Nel novembre 1962, durante i lavori del Concilio Vaticano II, Karol Wojtyla chiese a Padre Pio di pregare per Wanda Poltawska, una dottoressa di Cracovia, madre di quattro figlie, gravemente malata e considerata in imminente pericolo di vita a causa di un tumore. Prima dell’intervento chirurgico, il male scomparve e la donna riacquistò improvvisamente la salute.
La guarigione è ricordata come uno dei miracoli attribuiti all’intercessione di Padre Pio e come l’episodio più significativo del rapporto tra il futuro Giovanni Paolo II e il frate cappuccino. La vicenda è documentata soprattutto dalle due lettere scritte da Wojtyla a Padre Pio il 17 e il 28 novembre 1962.
Chi era Karol Wojtyla quando incontrò Padre Pio
Nel 1948 Karol Wojtyla era un giovane sacerdote polacco. Si trovava a Roma per studiare e conseguire la licenza e il dottorato in teologia alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino. Fu proprio durante questo soggiorno che sentì parlare della fama di Padre Pio.
Fu nell’aprile del 1948 che Karol Wojtyla, appena ordinato sacerdote, decise di incontrare Padre Pio. “Andai a San Giovanni Rotondo per vedere Padre Pio, per partecipare alla sua Messa e, se possibile, per confessarmi con lui.”
Il giovane sacerdote approfittò delle vacanze di Pasqua e si recò a San Giovanni Rotondo. Anni dopo, in una lettera scritta in polacco al Padre Guardiano del convento, ricordò quell’incontro: “Ho parlato con lui di persona e ho scambiato qualche parola, è stato il mio primo incontro con lui e lo considero il più importante”.

Durante la Messa, Wojtyla notò in modo particolare le mani del frate, dove le stigmate erano coperte da una crosta nera. “Sull’altare di San Giovanni Rotondo si stava compiendo il sacrificio di Cristo stesso, e durante la confessione, Padre Pio ha offerto un chiaro discernimento e semplice, rivolgendosi al penitente con grande amore”.
Giovanni Paolo II avrebbe poi definito Padre Pio un “generoso dispensatore della Misericordia Divina rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza e la direzione spirituale specialmente l’amministrazione del Sacramento della Penitenza”. Durante la Messa di canonizzazione aggiunse: “Anch’io ho avuto il privilegio nei miei anni giovani di approfittare di questa sua disponibilità di penitenza”.
La confidenza sulla sesta piaga
Il giovane sacerdote si interessò anche alle piaghe di Padre Pio. “L’unica domanda che gli feci fu quale piaga gli causasse più dolore. Ero convinto che fosse quella sul cuore, ma Padre Pio mi sorprese quando disse: ‘No, quella che mi fa più male è quella sulla schiena, quella sul lato destro’”.
Secondo il racconto riferito dal cardinale Andrzej Maria Deskur, Padre Pio rivelò a Wojtyla che, oltre alle cinque piaghe della stimmatizzazione e a quella della transverberazione, aveva anche una sesta piaga sulla spalla, simile a quella che Gesù si procurò portando la croce o il patibulum sulla via del Calvario.
Era la piaga “che faceva più male”, perché si era “suppurata” e non era mai “stata curata dai medici”. Deskur raccontò che Padre Pio non aveva confidato questo particolare a nessuno, nemmeno ai suoi confessori.
Il legame tra Wojtyla e Wanda Poltawska
La storia della guarigione riguarda Wanda Wojtasik, poi Wanda Poltawska, dottoressa in medicina specializzata in psichiatria. Monsignor Wojtyla aveva conosciuto lei e colui che sarebbe divenuto suo marito, Andrzej Poltawski, negli anni della gioventù.
Nel 1945 Wanda era “andata a studiare a Cracovia”, per laurearsi in medicina. Sapeva già bene cos’era la sofferenza, nonostante i suoi 25 anni. Gli ultimi quattro, infatti, li aveva trascorsi nel campo di concentramento a Ravensbruck.
Wanda era stata arrestata dalla Gestapo il 17 febbraio del 1941, interrogata e torturata, quindi deportata il 21 novembre 1941 nel campo di concentramento di Ravensbrück. Fu sottoposta a esperimenti pseudo-medici e poi trasferita nel campo di concentramento di Neustadt-Glewe, dove rimase fino al 7 maggio 1945.
Il futuro Papa conosceva la donna sin da quando militavano nella resistenza antinazista. Il loro rapporto era quindi intensissimo e di antica data. Insieme Karol e Wanda, poi divenuta medico, scrissero anche un testo sul tema della sessualità e della procreazione.
Nello stesso anno in cui Wanda arrivò a Cracovia, Wojtyla veniva eletto vicepresidente dell’organizzazione studentesca “Bratnia Pomoc” (“Soccorso Fraterno”) dell’Università Jagellonica. Della stessa organizzazione era segretario generale un suo compagno di seminario, Andrzej Maria Deskur.
L’amicizia nata negli anni del sacerdozio
Otto mesi dopo il suo rientro da Roma, dove aveva conseguito il dottorato in Teologia, al termine di un’esperienza come viceparroco in una parrocchia di campagna a Niegowic presso Gdów, don Karol Wojtyla, è trasferito, sempre come viceparroco, nella Parrocchia di San Floriano a Cracovia.
E, “come giovane sacerdote, era cappellano degli studenti di medicina” e organizzava “incontri con relazioni, con discussioni, preghiere”. Fu in questo contesto che si consolidò la sua amicizia con Wanda Poltawska.
La dottoressa ricordò: “allora è nata un’amicizia, specialmente quando il Santo Padre, che a quell’epoca era sacerdote, ha saputo della mia storia durante la guerra. Io sono stata in un campo di concentramento”.
Wanda spiegò anche il motivo per cui Wojtyla si era avvicinato particolarmente a lei: “Quando lui ha saputo questo, ha cambiato atteggiamento verso di me, mi ha scelto in mezzo al gruppo dei medici e degli universitari che eravamo lì”.
“Lui, infatti, pensa che quelli che hanno sofferto durante la guerra hanno sofferto per lui, perché a lui è stata risparmiata tale sofferenza.”
La grave malattia nel 1962
Il 4 luglio 1958 Papa Pio XII nomina don Karol Wojtyla vescovo ausiliare di Cracovia. Il 16 luglio 1962, dopo la morte dell’arcivescovo Eugeniusz Baziak, è eletto vicario capitolare.
Il 5 ottobre dello stesso anno parte per Roma, dove dall’11 ottobre all’8 dicembre prende parte ai lavori della prima sessione del Concilio Vaticano II. La sua partenza per l’Italia quasi coincide con l’ingresso in ospedale della sua amica Wanda.
Nel 1962 mons. Wojtyla lascia la Polonia sapendo che la sua amica sta male. Qualche giorno dopo il suo arrivo gli giunge un telegramma di Andrzej Poltawski. Wanda è stata ricoverata “nell’ospedale oncologico di Cracovia”.
Gli viene riferito anche quello che il prof. Michatowski, primario del reparto, aveva detto alla paziente: c’è “il cinque per cento di possibilità che non si tratti di cancro, ma di una infiammazione”.
La patologia è diffusa “su tutto l’intestino e siccome non si poteva togliere tutto l’intestino la situazione era disperata”, anche se i medici decidono di tentare l’intervento.
In quel periodo, Monsignor Wojtyla, che si trovava a Roma, ricevette la notizia della grave malattia di Wanda Poltawska. Convinto che la preghiera di Padre Pio avesse un potere speciale presso Dio, decise di scrivergli per chiedere aiuto e preghiere per la donna, madre di quattro figlie.
La prima lettera di Wojtyla a Padre Pio
Il 17 novembre il Vicario capitolare di Cracovia prende un foglio di carta intestata della “Curia Metropolitana Cracoviensis” e scrive, in latino:
“Venerabile Padre, Ti prego di rivolgere una preghiera per una madre di quattro figlie, di quarant’anni, di Cracovia in Polonia, (durante l’ultima guerra in campo di concentramento in Germania), ora in pericolo gravissimo di salute e della vita stessa per un cancro: affinché Dio per intercessione della Beatissima Vergine mostri la sua misericordia a lei e alla sua famiglia in Cristo obbligatissimo + Carolus Wojtyla vescovo titolare di Ombi vicario capitolare di Cracovia”.
In calce al testo, un indirizzo: “Roma, Pontificio Collegio Polacco Piazza Remuria 2 A Roma”. Evidentemente il mittente si aspetta una risposta. Se non immediata, almeno a distanza di qualche giorno, per iscritto.
Quell’indirizzo, in pratica, dà a Padre Pio il tempo per pregare e per ottenere una risposta dal Signore. Il santo Frate ha, infatti, anche un’altra possibilità: dare subito la risposta tanto attesa, perché quella lettera non viene spedita.
Come la lettera arrivò a San Giovanni Rotondo
Per essere certo che arrivi a destinazione mons. Wojtyla chiede aiuto a un suo amico, il monsignore polacco Andrzej Maria Deskur, ora cardinale. All’epoca Deskur era sotto-segretario della Pontificia Commissione per la Cinematografia, la Radio e la Televisione e segretario del Segretariato preparatorio per la Stampa e lo Spettacolo del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Deskur era al servizio della Santa Sede dal 1952. È ricoverato presso la casa di cura romana dei Cavalieri di Malta per un infarto, ma riesce a far giungere la lettera al commendator Angelo Battisti.
Anche Battisti è al servizio della Santa Sede e lavora come dattilografo presso la Congregazione del Santo Ufficio. Aveva conosciuto Padre Pio nel febbraio 1941. Si era recato “da lui per motivi di salute e per bisogni familiari”.
Dopo quell’incontro era divenuto suo figlio spirituale. Dal 1957 avrebbe avuto anche il delicato incarico di amministratore di Casa Sollievo della Sofferenza.
L’impiegato del Vaticano riceve da mons. Deskur una busta chiusa nella “mattinata del 17 novembre del 1962 con preghiera di portarla a Padre Pio”, quindi nella stessa mattina in cui era stata scritta, senza conoscere né il contenuto né il mittente.
| Data | Avvenimento |
|---|---|
| 17 novembre 1962 | Karol Wojtyla scrive la prima lettera a Padre Pio. |
| 18 novembre 1962 | Angelo Battisti consegna la lettera a Padre Pio a San Giovanni Rotondo. |
| 21 novembre 1962 | Wanda Poltawska riacquista improvvisamente la salute prima dell’intervento. |
| 28 novembre 1962 | Wojtyla scrive la seconda lettera per ringraziare Padre Pio. |
| 1 dicembre 1962 | La seconda lettera viene consegnata a Padre Pio. |
“A questo non si può dire di no”
Lo stesso commendator Battisti ricorderà, molti anni dopo: “nel pomeriggio parto per San Giovanni Rotondo e la sera del giorno successivo, 18, mi reco a conferire con Padre Pio e per prima cosa gli consegno la lettera in parola; mi dice poi di aprirla e leggerla”.
L’indirizzo scritto da mons. Wojtyla è inutile. Padre Pio ha già una risposta da dare e l’affida allo stesso commendatore al quale dà l’incarico “di assicurare che avrebbe tanto pregato per questa mamma”.
Ma dice anche: “A questo non si può dire di no”. “Perché?” gli chiede incuriosito il dipendente della Santa Sede.
L’anziano Cappuccino, appoggiato con la spalla allo stipite della cella n. 5 del convento, bisbiglia qualcosa. È presente alla scena don Pierino Galeone che non riesce ad ascoltare le parole di Padre Pio, però vede “Battisti diventare improvvisamente euforico”.
Pensando che almeno lui abbia compreso la risposta, appena si trova da solo con l’impiegato vaticano, gli chiede spiegazioni. Ma scopre che “Battisti non solo non aveva percepito il senso delle parole appena sussurrate”, ma non sa “neppure darsi una spiegazione della propria euforia”.
Nella risposta di Padre Pio c’è anche un messaggio per il monsignore intermediario: “dica questo a mons. Deskur, che guarirà e che lavorerà molti anni per la Santa Sede”. Cosa che puntualmente si avvera.
La guarigione di Wanda Poltawska
Nel frattempo la dottoressa Poltawska, che non sa niente della lettera, la mattina dell’intervento si risveglia senza più dolori. Viene comunque sottoposta alle ultime radiografie di routine, prima di entrare in sala operatoria.
Ma subito dopo, con sua sorpresa, un oncologo del reparto si avvicina a lei e le dice “che non c’era più bisogno dell’intervento”. Istintivamente, da medico, Wanda pensa a quel “cinque per cento di possibilità” di cui le aveva parlato il primario.
Pensa di aver avuto solo un’infezione e di essere guarita. Ritorna a casa e subito il marito si preoccupa di avvisare con un altro telegramma l’amico vescovo.
Come è stato ricostruito anche da Stefano Campanella, direttore di Padre Pio TV autore di vari libri sul mistico pugliese, “a distanza di alcuni giorni, prima del programmato intervento chirurgico per eliminare la massa neoplastica, la donna fu sottoposta ad un nuovo esame diagnostico da cui risultò che il tumore era completamente scomparso”.
Questa notizia raggiunse immediatamente Wojtyla, il quale sente il dovere di inviare con altrettanta tempestività “una seconda lettera con il ringraziamento a Padre Pio”.
La seconda lettera: il ringraziamento
Su un foglio con la stessa intestazione, il 28 novembre, scrive, sempre in latino:
“Venerabile Padre, la donna di Cracovia in Polonia, madre di quattro figlie, il giorno 21 novembre prima dell’operazione chirurgica istantaneamente ha riacquistato la salute grazie a Dio e anche a Te Padre Venerabile rendo il più grande grazie a nome suo, di suo marito e di tutta la famiglia. In Cristo +Carolus Wojtyla vicario capitolare di Cracovia”.
La seconda lettera presenta la stessa firma della prima, Wojtyla, ma le sorti della donna, dopo le preghiere di Pio da Pietrelcina, sono cambiate. La lettera diceva: “Venerabile Padre, la donna che vive a Cracovia, in Polonia, madre di 4 bambine, è guarita improvvisamente il 21 novembre, prima dell’intervento chirurgico. Ringraziamo Dio e anche lei, Venerabile Padre. Esprimo i miei più sinceri ringraziamenti a nome della signora, di suo marito e di tutta la famiglia. In Cristo, Karol Wojtyla, Vescovo Capitolare di Cracovia”.
In quell’occasione il frate disse: “Sia ringraziato Dio!”.
“Conserva queste due lettere”
Anche questa lettera viene affidata alle mani di Angelo Battisti tramite mons. Deskur. La consegna avviene il 29 novembre. “Il primo dicembre, sabato - ricorda ancora l’impiegato della Santa Sede - consegno a mia volta la lettera al Padre”.
In questa circostanza, però, il Cappuccino chiede chi sia il mittente. Battisti risponde “che forse era la stessa persona di quella già ricevuta”. Padre Pio gli chiede “di aprirla e di leggerla”.
Al termine della lettura commenta: “sia ringraziato Dio”. Sul suo tavolo c’è ancora la prima lettera. La prende, la porge al suo amico e gli dice: “tienile queste due lettere”.
Battisti, in quell’istante, non comprende. Non può comprendere. Come probabilmente non aveva compreso la frase ascoltata dieci giorni prima: “a questo non si può dire di no”.
Avrebbe capito dopo. Molti anni dopo. “Senza dargli sul momento eccessiva importanza” custodisce “le dette missive in una busta” che si ritrova casualmente “fra le mani appena due mesi orsono, nella ricerca che stavo facendo di un documento riguardante la ‘Casa’ (Sollievo della Sofferenza n.d.a.)”.
Battisti scrive questa sua deposizione l’8 dicembre 1978. Il che significa che quelle due lettere riemergono dall’oblio della memoria nello stesso mese e nello stesso anno in cui colui che le aveva scritte è eletto papa col nome di Giovanni Paolo II.
Quando Wanda seppe dell’intercessione di Padre Pio
Intanto la dottoressa Poltawska continuava ad essere all’oscuro di quanto le era accaduto a sua insaputa. È lo stesso mons. Wojtyla a raccontarle tutto quando, a fine anno, rientra in patria.
Lei ricorda benissimo quel momento: “Io gli ho domandato chi è Padre Pio? Non sapevo neanche che esistesse questo Cappuccino, perché in quel tempo la Polonia era comunista e non avevamo nessun contatto con l’Italia e allora non sapevamo nulla di ciò che succedeva in Italia”.
Tra l’altro le parole del vescovo, in quel momento, non riescono a vincere tutti i dubbi della donna. Tutto le diviene più chiaro alcuni anni dopo.
In Polonia “i passaporti li ricevevano solo gli iscritti al Partito Comunista”. Per questa ragione la psichiatra di Cracovia non aveva mai potuto lasciare la sua patria.
L’incontro di Wanda con Padre Pio nel 1967
Wanda ottiene il primo permesso di espatriare per ragioni di salute. Quel viaggio le sarebbe rimasto sempre impresso nella memoria.
“Poiché avevo complicazioni a una vertebra cervicale, dopo un incidente capitatomi nel campo di concentramento, fui costretta ad andare in America per un intervento chirurgico. In questa occasione mi diedero il passaporto”.
“Il mio chirurgo era a Honolulu e, per andarci, avevo un biglietto che mi consentiva di fare il giro del mondo. Ne ho approfittato, al ritorno dall’America, per fermarmi a Roma”.
“In quel periodo era a Roma anche il vescovo Karol Wojtyla che mi ha suggerito: ‘vai adesso da Padre Pio, approfitta di questa occasione’. Era maggio 1967.”
“Io non conoscevo neppure la lingua italiana, ma c’era una suora Feliciana, ora morta da tanto tempo, suor Massimiliana, che mi ha portata a San Giovanni Rotondo.”
“C’era una folla davanti alla chiesa e io stavo cercando di capire come poter entrare. Ma è uscito un frate, mi pare padre Tarcisio, e questa suora gli chiese: ‘c’è una signora che per la prima volta ha ricevuto un passaporto, dopo non potrà venire una seconda volta, come può fare per vedere Padre Pio?’”.
“Rispose: ‘venite alle cinque del mattino davanti a questo portoncino’. Siamo arrivate alle cinque del mattino. Ci siamo sistemate in chiesa accanto all’altare, abbastanza vicino.”

“Potevo osservare Padre Pio mentre celebrava la Messa. Una Messa eccezionale. Nessun sacerdote aveva mai celebrato la Messa come Padre Pio.”
“Poi mai avevo visto gli italiani così silenziosi come durante quella Messa, perché normalmente parlano, gridano… E poi la Messa durava a lungo. Così ho potuto osservare Padre Pio da vicino.”
“Lui camminava con difficoltà, appoggiandosi a qualcuno. Come medico conoscevo i sintomi della sofferenza. Vedevo che soffriva, che ogni suo passo era doloroso.”
“Durante la Messa vidi il sangue delle sue stimmate che impregnava i guanti.”
Terminata la celebrazione, Padre Pio tornava piano piano in sagrestia dalla parte in cui erano Wanda e la suora. “E guardava, guardava, guardava. Si guardava intorno, come per cercare qualcuno.”
“Poi è venuto direttamente davanti a me e mi ha fatto un po’ (con la mano mima la carezza sulla testa fattale da Padre Pio n.d.a.): ‘adesso va bene?’”.
“E solo in quel momento ho capito che c’era stato un intervento suo, perché prima io non lo credevo.”
“Da quel momento, Padre Pio ha cambiato la mia vita. Ora io chiamo Padre Pio ‘il mio santo privato’. È mio. Mi assiste in ogni viaggio. Mi protegge”.
Il rapporto tra Padre Pio e Giovanni Paolo II dopo il 1962
Molti penitenti si sono confessati da San Padre Pio da Pietrelcina, tra cui l’amato San Giovanni Paolo II. Dopo quell’incontro, la loro amicizia è continuata nonostante la distanza.
Il Papa scrisse almeno tre lettere a Padre Pio chiedendo il suo aiuto e le sue preghiere per i malati. In questo modo, Giovanni Paolo II è stato testimone di due miracoli ottenuti per intercessione del frate cappuccino.
Stando a Campanella, monsignor Wojtyla scrisse a Padre Pio almeno tre lettere, che attestano due miracoli ottenuti per intercessione del frate cappuccino, sollecitati dal prelato polacco: la citata guarigione della dottoressa Wanda Poltawska, psichiatra, e quella del figlio di un avvocato, ambedue di Cracovia.
La figura spirituale di Padre Pio
Padre Pio, Cappuccino italiano, (1887-1968), canonizzato nel 2002 con un’imponente cerimonia da San Giovanni Paolo II con il nome di San Pio da Pietrelcina, questo santo sacerdote ricevette un dono spirituale straordinario per servire tutti gli uomini e le donne del suo tempo.
Questo dono ha segnato la sua vita, riempiendola di sofferenza, non solo con il dolore fisico causato dalle stimmate, ma anche con la sofferenza morale e spirituale causata da coloro che lo consideravano pazzo o imbroglione.
La realtà è che questo santo ha aiutato migliaia di persone a tornare alla fede, a convertirsi e ad avvicinarsi a Dio. Padre Pio ha compiuto guarigioni sorprendenti.
Durante la Messa di canonizzazione del 16 giugno 2002 in Piazza San Pietro in Vaticano, San Giovanni Paolo II affermò che Padre Pio era “un generoso dispensatore della misericordia divina”.
“Si metteva a disposizione di tutti accogliendoli, con la direzione spirituale e soprattutto amministrando il sacramento della penitenza. Anch’io, nella mia giovinezza, ho avuto il privilegio di beneficiare della sua disponibilità verso i penitenti.”
“Il ministero del confessionale, che è uno dei tratti distintivi del suo apostolato, attirava innumerevoli folle di fedeli al convento di San Giovanni Rotondo”.
Le visite di Wojtyla alla tomba di Padre Pio
Wojtyla tornò a San Giovanni Rotondo in altre due occasioni. La prima, come Cardinale di Cracovia, nel 1974, e la seconda, quando divenne Papa, nel 1987.
In questi due viaggi visitò i resti mortali di Padre Pio e pregò in ginocchio sulla tomba del frate cappuccino.
Nell’autunno del 1974, l’allora Cardinale Karol Wojtyla era di nuovo a Roma e, “con l’avvicinarsi dell’anniversario della sua ordinazione sacerdotale (1 novembre 1946), decise di commemorare l’anniversario a San Giovanni Rotondo e di celebrare il Massa alla tomba di Padre Pio”.
A causa di una serie di vicissitudini, il 1° novembre era particolarmente piovoso, il gruppo composto da Wojtyla, Deskur e altri sei sacerdoti polacchi fu ritardato per un po’ di tempo, arrivando la sera intorno alle 21.00.
Purtroppo Karol Wojtyla non poté realizzare il suo desiderio di celebrare la Messa sulla tomba di Padre Pio il giorno della sua ordinazione sacerdotale. Così lo fece il giorno successivo.
Perciò lo fece il giorno dopo, rimanendo a San Giovanni Rotondo fino alla mattina del 3 novembre, con una sola escursione a Monte Sant’Angelo.
Padre Pio “aveva un discernimento semplice e chiaro e trattava il penitente con grande amore”, scrisse quel giorno Giovanni Paolo II nel libro dei visitatori del convento di San Giovanni Rotondo.
Nel maggio 1987, San Giovanni Paolo II, oggi Papa, visitò la tomba di Padre Pio in occasione del primo centenario della sua nascita. Davanti a più di 50.000 persone, Sua Santità proclamò: “La mia gioia per questo incontro è grande, e per diverse ragioni”.
“Come sapete, questi luoghi sono legati a ricordi personali, cioè alle mie visite a Padre Pio durante la sua vita terrena, o spiritualmente dopo la sua morte, sulla sua tomba”.
La beatificazione e la canonizzazione di Padre Pio
Il 2 maggio 1999, Giovanni Paolo II ha beatificato il frate stigmatizzato e il 16 giugno 2002 lo ha proclamato santo. Quel giorno, San Giovanni Paolo II lo canonizzò come San Pio da Pietrelcina.
Nell’omelia della santificazione, Giovanni Paolo recitò la preghiera che aveva composto per Padre Pio:
“Umile e amato Padre Pio: insegna anche a noi, te lo chiediamo, l’umiltà di cuore, affinché possiamo essere considerati tra i piccoli del Vangelo, ai quali il Padre ha promesso di rivelare i misteri del suo Regno.
Ci aiuti a pregare senza mai stancarci, nella certezza che Dio sa di cosa abbiamo bisogno prima che glielo chiediamo. Raggiungici con uno sguardo di fede capace di riconoscere prontamente nei poveri e nei sofferenti il volto stesso di Gesù.
Ci sostenga nell’ora della lotta e della prova e, se cadiamo, ci conceda di sperimentare la gioia del sacramento del perdono. Ci trasmetta la sua tenera devozione a Maria, Madre di Gesù e Madre nostra.
Ci accompagni nel nostro pellegrinaggio terreno verso la patria felice, dove anche noi speriamo di arrivare per contemplare eternamente la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.”
Il miracolo di Matteo Pio Colella
In generale, ai fini della canonizzazione, la Chiesa cattolica ritiene necessario un secondo miracolo, dopo quello richiesto per la beatificazione: nel caso di Padre Pio, ha ritenuto miracolosa la guarigione di Matteo Pio Colella, un bambino di sette anni nato a San Giovanni Rotondo.
Il 20 gennaio 2000, mentre era a scuola, Matteo si sentì male. Fu portato a casa, ma nella serata la situazione precipitò e il padre, urologo dell’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”, lo accompagnò al pronto soccorso dello stesso ospedale, dove fu diagnosticata una meningite fulminante.
Ricoverato in rianimazione, il 21 gennaio Matteo ebbe un edema polmonare acuto e non si riusciva più a rilevare la pressione arteriosa; successivamente collassarono nove organi.
I medici emisero una prognosi infausta, non avendo mai registrato guarigioni in pazienti con più di cinque organi compromessi, secondo la casistica riportata nella letteratura medica internazionale.
In favore del bambino si sviluppò una catena di preghiere rivolte a Padre Pio, a cominciare dai genitori, devoti del frate. La madre riferì di aver avuto una visione di Padre Pio, e la stessa cosa riferì Matteo una volta uscito dal coma.
Contrariamente a qualsiasi ragionevole previsione, il bambino cominciò a migliorare, e il 25 febbraio fu dimesso. Dopo un altro mese di terapie riabilitative poté riprendere la scuola, con un successivo completo recupero psicofisico.
La Consulta medica della Congregazione delle cause dei santi, il 22 novembre 2001, dichiarò che “La guarigione, rapida, completa e duratura, senza postumi, era scientificamente inspiegabile”.
Il decreto sul presunto miracolo fu promulgato il 20 dicembre 2001 alla presenza di Papa Giovanni Paolo II, che procedette alla canonizzazione il 16 giugno 2002.
Il significato del miracolo per il rapporto tra i due santi
Il rapporto tra Padre Pio e San Giovanni Paolo II non è dovuto solo al fatto che le cerimonie di beatificazione e canonizzazione del frate cappuccino si sono svolte durante il pontificato del Papa polacco, ma anche perché nel 1948 Karol Wojtyla incontrò Padre Pio a San Giovanni Rotondo.
Prima della canonizzazione, le loro vite si erano già incontrate e incrociate. L’episodio della guarigione di Wanda Poltawska mostra il legame tra un vescovo polacco, poi Papa e Santo, e un frate destinato a sua volta alla santità.
Le lettere del 1962 documentano una richiesta concreta di preghiera, una risposta attribuita a Padre Pio e una guarigione avvenuta prima dell’intervento chirurgico. La visita di Wanda a San Giovanni Rotondo nel 1967 aggiunse alla vicenda una testimonianza personale: “adesso va bene?”.