Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, è stato per tutta la vita una figura contesa tra venerazione e sospetto: considerato dai fedeli un santo, un guaritore e un uomo segnato dalle stimmate, fu sottoposto a indagini, restrizioni e accuse anche da parte delle gerarchie cattoliche. La Chiesa lo proclamò beato nel 1999 e santo nel 2002, ma la canonizzazione non ha cancellato le domande sulle stimmate, sui presunti miracoli, sui rapporti con il fascismo, sulle accuse di comportamenti impropri e sulla gestione delle ingenti risorse raccolte intorno alla sua figura.
La definizione di Padre Pio come “imbroglione” appartiene soprattutto ai suoi detrattori e non costituisce una conclusione condivisa né sul piano storico né su quello religioso. Le accuse più dure sostennero che il frate si fosse procurato artificialmente le stimmate e avesse sfruttato la credulità popolare; i suoi difensori opposero spiegazioni alternative, sottolineando la durata eccezionale delle lesioni, la sua vita ascetica, l’attività incessante nel confessionale e l’assenza di una condanna personale per frode o corruzione.
Chi era Padre Pio
Non ha avuto una vita facile, Francesco Forgione. Nato nel 1887, il 25 maggio, era entrato come novizio dei frati minori cappuccini a sedici anni e ne aveva trentuno quando, il 20 settembre 1918, apparvero le stimmate che avrebbero segnato il suo corpo per mezzo secolo, attirandogli devozione e disprezzo incondizionati.
Padre Pio nacque col nome di Francesco Forgione nel 1887. Entrò in seminario a 16 anni e dopo essere diventato frate cappuccino - cioè di ispirazione francescana, semplificando molto - si guadagnò una notevole fama di guaritore.
Provate a immaginare, da un lato, un frate contadino, un francescano che da bambino non aveva potuto fare studi regolari perché lavorava la terra dei genitori a Pietrelcina, sulle colline del beneventano, alla fine dell’Ottocento, e già allora si sentiva in lotta con il Male, una lotta dolorosa sostenuta per decenni da una fede granitica e arcigna, per alcuni arcaica o antimoderna, stigmate e bilocazioni, guarigioni inspiegabili e precognizioni, profumo di gigli o di rose e febbre a 48 gradi, dialetto e mistero.
Tutto era cominciato in quella fine d’estate del 1918, poche settimane prima che finisse la Grande Guerra, nel convento di San Giovanni Rotondo, dov’era arrivato nel 1916 e sarebbe rimasto tutta la vita. Padre Pio si era segnato quel giorno: 20 settembre.
Le stimmate del 20 settembre 1918
Tre anni più tardi lo aveva dovuto raccontare nei dettagli agli inquisitori del Sant’Uffizio. Otto giorni di indagini e interrogatori al frate e ai confratelli, nel giugno 1921. La Messa, il tremore, la visione del Crocifisso.
«Udii questa voce: ti associo alla mia Passione…E ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava sangue».
Gli inquisitori gli chiesero tutto: le febbri a temperature letali, i dolori e le lotte notturne col diavolo, il profumo di fiori, le bilocazioni che lo facevano essere in convento, raccontava, e insieme accanto al letto di un malato, «io non so come sia, né di che natura la cosa, né molto meno ci do peso, ma mi è occorso di avere presente questa o quell’altra persona, questo luogo o quell’altro luogo; non so se la mente si sia trasportata lì o qualche rappresentazione del luogo o della persona si sia presentata a me, non so se col corpo o senza il corpo io sia stato presente…».
Le stimmate, che lo segnarono nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto.
Le prime accuse: acido fenico e autolesionismo
Le accuse più persistenti riguardarono la possibilità che Padre Pio si fosse procurato o mantenuto artificialmente le ferite delle mani. Nel 2007 Sergio Luzzatto, professore di storia moderna all’università di Torino, pubblicò il libro “Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento. La verità sul frate delle stimmate” in cui erano contenuti nuovi indizi che sembravano corroborare la tesi della frode.
Luzzatto è stato il primo storico ad avere pieno accesso ai documenti che la Chiesa raccolse negli anni su Padre Pio. Nella sua ricerca Luzzatto trovò un foglietto scritto da Padre Pio in cui lui chiedeva a una sua amica di procurargli in segreto “due o trecento grammi di acido fenico”, una sostanza in grado di tenere aperte le ferite come quelle che padre Pio aveva quasi sempre sui palmi delle mani.
Le cosiddette “stimmate” - cioè fondamentalmente dei buchi nelle mani identici a quelli che secondo i Vangeli Gesù Cristo subì sulla croce, e che fra i cattolici si associano comunemente alla santità - che insieme al suo carisma e alla sua fama di guaritore gli avevano procurato un seguito immenso.
Che Padre Pio trafficasse con acidi e sostanze chimiche, il Sant’Uffizio (l’organo della chiesa allora incaricato di indagare sui fenomeni ritenuti soprannaturali) lo sapeva fin dagli anni Venti. Due testimoni, interrogati dal vescovo di Manfredonia, uno dei più irriducibili critici di Padre Pio, riferirono che in passato Padre Pio aveva fatto richiesta di simili sostanze, spesso chiedendo esplicitamente che la loro consegna fosse nascosta ai confratelli che abitavano con lui.
Questi indizi emersero durante le prime indagini che furono ordinate dalla gerarchia vaticana non appena Padre Pio iniziò a diventare famoso come guaritore, negli ultimi anni della Prima guerra mondiale; un periodo in cui a causa della guerra e dell’epidemia di influenza spagnola la fede cattolica aveva avuto un’improvvisa rinascita.
Alcune ispezioni compiute nel 1920 furono particolarmente severe: Padre Pio venne interrogato più volte dagli inviati del Sant’Uffizio proprio a proposito dell’acido fenico. Pio spiegò che aveva ordinato le sostanze chimiche per disinfettare alcune siringhe e per fare scherzi agli altri frati.
Una delle sostanze che aveva ordinato poteva in effetti causare degli starnuti, e come hanno fatto notare alcuni critici del libro di Luzzatto un altro frate del convento di San Giovanni Rotondo raccontò agli inquisitori che una volta Padre Pio aveva usato la sostanza proprio per quello scopo.
Ma le spiegazioni non convinsero gli inquisitori inviati da Roma e papa Pio XI ordinò che il frate venisse sospeso dal servizio.
Pure gli inquisitori avevano chiesto al frate della boccetta di acido fenico che si era procurato in farmacia, gli stessi dubbi che lo storico Sergio Luzzatto avrebbe riproposto nella sua biografia del 2007.
Ma già allora il frate aveva spiegato che l’acido in convento era usato per disinfettare le siringhe, erano i mesi in cui l’influenza spagnola faceva strage, e del resto anche ai sospetti degli scettici sono state opposte obiezioni, a cominciare dal fatto che né l’acido fenico né la polvere veratrina avrebbero potuto procurare quel tipo di lesioni, durate cinquant’anni.
Le accuse di Gemelli: «autolesionista, imbroglione, psicopatico»
Un’autorità come padre Agostino Gemelli, frate minore francescano e medico, che nel 1921 aveva fondato l’università Cattolica e l’anno prima era andato un giorno ad incontrare padre Pio, arrivò a scrivere al Sant’Uffizio che si trattava di «uno psicopatico ignorante che induce in automutilazione e si procura artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente».
Padre Gemelli, il fondatore dell’Università cattolica di Milano, in una relazione dopo una sua visita di ispezione lo definì “autolesionista, imbroglione, psicopatico”.
Nel libro dedicato a Padre Pio, Mario Guarino accumula così un’impressionante mole di notizie che rendono il frate delle stimmate un personaggio terreno, assolutamente terreno nei suoi comportamenti, tale da rendere veramente discutibile la sua beatificazione anche da un punto di vista fideista: dalle finte malattie per evitare il trasferimento in un convento sgradito alle raccomandazioni per evitare il servizio militare.
Nel racconto l’abilità dimostrata nello sfuggire a ogni verifica scientifica delle fantomatiche stimmate riconduce, inoppugnabilmente, la vita di padre Pio a quella di un comune mortale, con i suoi vizî (tanti) e le sue virtù (discutibili).
La formula «falso mistico» e l’accusa di frode non furono quindi invenzioni recenti: accompagnarono il frate già durante la sua vita, quando il fenomeno delle stimmate e il crescente afflusso dei fedeli suscitarono l’intervento delle autorità ecclesiastiche.
Le lettere copiate da Gemma Galgani
Dal libro “Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento” di Sergio Luzzatto, nel blog di don Franco Barbero, Antonio Vigilante estrae tre episodi della vita di questo frate molto significativi.
Dopo essere stato ordinato sacerdote, il giovane fra’ Pio passa quasi tutto il tempo nella sua casa di Pietrelcina, perché malanni non meglio precisati gli rendono impossibile la vita in convento. E da casa sua scrive lettere ai suoi direttori spirituali, fra’ Benedetto e padre Agostino, entrambi di San Marco in Lamis.
Lettere nelle quali descrive con trasporto il suo travaglio spirituale, le sue estasi, il suo rapporto personale con Cristo. Ma le lettere sono copiate, per la precisione riprese parola per parola dell’epistolario di Gemma Galgani, una donna di Lucca che aveva ricevuto le stimmate nel 1899, e il cui libro era tra le letture del giovane frate.
Per i critici, questo episodio suggerirebbe una costruzione letteraria della propria esperienza mistica; per i sostenitori, la somiglianza potrebbe invece essere ricondotta al linguaggio spirituale del tempo e alle letture religiose che avevano formato il giovane cappuccino.
Le cinque inchieste del Sant’Uffizio
Per cinque volte Padre Pio venne messo sotto inchiesta dal Sant’Uffizio. Subì perquisizioni, interrogatori, intercettazioni, restrizioni e divieti di celebrare messa in pubblico.
Il Vaticano inviò ispettori e condusse indagini diverse volte nel corso della vita di Padre Pio. E spesso i risultati furono poco favorevoli al frate di San Giovanni Rotondo.
Padre Pio si trovava al centro non solo del clamore suscitato involontariamente nelle folle da quell'evento prodigioso accaduto sul suo corpo, ma anche di aspri contrasti e polemiche riguardanti la sua stessa personalità di religioso.
Messa in discussione, perfino con calunnie, soprattutto da una parte del clero della zona che faceva capo alla diocesi di Manfredonia, dove un vescovo poco benevolo nei suoi riguardi lo metteva in luce sfavorevole presso la Santa Sede.
D'altra parte i sostenitori di Padre Pio non usavano mezze misure per difenderlo, ritorcendo le accuse infamanti sui suoi avversari con dossier esplosivi.
«Un falso mistico, una colossale truffa», tuonava ancora nel 1961 il domenicano francese Paul-Pierre Philippe, poi vescovo e cardinale, inviato da Papa Roncalli a interrogare il vecchio frate settantaquattrenne, «un disgraziato sacerdote che approfitta della sua reputazione di santo per ingannare le sue vittime», fino a scrivere nella relazione al Sant’Uffizio che si trattava della «più colossale truffa nella storia della Chiesa».
La restrizione del 1931 e la liberazione del 1933
La Santa Sede cominciò ad emanare provvedimenti su Padre Pio, dapprima solo giudicando non di natura soprannaturale ciò che gli era accaduto, e in più riprese sconsigliando di andare da lui.
Poi nel 1931, isolandolo all’interno della clausura del convento, con il vietargli le confessioni, la celebrazione della messa in pubblico, la corrispondenza cui era solito e i contatti abituali con i fedeli.
Una prigionia di fatto, durante la quale Padre Pio celebrava Messa in una cappellina interna e s'intratteneva solo con i confratelli e con qualche visitatore amico.
Ci furono anche momenti di autentica sommossa quando si sparse la voce che Padre Pio stava per essere trasferito, e il convento fu assalito, con grave rischio di chi era stato indicato come esecutore dell'ordine di trasferimento.
Vera o falsa che fosse la notizia di quell'ordine, fu istituita, dai sangiovannesi, una sorveglianza a turni, giorno e notte, sul convento.
La clausura esasperata durò circa due anni. Finalmente, nel giugno del 1933, giunse per Padre Pio il permesso di poter riprendere a celebrare la messa in pubblico e confessare.
Se non ricredutosi del tutto sul suo conto, per lo meno il Sant’Uffizio aveva ritenuto fuori discussione la personalità di religioso di Padre Pio, e questo era importante.
Così dopo la bufera, Padre Pio riprese i contatti pubblici con i fedeli e poté dirigere con più tranquillità le anime, pur non potendo dedicarsi come prima a una corrispondenza vera e propria, perché il divieto permaneva.
| Anno | Evento |
|---|---|
| 1918 | Comparsa delle stimmate |
| 1921 | Indagini e interrogatori del Sant’Uffizio |
| 1931 | Restrizioni, clausura e divieto di confessioni e messe pubbliche |
| 1933 | Ripresa della celebrazione della messa in pubblico e delle confessioni |
| 1968 | Morte di Padre Pio |
| 1999 | Beatificazione |
| 2002 | Canonizzazione |
Il rapporto con i fedeli e la fama di santità
I fedeli avevano cominciato ad affluire nel Gargano, attirati dalla fama di santità. Le gerarchie osservavano con sospetto.
Ma i suoi figli spirituali s'andavano moltiplicando, un po' in tutte le regioni, e ce n'erano di quelli che venivano assiduamente da lui trascorrendo qualche giorno, e anche intere settimane a San Giovanni Rotondo.
Dove tutto, in quegli anni, era semplice e genuino, per nulla toccato dal cosiddetto progresso. Un paese che conservava un tenore di vita antico, con usanze, tradizioni, caratteristiche originarie; e offriva ai forestieri, nelle proprie case, un'ospitalità fraterna e schietta.
Non c'era nulla, allora, tra il convento e il paese: nessun abitato, e la strada era poco più che una mulattiera, faticosa e in saliscendi che bisognava percorrere a piedi, praticata com'era solo dai carretti che trasportavano ghiaia e sabbia prelevata dalle cave dietro al convento e dai carri coperti, tirati dai cavalli che venivano a volte dal circondario.
Rarissime, autentici avvenimenti, le automobili che affrontavano le scoscesità della strada con qualche visitatore illustre.
In tutto questo tempo, il frate di Pietrelcina ha continuato a dormire pochissimo, svegliarsi nel cuore della notte per pregare e prepararsi alla Messa prima dell’alba, passare fino a sedici ore al giorno a confessare i fedeli.
Papa Francesco lo ha definito un «apostolo del confessionale».
Padre Pio non era un confessore facile, «sciagurato, tu vai all’inferno!, ma la gente restava in coda dalla notte.
Per i suoi molti sostenitori, Padre Pio fu sempre perseguitato ingiustamente.
Le accuse di rapporti impropri con le fedeli
Avevano pure forato le pareti delle stanze dove Padre Pio riceveva la gente per piazzare dei microfoni e registrare «il rumore di baci», accusandolo di «atti carnali» con le fedeli.
Il vecchio frate si era dovuto difendere: «Non ho mai baciato una donna in vita mia, anzi dico davanti al Signore che neppure davo baci alla mamma».
Proprio alcuni di questi fedeli, un gruppo di quattro donne che erano tra i suoi più stretti collaboratori, divennero la causa di un altro scandalo fra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Padre Pio venne registrato di nascosto mentre parlava con alcune di loro e dalla registrazione sembrò che scambiasse con loro delle effusioni sessuali.
Il caso fu riferito a papa Giovanni XXIII, che aveva già sentito diverse critiche nei confronti del sacerdote e che da sempre era scettico sulla sua figura.
Papa Giovanni temeva «un immenso inganno», un «disastro di anime», come annotava nei diari del 1960.
Il papa definì Padre Pio “un idolo di stoppa” e in un appunto preso nel 1960 scrisse che i dubbi attorno alla sua figura facevano pensare a «un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente».
Il caso specifico, però, si sgonfiò presto. I difensori di Padre Pio spiegarono che quei suoni non erano altro che il rumore di un energico baciamano da parte delle fedeli.
Il sacerdote, dissero, aveva oramai 75 anni e difficilmente si sarebbe potuto impegnare in “altre attività”.
Giovanni XXIII continuò a restare scettico nei confronti del frate, ma non portò avanti altre punizioni o indagini nei suoi confronti.
Il suo successore, Paolo VI, gli fu invece molto più favorevole, mentre Giovanni Paolo I, diventato papa dieci anni dopo la morte del frate, fu in qualche misura più freddo nei confronti del suo culto.
Padre Pio e il fascismo
I rapporti di Padre Pio con il fascismo sono un altro punto controverso della sua carriera.
Secondo i suoi sostenitori, non fu mai un “complice” più di quanto lo fosse il resto della Chiesa, e in alcune occasioni fu critico verso il regime.
Secondo altri, pur non essendo un vero fascista, strinse accordi soprattutto con i dirigenti del partito fascista locale.
Di certo c’è che le prime due biografie sul frate vennero stampate dalla casa editrice ufficiale del partito fascista.
Il 15 agosto 1920, a San Giovanni Rotondo, un’automobile esce dal convento dei cappuccini per giungere nella piazza principale del paese. A bordo padre Pio, acclamato dalla folla.
Giunto in piazza, il frate benedice la bandiera dei reduci, che nella zona hanno organizzato le prime squadre fasciste.
Due mesi dopo, in quella stessa piazza, undici contadini socialisti saranno massacrati dai soldati.
All’indomani dell’eccidio, il frate accoglierà con grande cordialità nel suo convento Giuseppe Caradonna, figura di primo piano del nascente fascismo in Capitanata.
Nel libro dedicato a Padre Pio viene inoltre ricordata una strage avvenuta nel 1920 a San Giovanni Rotondo, che causò addirittura 14 morti e un centinaio di feriti, e causata da un gruppo di “Arditi di Cristo” dell’entourage del frate per protestare contro la legittima vittoria nelle elezioni comunali del partito socialista.
Di particolare interesse, inoltre, le pagine dedicate alla c.d. “Operazione Candelabri” per impedire il trasferimento del frate: il podestà fascista e un avventuriero suoi sodali fecero stampare all’estero un libello diffamatorio nei confronti delle gerarchie vaticane.
Il ricatto andò a segno e padre Pio poté tornare alle sue normali attività.
Le diverse posizioni dei papi
Pio XI e Giovanni XXIII lo consideravano con sospetto, diciamo così.
La sospensione fu ritirata nel 1933 e quando nel 1939 diventò papa Pio XII, il culto di Padre Pio venne per la prima volta apprezzato e incoraggiato dal Vaticano.
Negli anni del fascismo la sua fama crebbe ulteriormente. Maria José di Savoia, moglie dell’erede al trono Umberto, si fece fotografare con lui nel 1938, e in quegli anni Padre Pio fu visitato da molti altri personaggi importanti come re e gerarchi fascisti.
Pochi anni dopo la morte del frate, Paolo VI si interrogava sulla fama di padre Pio con parole che erano già un riconoscimento: «Ma perché? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore».
In altre parole, le fortune di Padre Pio in Vaticano sembravano seguire l’inclinazione dei papi.
Quelli più aperti e modernisti considerarono quasi sempre il frate come una specie di “idolo”, nel migliore dei casi, o come un truffatore, nel peggiore.
I papi più legati alla religione popolare e carismatica videro in lui e nel suo culto un modo per diffondere il messaggio della Chiesa.
La Casa Sollievo della Sofferenza e le questioni finanziarie
Dopo la guerra, Padre Pio iniziò la costruzione della Casa sollievo della sofferenza, quello che nel giro di pochi anni sarebbe diventato l’ospedale più grande di tutto il sud Italia: ne era l’unico azionista e per dispensa papale unico proprietario della struttura e delle migliaia di donazioni che riceveva.
Nel 1956 fu inaugurata la Casa Sollievo della sofferenza, l’ospedale voluto da Padre Pio.
L’ospedale e le fortune di Padre Pio finirono coinvolte in casi di truffa e altre operazioni poco trasparenti, ma Padre Pio in persona non fu accusato di essere corrotto.
Nel 1957, una truffa miliardaria fu rifilata dal solito “buon finanziere cattolico” ai cappuccini di San Giovanni Rotondo.
Frati legati al voto di povertà che, abbagliati dalla promessa di lucrosi tassi d’interesse nell’ordine del 70 per cento, vengono raggirati senza che i tanto millantati poteri soprannaturali fossero di alcun aiuto al futuro santo al fine di scongiurare l’imbroglio.
Gli ultimi due capitoli del libro di Mario Guarino sono dedicati al business legato al cappuccino.
L’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”, fondato dal frate, dopo le sue disavventure finanziarie nel corso degli anni Settanta che costrinsero il Vaticano a intervenire, è ora una struttura di potere politico che incassa, annualmente, diversi miliardi dallo Stato e dalla Regione Puglia, diversi dei quali girati (come provvigione?) al Vaticano stesso.
La magistratura ha avviato delle indagini sulla vicenda.
Quanto al convento, si narra degli otto miliardi affidati dai fedeli per costruire una nuova chiesa e svaniti nelle mani dell’ennesimo “buon finanziere cattolico”, delle concessioni edilizie concessegli in deroga al Piano Regolatore, nonché del business legato a souvenir e gadget varî.
Un mercato, del resto, fiorito molti anni prima, vivo il padre, con il mercimonio - invero “pulp” - delle pezzuole di stoffa usate per tamponare le sue stimmate insanguinate.
Padre Pio in persona non fu accusato di essere corrotto, e nonostante fosse un uomo molto ricco continuò a vivere nella cella del convento di San Giovanni Rotondo, circondato dalla cerchia di fedeli che lo seguiva oramai da decenni.
La canonizzazione e il riconoscimento dei miracoli
Quando Giovanni Paolo II lo proclamò beato, il 2 maggio 1999, ricordò «le prove che dovette sopportare in conseguenza, si direbbe, dei suoi singolari carismi: nella storia della santità talvolta accade che l’eletto, per una speciale permissione di Dio, sia oggetto di incomprensioni».
Di più Wojtyla non poteva dire, agli oltre trecentomila fedeli che riempivano piazza San Pietro, via della Conciliazione e pure piazza San Giovanni in Laterano, anche perché molte delle «incomprensioni» erano state dei predecessori.
Karol Wojtyla non aveva mai avuto dubbi. Era un giovane prete che studiava a Roma, quando nel 1947 era andato a San Giovanni Rotondo e si era confessato da Padre Pio.
Ne era nata la leggenda, più volte smentita da Giovanni Paolo II, che il frate gli avesse predetto l’elezione a Papa e l’attentato di Ali Agca, «non è vero niente».
Ma non era questo il punto, per Wojtyla. È curioso come la fama dei prodigi, più che dai fedeli, sia stata talvolta enfatizzata dai detrattori, per deriderla, o magari alimentata da chi sfruttava l’immagine del frate per business da rotocalco o battaglie ideologiche.
Perché l’essenziale stava altrove, come diceva Giovanni Paolo II nel giorno della beatificazione, attingendo alla propria esperienza personale: «Chi si recava a san Giovanni Rotondo per partecipare alla sua Messa, per chiedergli consiglio o confessarsi, scorgeva in lui un'immagine viva del Cristo sofferente e risorto».
Tre anni più tardi, il 16 giugno 2002, fu lo stesso Wojtyla a proclamarlo santo.
In piazza c’era anche Matteo Pio, un bambino di nove anni che due anni prima era arrivato in condizioni disperate alla Casa Sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo, poche ore di vita come diagnosi dei medici, meningite fulminante, arresto cardiaco, complicanze in nove organi che dopo qualche giorno riprendono a funzionare finché il bimbo si sveglia e dice «voglio il gelato».
La guarigione inspiegabile, riconosciuta dalla Chiesa come miracolo per intercessione del beato, ha portato alla canonizzazione.
Per il popolo dei fedeli era santo da decenni.
La morte e l’interpretazione ecclesiale
Padre Pio morì di morte naturale il 23 settembre 1968: aveva 81 anni.
Il luogo dove padre Pio morì il 23 settembre 1968 era la cella numero 1 del convento dei Cappuccini, un cubicolo intonacato di bianco largo quanto il lettuccio di metallo contro la parete di fondo, una Madonna con Bambino sopra la testiera, un lavello di smalto, un tavolino di legno, una sedia.
Il primo Papa ad andare a San Giovanni Rotondo, nel 2009, era stato Benedetto XVI. Bisognava vederlo, Joseph Ratzinger, un gigante della teologia del Novecento, lo studioso che ha scritto «Introduzione al cristianesimo», mentre restava a pregare in silenzio nella cella numero 1 del convento dei Cappuccini.
Quel giorno, Benedetto XVI parlò del Getsemani e della Passione: «Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è uno di loro.
Un uomo semplice, di origini umili, “afferrato da Cristo” - come scrive di sé l’apostolo Paolo - per farne uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce: potere di amore per le anime, di perdono e di riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà fattiva con i sofferenti.
Autentico seguace di san Francesco d’Assisi, fece propria, come il Poverello, l’esperienza dell’apostolo Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me».
Il giudizio di papa Francesco
L’atteggiamento di Papa Francesco è ancora abbastanza ambiguo ma tendenzialmente positivo, come scrivono gli stessi giornalisti che si occupano di cose vaticane.
Francesco appartiene ai Gesuiti, un ordine della chiesa cattolica in genere considerato piuttosto “cerebrale” e ostile ai fenomeni popolari e carismatici.
Prima della canonizzazione nel 2002, Francesco conosceva poco la figura di Padre Pio.
Quando ritornò in Argentina, dove era arcivescovo di Buenos Aires, scoprì la diffusione del culto di Padre Pio nella sua città e mandò a Roma due inviati ad indagare sulla storia del frate.
Dai racconti dei testimoni, raccolti nel libro “Il segno di padre Pio” del vaticanista di Panorama Ignazio Ingrao, sembra che Francesco fosse interessato in particolare agli aspetti tecnici e amministrativi del culto.
Francesco invitò in Argentina i capi dei gruppi di preghiera dedicati a Padre Pio: uno di loro ricorda che «la prima cosa che ci chiese era la forma giuridica dei gruppi di preghiera».
Francesco si informò anche sullo scopo di questi gruppi e sulle loro finanze.
Ma quando è arrivato in Italia, dove la popolarità di San Pio non ha rivali tra i santi, il suo atteggiamento è cambiato.
Ha incontrato i gruppi di preghiera legati al santo, ne ha benedetto le statue.
Come hanno scritto gli esperti, ha trasformato il frate considerato un potenziale scandalo da diversi suoi predecessori in un simbolo da utilizzare durante il Giubileo straordinario.
La santità religiosa e il problema del “fenomeno Padre Pio”
Il chiasso mediatico del viaggio turistico della salma di Padre Pio dalla cripta dorata di San Giovanni Rotondo alla piazza domata di San Pietro in Roma non può zittire tutti gli interrogativi sulla storia del cappuccino di Pietralcina.
Le migliaia di flash che illuminano la bara del “santo” non riescono a diradare la nebbia che avvolge il personaggio.
E tra le opposte sponde della venerazione e del biasimo, delle lacrime di commozione e dei gesti di rigetto sorge imperioso il bisogno di sapere, di vederci chiaro, e soprattutto di distinguere.
In occasione della canonizzazione di Padre Pio, decisamente voluta e pomposamente celebrata da papa Giovanni Paolo II il 16 Giugno del 2002, Giancarlo Zizola ebbe a dichiarare: “Se restano delle domande sul fenomeno di Padre Pio, tanto più inquietanti quanto più imponente è la massa che lo acclama santo in San Pietro, esse non riguardano affatto la sua santità, per quanto connotata da forme religiose primitive e fortemente antimoderne”.
A noi sembra, invece, di dover affermare che il “fenomeno” pone delle domande sul fatto stesso della sua “santità”.
Una santità, sia chiaro, non intesa secondo i canoni della religiosità popolare o, peggio, secondo le straordinarie capacità divinatorie; ma una santità che porti i connotati di colui che, per noi cristiani, è l’“Unico Santo”: Gesù di Nazareth.
A noi non risulta che questo Gesù abbia passato la sua vita rinchiuso in un confessionale, tra peccati e assoluzioni, così come ha fatto padre Pio.
Né ci risulta che padre Pio abbia percorso, come Gesù, le strade polverose della sua Puglia accogliendo i piccoli e denunciando i poteri.
Lasciamo agli specialisti l’analisi sociopsicologica sul rapporto tra questo frate e la massa di devoti che lo adorano al limite del feticismo.
A noi non resta che denunciare il fenomeno: un minestrone tossico di superstizione, di fanatismo, di miracolismo.
E in più: l’esteriorità dei riti, la rinuncia al pensiero, l’affarismo, la furbizia, l’abuso della credulità popolare.
E ci interroghiamo su una Chiesa tutta ripiegata nella gestione affaristica del fenomeno, convinti, con il compianto Giancarlo Zizola, che tutto ciò non fa bene alla crescita della fede e alla maturazione dei fedeli.
“Dubito - scriveva su Rocca del luglio 2002 - che la fede abbia qualcosa da guadagnare da questo genere di sfruttamento del mito messo in scena”.
Vi è una visibilità della religione che oscura il volto del Dio di Gesù Cristo, con le maschere di un Dio falso e perfino perverso, troppo simile alle figure degli idoli delle religioni naturalistiche.
Per chi sente coabitare sotto lo stesso tetto della coscienza il credente e il non credente, è legittimo, e anzi necessario dichiararsi ateo di quella specie di falso dio.
La questione, dunque, non si esaurisce nella domanda “Padre Pio era un imbroglione?”. Le fonti ricordano accuse documentate, sospetti ecclesiastici, episodi controversi e interpretazioni radicalmente ostili, ma anche spiegazioni difensive, riconoscimenti papali, una lunga attività pastorale e il processo canonico che ha condotto alla proclamazione della sua santità.

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