San Pietro Favre, sacerdote gesuita e primo compagno di sant’Ignazio

San Pietro Favre fu un sacerdote gesuita, primo dei membri della Compagnia di Gesù, uomo di profonda vita interiore e grande maestro del discernimento spirituale e dell’autentico dialogo ecumenico. Affrontò onerosi compiti in diverse parti d’Europa e morì a Roma mentre partiva per il Concilio di Trento.

Pierre Favre nacque il 13 aprile 1506 a Villaret, frazione di Saint-Jean-de-Sixt, nel ducato di Savoia, e morì a Roma il 1° agosto 1547. Fu beatificato da papa Pio IX il 5 settembre 1872 e canonizzato da papa Francesco il 17 dicembre 2013 con canonizzazione equipollente; la sua memoria liturgica ricorre il 1° agosto.

Origini familiari e formazione

Pierre Favre nacque a Le Villaret, nel ducato di Savoia, allora appartenente alla diocesi di Ginevra, il 13 aprile 1506, da famiglia di contadini benestanti. Dalla famiglia, e dalla madre in particolare, apprese una fede profonda e pure uno spirito missionario che iniziò a mostrare fin dagli anni della fanciullezza.

Nacque il 13 aprile 1506 a Villaret, frazione di Saint-Jean-de-Sixt, nel ducato di Savoia, da Louis e Marie Périssin. Famiglia di modesti agricoltori, i Favre avevano destinato il figlio alla vita rurale e alla cura del piccolo patrimonio terriero familiare ma, su consiglio dello zio Mamert Favre, priore della certosa del Reposoir, decisero di secondare il vivo desiderio di studiare che il F. manifestò precocemente.

Il desiderio di studiare lo portò a iniziare a frequentare la scuola, all’età di 10 anni, prima a Thônes e poi a La Roche, presso il pio maestro Velliard. Dopo la scuola elementare di Thônes, frequentò per otto anni la scuola di latino fondata dall’umanista P. Veillard a La Roche; nel 1525, per interessamento del cugino Claudio Périssin, nuovo priore del Reposoir, si iscrisse come pensionante a pagamento nel collegio universitario di S. Barbara a Parigi.

A 19 anni si trasferì a Parigi per frequentare i corsi di filosofia e di teologia e prese alloggio nel collegio di Santa Barbara, dove condivise la stanza con san Francesco Saverio, al quale si aggiunse sant’Ignazio di Loyola. Nel collegio, uno dei più noti della città, il Favre si formò nel clima ricco di fermenti umanistici e religiosi che vi regnava grazie alla presenza di intellettuali quali J.-L. Estrebay, G. Buchanan, J. Gélida e J. Fernel.

Si orientò principalmente verso studi letterari e filosofici, sotto la guida di Juan de la Peña, professore di logica nella facoltà delle arti, rimanendo influenzato dal pensiero occarnista e, soprattutto, dalle dottrine di G. Biel sul primato della volontà e dell’esperienza; presumibilmente lesse le opere di Erasmo da Rotterdam, diffuse nel collegio. Nel 1529 conseguì il baccellierato e la licenza in filosofia.

Al S. Barbara il Favre ebbe come compagno di studi e amico Francesco Saverio e nel 1529 vi conobbe Ignazio di Loyola. Tra il Favre e quest'ultimo si instaurò un saldo legame intellettuale e personale, basato sulla condivisione quotidiana delle esperienze universitarie e religiose, spartendo, ricorderà il Favre, il "vitto, la stanza e la borsa" (Memoriale, Fabri Monumenta p. 493); il Favre divenne così uno dei primi compagni del Loyola.

La vocazione sacerdotale e l’incontro con Ignazio

Deciso a prendere i voti sacerdotali, nell’inverno 1533-1534 eseguì gli esercizi spirituali sotto la direzione dello stesso Loyola e fu incaricato di seguire quelli di numerosi studenti, fra i quali D. Lainez e A. Salmerón, ben presto conquistati, con S. Rodrigues e N. Bobadilla, al messaggio ignaziano.

Mentre seguiva i corsi alla facoltà di teologia dell'università di Parigi per prepararsi all'ordinazione sacerdotale, il Favre iniziò un'intensa vita in comune, di preghiera e di studio, con quel piccolo gruppo di compagni. Desiderosi di ampliare i propri orizzonti intellettuali e religiosi, essi frequentarono il convento dei domenicani di S. Giacomo e il collegio di Navarra, dove insegnavano illustri professori (M. Ory, T. Laurency, J. Benoît, F. Picart e J. Adam), e soprattutto le lezioni del dotto francescano Pierre de Cornet.

Per il Favre l'esperienza più incisiva di quegli anni fu comunque rappresentata dall'incontro con il pensiero mistico, principalmente della tradizione renano-fiamminga, avvenuto attraverso la frequentazione della certosa di Vauvert, famoso centro di conservazione e di divulgazione di testi mistici. La cultura mistica costitui infatti un punto di riferimento fondamentale nell'elaborazione del pensiero del Favre, che ad essa attinse idee centrali nella sua riflessione religiosa, quali la necessità di un "ritorno al cuore" come luogo di azione dello Spirito e dell'unione con Dio e di un costante sforzo per realizzare tale unione, fonte della vera riforma; anche gli esercizi spirituali furono concepiti dal Favre in una prospettiva nettamente mistica.

Si mostrò comunque critico verso posizioni che si allontanavano da espressioni e pratiche tradizionalmente accettate dalla Chiesa. L'interesse verso il pensiero mistico fu coltivato dal Favre con letture e tranute costanti rapporti con le certose delle città dove si recava (Magonza, Treviri, Lovanio, Colonia), centri attivi di quella cultura.

La formazione universitaria del Favre si concluse nel 1536 con il conseguimento del titolo di magister artium nella facoltà delle arti. Due anni prima era stato ordinato sacerdote dall’arcivescovo di Parigi, il cardinale Jean du Bellay.

Il primo sacerdote della Compagnia di Gesù

Nel 1533 trascorse alcuni mesi in famiglia e al ritorno si fece ordinare sacerdote, il 30 maggio 1534. Il 22 luglio 1534 Pietro celebra la prima Messa, e il 15 agosto successivo è ancora lui a salire l’altare, nella chiesa di Santa Maria a Montmartre, quando sette giovani con alla testa Ignazio pronunciano i voti di povertà, castità e obbedienza, finalizzati al totale impegno missionario.

Il 15 agosto 1534, come unico prete del gruppo, aveva consacrato nella cappella dei Ss. Martiri a Montmartre il primo voto dei futuri fondatori della Compagnia di Gesù (Loyola, Bobadilla, Salmerón, Saverio e Lainez): essi si impegnarono a recarsi, entro un anno, in pellegrinaggio a Gerusalemme e ad assistere i poveri e i pellegrini, vivendo in povertà e castità, o, se non avessero potuto restare in Terrasanta, a porsi agli ordini del papa.

Il 15 agosto dello stesso anno a Montmartre emise i voti religiosi e quello di obbedire al Papa e accolse quelli dei primi sette compagni di sant’Ignazio. Nasce in quel momento la Compagnia di Gesù, con cinque spagnoli (Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Giovanni Laínez, Alfonso Salmerón e Nicola Bobadilla), più il portoghese Simon Rodriguez de Azevedo, e Pietro Favre della Savoia.

Partito il Loyola per la Spagna per raccogliere fondi per il viaggio, il Favre era divenuto il capo del gruppo che, grazie alla sua predicazione fra gli studenti, si accrebbe con C. Jay, P. Broët e G. Codure; seguì negli esercizi spirituali, fra gli altri, l’umanista inglese John Helyar, autore di una serie di note che costituiscono la più antica redazione degli esercizi.

Da Montmartre a Roma

Il 3 ottobre 1536 ottenne il diploma di Magister artium e il 15 novembre partì con i compagni per Venezia, da dove si recarono a Roma per chiedere al Papa la facoltà di recarsi a Gerusalemme. Alla fine del 1536 i compagni si riunirono al Loyola a Venezia e, aspettando di imbarcarsi per l’Oriente, si dedicarono alla cura degli ammalati negli ospedali e ad altri uffici religiosi e sociali.

Non essendo possibile l’andata in Terrasanta, i sette vanno a mettersi a disposizione del papa Paolo III Farnese in Roma: pronti per ogni servizio alla Chiesa, a qualsiasi livello. Costretti a rinviare il viaggio a Gerusalemme a causa della critica situazione politica esistente tra Venezia e i Turchi, i compagni decisero di stabilirsi nelle città universitarie dell’Italia settentrionale e centrale per svolgere opera di apostolato e di assistenza.

Il Favre, il Lainez e il Loyola furono invece chiamati a Roma dal papa che, intenzionato a ristrutturare l'università pontificia "La Sapienza" dopo il sacco del 1527, nominò i primi due professori di teologia, mentre al Loyola fu data la possibilità di diffondere gli esercizi spirituali.

Il Favre insegnò teologia positiva fino al 1539; nel contempo, partecipò alle vicende della Compagnia prima dei suo riconoscimento ufficiale da parte di Paolo III. Per autorizzazione del vicario del papa, il Favre e i suoi confratelli poterono predicare nelle chiese cittadine e amministrare i sacramenti in attesa di partire per Gerusalemme; le loro prediche videro un grande concorso di fedeli.

L'attività dei compagni fu però turbata dalle accuse di eresia e di criptoluteranesimo rivolte loro dai potenti seguaci del frate agostiniano Agostino Mainardi (presto passato alla Riforma), perché avevano attaccato come luterana la sua predicazione quaresimale, essi furono assolti dopo un regolare processo.

La Compagnia di Gesù e l’obbedienza al Papa

Nel 1539 il gruppo decise di costituirsi in Ordine religioso, denominato Compagnia di Gesù; il Favre stilò gli atti sommari delle lunghe riunioni tenute per definire l’ordinamento della Compagnia e l’atto di obbedienza al Loyola, sottoscritto dagli altri compagni.

Il 15 agosto 1534 a Montmartre emise i voti religiosi e quello di obbedire al Papa e accolse quelli dei primi sette compagni di sant’Ignazio. La guerra tra turchi e veneziani si mette di mezzo a impedire il pellegrinaggio, e allora quel primo nucleo del futuro Ordine si reca da Paolo III.

Gli incarichi che il Papa affida sono diversi. La sua è una vita faticosissima: Pietro Favre non si fa sconti nelle fatiche, nelle penitenze, nella povertà autentica.

La principale qualità del beato Pietro Favre fu la pronta obbedienza «ad exeundum de terra», cioè a partire dalla propria terra, e ad andare dove lo chiamava il Sommo Pontefice. Questa obbedienza orientò il suo apostolato, alimentato da un mirabile insieme di virtù.

Il ministero a Parma

Il primo incarico affidato al Favre, nel 1539, fu la riforma dei territori di Parma e Piacenza, per richiesta del cardinale Ennio Filonardi, legato di Parma. Coadiuvato dal Lainez, il Favre svolse un'intensa opera di evangelizzazione a Parma (non si recò mai a Piacenza).

Fu prima a Parma, ducato di Pierluigi Farnese, impegnato nella predicazione, nell’assistenza ai poveri e ai malati, nella direzione spirituale e nel dare gli esercizi spirituali, attività nella quale si distinguerà per la notevole capacità di attrazione verso le persone di ogni ceto.

La sua attività ottenne "bon frutto", secondo le dichiarazioni degli Anziani della città al loro oratore a Roma Federigo Del Prato (Tacchi Venturi, Storia della Compagnia di Gesù, I, 2, pp. 194 s.): la pratica degli esercizi ebbe larga diffusione sia fra i religiosi sia fra i laici e, in particolare, fra le gentildonne e diverse persone entrarono nella Compagnia (tra gli altri G. Doménech, P. d’Achille, E. Ugolati).

È molto probabile che il Favre abbia esercitato la propria influenza sulla Congregazione della Carità, orientandone l'attività forse anche con delle regole. Certo egli fu l'ispiratore - anche se non il fondatore, come vogliono molti suoi biografi e la stessa lapide dell'oratorio - della Compagnia del Ss. Nome di Gesù istituita ufficialmente nel 1543 dai cosiddetti preti contemplativi o contemplanti per opere assistenziali.

A Parma fondò la confraternita sacerdotale del nome di Gesù, dandole un chiaro ordine di vita. Alla "Soliditas Parmensis" il Favre destinò lo scritto Ordine et aiuto di perseverare nella vera vita christiana et spirituale (Parma 1540, in Fabri Monumenta, pp. 39-44), contenente una serie di direttive per l'attuazione quotidiana dei principî degli esercizi spirituali.

Missioni in Germania e confronto con la Riforma

Nel settembre del 1540, dopo un primo ordine di recarsi in Spagna, il Papa, su richiesta di Carlo V, lo inviò in Germania come assistente dell’ambasciatore imperiale Ortiz ai colloqui di religione a Worms e l’anno successivo alla dieta imperiale di Ratisbona, impegnandosi sempre a dare esercizi spirituali ai componenti della delegazione imperiale e ad altri sacerdoti.

Nel 1540 il Favre fu raggiunto dall'ordine di partecipare ai colloqui di Worms. Da quel momento fu la Germania a costituire il centro dei suoi interessi e delle sue preoccupazioni: con il viaggio a Worms egli prese infatti coscienza della frattura che si era verificata nella cristianità con la Riforma e decise di dedicare ogni sua cura per sanarla.

Primo gesuita a entrare in Germania, il Favre giunse a Worms al seguito di Pedro de Ortiz, oratore imperiale e consigliere di N. de Granvelle, presidente dei colloqui per la parte cattolica. Contrariamente alle sue speranze, per ordine del Granvelle il Favre non poté intraprendere alcuna iniziativa autonoma di dialogo con i protestanti, pur essendo la sua richiesta caldeggiata dai consiglieri del presidente, fiduciosi nelle sue capacità di mediazione; la proibizione gli risultò particolarmente gravosa nei confronti di Melantone, di cui stimava i tentativi di conciliazione.

Per analoghi motivi di opportunità politica gli fu impedito di predicare in città. Il Favre si risolse quindi ad attendere alla cura spirituale delle personalità cattoliche presenti ai colloqui che richiedevano i suoi uffici come Alvaro, Moscoso, il maestro del Sacro Palazzo T. Badia e i vescovi G. Morone e R. Vauchop.

L'incontro di Worms servì principalmente al Favre per rendersi conto dell'incapacità della Chiesa cattolica di fronteggiare la nuova situazione religiosa, per la condizione di grave decadenza spirituale e morale in cui versava, e, d'altra parte, della determinazione e vastità del movimento protestante; egli rimase invece sostanzialmente estraneo alla controversia dottrinale, in mancanza di una conoscenza diretta della teologia riformata.

Il Favre non colmò mai tale lacuna poiché, già a Worms, iniziò a delineare come fine del suo apostolato la riforma e il rafforzamento della Chiesa cattolica, piuttosto che la lotta contro i protestanti. Il suo orientamento ecumenico lo accomunò agli irenisti J. Pflug, G. Postel, J. Gropper, A. Pighius e N. Clenardus, con i quali ebbe rapporti epistolari e personali.

Riforma della vita e dialogo ecumenico

La forte simpatia che sapeva suscitare nelle persone che incontrava, grazie alla grande apertura d’animo, gli suggerì il dialogo e la comprensione anche nei confronti dei protestanti, con i quali preferiva parlare di bontà di vita e di vicinanza a Dio piuttosto che di temi di teologia e di ecclesiologia.

Il fallimento dei colloqui di Ratisbona convinse definitivamente il Favre che il solo mezzo per ostacolare la diffusione del protestantesimo era rappresentato dal rinnovamento spirituale della Chiesa romana, operato con la riforma interiore di tutti i credenti, mentre si rivelavano inutili le dispute e le battaglie pubblicistiche: "occorrono argomenti di opere e di sangue", egli scrisse ai confratelli di Parigi, "le parole ormai non servono più" (Fabri Monumenta, p. 105; cfr. pp. 414 s.).

La prospettiva dei Favre restava comunque irenica: il ritorno all'originario messaggio evangelico e la realizzazione della "reformatio vitae" da parte dei fedeli avrebbe infatti consentito di ritrovare la perduta unità tra i cristiani.

Il Favre dedicò tutta la vita all'attuazione del progetto ecumenico, impegnandosi in un'intensa opera di evangelizzazione in Germania, in Portogallo e in Spagna, innanzitutto attraverso la diffusione degli esercizi spirituali, che considerava il mezzo apostolico per eccellenza e nella cui conduzione si distingueva a giudizio dello stesso Loyola.

Viaggi in Svizzera, Spagna e Portogallo

Il 9 luglio 1541 emise i voti solenni e il 27 dello stesso mese partì per la Spagna, raggiungendo Madrid dopo un viaggio di tre mesi, passando per la Svizzera e la Savoia, dove fece una visita al paese natale lasciando una forte impressione di santità.

Nel gennaio del 1542, sempre su ordine del Papa, si rimise in viaggio verso la Germania, passando per Barcellona, dove incontrò Francesco Borgia e raggiunse Spira in aprile, dedicandosi alla predicazione, alla direzione spirituale e agli esercizi spirituali.

A Magonza, dove fu incaricato di insegnare Sacra Scrittura dal cardinale Alberto di Brandeburgo, incontrò il giovane Pietro Canisio e diede pure a lui gli esercizi spirituali nella primavera del 1543.

Nell’agosto del 1543 si recò a visitare Colonia e in settembre ricevette l’ordine di recarsi in Portogallo. Impedito di imbarcarsi ad Anversa, passò per Lovanio e tornò a Colonia; nel luglio 1544 riprese il viaggio per il Portogallo e giunse il 24 agosto 1544 a Lisbona e proseguì per Évora a incontrare il re Giovanni III, presso il quale si trattenne fino al marzo 1545.

Tra il 1544 e il 1545 fece visita al Collegio di Coimbra e il 4 marzo partì per raggiungere la corte di Spagna a Valladolid e poi a Madrid. Sempre al servizio del Pontefice egli compie poi missioni in Portogallo e in Spagna (introducendo qui stabilmente la Compagnia di Gesù).

Preso da questo continuo girovagare non mancava di ringraziare il Signore che gli faceva andare bene tutte le cose e di dedicarsi all’apostolato della direzione spirituale, cercando di “lasciare nelle locande e case dove ci capita di alloggiare, qualche traccia di santa e buona condotta”.

Il continuo viaggiare non gli impedì neppure il contatto con la Compagnia, documentato dalla corrispondenza, e si occupò della sua diffusione raccogliendo adesioni e partecipando all’apertura di case a Valladolid, Alcalá e Gandia.

Il discernimento spirituale e il Memoriale

Sotto la guida di Sant'Ignazio imparò a combinare la sua grande sensibilità con la capacità di prendere decisioni. Uomo modesto e sensibile, con una profonda vita interiore, fu un grande maestro del discernimento spirituale.

Il cammino spirituale del Favre è esposto nel Memoriale, o Memorie spirituali, che iniziò a scrivere il 15 giugno 1542. La bellezza spirituale di Pietro Favre è condensata nello spagnolo e nel latino che usa per redigere il suo “Memoriale”, sorta di diario spirituale che, assieme al suo epistolario, fa brillare la gemma della sua fede e del suo stile di vita genuinamente cristiano.

La preferenza accordata alla prassi fece sì che il Favre non desse una sistemazione concettuale organica alla propria riflessione religiosa, ma ne affidasse l'espressione al proprio diario, denominato poi Memoriale (o Confessioni), alla corrispondenza e a brevi scritti occasionali.

La spirituale discretio non poteva trascurare il fatto che tutte le cose dovessero essere considerate alla luce di Dio e che da ciò derivasse la necessità di guardarsi dentro, accettando la croce della propria debolezza.

Desiderava ottenere una perfetta umiltà, come testimonia il suo diario personale, il Memoriale; non lo muoveva una perfezione ricercata per sé, ma piuttosto l’amore per il prossimo e il desiderio di conformarsi al Signore crocifisso.

Preghiera, umiltà e apostolato

Apud eum spiritalis discretio praetermittere non poterat quin omnes res Dei sub lumine considerarentur atque ea ex re necessitas oriretur se contuendi, propriae infirmitatis crucem suscipiendo.

Inter le virtù di Favre emerse l’umiltà. Egli guidava le anime non come chi sa tutto, ma accompagnando, ascoltando e pregando per loro, confidando non in se stesso ma in Dio.

San Pietro Favre fu un sacerdote di altissima spiritualità e considerò la comunione con il Signore una delle opere principali della propria vita. Trasmetteva questa aspirazione a coloro che compivano gli esercizi spirituali nati dall’esperienza e dall’ingegno di sant’Ignazio.

In modo mirabile fece comprendere, sia attraverso la predicazione sia attraverso gli esercizi, che il fondamento del cammino della fede consiste nella vita di preghiera, dalla quale scaturisce la vocazione alla vita missionaria in senso ampio.

Quanto più il beato Pietro Favre veniva colmato dallo Spirito di Dio, tanto più progrediva nella libertà e nella chiarezza interiore e poteva dedicarsi all’opera apostolica. In lui si realizzò una feconda unione di lavoro e preghiera, di azione e contemplazione.

La preghiera sosteneva il lavoro e lo rendeva fecondo, mentre l’impegno apostolico lo spingeva a pregare e ad affidarsi a Dio nella fede con intensità sempre maggiore.

Il suo cuore e la sua mente erano tesi e santamente inquieti, come quelli di chi non smette di cercare Dio per trovarlo e, dopo averlo trovato, continuare sempre a cercarlo.

Gli ultimi incarichi e la morte a Roma

Anche la permanenza in Spagna era destinata a durare poco e nel febbraio 1546 informa il principe Filippo, il futuro Re, di aver ricevuto dal Papa l'ordine di recarsi a Trento per partecipare al Concilio.

Parte il 20 aprile per Valencia e Barcellona, ma è costretto ad interrompere il viaggio per un mese a causa delle cattive condizioni di salute. Ed è con la salute malmessa che Pietro Favre si mette in viaggio per Roma.

La raggiunge il 17 luglio 1546 per quello che sarà il suo ultimo, grande incarico: offrire un contributo di dialogo alla discussione del Concilio di Trento, col quale la Chiesa intende rispondere alla Riforma di Lutero.

Paolo III lo chiama per inviarlo al Concilio di Trento che è incominciato nel 1545. Lui parte immediatamente, ma il suo organismo non regge più, sebbene abbia solo quarant’anni.

Favre però si ammala e a Roma muore il primo agosto 1547. Giunto nell’Urbe a metà luglio del 1546, due settimane dopo è già morto.

Il Martirologio Romano ricorda a Roma il beato Pietro Favre, sacerdote, che, primo dei membri della Compagnia di Gesù, affrontò onerosi compiti in diverse parti d’Europa e morì a Roma mentre partiva per il Concilio di Trento.

Sepoltura e memoria

I suoi resti mortali furono deposti prima in S. Maria della Strada e poi nella Chiesa del Gesù a Roma; qui purtroppo non più identificabili nella sepoltura comune.

Le spogie mortali di Pierre Favre trovarono riposo nell'antica Chiesa del Gesù a Roma, ma con la costruzione della nuova chiesa sono andate perdute. Nel suo paese natale una strada gli è dedicata ed in essa sorge la cappella Saint Pierre Favre nelluogo preciso della sua nascita.

Patronato: Paroisse Saint-Pierre-Favre des Aravis (Diocesi di Annecy).

Beatificazione e canonizzazione

EventoDataPersona o autorità
Nascita13 aprile 1506Villaret, Savoia
Ordinazione sacerdotale30 maggio 1534Parigi
Voti di Montmartre15 agosto 1534Primo gruppo dei compagni di sant’Ignazio
Morte1° agosto 1547Roma
Memoria liturgica1 agostoChiesa universale
Beatificazione5 settembre 1872Papa Pio IX
Canonizzazione equipollente17 dicembre 2013Papa Francesco

Il culto di beato fu confermato da Pio IX il 5 settembre 1872. Il processo sulla fama di santità e sul culto prestato da tempo immemorabile era stato avviato nel giugno 1869 su richiesta del vescovo di Annecy.

Il 17 dicembre 2013 papa Francesco ha decretato la canonizzazione equipollente di Pierre Favre, estendendone il culto liturgico alla Chiesa universale ed iscrivendolo nell'albo dei Santi.

La canonizzazione equipollente riconobbe la continuità della fama di santità, delle virtù eroiche e del culto reso a Favre nel corso dei secoli, senza richiedere la procedura ordinaria fondata sulla verifica di un nuovo miracolo.

Il P. Generale in occasione della canonizzazione del P. Pietro Fabro (Favre), avvenuta il 17 dicembre scorso, ha inviato una lettera a tutta la Compagnia, in cui ricorda come l’evento coincida con “il Bicentenario della Ricostituzione della Compagnia (1814)”.

Il prossimo 3 gennaio, alle ore 9, papa Francesco si recherà alla Chiesa del Gesù per celebrare, insieme ai gesuiti presenti a Roma, la Messa nel giorno della ricorrenza liturgica del Santissimo Nome di Gesù, ‘titolo’ della Compagnia di gesù.

Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, ha spiegato che la celebrazione “avrà anche il carattere di azione di grazie per l’iscrizione al catalogo dei santi del beato Pietro Favre, sacerdote della Compagnia di Gesù e primo compagno di sant’Ignazio di Loyola”.

Padre Lombardi ha anche riferito che dopo aver firmato per la canonizzazione di Favre il Papa ha telefonato a padre Adolfo Nicolàs per dirgli: «Sono stato il primo, con la mia firma, a pregare per il nuovo Santo».

Il 3 gennaio 2014, festa del Santissimo Nome di Gesù, Papa Francesco ha celebrato una Messa di ringraziamento nella Chiesa del Gesù per la canonizzazione del Favre, venerando con l'incenso una sua statua.

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