusiva al settimanale Epoca, ignorando, in maniera significativa, la rivista Famiglia Cristiana.
Grazie alla mediazione del gesuita Rotondi, che in quegli anni godeva di particolare popolarità sia all’interno della Santa Sede sia nel mondo dei mass media, il rotocalco si accaparrava felicemente l’esclusiva di alcune fotografie di papa Pio XII.
Appositamente scattate per l’occasione, le immagini ritraevano il pontefice negli aspetti più “normali” della sua vita quotidiana: furono pubblicate con grande rilievo sul numero 47 di Epoca (settembre 1951), accompagnate da un articoletto che descriveva in toni enfatici la quotidianità di papa Pacelli.
Nasceva in questo modo un filone ‘giornalistico’ che, negli anni successivi, avrebbe goduto di straordinario successo: la vita quotidiana del Papa.
Da Oggi a Famiglia Cristiana, da Epoca alla Domenica del Corriere, tutti si affannano, di settimana in settimana, a proporre un nuovo scatto, un nuovo articolo, un nuovo scoop o una nuova immagine relativa alla vita di Papa Pacelli.
Pio XII è consapevole di questa “papa-mania”, e lascia fare, convinto di poter sfruttare la situazione a suo vantaggio - e così, sui rotocalchi italiani, si moltiplicano a dismisura le notizie sulla sua persona.
E il “pubblico” apprezza: vanno a ruba, quei giornali che promettono un nuovo scoop sulla vita del pontefice; e, quanto al pontefice, il popolino ha l’impressione di conoscerlo sempre meglio; lo considera quasi “un membro della famiglia”.
Vicario di Cristo. Santo in terra. Eppure, uomo come tutti noi - “guarda, mamma, c’è il Papa in accappatoio che si fa la barba prima di andare in ufficio! Proprio come papà!”.
Il Papa moderno e il Papa ascetico
“Tutte le mattine, quando Pio XII si fa la barba col rasoio elettrico, un uccellino ammaestrato lasciato libero nelle stanze si posa sulla sua mano sinistra e gorgheggia lietamente accompagnando il lieve ronzio dell’apparecchio. Appena terminata la rapida “toilette” del Santo Padre, il cardellino se ne vola via soddisfatto”.
L’immagine di Pio XII veniva così costruita attraverso una doppia prospettiva. Da una parte c’era il Papa vicino alle persone, rappresentato nella sua routine e nei suoi gesti ordinari; dall’altra c’era il pontefice mistico, ascetico e quasi incorporeo, legato alla preghiera e alla dimensione soprannaturale.
Questa combinazione contribuì a rendere il Papa riconoscibile anche al di fuori degli ambienti ecclesiastici. La papalina, inserita nella fotografia o nell’illustrazione, diventava un segno visivo immediato della sua identità.
La cristofania attribuita a Pio XII
Il 24 novembre 1955, il bel faccione di Pio XII campeggia sulla copertina di Oggi accompagnato dall’eloquente titolo: Durante la malattia, il Papa vide Gesù al capezzale.
Ci si riferiva a una malattia che, circa un anno prima, l’aveva portato quasi in fin di vita: mentre Pacelli era costretto a letto, aveva beneficiato - a detta di Oggi - di un’apparizione di Gesù Cristo, che lo aveva miracolosamente guarito.
Lo scoop - effettivamente non da poco - fa il giro del mondo nell’arco di poche ore; si scatena il dibattito, molti sono scettici, e l’Osservatore Romano è costretto a pubblicare un articolo in cui, a malincuore, conferma la veridicità dei fatti.
Come aveva fatto Oggi a impossessarsi di un simile scoop, passato inosservato persino all’organo di stampa del Vaticano? Si era trattato certamente di una notizia che era filtrata, volutamente o accidentalmente, al di fuori del Palazzo Apostolico.
Forse è proprio in questo momento che il Vaticano comincia a rendersi conto che questo andare a braccetto con le riviste popolari può rivelarsi un’arma a doppio taglio.
Il sensazionalismo religioso e i limiti della stampa popolare
Da un canto, abbiamo i rotocalchi settimanali che raccontano “cose di Chiesa” anche a chi, diversamente, non s’interesserebbe mai di questi fatti.
D’altro canto, abbiamo le riviste di gossip che, in fin dei conti, fanno giustamente il loro lavoro, andando alla ricerca dello scoop: ma è giusto ed è sano, che vengano buttati in pasto ai paparazzi il Santo Padre, la Madonna, Nostro Signore, e le verità di fede?
La cristofania di Pio XII, sbattuta sulla prima pagina dei giornali come se si trattasse dello scatto rubato della starlette di turno, non era nemmeno un triste caso isolato.
Alla ricerca di notizie sempre più spettacolari, i rotocalchi attingevano a piene mani a tutto ciò che poteva esserci, di spettacolare, nella vita di fede.
Prodigi di Santi, apparizioni mariane vere o presunte, sedicenti miracolati, devozioni non ancora approvate dalla Chiesa, agiografie scritte da chissà chi e sfruttando chissà quale tipo di fonti: tutto quanto “faceva buon brodo”, contendendosi la prima pagina con notizie totalmente profane tipo gli ultimi scandali di Casa Savoia, i successi delle star di Hollywood, le liason delle soubrette e i nuovi trattamenti di bellezza.
Era ormai chiaro a tutti che i rotocalchi settimanali avevano trovato, nel “sensazionalismo religioso”, la loro gallina delle uova d’oro, e che la situazione stava decisamente sfuggendo dalle mani della Santa Sede.
Le fotografie del Papa morente
Questa insolita alleanza avrebbe potuto funzionare fintantoché i giornaletti femminili fossero stati in grado di darsi un limite, cosa che evidentemente non eran più capaci di fare.
Gli “scatti rubati” di Pacelli agonizzante, prontamente ripubblicati dalle riviste di mezzo mondo, sono il segno che la misura è decisamente colma.
“Basta così”, si decide in Vaticano: appoggiarsi alla stampa popolare porta sicuramente molti benefici… ma anche un’infinità di rischi.
Lo scandalo del medico corrotto che vende ai giornali le fotografie del Papa morente era anche la triste conclusione di un’illusione e la constatazione di un fallimento.
A partire dal 1959, una volta terminati i fragori del conclave, nei settimanali familiari si registra una drastica inflessione del prodigioso cristiano e più in generale di temi religiosi, segno di un mutamento dei gusti del pubblico, ma anche di una presa di distanza da parte delle gerarchie ecclesiastiche da un medium di cui avevano sperimentato ambiguità e slealtà.
La storia della papalina sulla testa dei bambini si colloca quindi in un quadro più ampio: quello della trasformazione del Papa in un’immagine pubblica, capace di suscitare curiosità, affetto e identificazione. Nel caso di Pio XII, tale immagine fu costruita dai mezzi di comunicazione del secondo dopoguerra; nel caso del bambino davanti a Papa Francesco, la papalina diventa invece il punto di partenza di un incontro spontaneo e affettuoso.
Le Origini del Primato Papale | Con Gianluigi Sassu
Pio XII, la Shoah e le informazioni sui crimini nazisti
Il dibattito su Pio XII riguarda anche l’operato di Pacelli durante la Shoah e il modo in cui le informazioni sui crimini nazisti arrivavano al Vaticano.
La Lettura, il settimanale culturale del Corriere della Sera ha pubblicato un’interessante intervista con Giovanni Coco, officiale dell’archivio apostolico Vaticano, il quale ha presentato un documento inedito sui campi di sterminio a est.
Si tratta di una lettera del 14 dicembre 1942, inviata dal gesuita tedesco Lothar König al confratello Robert Leiber, segretario personale di Pio XII.
In allegato la lettera contiene una statistica sui sacerdoti detenuti in campi di concentramento, e menziona i lager di Auschwitz e di Dachau, accennando al tragico destino degli ebrei.
«Le ultime informazioni su “Rawa Russka” con l’altoforno delle SS, dove ogni giorno venivano uccise fino a 6.000 persone, soprattutto polacchi ed ebrei, le ho ritrovate ulteriormente confermate da altre fonti».
Coco ha giudicato enorme il valore di questa lettera, a suo dire «un caso unico, perché rappresenta la sola testimonianza di una corrispondenza che doveva essere nutrita e prolungata nel tempo».
I padri König e Leiber erano amici. Entrambi erano antinazisti.
König era parte integrante del circolo di Kreisau, una rete della resistenza tedesca composta da cattolici e protestanti, la cui intelligence era in grado di fare arrivare a Roma le notizie più riservate sui crimini hitleriani.
Leiber era un noto «gesuita tedesco anti-hitleriano, ex professore alla facoltà teologica di Monaco, segretario del cardinale Pacelli, allora nunzio in Germania e futuro Pio XII, professore all’università Gregoriana del Vaticano».
La prudenza nella trasmissione delle informazioni
Nella stessa lettera, il padre König appare molto prudente, raccomandando al confratello Leiber «di usare quelle informazioni con la massima cautela, senza dire una sola parola che potesse tradire le fonti».
Cautela, prudenza, silenzio: erano questi anche gli ingredienti del circolo di Kreisau e della Rote Kapelle, le maggiori organizzazioni che si proponevano l’eliminazione del nazismo in Germania.
Tanto che lo stesso König, dopo l’attentato a Hitler, dovette fuggire perché ricercato.
Dunque, la raccomandazione di König a Leiber era un invito al silenzio per non bruciare la rete della resistenza tedesca al nazismo.
Queste le esatte parole di König: «I numeri sono ufficiali. C’è anche un rapporto di vari testimoni […]. Entrambi gli allegati sono stati ottenuti con il massimo rischio. Non solo è a rischio la mia testa, ma anche la testa degli altri se non vengono usati con la massima prudenza e cura.»
Con questo documento per Coco «stavolta si ha la certezza che dalla chiesa cattolica tedesca arrivavano a Pio XII notizie esatte e dettagliate sui crimini che si stavano perpetrando contro gli ebrei».
Le difficoltà di verifica durante la guerra
Questa osservazione va alquanto temperata, considerati i tempi bellici e le difficoltà di verifica delle informazioni.
Informazioni come quelle trasmesse da König erano già pervenute al Vaticano, agli alleati e alle organizzazioni ebraiche da varie parti dell’Europa occupata dalla Germania nazista.
Accertare la realtà delle molteplici situazioni e soprattutto l’affidabilità delle fonti era anche il cruccio di tutte le organizzazioni antinaziste.
Per esempio, il 1° giugno 1943 il console italiano a Odessa comunicava al suo governo che Pio XII «avrebbe espresso il desiderio d’influire direttamente sul governo rumeno per arrivare a un trattamento più umano degli ebrei», e che a tal fine aveva inviato il nunzio apostolico a Bucarest, Andrea Cassulo, in Transnistria.
«Il nunzio - scriveva il console italiano - non ha preso per oro colato il ghetto “addomesticato” che gli è stato mostrato».
Quanto alle violenze antisemite, il console rimarcava che era «difficile dare le cifre, ma molte migliaia, forse decine di migliaia di ebrei furono soppressi e arrestati».
Descrivendo poi lo sgombero degli ebrei di Odessa e il disumano trattamento loro riservato dai tedeschi nell’«inverno più crudo» (dicembre 1941-gennaio 1942), il console osservava che era difficile dire se le misure repressive fossero cessate, e che molto dipendeva dalle situazioni locali.
Le notizie sui campi di sterminio e le organizzazioni ebraiche
Il giurista internazionalista Paul Guggenheim, che dirigeva la sede ginevrina del Congresso mondiale ebraico, bloccò notizie sui campi di sterminio che il suo subordinato, Gerhart Riegner, stava per diffondere agli ebrei inglesi e americani e alle loro organizzazioni di soccorso.
Guggenheim chiese a Riegner, in primo luogo, di cancellare la menzione dei grandi forni crematori; e poi di aggiungere un’avvertenza sulla non verificabilità delle fonti.
Gli archivi inglesi ci informano che a fine ottobre 1942 Guggenheim si recò al consolato americano di Ginevra per riferire le notizie che aveva ricevuto sulla sorte degli ebrei in Europa orientale.
Si può qui lasciar parlare lo stesso console americano, Paul C. Squire, che ne verbalizzò le parole: «L’informatore del professor Guggenheim conferma che per tutte le cattive notizie recate dal dott. Gerhart Riegner, segretario del Congresso ebraico mondiale a Ginevra, e dal signor Lichtheim, dell’agenzia ebraica per la Palestina di Ginevra, concernenti la situazione ebraica in Lettonia, salvo che per quelle riguardanti i dettagli dell’assassinio degli ebrei e il numero degli uccisi, ci sono numerose divergenze in vari rapporti. È solo nell’essenziale che questi rapporti sono unanimi».
Ovviamente, nessuna menzione veniva fatta da Guggenheim circa i forni crematori.
Il radiomessaggio natalizio del 1942
Com’è noto, il 17 dicembre 1942 veniva emanata una dichiarazione interalleata di condanna dei crimini nazisti.
Questo documento era il frutto e il giusto coronamento della forte insistenza dell’ebraismo internazionale presso il presidente Roosevelt, a cui l’8 dicembre era stato consegnato personalmente un importante memorandum sulla tragedia ebraica.
In questo promemoria, poi condiviso da Washington con Londra, si osservava che la “soluzione finale” rappresentava «la probabile estinzione di tutti i popoli non germanici che vivono nel Lebensraum tedesco».
Va notata la contemporaneità fra questi eventi e il documento rintracciato da Coco.
Il 24 dicembre 1942, collegato alle notizie ricevute nei mesi precedenti, arrivava anche il radiomessaggio natalizio di Pio XII.
Questo radiomessaggio, bene accolto dai mass media alleati, com’è noto è stato giudicato da alcuni troppo blando perché il Papa, che pure parlava di una «stirpe», intesa come «stirpe ebraica», non parlava esplicitamente di ebrei.
Eppure, gli archivi conservano il resoconto di un colloquio del 29 dicembre 1942 tra Pio XII e il ministro britannico in Vaticano, Osborne.
«Ho avuto stamani la consueta udienza del nuovo anno con il Papa» scriveva Osborne al suo ministro degli Esteri. «Mi ha incaricato di inviare i suoi cordiali saluti alle Loro Maestà, al primo ministro, a lei e alla nazione britannica. Ho adempiuto alle istruzioni del vostro telegramma n. 195 ed egli ha promesso che avrebbe fatto qualsiasi cosa in favore degli ebrei. Dubito ci sarà una qualche pubblica dichiarazione, specialmente dal momento che i passaggi nel suo radiomessaggio natalizio chiaramente si applicavano alla persecuzione degli ebrei».
Le dichiarazioni alleate e le camere a gas
Tornando all’affidabilità delle notizie provenienti dall’est europeo, va segnalato un altro singolare episodio sulla condanna dei crimini hitleriani.
Nel 1943 Stati Uniti e Gran Bretagna intendevano pubblicare una nuova dichiarazione sui crimini di guerra tedeschi in Polonia.
La dichiarazione fu diramata il 30 agosto 1943 e pubblicata nella raccolta ufficiale del Dipartimento di stato americano.
Un paragrafo di quella dichiarazione avrebbe dovuto menzionare le camere a gas, ma fu poi eliminato.
«Su suggerimento del governo britannico, che afferma non esserci prove sufficienti per giustificare una dichiarazione circa l’esecuzione nelle camere a gas, è stato concordato di eliminare l’ultima frase del paragrafo secondo della dichiarazione sui crimini tedeschi in Polonia da “dove” a “camere a gas”, così lasciando terminare il secondo paragrafo con “campi di concentramento”.»
In altre parole, non si era certi che ad Auschwitz e a Birkenau ci fossero camere a gas.
A ogni modo, delle tragiche notizie provenienti da Rava-Rus’ka si parlava in prima pagina sul Jewish Post già il 1° febbraio 1943.
Non è che un esempio della massa di notizie più o meno controllabili giunte dall’est europeo.
Gli archivi e il dibattito storico su Pio XII
Il dibattito storiografico su Pio XII si sta dunque intensificando, in particolare per l’impegno di tutti gli archivisti vaticani che hanno riordinato e aperto le carte sul suo pontificato.
Ricordiamo qui la serie “Ebrei” della segreteria di stato, non solo digitalizzata come le altre, ma da oltre un anno anche completamente accessibile su internet.
La gestione del materiale archivistico attesta dunque un’altissima professionalità di tutto il personale preposto, senza differenze.
Il che non può che giovare all’approfondimento delle ricerche sul pontificato pacelliano.
La figura di Pio XII resta quindi collegata a più livelli di analisi: la sua formazione diplomatica, la sua esperienza nella Germania tra le due guerre, il pontificato durante la Seconda guerra mondiale, il rapporto con le informazioni sulla Shoah e la costruzione della sua immagine attraverso la stampa popolare.
In questo quadro, la papalina rappresenta un dettaglio apparentemente semplice, ma significativo: è il segno visivo del Papa nelle fotografie, nei disegni, nelle televisioni e nei ricordi dei fedeli, mentre l’incontro tra un bambino e il pontefice mostra come un oggetto dell’abbigliamento possa diventare un tramite immediato di vicinanza e affetto.